Un commento sulla manovra finanziaria

Da Chicago Blog, un ottimo commento a cura di Ugo Arrigo.

Noi possiamo solo aggiungere come le imposte aggiunte sul deposito titoli vanno a sfavorire tutto il sistema del risparmio gestito e questo non e’ un bene per gli operatori finanziari in generale.

Pagellino sintetico della manovra di Tremonti.

Aspetti oggetto di valutazione: quantità, qualità, timing, metodo (esposti in ordine decrescente di valutazione)

Quantità: voto 8

E’ l’unico aspetto con voto sufficiente. L’importo complessivo è rilevante: si tratta delle seconda manovra nella storia della Repubblica dopo quella presentata nel lontano 1992 dal governo Amato; inoltre, se sommiamo la manovra di quest’anno, pari a regime a 48 miliardi, con la manovra di soli 14 mesi fa, pari a 25 miliardi, otteniamo un valore quasi identico alla manovra Amato:  90 mila miliardi in vecchie lire 1992 per le due manovre Tremonti contro 92 mila miliardi per quella dell’epoca. Si può quindi dire OK IL SALDO E’ GIUSTO, dopo la manovra che punta a conseguire il pareggio del bilancio. In realtà l’obiettivo è persino eccessivo, dato che per indirizzare la finanza pubblica sul sentiero che porta all’obiettivo richiesto da Maastricht di un rapporto debito/pil al 60% è sufficiente che il fabbisogno annuo non superi il 60% della crescita del pil nominale. Nel 2010 il pil nominale è cresciuto di 29,1 miliardi di euro (da 1519,7 a 1548,8) e se il fabbisogno fosse stato pari al 60% di 29,1 miliardi, quindi 23,5 miliardi l’obiettivo sarebbe stato perfettamente conseguito. La mia prima domanda è pertanto la seguente:

(1) Perchè puntare al pareggio di bilancio quando l’economia italiana continua a crescere poco o nulla e un fabbisogno di 20-25 miliardi all’anno possiamo permettercelo senza derogare da Maastricht?

Ad essa si aggiunge la seguente:

(2) Se l’obiettivo del pareggio di bilancio è così importante (come in effetti è) perchè Tremonti non lo ha perseguito all’inizio del suo primo mandato quando era effettivamente alla portata  del nostro paese e non vi era nessuna grande recessione alle spalle, davanti e neppure di fianco? (Nota: nel 2000 il disavanzo era sceso al di sotto dell’1% del pil)

Timing: voto 5

Distribuire gli effetti della manovra concentrandoli nel periodo finale di attuazione, per di può collocato dopo la fine della legislatura  e dopo la conclusione del mandato degli amministratori attuali, non è un grande segnale di credibilità. Sarebbe stata molto meglio una manovra meno ambiziosa (30 miliardi al posto di 48) ma con effetti più consistenti già nel 2012 e qualche segnale forte, anche se con piccolo impatto finanziario, di incamminamento su percorso virtuosi (ad esempio 0,5 miliardi di riduzione dei costi della politica, 2 miliardi di proventi da privatizzazioni  e serie politiche di liberalizzazione avrebbero pesato molto più in termini di credibilità internazionale di 20 miliardi di abbattimento delle detrazioni fiscali e simmetrica crescita delle tasse).

Anche la decorrenza dei singoli provvedimenti è piuttosto interessante:

1) ticket sanitari: da lunedì prossimo!

2) privatizzazioni: entro la fine del 2013 (quindi tra 2 anni, 5 mesi e 17 giorni) sarà approvato un  piano di nuove dismissioni….; saranno inoltre dati incentivi pro privatizzazione agli enti territoriali i quali potranno quindi scegliere se prendere la ciliegina degli incentivi o tenersi tutta la torta delle imprese pubbliche locali…

3) liberalizzazioni: il governo formulerà delle proposte (inutile chiederci entro quanto) alle categorie interessate (le quali saranno ovviamente entusiaste di farsi liberalizzare…)

4) abbattimento dei costi della politica: … (qualcuno li ha visti? qui mi sembra che non vi sia neppure un tentativo di fare ammuina).

