Almeno speriamo che ci riesca, non e' facile!

Cosa fara’ Mario Draghi alla prossima riunione della BCE?

Cosa farà Mario Draghi il 10 marzo, quando la Bce si riunirà nuovamente per decidere della sua politica monetaria? Dall’ultima riunione le turbolenze sui mercati sono continuate, e la Bank of Japan ha sorpreso tutti tagliando in negativo i tassi sulle riserve aggiuntive delle banche.

Abbiamo rivolto due semplici domande ad alcuni degli interpreti di quanto accade sul mercato:

1) Mario Draghi ha aperto chiaramente a una revisione della politica monetaria nella riunione di marzo. Che decisioni si aspetta da parte della Bce?

2) Prima della riunione di dicembre, sui mercati si era alimentata l’aspettativa per gli interventi Bce. Alla prova dei fatti, gli investitori si sono mostrati delusi. Alla luce di quella esperienza, in vista della riunione di marzo, cosa potrà deludere e cosa potrà sorprendere positivamente i mercati? Ecco le loro risposte.

Gregorio De Felice, capo economista di Intesa Sanpaolo. La misura più prevedibile è il taglio dei tassi sui depositi, che è attualmente al -0,3%. La Bce potrebbe aumentare la ‘tassa’ imposta sulla liquidità che le banche parcheggiano presso Francoforte con tassi a -0,40 o -0,50%. La mossa era già stata discussa a novembre e non aveva suscitato una particolare opposizione: anche il membro tedesco del board, Jens Weidmann, potrebbe dare il suo assenso. Da sola, però, questa misura non sarà sufficiente. Se le tensioni legate a petrolio, rallentamento dei mercati emergenti e listini finanziari rimarranno elevate, è possibile che la Bce introduca dei cambiamenti ai parametri in base ai quali effettua gli acquisti del Quantitative easing, oggi a 60 miliardi al mese. Se dovesse salire l’ammontare degli acquisti, la Bce avrà bisogno di ampliare la gamma di titoli alla quale si rivolge il Qe, magari includendo anche quelli corporate. Non è un passaggio semplice, ma Draghi – interpellato sul tema – ha ribadito che “non ci sono limiti” all’azione della Bce. Possibile anche la rimozione dell’obbligo di acquistare titoli dei Paesi membri pro-quota, cioè in base alla loro partecipazione nel capitale della Banca centrale: un meccanismo (detto capital keys, ndr) che premia la Germania, ma genera scarsità di strumenti acquistabili dalla Bce.
Quanto ai mercati, infine, il taglio dei tassi almeno al -0,4% è dato quasi per scontato. Se non ci saranno gli altri interventi, gli investitori resteranno delusi.

Manuela D’Onofrio, responsabile investimenti di Unicredit. Con l’inflazione ancora molto lontana dal livello desiderato dalla Bce, mi aspetto che vengano adottate delle ulteriori misure per rendere la politica monetaria sempre più espansiva; quindi, già nel prossimo mese di marzo, la Bce potrebbe portare il tasso sui depositi al -0,40% e rimuovere la scadenza temporale del Qe; se questo non fosse sufficiente, in futuro, la banca centrale potrebbe includere anche le obbligazioni bancarie e i prestiti societari nel programma di acquisto titoli.
I mercati reagiranno positivamente, soprattutto i mercati azionari europei, se i membri del direttorio della Bce si mostreranno coesi e determinati nel perseguire l’obiettivo di inflazione al 2% mediante l’utilizzo di tutti gli strumenti di politica monetaria a loro disposizione. Insomma il “wathever It takes” pronunciato dal presidente Draghi a luglio del 2012, dovrebbe diventare il motto del direttorio almeno per tutto il 2016.

Matteo Ramenghi, Chief Investment Officer di UBS Italia. Vediamo una probabilità del 70% che la Bce intervenga con ulteriori misure il 10 marzo. In effetti, dall’ultima riunione di dicembre il prezzo del petrolio è sceso del 40% mentre l’euro si è rafforzato rispetto al dollaro. Si tratta di due elementi in grado di indebolire l’inflazione nei prossimi mesi. Crediamo che il prossimo passo possa essere di aumentare il volume dei titoli acquistati mensilmente, potenzialmente per 10 miliardi di euro, o più, al mese. Parallelamente, la Bce potrebbe tagliare di altri 10 punti base il tasso di deposito portandolo al -0,4%.
La pronta risposta della Bce è un segnale importante, non solo per quanto effettivamente verrà annunciato a marzo ma anche per l’attenzione ai mercati e il tempismo dimostrato. Il messaggio della Bce è che non ci sono limiti al proprio raggio di azione al fine di raggiungere la stabilità dei prezzi.

