Unica cosa buona di Karl Marx e’ che non era Keynesiano

Dal sempre simpaticissimo Johnny Cloaca riprendiamo un divertentissimo articolo pubblicato su Rischio Calcolato. In parole povere, Marx era un disastroso economista ma aveva una solo cosa buona: non era keynesiano.

Il che in parole povere nello spirito dell’articolo significa che i keynesiani, e quindi ovviamente Keynes in persona.. erano peggio di Marx  :-))) Tesi ardita che il buon Johnny va ad esplicitare.

Ora, non bisogna confondere certe cose. Di solito si è contenti quando si fa un minestrone di argomenti, così il lettore medio non ci capisce un cazzo ed incolpa per le sue sventure concetti astratti partiti dalla mente malata di qualche cane da riporto. E così ci ritroviamo orde di zombie che vagano nelle città ripetendo che “il mercato ha fallito” e “il capitalismo ha fallito”. Uhm, ma davvero? Di colpo la pianificazione centrale è evaporata negli anni? A parte tutte le volte che si è parlato qui su Freedonia della bolla immobiliare che è stata architettata per tappare le falle della bolla Dotcom, e di come la bolla obbligazionaria viene gonfiata per tappare le falle di quella immobiliare, abbiamo visto come anche la Cina ho gonfiato una mega-bolla immobiliare. Colpa del capitalismo? Non credo. La banca centrale non era prevista.

Ma tutto il mondo è paese, non esiste alcun capitalismo perché è stato venduto tempo fa ad una associazione a delinquere chiamata: stato. Il capitale consiste in prodotti del lavoro messi da parte per facilitare una maggiore produzione ed i capitalisti sono coloro che operano simili accumuli. Essi possono solo portare benefici alla società. Ma i possessori del capitale non sono mai stati soddisfatti nel raccogliere i profitti della produzione. Sin da quando è nato il capitalismo hanno cercato di aumentare le loro entrate assicurandosi dal governo in carica alcuni privilegi speciali: brevetti e concessioni esclusive che formavano barriere d’entrata, cartelli in cui nessuno tranne i loro membri potevano entrare, riduzione dei rischi della competizione, tariffe protettive, sussidi, ecc.

Ogni privilegio ha questo meccanismo di fondo: prendere qualcosa in cambio di nulla; non è mai uno scambio benvoluto e pertanto deve essere imposto, coinvolgendo di conseguenza il potere coercitivo dell’establishment politico.

Lo stato, lontano dall’essere una finzione impersonale, è costituito da uomini che sono chiamati politici ma le cui inclinazioni non sono diverse da quelle degli altri uomini. La sola differenza tra il politico ed il resto dell’umanità è che egli è investito col potere di obbligare gli altri uomini a fare ciò che non vogliono fare, o che si trattengono dal fare. Ogni privilegio garantito dallo stato richiede un ampliamento del suo personale e del suo potere (e delle sue entrate attraverso le tasse). Infatti la grandezza della burocrazia può essere usata come una misura del potere dello Stato. “Senza le entrate tributarie il socialismo è impossibile; con esse il socialismo è inevitabile”, sosteneva Frank Chodorov; inoltre:

[…] Lo stato non è preoccupato del benessere del “povero” — o anche del “ricco” — ma prende dove il prendere rende bene; ed i salari del paese sono una cornucopia su cui lo stato non può soprassedere. Così coloro che hanno null’altro che il loro lavoro da vendere pagano i doni offerti loro, come anche l’amministrazione dei sussidi, sebbene, per essere sicuri, credano (e gli viene detto) che stanno prendendo qualcosa in cambio di niente, che il “ricco” paga tutte le tasse.

I capitalisti, d’altra parte, guadagnano qualcosa dai privilegi di cui godono. In primo luogo ci sono feritoie nelle leggi tributarie che permettono loro di evitare di pagare le tasse in proporzione ai loro guadagni. Queste feritoie sono necessariamente messe nelle leggi, poichè lo stato riconosce che l’accumulo di capitale deve essere incoraggiato oppure non ci sarà alcuna produzione su cui tassare; ovvero, se non c’è capitale non ci può essere alcun salario da tassare. […]

In secondo luogo molti capitalisti si approfittano direttamente o indirettamente dall’acquisizione di potere da parte dello Stato. Quando lo Stato diventa il più grande compratore di beni e servizi nel paese (poichè deve, visto che riduce il potere d’acquisto della gente), è un cliente che vale la pena soddisfare. […]

In realtà, è così che il proletario si nutre dei doni dello Stato. La sua sola obiezione allo Stato è che non gli da abbastanza; vuole sempre di più. Quando il suffragio fu esteso la domanda per privilegi speciali aumentò, e lo Stato per adempiere i suoi scopi ha soddisfatto la domanda con prontezza; infatti fu lo Stato che mise in primo luogo tale idea nella testa del proletario.

