Unicredit e il pozzo senza fondo di Fon-Sai

Nostro commento: un articolo di qualche mese dall’Linkiesta  che, con notevole sagacia, anticipava le operazioni che abbiamo visto si rendono necessarie in questi giorni.

Doveva guadagnare più di 50 milioni di euro in tutto il 2011. E invece ne ha già persi 173 milioni. Questo per limitarsi ai primi nove mesi del gruppo assicurativo Fondiaria-Sai, di cui ieri è stato diffuso il rendiconto al 30 settembre (qui il comunicato integrale). Va meglio dell’anno scorso, quando i primi tre trimestri si chiusero con un rosso di 373 milioni.

Il confronto non deve trarre in inganno. Perché è sulla promessa di chiudere l’anno con 55 milioni di utile consolidato che va valutata la credibilità del nuovo corso della compagnia controllata dalla famiglia Ligresti e del suo amministratore delegato Emanuele Erbetta, e la sua efficacia. È su questa promessa pubblica che è stato varato l’aumento di capitale per complessivi 800 milioni (450 milioni per Fon-Sai, e 350 per la controllata Milano Assicurazioni). Ancora, è su questa promessa che il gruppo Unicredit ha partecipato al salvataggio del socio e cliente Fon-Sai.

Su questo salvataggio ha messo la faccia e la credibilità tutto il vertice Unicredit. Lo stesso che oggi si appresta a chiedere al mercato svariati miliardi di euro per un’operazione di rafforzamento patrimoniale di cui negava la necessità fino a poco tempo fa.

Sin da subito è stato chiaro che l’intervento su Fondiaria-Sai fosse congegnato in una “logica di sistema” volta a conservare il controllo sulla compagnia da parte del socio Salvatore Ligresti, consigliere di amministrazione di Piazza Cordusio, e gli equilibri di potere all’interno della galassia Unicredit-Mediobanca-Generali.

Vale ricordare cosa dicevano la scorsa primavera gli esponenti della banca. Dieter Rampl, presidente: «È stata una transazione puramente finanziaria». Fabrizio Palenzona, vicepresidente e sponsor del salvataggio: «Siamo i principali creditori della filiera dell’ingegnere, dalle società personali a Premafin-Fonsai… è interesse comune dei creditori e dell’impresa una gestione più efficiente e un azionista rigoroso… Unicredit tutelerà gli interessi propri e del cliente.

Poiché Ligresti è nostro socio e consigliere, il consiglio dovrà deliberare all’unanimità» (al Corriere della Sera). Federico Ghizzoni, alla sua prima importante operazione da amministratore delegato, dava una spiegazione del tipo “ma anche”: «Riteniamo che il modo in cui abbiamo operato abbia senso sia dal punto di vista di tutela del credito che di potenziale tutela di questo investimento» (a Repubblica); «Non potevamo ignorare il fatto che c’era il rischio che la seconda compagnia assicurativa italiana poteva finire in mani non italiane» (a MF). Verso la galassia Ligresti, Unicredit ha un’esposizione di 380 milioni su un debito totale che, secondo il Sole24Ore, veleggia a quota 2 miliardi.

Con queste ambigue premesse sugli obiettivi, la partenza non poteva che essere azzoppata. Unicredit ha messo sul piatto 170 milioni: di questi solo una parte finisce nelle casse di Fon-Sai in cambio di una quota post-aumento del 6,6 per cento. Circa 110 milioni sono infatti andati direttamente alla holding Premafin come “biglietto d’ingresso” per partecipare all’aumento di capitale di una società imposto dall’autorità di vigilanza per evitare il «ricorso all’amministrazione straordinaria o alla liquidazione coatta amministrativa».

Il “regalo” aveva un obiettivo: permettere alla Premafin di conservare il controllo di Fondiaria, in quanto su questo controllo poggiano, tramite garanzie e pegni, tutto il castello di debiti sia di Premafin sia delle altre società famigliari di Ligresti e dei suoi tre figli Jonella (presidente di Fondiaria-Sai), Giulia e Gioacchino Ligresti.

Riassumendo. Ghizzoni ha fatto sborsare 170 milioni alla banca e si ritrova in mano un pacchetto del 6,6% di Fon-Sai che sul mercato vale 33 milioni di euro. In sei mesi la banca ha perso 136 milioni. Vale la pena notare che tutta l’operazione è stata curata dal banchiere Piergiorgio Peluso, un tempo considerato nelle simpatie dell’ingegner Ligresti ma oggi dato “in allontanamento”. Fino a giugno scorso, Peluso era responsabile italiano del corporate di Unicredit, poi è stato nominato direttore generale di Fon-Sai.

È finita? Non sembra. Al 30 settembre le svalutazioni nette sono arrivate a 284 milioni, di cui 218 milioni sul portafoglio. Più in dettaglio, sulle partecipazioni strategiche (la concorrente Generali, più Unicredit e Premafin) si sono determinate svalutazioni per 120 milioni, più 50 milioni su obbligazioni governative della Grecia. D’altra parte, non si può ragionevolmente sperare in un recupero dei mercati nei prossimi mesi.

Ma indicazioni persino peggiori arrivano dalla gestione ordinaria, specialmente nel ramo Rc auto. Dal rendiconto trimestrale diffuso ieri emerge chiaramente che finora sono stati ampiamente sottostimati i risarcimenti dovuti per sinistri che si sono verificati negli esercizi precedenti, soprattutto nelle regioni del Centro-Sud.

La rivalutazione del costo da pagare non è poca cosa: 339 milioni nei primi nove mesi e, aggiunge la società, la revisione non è ancora terminata. Come si dice in gergo tecnico, la riserva sinistra era sottovalutata: un espediente a volte usato per abbellire i bilanci. Fra rivalutazione della riserva sinistri (339 milioni) e svalutazione degli investimenti (284 milioni), l’aumento di capitale da 450 milioni è già bruciato.

A questo punto è una chimera il raggiungimento degli obiettivi di solidità a fine anno, e in particolare di un margine di solvibilità al 120 per cento. Anche la stima annunciata anticipata ad ottobre (115%) si è rivelata fin troppo ottimistica: al 30 settembre il margine di solvibilità al 111 per cento.

Un pessimo segnale, visto che si sta parlando del principale indicatore della solidità di una compagnia e di un elemento di garanzia aggiuntiva rispetto alle riserve tecniche (le risorse puntualmente accantonate a garanzia degli assicurati). Il margine di solvibilità corrisponde al patrimonio dell’impresa, libero da qualsiasi impegno, al netto degli elementi immateriali.

Come se ne esce? Un nuovo aumento di capitale è impensabile: il mercato si rivolterebbe, ma soprattutto i Ligresti non avrebbero i soldi per sostenerlo. L’unica via d’uscita è vendere qualcosa: senza escludere nemmeno la controllata Milano Assicurazioni. Per fine mese, quando è prevista una riunione del cda presieduto da Jonella Ligresti, il duo Erbetta-Peluso ha annunciato la presentazione di azioni di “capital management”: un modo per dire che è iniziata la liquidazione nell’impero di don Salvatore.

 

Articolo ripreso da linkiesta.it