Didier Saint-Georges, managing director e membro del comitato investimenti di Carmignac. La posizione di Mario Draghi è sempre più complicata. L’Eurozona si sta lentamente riprendendo, ma le aspettative di inflazione continuano a scendere. Il bilancio della Bce è cresciuto, ma i benefici all’economia reale latitano. Italia, e per certi versi Francia, hanno bisogno di più crescita e sono tentate di allentare i cordoni della borsa, mentre la Germania vuole mantenere ferma la barra dell’austerity. Per ampliare l’ammontare degli acquisti del Qe, la Bce dovrebbe anche modificare il meccanismo delle capital keys o estendere gli acquisti ad altri titoli rispetto agli attuali. Quest’ultimo aspetto è difficile tecnicamente, il primo modificherebbe la ripartizione dei rischi. Di conseguenza, la Bce proverà a usare ancora le parole per mostrarsi pronta ad agire e probabilmente incrementerà solo di poco gli acquisti: sarà difficile armare un nuovo bazooka. Se l’incremento sarà troppo limitato – o addirittura nullo – i mercati reagiranno male. Se cambierà il meccanismo dei capital keys, in modo da incrementare gli acquisti significativamente, la reazione sarà positiva.

Russell Silberston, Head of Reserve Management di Investec Asset Management. In primo luogo, occorre notare che qualsiasi decisione del Consiglio Direttivo verrà presa nel quadro delle ultime proiezioni economiche degli esperti, compreso il primo outlook al 2018. È probabile che queste previsioni comprendano una significativa revisione al ribasso dell’outlook sull’inflazione, considerata la recente debolezza dei prezzi del petrolio e le prospettive sull’inflazione stessa. Ci attenderemmo quindi che il Consiglio Direttivo modifichi la propria linea in conformità con queste previsioni; al momento, prevediamo un’ulteriore riduzione dei tassi di deposito chiave dello 0,1% a -0,4%. Avendo esteso la tipologia delle obbligazioni acquistabili, la Bce avrà inoltre la possibilità di ampliare la mole degli acquisti mensili e il periodo di tempo nel quale questi sono effettuati. Al momento, prevediamo incrementi nel valore degli acquisti mensili. I mercati reagiranno negativamente se verrà esteso lo stock del quantitative easing o se verrà rinviata la data conclusiva degli attuali acquisti. I mercati reagiranno positivamente se il quantitative easing o gli importi degli acquisti mensili saranno incrementati in maniera significativa.

Alessandro Picchioni, Presidente e direttore investimenti di WoodPecker Capital. Draghi si sta muovendo su un sentiero molto stretto perché da un lato, la politica monetaria, al punto in cui si è già estesa, non ha probabilmente una grande efficacia nel rimettere in moto il moltiplicatore della moneta. Anzi, rischia di essere controproducente ai fini della profittabilità del sistema bancario nel momento in cui i depositi detenuti presso la Bce vengano severamente “tassati”. D’altro canto i margini “politici” del governatore, stretto in una sempre più netta eterogeneità di vedute nell’ambito del direttorio della BCE, si stanno assottigliando progressivamente. A nostro avviso Draghi nel corso di tutto il 2016 cercherà di restare in equilibrio queste forze opposte tendendo un po’ più a promettere che a fare. Questo non dovrebbe comunque impedirgli di estendere la portata della manovra di stimolo monetario nel corso dell’anno soprattutto se, come crediamo, ad un certo momento il dollaro si dovesse indebolire del 5-10%. Ci aspettiamo Un’ulteriore calo del tasso sui depositi bancari di 5 o 10 punti base, un aumento di 5 miliardi al mese degli acquisti di titoli nell’ambito del Qe e l’apertura ad una futura estensione della tipologia delle attività finanziarie oggetto del Qe. In linea generale i mercati reagiranno bene se venissero estese la quantità, la durata e la tipologia dei titoli oggetto del Qe, mentre reagiranno molto male se il Qe non venisse affatto modificato.

