Ventunmila miliardi di dollari sono gia’ stati spesi per fronteggiare la crisi finanziaria del 2007 a oggi

Nostro commento: e non sono serviti a molto piu’ che a salvare le banche. Non esattamente un grandissimo risultato, visto che tutta questa liquidita’ doveva servire a rilanciare l’economia e in questo ha fallito miseramente, non essendo nemmeno remotamente uscita dai forzieri virtuali delle banche a cui e’ stata destinata.

Quasi 21.000 miliardi di dollari. Questa è la cifra, a grandi linee, di quanto è stato erogato dal febbraio 2007 a oggi nel tentativo di stabilizzare l’economia globale. Incrociando i dati di Fondo monetario internazionale (Fmi), Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo internazionale (Oecd), più le prime cinque banche centrali (Bce, Bank of England, Federal Reserve, Bank of Japan e Swiss National Bank), Linkiesta ha mappato la liquidità che è stata fornita negli ultimi quattro anni ai mercati. Sono state prese in considerazione cinque diverse modalità di sostegno ai sistemi finanziari: iniezioni di capitale nelle banche, acquisto diretto di titoli da parte delle banche centrali, supporto delle istituzioni monetarie tramite il Tesoro dei singoli Paesi, supporto di liquidità per mano delle banche centrali, garanzie e altri strumenti. Il conto che emerge è impressionante. Assunto che il Prodotto interno lordo (Pil) del G20 era di 46.200 miliardi di dollari a fine 2007, la spesa per riassestare la finanza globale è stata complessivamente pari al 45%, ovvero 20.800 miliardi di dollari.

Febbraio 2007 – Settembre 2008: crisi subprime. La data ufficiale di inizio della crisi subprime, secondo la Federal Reserve di St. Louis, è il 27 febbraio 2007. In quel giorno Federal Home Loan Mortgage Corporation, meglio nota come Freddie Mac, una delle due Government-sponsored enterprise, ha deciso di non acquistare più mutui subprime. È l’inizio di una crisi di cui ancora adesso paghiamo le conseguenze. Fra la caduta di Bear Stearns (marzo 2007) e il congelamento dei tre fondi di Bnp Paribas (Parvest Dynamic Abs, Bnp Paribas Euribor e Bnp Paribas Abs Eonia) dell’agosto dello stesso anno, il Governo statunitense mette sul mercato circa 100 miliardi di dollari. Ma è il 9 agosto quando la Bce decide di intervenire con 95 miliardi di dollari per placare il nervosismo imperante. Non serve. In settembre il Regno Unito è costretto a intervenire per Northern Rock e si avvia una spirale sempre più profonda. Il peggio, però, deve ancora arrivare.

Settembre 2008 – Dicembre 2009: Lehman Brothers. Il 15 settembre 2008 il mondo finanziario viene travolto dal collasso della quarta banca di Wall Street, Lehman Brothers. È il momento più drammatico dal Black monday del 1987. Il crollo dell’istituto guidato da Richard Fuld ha implicazioni sulla finanza globale per circa 1.300 miliardi di dollari, come ha certificato uno studio della Securities and exchange commission (Sec), l’authority di vigilanza sulla Borsa Usa. Il mondo piomba in una recessione di cui ancora adesso si sentono i colpi e lo sforzo delle banche centrali diventa ancora più ampio. La Federal Reserve mette in atto il Talf (Term asset-backed securities loan facility), un programma di stimolo fiscale da 1.000 miliardi di dollari. Nello stesso periodo l’amministrazione di George W. Bush vara il Tarp (Troubled asset relief program), con il quale foraggia il sistema bancario con circa 800 miliardi di dollari. Ma non solo. Tramite la Federal Reserve di New York, Wall Street viene irrorata con almeno 3.500 miliardi di dollari fra acquisti di titoli, bond, asset tossici, facilitazioni, aperture di linee di credito e via discorrendo. La sofferenza è globale. Perfino la lontana Islanda viene colpita dalla tossicità dei mutui subprime e dal collasso di Lehman. La Bce inizia a tagliare il costo del denaro e a fornire denaro alle banche europee tramite i prestiti overnight. Il mercato interbancario infatti subisce l’equivalente di un arresto cardiaco. Interviene anche la Bank of England tramite una parziale nazionalizzazione degli istituti di credito britannici. Solo nel 2010 la BoE ammetterà, in uno studio sugli effetti della crisi finanziaria, che ha dovuto spendere circa 3.800 miliardi di dollari per stabilizzare il proprio sistema bancario. Ma non è tutto. La Bank of Japan, nel tentativo di contrastare l’emorragia di capitali dalle proprie banche, interviene in modo massiccio, di concerto con Fed e Bce. Si mette in campo il Quantitative easing (allentamento quantitativo), una politica monetaria accomodante che prevede l’acquisto di asset tossici da parte delle banche centrali in via diretta dalle singole banche private. La Fed spende circa 1.600 miliardi di dollari, nelle due edizioni del QE, nel tentativo di riportare un equilibrio nell’economia statunitense. La Bank of England, invece, secondo gli ultimi dati disponibili, ha fornito liquidità per 1.200 miliardi di dollari dal 2007 a oggi. Inferiore è stato il supporto della Bank of Japan, quantificato in 1.100 miliardi di dollari.

