Come trasformare le piccole imprese per renderle adatte al mercato nazionale e globale

sfida-delle-piccole-impreseL’argomento che rimetto sul tavolo è la ricrescita del sistema economico nazionale, che passa per la performance di quasi 2 milioni di micro e piccole imprese.

Credetemi da questo interrogativo non si può evitare di passare. Se anche volessimo tante grandi imprese eccellenti, purtroppo in Italia non ci sono e non le possiamo creare in meno di 10 anni. E l’Italia non ha 10 anni di tempo.

Dai dati del 9° censimento sulle imprese l’ISTAT nel capitolo 2 (“Il sistema delle imprese italiane”) ha tratto una serie di osservazioni sulle dinamiche di comportamento delle imprese italiane durante il periodo di crisi.

Il campione su cui ha lavorato l’istituto di statistica è di grande quantità: 260.000 imprese con addetti superiori a 3, e per cogliere anche il fenomeno delle micro-imprese un campione di 20.000 imprese ‘micro-star’ (su un totale di 1,7 milioni) con meno di 3 addetti ufficiali ma fatturato superiore a 750.000 euro o valore aggiunto superiore a 260.000. Il tasso di risposta al questionario è stato altissimo, pari al 95%. Un primo passaggio viene fatto per qualificare la natura familiare o manageriale delle nostre imprese e mostra che la dimensione familiare tocca il 30% delle grandi imprese e sale fino al 70% delle micro. Non è solo la dimensione della proprietà che mostra la presenza della componente familiare, ma anche quella della gestione:

Le strategie nella crisi

Quanto alle strategie di sopravvivenza e risposta alla crisi ISTAT trae dall’analisi del campione osservazioni importanti: nel corso del 2011, le strategie adottate dal sistema produttivo italiano sono state prevalentemente di tipo difensivo, volte in primo luogo a proteggere le proprie quote di mercato. Si tratta dell’orientamento principale per le imprese di tutte le classi dimensionali, con percentuali comprese tra il 64 per cento per le piccole aziende e il 69,4 per le grandi.

Tuttavia, tra le varie classi e` notevole il divario nell’abbinare o meno a questa strategia orientamenti più “espansivi”: mentre tra le medie e grandi imprese oltre la meta` si spinge verso nuovi mercati, e circa il 50 per cento mira alla diversificazione produttiva, tra le piccole queste strategie riguardano, rispettivamente, solo il 35 e il 20 per cento delle aziende.

Al potenziamento della rete di relazioni con altre imprese – iniziativa spesso strumentale a quelle appena citate − fa invece ricorso una quota compresa tra il 12 per cento delle piccole unita` produttive e il 15 per centodelle medie.

Questi profili strategici interessano diversamente i vari settori: sebbene anche in questo caso la preoccupazione di proteggere la propria quota di mercato accomuni la maggior parte delle imprese di tutti i comparti (rappresenta una strategia primaria per oltre il 60 per cento delle aziende di ciascun settore), sono soprattutto le imprese industriali e del commercio a privilegiare la differenziazione del prodotto (rispettivamente per il 44 e 43 per cento del totale settoriale), mentre nei servizi questo avviene solo per un terzo delle imprese.

Tra le strategie espansive, infine, la ricerca di nuovi mercati registra il maggiore divario intersettoriale, dal momento che riguarda circa il 40 per cento delle imprese industriali, ma solo il 21 di quelle del commercio e il 14 per cento delle aziende attive nelle costruzioni e nei servizi.

Inoltre, in un sistema produttivo caratterizzato da grande frammentazione quale quello italiano, ai fini della crescita aziendale può risultare fondamentale la capacita` di attivare relazioni di tipo produttivo tra imprese di diversa forma. In questo caso emerge una prevalenza di accordi di tipo produttivo, in particolare commessa e subfornitura, adottate da oltre il 40 per cento delle piccole imprese ma soprattutto da oltre il 65 per cento di quelle medie e grandi, più inserite nelle catene del valore nazionali e internazionali.

Presso le imprese di dimensioni maggiori, inoltre e’ relativamente più diffuso il ricorso ad accordi formali come consorzi o joint ventures (in misura pari a circa il 25 per cento del totale), mentre gli accordi informali riguardano prevalentemente le imprese di piccola e media dimensione.

Piccolo può essere anche veloce e bello

Siamo di fronte a una delle molte ricerche che evidenziano tutti i limiti del capitalismo molecolare italiano, fatto al 95% di micro imprese, al 70%, a controllo familiare e senza veri meccanismi di gestione o competenze manageriali.

La ricerca ISTAT non si ferma lì e sempre sulla base di parametri oggettivi prelevati dalle autodichiarazioni degli imprenditori ci mostra un quadro complessivamente espressivo dei grandi limiti della piccola impresa oppure della grande paralisi che le ha colpite in larga parte.

  • 70% delle imprese con strategie difensive per conservare la quota di mercato;
  • 45% delle imprese con comportamenti statici e di conseguenza bassa performance
  • 78% di imprese molto piccole, basate su un mercato locale  poco dinamiche, senza elementi di gestione manageriale.

La sfida del paese e delle associazioni che rappresenta la piccola impresa è tutta qui: trasformare una parte significativa di quel 78% di piccole imprese da soggetti di ‘piccolo cabotaggio’ a piccole imprese ‘dinamiche’ senza stravolgere completamente la componente familiare e senza improbabili salti di scala dimensionale.

Il gruppo di imprese dinamiche in fondo ha una dimensione media di soli 15 addetti e una complessità organizzativa tutto sommato bassa. Non si tratta di rifugiarsi nello sterile e poco pratico ‘piccolo non è bello’, bensì di trovare i modi e i percorsi per fare diventare le piccole imprese anche belle, efficienti, produttive e dinamiche, magari evitando che siano troppo piccole (la micro dimensione effettivamente non porta molto lontano). Si tratta di iniettare nella piccola impresa dosi di creatività, dinamismo e competenze manageriali per mettere il turbo nel loro piccolo scattante motore.

Questa è la sfida che alcune associazioni hanno già colto, ma che lo Stato e il Governo non ha ancora capito.

Anzi sin qui ha fatto l’esatto contrario, creando con una mano maldestra condizioni burocratiche, fiscali e di diritto del lavoro invivibili per la piccola impresa -l’unica che ancora crea occupazione- e con l’altra generosa tentando di salvare grandi imprese decotte da tempo.

Qualsiasi politico che ha in mente di dare una mano all’economia e non ha ancora trovato la ricetta dovrebbe leggersi e interpretare questi dati per capire la strada da prendere.

 

Articolo ripreso da Linkerblog.biz – Autore: F. Bolognini