Patrick O’Donnell, Fixed Income Investment Manager Aberdeen AM. La Bce ha chiarito che ritiene che le misure adottate in passato stanno funzionando. Ma Draghi ha anche dato indicazioni importanti sul fatto che a marzo si potranno avere nuove misure, a valle delle nuove stime dello staff. Si tratterà probabilmente di nuovi tagli ai tassi sui depositi e incremento degli acquisti nell’ambito del Qe. I mercati reagiranno positivamente a qualsiasi misura ulteriore, più la politica monetaria sarà accomodante tanto maggiore sarà la normalizzazione dei mercati dopo un inizio d’anno nervoso. Se la Bce non dovesse muoversi, dopo aver fatto intendere che lo farà, i mercati reagirebbero male.

Massimo Siano, head of Southern Europe per ETF Securities. Mi aspetto semplicemente un aumento di potere e decisioni della Bce. Una Bce ancora più indipendente per aumentare la liquidità sul mercato. In Europa c’è ancora lo spettro della deflazione. I mercati reagiranno male
se i tassi d’interesse reali saranno negativi e non si interverrà in maniera più incisiva sul credito. I mercati reagiranno bene se la Bce aumenterà in maniera significativa la sua politica monetaria espansiva cioè aumenterà la liquidità sul mercato.

 

Testo ripreso dal blog “Gli Squali di Wall Street” su Blogspot.it

Unicredit il presenta Progetto Valore Europa

I fondi ottenuti dalla Bce nell’ambito del Tltro, ha dichiarato l’Ad di Unicredit Federico Ghizzoni, saranno integralmente destinati al credito. In questa asta della Bce abbiamo richiesto l’importo massimo consentito per le nostre attività in Italia e la priorità andrà alle imprese che intendono fare investimenti pluriennali per sostenere lo sviluppo e ricominciare a crescere.

I nostri indicatori oggi ci mostrano come la domanda di credito per investimenti sia purtroppo ancora debole: circa la metà delle imprese lavora con mezzi propri e stiamo assistendo a una progressiva crescita dei depositi, sintomo di un clima ancora attendista. Per questo dobbiamo sforzarci di stimolare nuova domanda di credito, che è condizione necessaria per innescare un nuovo percorso di crescita nel Paese”.

“Valore Europa” si propone di fornire un concreto supporto all’economia reale agendo su tre direttive distinte:

Linea Investimenti: con l’obiettivo di stimolare nuovi investimenti produttivi, verranno trasferiti alle imprese i benefici del minor costo del denaro che deriva dal nuovo programma deciso dalla BCE, attraverso finanziamenti a tasso agevolato, caratterizzati anche dalla massima flessibilità di rimborso (preammortamento, rimborso del capitale a scadenza quadriennale con la possibilità di rifinanziamento per ulteriori 4 anni).

Linea Crescita: obiettivo di “Valore Europa” è anche quello di facilitare l’accesso al credito, estendendo la platea di soggetti che possono accedere a nuovi finanziamenti. Per questo UniCredit, in partnership con soggetti istituzionali come il Fondo Centrale di Garanzia e i Confidi, offrirà alle imprese l’azzeramento del costo della garanzia, un finanziamento a tasso agevolato e un processo di erogazione immediato. UniCredit ha già identificato 150 mila aziende italiane che potranno beneficiare di questa offerta.

L’intervento coinvolgerà, sempre valorizzando il supporto del Fondo Centrale di Garanzia, anche le 2.500 Start Up innovative presenti in Italia che, attraverso finanziamenti fino a 100 mila euro con costo della garanzia azzerato e tempi di erogazione accelerati, potranno ottenere il supporto finanziario necessario al consolidamento della propria attività

– Linea Sostenibilità: per stimolare anche gli investimenti delle famiglie, UniCredit ha progettato specifici prestiti per la ristrutturazione edilizia e per la riqualificazione energetica, a un tasso annuo nominale (TAN) del 5%, migliore offerta oggi sul mercato.

