Un po’ di fantascienza nella storia delle banche popolari venete

Correva il 29 Aprile 2011 quando un fiducioso banchiere di provincia veneta rilasciava al Sole 24 Ore una intervista dal titolo virgolettato “Popolare di Vicenza sarà polo nazionale“.

All’interno dell’intervista queste dichiarazioni:

«Il nostro slogan è “sicurezza nella continuità“. Non è marketing, è la sintesi di 30 anni di attività. Le cito un dato: chi ha investito nel 1980 in azioni della Popolare Vicenza, in trenta anni ha ottenuto un rendimento medio annuo dell’8,7% tra rivalutazione del capitale e dividendi incassati. La nostra gente, a differenza di chi specula pensando a grandi guadagni immediati e magari poi si ritrova ad aver bruciato i risparmi di una vita, chiede certezza e solidità. E quando ha bisogno di disinvestire, vuole trovare i risparmi integri». Quindi anche per i prossimi anni, dividendo assicurato? «L’impegno del consiglio e dei manager va in questa direzione. Ma da imprenditore vinicolo, sono abituato alla concretezza. Prima di pensare agli utili e ai dividendi, pensiamo soprattutto a lavorare e a guadagnare».

Si torna a parlare di una riforma delle Popolari. Che ne pensa? «Sono contrario a stravolgimenti delle cooperative. Vanno bene piccoli aggiustamenti sulle deleghe e sull’innalzamento al tetto di voto per particolari tipi di investitori. Ma le popolari vanno salvaguardate. Durante la crisi, proprio le Popolari hanno sostenuto le economie del territorio. Noi abbiamo aumentato gli impieghi del 14%. Chi vuol minacciare l’assetto delle Popolari, creando crepe normative che portano verso la trasformazione in società per azioni, rischia di danneggiare l’Italia e il suo sistema economico».

Sei anni dopo dopo la situazione si è rovesciata completamente: la banca ha registrato perdite di oltre 750 milioni nel 2014 e di un miliardo solo nei primi 6 mesi del 2015, ha dovuto svalutare montagne di prestiti ai clienti e di investimenti pagati troppo, sotto la pressione delle ispezioni BCE, varare di corsa un aumento di capitale a cui deve seguirne un secondo per ricostituire i ratio minimi di capitale previsti dalla vigilanza. Il titolo il cui prezzo è stato fissato per anni a €62,5 è stato svalutato una prima volta a €48 e poi ad una seconda svalutazione il valore delle azioni e’ stato quasi completamente azzerato.

I risparmi sono andati in fumo, altro che sicurezza nella continuità.

Altro che Buffy che ci vorrebbe per salvare la situazione..
Buffy l’ammazzavampiri 😉

Gli azionisti-clienti che hanno creduto nella banca, al punto di acquistare ben 975 milioni di nuove azioni, grazie ai prestiti concessi dalla stessa banca (che ora non può conteggiare quel capitale raccolto) si ritrovano con pesanti minusvalenze, debiti da rimborsare e soprattutto hanno perso il grande sogno della popolare veneta aggregante.  La crescita degli impieghi c’è stata ma non è stata sana se poi le sofferenze sono esplose, molte imprese venete non hanno retto alla crisi e non rimborsano. E chi voleva minacciare l’assetto delle Popolari trasformandole in Società per azioni ha vinto la battaglia di Waterloo, senza per ora danneggiare il sistema economico.

Quale sarà il giudizio dei soci-clienti-tifosi sul loro presidente? Quello trionfale che ha accompagnato l’ascesa con cui una piccola popolare è entrata nel gruppo delle 10 più importanti banche italiane, acquisendo sportelli in Sicilia, in Toscana e in altre zone d’Italia, basato sui trent’anni in cui il valore del titolo è aumentato?  Oppure quello impietoso con cui la rabbia degli azionisti traditi si è già espressa in assemblea? Decisamente il secondo.

Come per il Napoleone del 5 maggio -con il dovuto rispetto per il paragone tra un condottiero politico e un banchiere- ai posteri l’ardua sentenza anche se è prevedibile che la rabbia possa prevalere sulla gratitudine.  Invece a chi sottoscrive azioni di banche senza comprendere i rischi a cui va incontro, regalando la propria fiducia allo sportello bancario e rinunciando a farsi consigliare da chi non ha alcun interesse a fare vendite affrettate resta un’amara lezione per il futuro. Per il Veneto che sognava è arrivato un brutto e amaro risveglio.

Fonte: linkerblog.biz – autore: F_Bolognini

 

Sbloccare gli incagli forse converrebbe alle banche piu’ che rivenderli come NPL a qualche fondo speculativo

Lasciamo alle complicate alchimie tra il MEF, la Banca d’Italia e la BCE il parto cesareo della Banca per lo Smaltimento delle Sofferenze, ben sapendo che tutto si gioca sulla garanzia che lo Stato italiano potrà o non potrà concedere per avvicinare i prezzi di carico nei bilanci delle banche con i prezzi di mercato dei NPL.