Ora, ogni privilegio ammonta ad un vantaggio economico ed un vantaggio è accompagnato da uno svantaggio; qualcuno deve pagare per il vantaggio. Quando, a tempo debito, la domanda per qualcosa in cambio di niente eccede le entrate tributarie dello Stato — o il punto in cui è politicamente poco saggio per quel momento incrementare il tasso di tassazione — lo Stato stampa denaro (o i bond, che è praticamente la stessa cosa). Questa è inflazione. L’inflazione è una tassa nascosta, poichè deruba i risparmiatori dei loro risparmi. E’, infatti, una tassa sul capitale.

Zombie: tu ripetere? io non avere….ceeeerveeellllooo!

Attraverso la manipolazione dell’economia si tenta di direzionare, secondo i propri capricci, la via delle risorse e del capitale in modo da utilizzarli per i propri scopi, generando eventi improduttivi attraverso la redistribuzione. Così, vengono aiutati gli “amici degli amici” in modo che possano sostenere la baracca del potere. Via, via poi fino ad arrivare ai livelli più bassi dove anche le briciole sono un a manna dal cielo. C’è dipendenza, non c’è produzione. Non esiste libera competizione, non esiste libera impresa, chi commette errori viene premiato con un salvataggio e continua ad essere foraggiato negli anni a venire.

Volete un altro esempio? Eccolo.

L’ennesima bolla immobiliare nel mondo, questa volta in Israele. Negli ultimi tre anni gli affitti sono aumentati del 40%, secondo questo articolo di BusinessWeek.

Si sta formando una tendopoli a Tel Aviv, come il risultato della solita combinazione di stampa di denaro[1] e pianificazione socialista. Nel 2008 la Banca d’Israele ha abbassato i tassi ed ha iniziato a comprare dollari, per impedire che il siclo aumentasse di valore. Per un pò questa strategia ha funzionato, poiché il siclo è calato insieme ad altre cose. Ma solo per un pò.

Il mercato immobiliare di Israele ha anche problemi strutturali unici. Il 93% della terra di Israele è posseduta o gestita dal governo, come parte di una politica risalente alla fondazione della nazione nel 1948 per preservare uno stato Ebreo. Ciò vuol dire che le vendite immobiliari sono in realtà affitti a lungo termine, dando allo stato una insolita enorme autorità sulla terra da usare..

Il pesante processo burocratico che i costruttori devono affrontare per farsi approvare i progetti ha rallentato i permessi di costruzione, restringendo l’offerta di appartamenti ed aumentando i prezzi in un paese della grandezza quasi del New Jersey.

Nel 2009 l’offerta di denaro è cresciuta circa del 52%. E’ calata al 4.6% nel 2010 ed i depositi bancari sono aumetnati di nuovo nel 2011, circa del 20%.

E’ l’ennesimo esempio di fallimento del capitalismo? Non mi pare. Ma allora di cosa stiamo parlando? Secondo Nouriel Roubini invece, quello che viviamo oggi è capitalismo ed ha fallito, tanto che afferma che Marx avesse ragione:

Sembra quindi che Karl Marx avesse ragione nel sostenere che la globalizzazione, l’intermediazione finanziaria fuori controllo e la ridistribuzione del reddito e della ricchezza dal lavoro al capitale potrebbero portare il capitalismo all’autodistruzione (la sua idea che il socialismo sarebbe stato migliore si è invece rivelata errata). Le aziende stanno tagliando posti di lavoro a causa di un’insufficiente domanda finale. Ma tagliare posti di lavoro riduce il reddito dei lavoratori, aumenta la diseguaglianza e diminuisce la domanda finale.

Riportando alcune citazioni evidenziate da Robert Wenzel, vediamo come Roubini sia il vincitore settimanale (il vincitore della scorsa settimana è stato Krugman Skywalker) de “io le sparo più grosse di te”. Prima di tutto la globalizzazione, per la quale Marx era a favore[2]:

[…] Inoltre, si è rimproverato ai comunisti ch’essi vorrebbero abolire la patria, la nazionalità.

Gli operai non hanno patria. Non si può togliere loro quello che non hanno. Poiché la prima cosa che il proletario deve fare è di conquistarsi il dominio politico, di elevarsi a classe nazionale, di costituire se stesso in nazione, è anch’esso ancora nazionale, seppure non certo nel senso della borghesia.

Le separazioni e gli antagonismi nazionali dei popoli vanno scomparendo sempre più già con lo sviluppo della borghesia, con la libertà di commercio, col mercato mondiale, con l’uniformità della produzione industriale e delle corrispondenti condizioni d’esistenza.

Il dominio del proletariato li farà scomparire ancor di più. Una delle prime condizioni della sua emancipazione è l’azione unita, per lo meno dei paesi civili.