A Unicredit il merito di avere rotto quella barriera di opacità che caratterizzò la prima ondata di liquidità a basso costo (LTRO) che venne ugualmente dichiarata con destino alle imprese (vedi  La terra promessa del credito -gennaio 2012) e invece finì per lo più nell’acquisto di BTP. Anche il merito di avere dato indicazioni abbastanza precise sull’obiettivo del credito che farà la banca.

Come potete leggere i ‘privilegiati’ saranno imprese che presentano piani d’investimento pluriennali, ma su questo punto rimangono le mie perplessità su quale sia la natura dell’investimento per imprese che hanno programmi di spesa modesti ma forte necessità di sostegno del circolante.  Inoltre come ho già avuto modo di spiegare il nuovo credito non va più chiesto alla banca, bisogna sperare di essere nell’elenco dei prescelti (i 150.000 selezionati) che riceveranno una letterina o una visita con la gradita offerta. Si chiama Targeting, come la T di TLTRO sta per Targeted. Piena coerenza.

Le regole del gioco del credito sono cambiate

Se a livello di sistema la regola generale è che il ‘credito deve essere buono’, qualcuno ha deciso di arrivare per prima sulle imprese buone e sequestrarle prima che ci arrivino i concorrenti.

Se poi qualcuno dei 150.000 non ha bisogno dei soldi di Unicredit e della BCE, pazienza, ne farà a meno, un’eresia per decine di migliaia di imprese che li userebbero domani mattina.

Gli altri? Beh, si diano da fare per rientrare nel prossimo elenco che Unicredit e le altre banche estrarranno dalle centrali dei bilanci.

Mentre Unicredit è partita in contropiede, dall’altro lato della barricata nella provincia più vicina alla torre Unicredit, Varese, industriali e artigiani con due diverse ricerche indicano che la stretta creditizia morde ancora, che le imprese sono molto scontente del rapporto con le banche. Iniziando da quanto pubblicato da Varese.news:

Rimangono poi i dati che fotografano ancora una difficoltà di dialogo tra banca e impresa. Il 91% del campione, infatti, dichiara di non aver ricevuto dalla propria banca indicazioni su come migliorare la valutazione della situazione finanziaria per evitare rifiuti, riduzioni o rientri dai fidi. Sempre alta, inoltre la percentuale, pari al 53%, di aziende alle quali le banche non forniscono nemmeno il rating che viene loro assegnato. “Un dato in diminuzione – riconosce il Presidente dell’Unione Industriali – ma ancora troppo alto. Non si capisce perché non si riesca ad arrivare ad una maggiore trasparenza”. E prosegue così: “È vero, infatti, che le realtà con i rating migliori hanno accesso a risorse, anche importanti, e a costi decrescenti, ma la vera sfida è quella di far arrivare risorse fresche alla maggior parte delle aziende: quella che potremmo definire ‘la classe media’ del sistema produttivo. Attenzione, non parlo di regalare soldi a chi non ha merito creditizio. Parlo di aziende, comunque, sane e che hanno ancora capacità di sviluppo a volte inespresso”.

Sul fronte degli Artigiani ecco quanto scrive Confartigianato Varese :

L’Ufficio Studi di Confartigianato Imprese Varese lo ha chiesto ad un campione di 300 imprenditoriil 47% di questi, negli ultimi sei mesi, ha chiesto un finanziamento alla banca; il 27% lo ha fatto per avere liquidità e andare avanti, solo il 20% per poter investire. Nella situazione di crisi, il bisogno di credito continua ad aumentare per il 51% degli intervistati. E i criteri di selezione da parte degli istituti di credito, per il 58%, si sono fatti più restrittivi. […]

l’82% del campione ha risposto che nello stesso periodo nessun incaricato della banca è andato in azienda (il 13% dice che 1 volta in 6 mesi, un funzionario lo ha visto). Perché è il funzionario, nell’80% dei casi, il punto di riferimento per le aziende; l’11%, invece, parla direttamente con il direttore di filiale.

