Uscita Fiat da Confindustria uno smacco per il paese

Per quanto possa sembrare una notizia insignificante in questo periodo, il disimpegno inevitabile e, nel lungo periodo, completo dell’industria automobilistica dall’Italia non e’ una buona notizia per il nostro sistema paese.

L’uscita della Fiat da Confindustria era da tempo annunciata, ciò malgrado non era scontata. Farà molto rumore, ed è inevitabile perché stiamo parlando – malgrado i suoi problemi, che sono seri anche nel perfezionamento dell’operazione Chrysler – della più grande multinazionale manifatturiera privata del nostro Paese, con oltre cent’anni di storia e un ruolo che per lunghi decenni è stato pesantissimo in Confindustria. Farà ancor più rumore perché Marchionne ha accompagnato stamane il motivo “tecnico” – espresso nella lettera a Emma Marcegaglia – con una dichiarazione personale molto tranchant: “il nostro interesse per Confindustria-politica è zero”.

Cioè con una netta presa di distanza verso il manifesto delle imprese presentato venerdì scorso, e con il concomitante appello “basta, politici!” pubblicato a pagamento sui media da Diego Della Valle. In molti, domattina scriveranno sui giornali che, come la politica è sfrangiata e dilaniata, anche le forze dell’impresa sono divise e litigiose. Cerchiamo di distinguere tre ambiti diversi, della decisione Fiat: quello di merito tecnico, quello per Confindustria, quello politico-sindacale.

Nel merito, Fiat sostiene che l’accordo interconfederale del 28 giugno su rappresentatività e operatività delle intese aziendali – sottoscritto da Confindustria con tutti i sindacati compresa la Cgil, dopo che questa confederazione si era allontanata da ogni tavolo a seguito dell’accordo di inizio 2009 con cui Confindustria e gli altri sindacati hanno aperto alla derogabilità dei contratti nazionali – era positivo, come a maggior ragione molto positivo l’articolo 8 della manovra ter di mezzo agosto. Il primo accordo ha disegnato le condizioni per siglare intese aziendali intervenendo anche sulla disciplina delle rappresentanze aziendali, nodo rimasto aperto in quanto nel Patto di Natale firmato con Ciampi nel 1993 si prevedeva che la rappresentanza fosse diritto sindacale a prescindere dall’aver sottoscritto intese aziendali, che allora non esistevano neppure.

L’articolo 8 della manovra estiva ha accolto ciò che la Fiat aveva esplicitamente chiesto per sanare le intese intanto raggiunte con voto a maggioranza dei lavoratori, a Pomigliano, Mirafiori e Grugliasco. E’ stata così disposta la validità erga omnes e la retroattività di quelle intese, mentre l’accordo interconfederale del 28 giugno riguardava solo quelle “future”.

Il combinato disposto dell’intesa e del decreto legge in teoria avrebbe dovuto far venire meno l’ipotesi già più volte ventilata dalla Fiat di uscire da Confindustria. Grazie al cammino percorso da Confindustria e sindacati nella modifica delle intese contrattuali – in piena polemica con la Cgil, e dopo che nella precedente gestione “torinese” della Confindustria sotto Montezemolo l’atteggiamento era stato invece quello di non fare un passo avanngjti senza Cgil – era stato possibile varare le intese nei tre stabilimenti Fiat. Il decreto legge li sanava definitivamente.

A quel punto è intervenuto l’accordo interconfederale del 21 settembre scorso, che a Fiat non piace. Nella lettera di Marchionne non trovate espresso un giudizio di pieno rigetto: per il semplice fatto che tecnicamente l’accordo non ribalta l’articolo 8 del decreto legge governativo, e questo a Torino lo sanno benissimo. Nella sua lettera Marchionne lamenta invece che con l’intesa settembrina “è iniziato un acceso dibattito che, con prese di posizione contraddittorie e addirittura con dichiarazioni di volontà di evitare l’applicazione degli accordi, ha fortemente ridimensionato le aspettative sull’efficacia dell’Articolo 8.” Si “rischia di snaturare” l’impianto dell’articolo 8. Per questo ”rischio” Confindustria sbatte la porta ed esce.

Sono in realtà le ultime tre righe dell’intesa settembrina a risultare sgradite a Fiat. Tre righe nelle quali si è recepita la richiesta delle confederazioni sindacali – Cgil compresa, ancora una volta come a giugno – che il criterio della rappresentanza sindacale negli stabilimenti si determini per voto, ma riguardi le sigle nazionali quando si parla di un’eventualità di intese territoriali,l alle quali l’articolo 8 governativo ha aperto. Per evitare insomma che in eventuali intese territoriali invece che aziendali siano i sindacati locali a imporre una sorta di terzo livello contrattuale, né nazionale né aziendale. Una norma più anti Sinpa della Lega che altro, e che ovviamente tutela i sindacati nazionali. Ma tutela anche la Fiom-Cgil, e per questo alla Fiat è sembrato un passo indietro. Immagino che tecnicamente a questo punto Confindustria produrrà pareri proveritate di giuristi del lavoro che attesteranno che l’intesa del 21 settembre non contrasta affatto con l’articolo 8. Fiat resterà ovviamente del suo parere.