Marx era anche a favore dell’influenza del governo nell’intermediazione finanziaria, a livello nazionale. Ancora dal Manifesto Comunista osserviamo che:

[…] Accentramento del credito in mano dello Stato mediante una banca nazionale con capitale dello Stato e monopolio esclusivo.

Piuttosto che accumulo di denaro ed investimenti, oppure ricchezza presa dalla manodopera ed aggiunta al capitale, vediamo l’esatto contrario con l’appoggio di imposte sulle successioni e tasse progressive:

[…] Il proletariato adoprerà il suo dominio politico per strappare a poco a poco alla borghesia tutto il capitale, per accentrare tutti gli strumenti di produzione nelle mani dello Stato, cioè del proletariato organizzato come classe dominante, e per moltiplicare al più presto possibile la massa delle forze produttive.

Naturalmente, ciò può avvenire, in un primo momento, solo mediante interventi despotici nel diritto di proprietà e nei rapporti borghesi di produzione, cioè per mezzo di misure che appaiono insufficienti e poco consistenti dal punto di vista dell’economia; ma che nel corso del movimento si spingono al di là dei propri limiti e sono inevitabili come mezzi per il rivolgimento dell’intero sistema di produzione.

Queste misure saranno naturalmente differenti a seconda dei differenti paesi.

Tuttavia, nei paesi più progrediti potranno essere applicati quasi generalmente i provvedimenti seguenti […]

Da come credo comprendiate, quello che si vuole è l’accentramento del potere nelle mani dello stato affinché diriga tutta la baracca. Con quali risultati? Il soffocamento del libero mercato. Ma se il libero mercato viene soffocato da queste misure che vediamo anche implementate oggi nell’attuale economia, cosa c’entra il capitalismo? Nulla. Ciò che sta andando in pezzi è la pianificazione centrale tanto cara all’elite al comando che tenta di direzionare secondo il proprio comodo forze superiori alla mente ed alle capacità umane. Infine, queste forze naturali prevarranno e faranno ritornare di diritto la situazione in mano al mercato stesso, affinché ancora una volta si possa prosperare senza l’incatenamento delle volontà delle persone, il tutto per mantenere in vita una cerchia di pochi parassiti. Stiamo assistendo ora alla ribellione delle forze di mercato contro i parassiti che vogliono direzionarle.

Poi ovviamente Roubini infarcisce la torta con un pò di Keynesianismo che non fa mai male, parlando della riduzione della domanda. Già, ancora una volta la domanda aggregata. Ovvero, se le persone riducono la propria domanda per beni e servizi allora il governo dovrebbe subentrare (prendendo in prestito denaro e/o stampandolo) per sostenere la domanda in calo. Mentre le persone vedono così ridotto il proprio potere d’acquisto e vengono tassati per sostenere tale apparato, la domanda viene dirottata artificialmente in spese improduttive come l’acquisto di proiettili, elicotteri apache, mitragliatrici gatling, body scanner, ecc. Non importa se la spea è produttiva o meno, per il Keynesiano vale lo stesso mantra: la spesa, la spesa, la spesa. Vengono truffate le persone attraverso tasse subdole e redistribuzioni arbitrarie, spolpando il settore privato che deve sorregere l’intera baracca parassitaria dello stato.

Roubini fa semplicemente un minestrone delle teorie Keynesiane e Marxiste, e quello che ne esce è un incidente ferroviario.

Aveva ragione Marx? Solo nel mondo parallelo di Roubini. Marx non stava pronosticando un’inevitabile movimento verso la globalizzazione, bensì la stava auspicando fortemente. Infatti:

[…] Voi inorridite perché vogliamo abolire la proprietà privata. […]

Abbiamo già visto sopra che il primo passo sulla strada della rivoluzione operaia consiste nel fatto che il proletariato s’eleva a classe dominante, cioè nella conquista della democrazia.

Il proletariato adoprerà il suo dominio politico per strappare a poco a poco alla borghesia tutto il capitale, per accentrare tutti gli strumenti di produzione nelle mani dello Stato, cioè del proletariato organizzato come classe dominante, e per moltiplicare al più presto possibile la massa delle forze produttive.

Dove si è sviluppata la pianificazione centrale Marxista, ha causato seri problemi all’economia. Le bolle e le varie crisi finanziarie ne sono un’esempio. Non c’entra nulla il capitalismo, ma la sete di potere dei leader pianificatori che hanno raggirato le persone usando la retorica Marxista per guadagnare controllo il quale in ultimo soffoca il libero mercato. Al centro delle attuali crisi c’è la manipolazione dell’offerta di denaro. Questo non è il prodotto del capitalismo, non si può andare oltre la libertà, si può essere (purtroppo) solo imbrigliati.

Quest’oggi non ce l’ho fatta ad inacidirmi, sarà il caldo che mi ha rincitrullito. Ma vi lascio con un aforisma di Rothbard:

C’è una cosa buona di Marx: non era Keynesiano.

Articolo di Johnny Cloaca ripreso da Rischiocalcolato.it