Dicembre 2009 – Luglio 2011: crisi greca e contagio. Le sofferenze di Atene erano note, ma solo nel corso del 2009 è emerso quanto era profondo il buco nei conti pubblici ellenici. Il primo ministro entrante, George Papandreou, ci ha messo oltre cinque mesi prima di chiudere ufficialmente il sostegno finanziario della comunità internazionale. Nel maggio 2010 viene approvato il primo piano di salvataggio di Atene, del valore di 110 miliardi di euro (circa 150 miliardi di dollari). A esso vengono accompagnate diverse misure di ricapitalizzazione degli istituti di credito europei, dopo una prima tornata di stress test, condotti dalla European banking authority (Eba). Tuttavia, la crisi ellenica si espande e lambisce anche Irlanda e Portogallo, che devono anche loro chiedere assistenza finanziaria, rispettivamente per 85 e 78 miliardi di euro, per complessivi 163 miliardi di euro (221 miliardi di dollari). Ma non solo. La Bce, di accordo con la Banca dei regolamenti internazionali (Bri), mette in campo l’artiglieria pesante con l’Emergency liquidity assistance (Ela), uno speciale strumento che permette alle banche centrali nazionali di fornire liquidità emergenziale al proprio sistema bancario. In questo modo, per Irlanda e Grecia è stato possibile dirottare circa 106,5 miliardi di dollari (78,5 miliardi di euro) ai propri istituti di credito. Nel frattempo, l’11 marzo il Giappone è colpito dal peggiore terremoto della sua storia recente, a cui fa seguito uno tsunami che costringe la Bank of Japan a erogare liquidità a basso costo per un totale di 200 miliardi di dollari. E il conto non è ancora terminato.

Luglio 2011 – oggi: epidemia. L’ultimo capitolo della crisi globale è quello che viene dopo il 21 luglio scorso. Nel corso del più importante Consiglio europeo degli ultimi anni sono stati posti i paletti di quello che è l’impianto che dovrà essere utile a limitare i danni della crisi dell’eurodebito. Il punto focale per la spesa dell’eurozona è il fondo salva-Stati European financial stability facility (Efsf). Attualmente la sua dotazione è di 440 miliardi di euro, ma stanno aumentando le pressioni affinché questo sia ampliato fino, almeno, a 2.000 miliardi. Nel frattempo, anche gli Stati Uniti hanno messo in campo nuove misure di stimolo fiscale: dall’Operation Twist della Fed (400 miliardi di dollari) al piano per il lavoro del presidente Barack Obama (450 miliardi di dollari). E come se non bastasse, la Bce ha in mente di intervenire ancora a sostegno del mercato europeo dei covered bond, che da solo vale circa 2.100 miliardi di dollari (1.580 miliardi di euro). Infine, di comune accordo con Bank of England, Federal Reserve, Bank of Japan e Swiss National Bank, l’Eurotower ha deciso di erogare liquidità in dollari da qui fino alla fine dell’anno.

La cifra monstre calcolata, 20.800 miliardi di dollari, è destinata ad aumentare nei prossimi anni. Come ha ricordato anche il fondo hedge Citadel in un report dello scorso maggio, «quella che si è vissuta finora non è altro che solo l’ennesimo capitolo di una crisi sistemica destinata a cambiare per sempre il mondo». Lo dimostrano i dati, ma lo dimostra soprattutto l’incertezza dei politici nell’approccio agli ostacoli che si pongono loro davanti. Con lo spettro di una nuova recessione alle porte e la crisi dell’eurodebito lungi dall’essere risolta, fra due anni il conto potrebbe essere ancora più salato.

Articolo ripreso da linkiesta.it