L’effetto più probabile è che Fiat esca dal sistema-nazionale di Confindustria risparmiando sui 5 milioni di quota che dà a viale dell’Astronomia, visto che non ha più bisogno di attribuire nazionalmente la delega alle trattative sindacali del contratto nazionale. Ma che resterà invece iscritta alle Unioni industriali nella cui circoscrizione territoriale sorgono gli stabilimenti Fiat in Italia, per godere dei servizi tecnici offerti dalle Unioni stesse. Aperta resta invece la questione se si darà vita o meno a una federazione dell’Auto fuori da Federmeccanica: se imperniata solo su Fiat e indotto, potrebbe non interessare affatto alle altre aziende presenti in Italia, che per altro – purtroppo – qui da noi hanno più che altro dipendenti commerciali e amministrativi, non linee di produzione.

Veniamo al secondo profilo: quello confindustriale. Per Confindustria è comunque una brutta botta, inutile usare perifrasi. Viene pienamente disconosciuto il merito di aver rotto l’attesa vana della Cgil dei tempi di Montezemolo, aprendo alla derogabilità dei contratti nazionali prima e alle intese aziendali poi. L’accusa di aver dato troppo filo alla Cgil, a giugno e a settembre 2011 dopo due anni di polemica frontale, ignora deliberatamente che in Federmeccanica la stragrande maggioranza delle imprese associate era contraria al braccio di ferro voluto da Torino, pur essendo più che aperta all’innovazione delle regole. E trascura anche che senza la rottura di Confindustria che andava intanto avanti con Cisl e Uil e che ha messo con le spalle al muro la Fiom, era quest’ultioma in Cgil ad essere molto più forte di quanto sia ora: se n’è visto il segno a Grugliasco nella ex Bertone, quando dopo le sconfitte di Pomigliano e Mirafiori i delegati Fiom hanno dovuto cambiare prudenzialmente linea e dire sì all’intesa, pur di non rinunciare alla rappresentanza visto che erano maggioritari.

Una Confindustria senza Fiat non è più la stessa di quella che siamo abituati da sempre a considerare. Anche se oggi la Fiat pesa solo lo 0,8% dei 5 milioni e mezzo di dipendenti delle 149mila aziende iscritte a Confindustria. E dal solo primo gennaio 2011 si sono associate a via dell’Astronomia nuove imprese con più dipendenti di quelli che la Fiat farà venir meno uscendo. Ma la Fiat è comunque la Fiat. John Elkann ad aprile del 2010 accettato la carica di vicepresidente sotto la Marcegaglia, a testimonianza del fatto che a Torino si apprezzava quanto lei aveva fatto da inizio mandato. Quando all’assemblea di maggio 2011 la Marcegaglia ha infranto un vero e proprio tabù, e ha risposto a muso duro a Marchionne che aveva per la prima volta ventilato l’uscita, dicendo a testa alta di fronte al Capo dello Stato che Confindustria era di tutti gli iscritti e non Fiat-centrica, Elkann ha visto esaurire la sua facoltà di mediazione. Replicare così duramente alla Fiat non si era mai visto da parte di un presidente di Confindustria, neanche ai tempi di D’Amato che pure si era affermato battendo Torino. Così la linea falca di Marchionne è prevalsa sino all’attuale epilogo. Inevitabilmente, l’uscita di Fiat e un’eventuale ricucitura diventa un tema dominante per la scelta del successore della Marcegaglia. Bombassei, il capo della Federmeccanica che pure è sconfessato oggi da Fiat ma che al contempo ne rappresenta il candidato ideale per il post Marcegaglia in quanto membro del cda di Fiat Industrial, potrebbe avvantaggiarsene su Giorgio Squinzi, l’unico sin qui in pista dopo la rinuncia di Gianfelice Rocca, a sua volta candidato irritualmente in un’intervista mesi fa dello stesso Bombassei. Nella base confindustriale attuale Fiat non è popolare, ma tutto può cambiare ovviamente.

La cifra politica di questa vicenda è per molti versi singolare. La Fiat ha abbracciato in pieno la linea Sacconi, sempre critico verso le ricuciture con la Cgil. A Marchionne, son disposto a scommetterci, frega niente di questa lettura. Dal suo punto di vista un governo vale l’altro e l’unica differenza è se accontenta Fiat. Del manifesto per la crescita voluto da Confindustria e cofirmato con cooperative, banche, assicurazioni, artigiani e commercianti, a Marchionne importa meno ancora. Cose politiche, da lasciare ai politici. Marchionne è totalmente alieno a qualunque discorso improntato al ruolo storico che Confindustria ha sempre esercitato per la rappresentanza delle cosiddette “classi dirigenti”. Ma il centrodestra invece ci inzupperà il biscotto, nella lettura “ideologica” a favore del governo in carica. Lo stesso accadrà sul versante opposto, con le critiche della Cgil. Mentre Cisl e Uil – il sindacato “riformista” come dice Sacconi – si volteranno dall’altra parte, in nome del fatto che ciò che indebolisce il fronte delle imprese comunque male non fa. E che in ogni caso l’unica cosa che conta è che l’azienda torinese conferma che investirà in Italia.

Mi son sforzato di offrire una lettura piana degli avvenimenti – e delle conseguenze – a chi non ha seguito di passo in passo le relative vicende politico-sindacali. In ogni caso, la mia impressione è che un fronte delle imprese diviso possa solo aiutare chi antepone le ragioni della politica e del sindacato a quelle della crescita e della produzione per vincere la sfida sui mercati. Per come sta azzoppata Italia, non è una notizia confortante.

RIpreso da Chicago-Blog.it

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