Una ricchezza nascosta in Italia capace di rivitalizzare il mercato immobiliare in alcune zone

Che la storia del nostro paese sia fatta di ricchezze dimenticate o non valorizzate è ormai un innegabile dato di fatto. Tra queste ricchezze, paesaggistiche, culturali e identitarie, ci sono sicuramente i borghi. Insediamenti abitativi risalenti al medioevo, hanno costituito la struttura portante della distribuzione demografica del nostro paese almeno fino agli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale. In quegli anni è cominciato, per vari motivi, il progressivo svuotamento di alcuni piccoli paesi: la necessità di trovare lavoro altrove, infrastrutture che privilegiavano sempre più le città che andavano ingrandendosi, cause naturali, hanno portato, progressivamente, allo svuotamento totale di alcuni di questi borghi. Alcuni dati parlano di più di 5000 paesi fantasma di cui, quasi 3000 a totale rischio di estinzione. Pezzi d’Italia la cui sparizione comporta non solo la perdita di storie ma anche di potenziali ricchezze turistiche e abitative.

La più alta concentrazione di questi borghi la troviamo nel sud del nostro paese, soprattutto in Basilicata ma anche nelle aree più interne delle Marche e della Toscana e in alcune zone della Liguria. Bisogna dire che questo tipo di problema non riguarda solo l’Italia: in Europa sono in particolare la Spagna e L’irlanda ha far registrare un fenomeno simile al nostro. Diciamo questo non per tentare di giustificare una certa incuria culturale ma per evidenziare come siano le generali e irrefrenabili mutazioni sociali ed economiche a spiegare, in parte, l’abbandono di intere comunità.

borghi-fantasmaA partire dagli anni novanta, forse anche grazie ad un rinnovato nascente interesse per stili di vita molto diversi da quelli metropolitani, si è assistito alla nascita di alcune iniziative e progetti per recuperare e ridare ossigeno ad alcuni di questi luoghi. Alcune strategie di intervento hanno cercato di creare delle vere e proprie reti di collaborazione per dare vita ad una sorta di valorizzazione a fini di turismo consapevole.

Gli enti e organizzazioni che maggiormente si sono impegnate in tal senso sono: l’associazione “Borghi più belli d’Italia“, l’UNPLI che è l’unione delle pro loco con il progetto “Aperto per ferie” e il Touring club italiano. Ma ci sono state anche iniziative individuali più specifiche attraverso interventi legati al singolo borgo. Le azioni non locali, chiamiamole così, attraverso cui si è tentato, e ancora si tenta, di ridare vita a questi luoghi hanno avuto come fulcro la creazione di comunità non autoctone attraverso la nascita di eco-villaggi e cohousing o con l’intervento oltre che di architetti anche di artisti: per movimentare ma soprattutto per trasformare questi borghi in veri e propri “laboratori” integrati con il territorio.

Interessantissime informazioni si trovano, sempre in rete, nel lavoro chiamato “Geografie dell’abbandono” del gruppo di ricerca DPA-Politecnico di Milano che, in collaborazione con la facoltà di architettura di Ascoli Piceno e quella di Napoli Università Federico II, ha dato vita al progetto “L’Italia dei borghi dismessi” . Questo è uno studio non solo teorico ma anche progettuale per individuare le migliori possibilità di recupero. Lavoro non facile perché non sempre quella che può sembrare la soluzione più ovvia (ovvero il recupero a fini turistici) risulta essere la migliore. Le modalità di intervento devono tenere conto di un insieme complesso di fattori quali l’ubicazione e le peculiarità territoriali oltre alla vicinanza, o potenziale attrattiva infrastrutturale: cioè quale potrebbere essere il motivo per rendere quel borgo meno difficile da raggiungere?

All’inizio degli anni novanta è iniziata una vera e propria caccia ai borghi abbandonati, in particolare di quelli di Umbri, Toscana e Liguria. Quando parliamo di caccia intendiamo il vero e proprio acquisto. Tutto ciò ha portato ad un aumento dell’investimento economico per un eventuale progetto di questo tipo: si oscilla tra i tre milioni per arrivare anche ai trenta milioni di euro. Forse l’intervento più famoso in questo senso è quello di Santo Stefano di Sessanio in provincia dell’Aquila. Qui il giovane imprenditore di origini svedesi, Daniele Kihlgren, ha acquistato alcuni anni fa, molti edifici del centro storico, li ha ristrutturati con criteri rigorosi e assolutamente eco-compatibili con il tessuto storico-architettonico e ne ha fatto un albergo diffuso il Sextantio. Grazie a questo intervento non solo il borgo è diventato una meta di turismo colto e responsabile ma è anche considerato esempio di sviluppo sostenibile. Vale sicuramente la pena di informarsi sui criteri che hanno guidato questo progetto che è diventato anche un caso di studio.

 

Articolo parzialmente ripreso dal sito voglioviverecosi.com – Autore Geraldine Meyer