 

Articolo ripreso da linkerblog.biz – autore_F_Bolognini

 

Unicredit cerca nuovi investimenti per ricapitalizzarsi

«Se proprio dobbiamo fare shopping in Italia, meglio UniCredit». Sarebbe questa, secondo alcune fonti, la valutazione di alcuni funzionari del fondo sovrano cinese Chinese investment corporation (Cic) al G20 di Cannes. Tra le banche del Paese, questo il ragionamento, sarebbe la più diversificata in termini geografici e di investimenti, soprattutto in Turchia e Polonia. Stamani, l’agenzia Dow Jones ha riportato le indiscrezioni di un’apertura della Cic e del fondo sovrano qatarino Qatar investment authority ad entrare nell’azionariato di Piazza Cordusio.

I contatti non sono stati smentiti dalla banca guidata da Federico Ghizzoni, che da tempo è alla ricerca di investitori istituzionali di lungo termine, sullo stile del fondo di Abu Dhabi, Aabar (che detiene poco meno del 5% del capitale di UniCredit), interessati soltanto allo stacco del dividendo senza interferire nelle questioni di governance.

Secondo l’Eba, l’autorità bancaria europea, dei 14,771 miliardi di euro di ricapitalizzazioni di cui necessita il sistema italiano, 7,39 miliardi toccano a UniCredit, per raggiungere un coefficiente di patrimonializzazione al 9%, come richiesto dall’Eba nell’ambito degli accordi di Basilea III. Cifra che Ghizzoni spera di ridurre conteggiando nel patrimonio di vigilanza i 3 miliardi di euro di emissioni ibride “Cashes” una volta convertite in azioni ordinarie. Se per Bankitalia questi strumenti possono rientrare nel Tier 1, non è ancora stata chiarificata la posizione del regolatore comunitario.

La decisione finale sull’aumento di capitale, come è emerso in mattinata da Cannes, sarà presa soltanto dopo il G20, appuntamento di cruciale importanza in cui sarà presentato il piano industriale del gruppo e si capirà qualcosa in più su eventuali svalutazioni nei titoli di Stato nel portafoglio della banca, ma pare non sarà discusso il nodo Eba. Intanto, sebbene non esista un mandato formale, secondo le indiscrezioni raccolte da Reuters, Mediobanca e BofA-Merrill Lynch saranno gli advisor per formare un consorzio che sottoscriverà l’aumento, che non è escluso possa essere realizzato anche tramite ricorso a strumenti ibridi, tra cui i contingent convertible bond.

Anche in quest’ultimo caso, vale il discorso con l’autorità di vigilanza italiana ed europea. UniCredit (-1,5% alle 13.40) oggi capitalizza 15,6 miliardi di euro, inferiore alle sofferenze nette relative al primo semestre, 16,7 miliardi di euro, e agli incagli pari a 12,6 miliardi di euro, mentre l’esposizione sui bond sovrani ammontava a 79 miliardi di euro, di cui la gran parte nel portafoglio Available for sale (Afs), le cui minusvalenze – per via Nazionale ma non per l’Eba – sono sterilizzate nel calcolo del Tier 1, e vanno a incidere soltanto sul patrimonio netto, pari a 64,7 miliardi di euro al 30 giugno scorso.

«Smantellare l’Europa non è un’opzione», si legge in una lettera congiunta scritta da Ghizzoni con Giuliano Amato e pubblicata sul Financial Times qualche giorno fa. Tuttavia, sono proprio le autorità comunitarie a richiedere alle banche nazionali di aumentare il patrimonio nella cassetta di sicurezza, che poi finiscono col rivalersi sui clienti e sulle imprese, vista l’estrema difficoltà di reperire liquidità sul mercato a tassi ragionevoli.

Il patrimonio di vigilanza al 9%, tuttavia, non basterà. Oggi infatti il Financial stability board, l’organismo di vigilanza macroprudenziale presieduto fino a ieri da Mario Draghi, ha presentato al G20 i requisiti patrimoniali più stringenti a cui saranno sottoposte le 29 istituzioni di importanza sistemica (Sifi), nel cui novero – unica italiana – rientra proprio UniCredit (la lista completa è: Bank of America, Bank of China, Bank of New York Mellon, Banque Populaire, Barclays, Bnp Paribas, Citigroup, Commerzbank, Credit Suisse, Deutsche Bank, Dexia, Goldman Sachs, Credit Agricole, Hsbc, JP Morgan Chase, Lloyds Banking, Mitsubishi UFJ, FG Mizuho, Morgan Stanley, Nordea, Royal Bank of Scotland, Santander, Societè Generale, State Street, Sumitomo Mitsui, Ubs, Unicredit, Wells Fargo).