Lasciamo alla stampa il godimento di proporre geometrie variabili nel risiko delle banche popolari, che cambia le coppie ogni giorno.  Superiamo l’imbarazzante catarsi delle assemblee delle stesse banche popolari in cui i piccoli soci di fronte a ingenti perdite, a svalutazioni dei titoli non quotati, hanno avuto modo chi di sfogarsi contro il management, chi di ricordare i fasti del passato, mentre pochi di loro si sono domandati quanti altri aumenti di capitale saranno ancora chiamati a sostenere.  Dimentichiamo per un secondo che una delle più vecchie banche del mondo, Monte dei Paschi di Siena, è stata rovinata a tal punto da non potere più avere un futuro indipendente. C’è qualcosa d’altro di cui penso si debba parlare in tema di credito.

La maggiore area di vulnerabilità del sistema bancocentrico italiano (lo ha detto anche l’IMF) sono le sofferenze, cioè i prestiti con bassa probabilità di rimborso, saliti da 40 a 180 miliardi negli ultimi 5 anni.

L’afflusso di sofferenze dal portafoglio crediti, soprattutto alle imprese, rallenta ma non si arresta e viaggia anche nel 1° trimestre 2015 a tassi superiori al 10% annuo. Il principale bacino di provenienza delle sofferenze sono i famosi ‘incagli‘ ora ridenominati ‘inadempienze probabili’. Concentriamoci sulla massa di incagli, pari a circa altri 100 miliardi: se dovessero tutti trasformarsi in sofferenze avremmo un impatto durissimo sui conti economici delle banche che dovrebbero accantonare altri 30-40 miliardi di profitti/utili/capitale a copertura delle perdite per raggiungere il livello voluto dalla BCE, attorno al 60% del valore facciale. Se sulle sofferenze c’è ben poco da fare per riportare i debitori alla solvibilità totale, sugli incagli c’è invece molto da fare e nulla andrebbe lasciato intentato. Salvo i casi -temo numerosi- in cui si sta ancora etichettando come incaglio una vera e propria sofferenza.

La qualità e la traiettoria delle banche italiane verso il risanamento ha molto a che fare con la gestione degli incagli, con la loro dimensione e con i flussi di spostamento. Per questo motivo consiglio di guardare i dati espressi dal bilancio 2014 per questi numeri critici e apprezzare quanto ampie siano le differenze tra banca e banca.

Ma molto piu' difficile pero'!

Le differenze sono palpabili. Banco Popolare e Popolare Vicenza hanno uno stock più elevato e rischioso di incagli, mentre UBI Banca e BPM mostrano numeri molto più contenuti. La media del gruppo è a livello 7,2%. il totale delle 8 banche fa 25,5 miliardi dei 100 totali.

Ancora più segnaletico, a mio avviso, il dato di flusso, in totale quasi 9 miliardi ‘freschi’, nel particolare molto basso per Popolare Bari e UBI Banca, preoccupante per Banco Popolare e BPER che hanno visto in un solo anno rispettivamente il 4,3% e il 3,7% del loro ‘buon’ portafoglio crediti diventare altamente rischioso.

Che si tratti di revisioni tardive o regolari il fatto che il 4% dei prestiti si avvii sulla strada dell’insolvenza deve fare riflettere sull’intero processo di concessione e di gestione del credito. Raramente gli effetti cessano in un solo anno, più probabilmente queste stesse banche hanno un rischio più elevato di subire nuovi ingressi di crediti problematici e comunque i due dati insieme stanno ad indicare quanto sforzo all’interno della banca deve essere indirizzato a spegnere incendi, invece che a costruire buone storie di intermediazione creditizia e buoni profitti. Nei nuovi piani industriali ci sono e ci saranno pagine nuove dedicate al miglioramento dei processi di monitoraggio del credito. Sin qui i programmi attuati hanno funzionato abbastanza male, le azioni proposte in passato inefficaci.

Ci saranno o non ci saranno le conclamate sinergie nelle future fusioni tra banche popolari? Non so, in passato s’è visto pochino, ma è certo che per chi ha intenzione di sposarsi un occhio a questi numeri dovrebbe fare capire qualcosa di più del futuro a cui vanno incontro. Gestire e riportare gli incagli allo stato di bonis è assai faticoso, soprattutto se chiusa una falla se ne aprono due.  Perché molte volte la qualità è più importante della quantità e del numero.

