Tutti noi siamo investitori nel fondo pubblico di Invitalia Ventures

Siamo tutti sottoscrittori di Invitalia Ventures. Per questa ragione, probabilmente, c’è grande curiosità su quello che farà e come lo farà il nuovo fondo di venture capital creato da Invitalia.

L’agenzia per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa controllata dal Ministero dello Sviluppo Economico che ha chiamato a guidarlo Salvo Mizzi, in arrivo dall’esperienza di WorkingCapital e TimVentures, il corporate venture capital di Telecom Italia.

Sul mercato degli investimenti in startup sta per arrivare una nuova società che se tecnicamente deve considerarsi privata, di fatto è alimentata da soldi pubblici. Motivo questo che ha generato manifestazioni di interesse, dubbi e qualche malumore tra gli addetti ai lavori. E ha di fatto aumentato la curiosità.

EconomyUp ha chiesto di saperne di più a Salvo Mizzi, che qui risponde nella sua prima intervista da amministratore delegato della Sgr Invitalia Ventures che gestirà il Fondo Italia Venture I. Siamo entrati subito in argomento perché che cosa Mizzi pensi dell’ecosistema startup è noto.

Quando si comincia, Mizzi?
Abbiamo già cominciato. E lavoreremo anche in agosto per essere operativi sul mercato in settembre

Come si comincia?
Pubblicando sul sito la call per aderire al nostro investment network. Invitalia Ventures non investirà mai da solo ma sempre in partnership con altri soggetti, Fondi o Corporate: interverrà per irrobustire round A successivi al seed, aggiungendosi quindi a investimenti privati

Quale sarà il taglio medio degli investimenti?
Il taglio sarà fra 500mila e 1,5 milioni massimo. Possiamo coprire fino a un massimo del 70% di ogni round di investimento ma personalmente ritengo più equilibrato che non si superi il 50%.

Aree di investimento?
Un fondo del genere, che è per sua natura architetturale, deve agire a matrice: non sarà quindi verticale sui singoli mercati. Diciamo che seguiamo la visione dell’economista Enrico Moretti quando dice che esiste un nuovo comparto industriale che si chiama innovazione. Noi in quello opereremo.

Farete investimenti solo in Italia?
All’80% sì, per il restante 20% saremo disponibili ad accompagnare lo sviluppo internazionale di startup italiane

Quando definirete l’investor network?
L’investor network resterà sempre aperto. Non c’è un numero chiuso, nè un momento oltre il quale non si può entrare. Di fatto il network partirà con l’avvio operativo del fondo e da subito comprenderà anche coinvestitori internazionali che, mi auguro di cuore, aumenteranno nei prossimi mesi.

Mizzi, questo basta a dissipare la preoccupazione che farete concorrenza ai fondi privati senza avere il problema della raccolta dei capitali da investire?
Diciamo che, se in punta di diritto Invitalia Ventures è un soggetto privato e funzionerà come un normalissimo fondo, noi abbiamo obiettivi e attese più ambiziose: accelerare la crescita del capitale di rischio in ITalia e dare maggiore robustezza ai round di finanziamento che in Italia sono ancora di taglio troppo piccolo rispetto agli standard europei e americani.

Ci sarà una corsia preferenziale per le società selezionate da Smart&Start?
No, sarà solo uno dei canali del deal flow. Ma senza alcuna priorità. Ci mancherebbe altro; le scelte di investimento saranno dettate solo dal merito e dalle opportunità

Investirete solo in startup innovative presenti nel registro delle imprese?
No, non abbiamo alcun vincolo in questo senso. Se ci fossimo trovati in tempo per l’operazione di VisLab con Ambarella, avremmo fatto la nostra parte.

Diverse ricerche e diversi osservatori sostengono che i fondi pubblici performano meno di quelli privati. Perché farli allora? 
Questa è una questione controversa e antica.  Che bisogna superare quando ci si pone il problema della competitività generale del Paese. Un po’ come è superato il catalogo alla Gaber su cosa è di sinistra e cosa di destra. Oggi bisogna decidere se vogliamo andare avanti o indietro

Quale sarà, a regime, il team di Invitalia Ventures?
Due investment manager, che selezioneremo entro fine agosto e tre business analist che abbiamo già

Su EconomyUp Pierluigi Paracchi, che è stato venture capitalist di successo, ha scritto che è impensabile avere in portafoglio 100 partecipazioni con 50milioni di euro in gestione…Anche il team sembra troppo leggero per gestire tante startup. Come farete?
Noi partiamo con una dotazione di 50 milioni ma contiamo di arrivare a 100 nel breve. Quindi, se consideriamo un taglio medio di investimento di 1milione per round, arriviamo a quel numero. Ma ricordo che faremo sempre e solo coinvestimenti in cui noi non saremo mai lead investor. Quindi la gestione non sarà esclusivamente nostra e contiamo di lavorare in partnership con investitori privati di comprovata esperienza, come Paracchi, per esempio.

In gergo si chiama carried interest. Mizzi, è previsto anche nei vostri contratti? Una parte della remunerazione dipenderà quindi dai risultati di gestione?
Sì anche se la percentuale è più bassa di quella di mercato: 10% contro l’abituale 20%. Che verrà utilizzato per incentivare tutto il team. Aggiungo che la mia logica non è e non può essere quella del general partner di un normale fondo di investimento. Se ho deciso di entrare in questa nuova avventura, è stato per poter fare qualcosa che avesse un senso per il Paese, dopo le mie precedenti esperienze in aziende private. Lo spirito è quello del civil servant.

 

Articolo di G. Iozia – ripreso dal sito economyup.it

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