Uscita della Grecia dall’Euro sara’ l’inizio della fine per l’Europa

Sull’ultimo numero dell’Economist viene riportata la notizia, sempre più ricorrente, che la Merkel starebbe pensando come e quando sciogliere l’euro. Non è una novità, se si pensa che anche grosse banche d’affari, come Goldman Schacs, hanno praticamente annullato le loro esposizioni nei confronti dei paesi PIIGS.

Per quanto riguarda l’Italia la cosa è ancora più pesante. Questo vuol dire che la probabilità di un default si sta facendo sempre più concreta. Non a caso il flusso di valuta dal nostro paese all’estero ha avuto un’impennata e non certo per paura dei controlli infantili che il governo Monti ha messo in campo.

Con molta probabilità l’incipit sarà dato quando la Grecia dovrà, gioco forza, abbandonare la moneta unica. Sarà il segnale tangibile che anche altri stati, lasciati alla deriva dalla speculazione finanziaria, dovranno subire lo stesso esito. Del resto la moneta unica non è nata come ombrello protettivo nei riguradi degli stati in difficoltà, ma come macchina punitiva. Anche se la Grecia avesse manomesso volutamente i bilanci statali, pur di entrare nell’euro, le considerazioni da fare sarebbero due: perché chi doveva controllare non lo ha fatto?

Perché solo ora si stanno applicando misure draconiane, guarda caso quando la Germania ha saldato il proprio debito per l’unificazione e quando, con una politica economica astuta, ha sostenuto le proprie aziende affinché delocalizzassero e tenessero i salari compressi per un decennio?

L’economista greco Yani Varoufakis ammonisce: “Una sola uscita dall’euro basta a ad aprire una frattura in questa percezione di solidità. Come una sottilea linea di frattura in una diga possente, l’uscita della Grecia, inevitabilmente, porterà al collasso dell’edificio sotto forze inarrestabili di disintegrazione. Appena la Grecia è spinta fuori, due cose accadranno: una massiccia fuga di capitali da Dublino, Lisbona, Madrid, eccetera, a cui seguirà la nota avversione della BCE e di Berlino ad autorizzare la fornitura di liquidità illimitata a banche e Stati. Questo significherà la bancarotta immediata di interi sistemi bancari, più Spagna e Italia”.

Nell’euro non si può vivere. Gli eurocrati occultamente, poi i poltici a forza di “salvataggi”, hanno messo a punto una macchina da Giorno del Giudizio per i popoli europei, e un generosa spargi-soldi per il capitale speculativo. I mercati strappano altissimi tassi per prestare denaro a Spagna e Italia, denunciando i loro debiti pubblici come ad alto rischio, e allo stesso tempo, pretenderebbero che questi debiti pubblici fossero «garantiti» (ossia privati di rischio) dall’Europa ricca, Germania in testa: botte piena e moglie ubriaca.

Del resto, che dire dei greci? Dai sondaggi, vogliono tutti (più del 70%) restare nell’euro, e allo stesso tempo rifiutano le austerità ulteriori che la Germania, BCE e FMI impongono per tenerli nell’euro.

Draghi è stato del resto chiaro nel suo intento: nessuno potrà abbandonare l’euro. E’ un processo irreversibile. Avanti fino alla morte, fino alla consunzione dei popoli. Il popolo greco dovrà brucare l’erba, ma mai si potrà allontanare dell’europa. Un’autentica prigione.

E qui entriamo nel cuore dei circoli viziosi dell’euro: la sua creazione, per scopi diversi da quelli dichiarati. Entriamo nel regno dell’occulto. Per gli eurocrati, da Monnet a Delors, da Padoa Schioppa a Mario Monti e Draghi, l’euro non è stato un fine in sè; la moneta unica doveva, nel loro disegni, distruggere le nazioni e le sovranità nazionali.

Per questo siamo tanto ingenui, quando ci domandiamo cosa farà Monti per risolvere la crisi italiana, provocata dall’euro. Non è stato messo lì per risolvere la crisi, ma per utilizzare la crisi: per rompere l’ultima resistenza all’estremo trasferimento di sovranità a Bruxelles.

Va inteso che una maggior integrazione, un federalismo burocratico come lo vogliono loro, salverebbe (forse) l’euro, ma non risolverebbe nessuno degli squilibri provocati dall’euro a danno dei popoli del Sud (e dall’Irlanda): come si vede in Grecia e si comincia a vedere in Italia, gli interventi eurocratici aumentano il debito invece di ridurlo (perchè stroncano ogni crescita), e rendono l’organizzazione interna ingestibile.

L’euro ha divaricato, anzichè ridurre, la divergenza fra le economie europee. Grecia, Spagna e Italia hanno oggi bisogno di esportare di più, di riacquistare produttività e competitività – in una parola, svalutare. Essendo ciò reso impossibile dall’euro, il solo modo di ritrovare competitività è abbassare i salari; la Grecia dovrebbe abbassarli ulteriormente del 22%, e tagliare le spese pubbliche – l’Italia ne ha di superflue, ma si taglieranno le necessarie, perchè qui sono le caste che comandano (anche su Monti).

Dunque austerità e austerità. Rigore e rigore per “salvare l’euro” (in realtà, per salvare i creditori a spese della morte dei debitori); e togliere, nel frattempo, ai popoli ogni possibilità di rifiutare le misure, togliendo loro la libertà politica, anche quella delegata. In questo, la Germania è alleata all’eurocrazia: Berlino ha dato il suo contributo alle idee sulla “crescita”, essenzialmente proponendo la creazione di zone franche nei paesi in difficoltà, per attrarvi gli immaginari “investitori esteri”; zone dove i contributi sociali sono alleggeriti, i salari ridotti e liberalizzati all’estremo, il lavoro più flesibile. E’ per questo motivo che abbiamo visto Monti andare a zonzo in Russia, in Cina e nei cosiddetti paesi emergenti, sperando stupidamente di convincere fantomatici investitori esteri a venire nel bel paese. Ma nulla è accaduto. Le sue vuote parole sona cadute come le sue superficiali teorie bocconiane.

L’euro lo manterranno con ogni mezzo, gli eurocrati, con il sostegno dei politici: il che significa, per noi comuni mortali, rigore ed austerità senza fine, eternamente rinforzati. Alla crisi violenta (ma temporanea), di una crisi da uscita dall’euro, al buio nelle condizioni catastrofiche che ci hanno creato loro, ecco l’alternativa: stare nella camera dei supplizi dell’euro, chissà per quanto tempo, assistendo ad una crescita esponenziale della disoccupazione, allo svuotamento della nostra capacità industriale, alla nostra caduta nella deindustrializzazione terzomondista.

 

Articolo ripreso da Agoravox.it