A partire dal 2016 entro il gennaio 2019 le banche sistemiche dovranno presentare «un’ulteriore capacità di assorbimento delle perdite basata sull’impatto del loro default, che sarà innalzata dall’1% al 2,5% delle attività ponderate per il rischio (con un cuscinetto del 3,5% per scoraggiare eventuali strutturali), mediante azioni ordinarie e riserve di utili».

Secondo gli stress test condotti dall’Eba in estate, il Tier 1 di UniCredit si attesterà al 7,2% nel 2012 considerando i Cashes. Ciò significa che Piazza Cordusio dovrà incrementarlo di 2,3 punti percentuali entro il 2019 per raggiungere i nuovi target dell’Fsb, in quanto “too big to fail”. Per riuscire nell’impresa, dati i risicati margini di manovra delle Fondazioni, grandi azionisti della banca, è meglio guardare al vicino e all’estremo Oriente. A chi, insomma, ha ancora soldi da spendere, replicando il blitz che fece entrare gli emiratini e i libici al 7,1% del capitale di UniCredit.

Con buona pace delle Fondazioni, è meglio rivolgersi a chi i soldi ce li ha davvero.

Testo ripreso da linkiesta.it

Frode Unicredit

Sequestrati 245 milioni in Unicredit, già scossa dalla crisi. Il pm milanese Alfredo Robledo guida una maxi-operazione sull’ipotesi di evasione della banca di Piazzale Cordusio, e iscrive nel registro degli indagati l’ex amministratore delegato Alessandro Profumo. La notizia, in esclusiva, la dà il Corriere della Sera, direttamente sull’online, sancendo definitivamente che la rete non è più figlia di un “dio minore”. Ma nel giorno dell’assoluzione di Berlusconi per il processo Mediatrade, nascosta nelle pieghe delle coincidenze, c’è anche una terza notizia. E forse anche una quarta che riguarda Tremonti, quando faceva il consulente e non il ministro.

Il Corriere della Sera firma uno scoop importante: il Tribunale di Milano ha appena sequestrato 245 milioni a Unicredit spa, all’interno di un’operazione imponente. Indagato, per aver avallato l’operazione, è anche Alessandro Profumo (uno degli ottanta soci de Linkiesta), allora amministratore delegato della banca. Il provvedimento è stato disposto dal pm Alfredo Robledo, che ricostruisce una complessa operazione tecnica, fatta su suggerimento di Barclays.

Per operazioni analoghe, con la stessa Barclay’s, Bpm aveva transato in passato versando 180 milioni alle casse dello Stato. Secondo l’accusa, sarebbero stati travestiti da dividendi quelli che in realtà erano interessi: “Al fisco italiano sarebbero così stati sottratti 745 milioni di euro di imponibile nelle dichiarazioni relative al 2007 e 2008 di Unicredit Corporate Banking spa e Unicredit Banca spa, e in quelle del 2008 di Unicredit Banca di Roma spa”. Il tutto avrebbe generato per Unicredit un “risparmio” netto di 245 milioni. Quanti sono quelli sequestrati oggi.

Le notizie sono tante. La prima, evidente: la Procura interviene con un’operazione massiccia e corredata di sequestro preventivo su una banca che, negli ultimi mesi, si è mostrata più esposta di altre, in Italia, alla crisi. 245 milioni anche per una grande banca sono tanti, in un momento complicatissimo. La seconda notizia, per noi non è da poco: il Corriere della Sera, il tempio storico del giornalismo italiano, ha iniziato a confrontarsi con l’online e i nuovi tempi in maniera del tutto laica. Un tempo, appena un anno fa, avrebbe aspettato la carta. Oggi, invece, le notizie son notizie e l’online un grande canale informativo. Il Corriere dà “il buco a tutti”, noi ci togliamo il cappello di fronte a Luigi Ferrarella, giudiziarista di Via Solferino, e siamo contenti di constatare che, nel primo quotidiano italiano, nessuno dubita più dell’importanza di internet.