Metodo: voto 4

In realtà non c’è nessun metodo, si tratta della classica manovra contabile fatta di provvedimenti eterogenei, slegati l’uno dall’altro, non frutto di un disegno unitario, della visione di un dover essere dello stato verso il quale costruire un percorso di convergenza da perseguire passo dopo passo negli anni. Si tratta, purtroppo, di tasselli senza il relativo mosaico. A cosa serve lo stato? A garantire i risultati economici di tutti? A garantire i risultati economici dei propri elettori? A garantire le regole della competizione tra gli attori e l’equità del gioco? A garantire che alla fine del gioco tutti abbiano un risultato minimo in grado di permettere la soddisfazione sufficiente di bisogni fondamentali? Non mi risulta che sia stata data una risposta consapevole e neppure che sia stata posta la domanda. Eppure essa sarebbe in grado di tirar fuori il fil rouge col quale cucire manovre che siano in realtà insiemi coerenti di processi strutturali di riforma.  Lo stato liberale classico e quello socialdemocratico avevano in mente le ultime due risposte mentre la prima e la seconda repubblica italiana (*) nessuna delle due, oscillando invece tra la prima coppia il cui esito certo, nell’una e nell’altra variante, è l’accumulo di una grande quantità di debito pubblico dal quale non si esce se non rinunciando al modello che lo genera (altro che tagli e manovrine o manovrone).

(*) Sarebbe in realtà più corretto parlare di primo e secondo tempo della prima repubblica, con un intervallo durato dal 1993 al 1998. Non sono previsti tempi supplementari.

Qualità: voto 3

Dell’assenza di qualità della manovra si potrebbe scrivere moltissimo ma non vale la pena. Segnalo solo i quattro aspetti più eclatanti:

1) per almeno 20 miliardi su 48, il 42% delle dimensioni della manovra, si tratta di più tasse le quali corrispondono a 1,3 punti di pressione fiscale aggiuntiva calcolata sul pil totale e a 1,7 punti di pressione fiscale aggiuntiva calcolata sul solo pil emerso; poiché quest’ultima è già stimata al 54%, ci attendiamo che salga al 56%, rafforzando notevolmente il primato dell’Italia come paese che tartassa di più i non evasori in tutta la galassia;

2) all’importo precedente bisogna inoltre aggiungere  i nuovi ticket e le tasse che gli enti territoriali saranno obbligati ad accrescere per compensare almeno parzialmente i consistenti tagli previsti nei trasferimenti dal governo centrale;

3) la Costituzione italiana prescrive la progressività delle imposte e la promozione del risparmio, tuttavia diversi provvedimenti della manovra sono palesemente regressivi (il taglio orizzontale alle detrazioni fiscali per lavoro e per i figli, la tassa sui dossier titoli), sfavoriscono il risparmio soprattutto dei più poveri e dei più giovani, e introducono distorsioni tra strumenti (il secondo provvedimento) e iniquità (entrambi), in barba alla definizione di equità orizzontale e verticale che Aristotele nell’Etica Nicomachea, qualche secolo prima di Tremonti, aveva già molto chiara;

4) essere titolari di un dossier titoli non è di per sè manifestazione nè di reddito nè di ricchezza, e quindi neppure di capacità contributiva, dipende da cosa c’è dentro; e se ci fossero solo titoli congelati di Lehman Brothers che la propria banca attende di recuperare in parte?

A quando, ci chiediamo, una tassa sui teli di copertura delle auto (che si sospetta siano usati principalmente per i modelli più costosi). O una tassa sulle tegole dei tetti? In fondo più tegole=più tetto e più tetto=più casa. O una tassa sulle cassette di sicurezza? In fondo vi si conservano spesso gioielli preziosi anche se talvolta solo i cimeli del bisnonno.

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