Poi c’è una terza notizia, che per noi ha pure la sua importanza. Proprio oggi, mentre la Procura indagava Alessandro Profumo, i giudici proscioglievano Silvio Berlusconi per il processo Mediatrade. Un banchiere considerato vicino alla sinistra – “che ha votato alle primarie” come più volte rimproveratogli proprio da Berlusconi – viene insomma indagato da quella Procura che per Berlusconi, proprio dopo aver dato la sua disponibilità alla politica, alla festa terzopolista di Rutelli poco più di un mese fa. Insomma, una giornata alla fine della quale è un po’ più difficile gridare al complotto comunista del Tribunale di Milano.

Poi c’è un’ultima notizia, che emerge dagli archivi della rete. Nel 2007, quando l’operazione Brontos iniziò, Unicredit si sarebbe cautelata con dei pareri legali, data la conclamata delicatezza delle scelte. A “confortare” le scelte della banca, non fu uno studio legale qualsiasi, ma quello di uno dei più importanti tributaristi italiani: Giulio Tremonti. Che allora, stando all’opposizione, esercitava anche la professione. Solo che poi, nel 2008, succedono due cose: Berlusconi rivince le elezioni e Tremonti torna al governo, lasciando lo studio. Nello stesso anno, la giurisprudenza della Cassazione cambia orientamento su diversi profili riguardanti operazioni “alla Brontos” e così, nel 2009, quando lo stesso studio di Tremonti (privato appunto del suo fondatore) è richiesto di un nuovo parere cambia rotta, e indica tutti i pericoli dell’inchiesta intanto aperta e che oggi ha portato al sequestro di 245 milioni in Unicredit.

Articolo ripreso da linkiesta.it

Cosa fare con il titolo Unicredit

Dopo avere pubblicato questo articolo riportiamo la risposta di Cobraf, noto analista e ben conosciuto sulla Rete.

Oggi Unicredit in borsa vale 8 miliardi come capitalizzazione ai prezzi di 4 euro e rotti (in realtà 0.4 euro e rotti) e le sue due società in Polonia e Turchia, che vanno bene e guadagnano, nelle borse di Varsavia e Istambul valgono circa 7 miliardi. Il patrimoio netto di Unicredit è di 46 miliardi, va bene che non è più correlato con il valore in borsa dal 2009 come una volta.

Bank Pekao in Polonia ha un rapporto prestiti/depositi del 90% come in Italia negli anni ’50 cioè è solidissima, ha anche un Tier 1 del 16% e guadagnava nel 2010 692 milioni di euro. Prova a pensare, solo la banca Pekao controllata in Polonia di Unicredit guadagna quasi un miliardo di euro l’anno e Unicredit ora tutta, Italia e poi la banca austriaca, tedesca, turca e appunto questa banca polacca, tutto assieme vale 8 miliardi di capitalizzazione. Unicredit vale oggi solo quanto le sue due banche in Polonia e Turchia. La Polonia è l’unica economia occidentale assieme alla Germania e Olanda che non rischia la recessione, sono 40 milioni di persone e Bank Pekao è la seconda banca del paese con 1.000 filiali.

In secondo luogo il consorzio di banche che rischia di avere 5-6 miliardi di azioni Unicredit dell’Aumento di Capitale in mano se i soci non sottoscrivono stanno in realtà vendendo Unicredit short tramite derivati esotici a Londra per cautelarsi e fino a quando quindi non arrivano gli impegni di acquisto dei soci storici che ancora tentennano hai Merril Lynch, Deutsche,JP Morgan che stanno tutte premendo in basso sul titolo.

Sicuramente mi sbaglio, ma è la prima banca italiana, con 940 miliardi di bilancio cioè di prestiti ed investimenti che significano POTERE e vale sicuramente più di 10 miliardi euro e anche di 20 miliardi. Non verrà abbandonata a se stessa, di gente interessata a comprarla ne verrà fuori.

Comunque se invece mi sbaglio proprio e Unicredit fallisce, cerca di spostare il tuo conto a Unicredit presso la Bank Pekao in Polonia, tanto fa parte del gruppo e dovrebbero fartelo in fretta.

Articolo ripreso dal Forum di Cobraf.com