Il mio parere è che nell’attività di sminare gli incagli sia nascosto ben più valore in miliardi di capitale risparmiabile che non nel taglio dei costi e delle persone, quello che i grandi consulenti strategici hanno elegantemente nascosto sotto la parola ‘sinergie’.

Articolo di F_Bolognini – ripreso da linkerblog.biz

Talvolta potrebbe persino essere utile

Una visione alternativa sul recupero delle sofferenze immobiliari

Il provvedimento del governo Renzi volto a consentire alle banche di prendersi la casa dei propri debitori inadempienti, ha come base l’ipotesi che si riesca in qualche modo a rendere possibile il trasferimento di un immobile contro la volontà del precedente proprietario.

Perché del passaggio “contro la volontà” non si sente parlare? Pensiamoci un istante: nell’ipotesi in cui il debitore fosse favorevole alla vendita dell’immobile, il provvedimento sarebbe quasi inutile, perché’ si limiterebbe ad anticipare alla data di sottoscrizione del contratto l’accettazione da parte del finanziatore dello stralcio sull’eventuale debito residuo. Quest’ultimo viene di norma riconosciuto nei casi di vendita consensuale (anche perché in alternativa il debitore non acconsentirebbe alla vendita)

L’unico caso su cui ha senso ragionare, quindi, è quello in cui, in caso di inadempienza, il finanziatore può ottenere il trasferimento dell’immobile contro il volere del debitore proprietario. Che questo sia praticabile (e soprattutto con quali modalità) in un paese in cui trasferire una proprietà immobiliare non è agevole neanche quando c’è il consenso delle parti è argomento che meriterebbe una trattazione apposita.

Supponiamo che si trovi un modo per rendere possibile il trasferimento e cerchiamo di capire cosa succederebbe. Attualmente il processo giudiziale di vendita forzosa è inefficiente, lento e costoso. Questo stato di cose, conferisce al debitore inadempiente il vantaggio indebito di poter “mantenere il possesso dell’immobile” per la durata dell’azione legale e, di conseguenza, di beneficiare di leva negoziale aggiuntiva nelle trattative con la banca creditrice: se per recuperare un credito per via giudiziale occorrono 5 anni, costi del 5% sul recuperato e prezzo di vendita inferiore rispetto al valore medio di mercato del 10-20% (valori puramente indicativi) allora sarà conveniente per il creditore concedere uno sconto sul credito proporzionale a questi fattori.

Se fosse possibile evitare l’esecuzione forzosa, la banca otterrebbe un recupero più veloce e più elevato e dunque si ridurrebbe questa distorsione dovuta all’inefficienza del sistema. Chi guadagna e chi perde con questo meccanismo? Al di là della retorica spicciola sul singolo caso umano, che si può trovare in ogni circostanza, la maggioranza dei cittadini trarrebbe un beneficio da questa impostazione:

1. se le banche recuperano i crediti più in fretta e in misura maggiore, possono erogare finanziamenti a condizioni più vantaggiose e in misura maggiore alla propria clientela

2. se i tribunali sono meno carichi del lavoro derivante dalle procedure esecutive possono dedicarsi a servire meglio e più in fretta la collettività

3. se si riducono le inefficienze e disfunzionalità del sistema diventa più conveniente investire dall’estero e in generale avviare nuove imprese o far crescere quelle esistenti

Ad essere penalizzata sarebbe una limitata minoranza di cittadini, che include persone sfortunate così come truffatori di professione, che perderebbe un vantaggio che derivava unicamente da una serie di circostanze storiche e senza alcuna giustificazione. Seguono alcune possibili perplessità sul tema sotto forma di domande e risposte.

E se la banca frega il debitore comprando l’immobile con una sua società a prezzo vile per poi rivenderlo a prezzo maggiorato? Questa è una leggenda metropolitana probabilmente originata dal fatto che molti istituti di credito, per ovviare alla disfunzionalità del sistema, hanno messo in piedi delle società veicolo destinate ad acquisire gli immobili in asta per limitare il numero di aste deserte. Proviamo a pensarci con criterio: innanzi tutto si tratta di una frode, penalmente perseguibile ed è abbastanza improbabile che soggetti estremamente regolamentati come gli istituti di credito, in un paese avanzato come l’Italia, dove sono presenti organismi e associazioni a tutela dei consumatori, si avventurino in una operazione del genere con la prospettiva quasi certa di essere scoperti e sanzionati? Ma anche a voler ignorare il profilo regolamentare e reputazionale (a cui le banche stanno molto attente), ne varrebbe la pena? Si tratta di pagare due volte i costi del trasferimento immobiliare, oltre alle imposte sulla plusvalenza senza contare i rilevanti oneri operativi legati alla valutazione e commercializzazione di tanti immobili di piccolo taglio. Fuori dalla fantasia di qualche complottista questa ipotesi è estremamente improbabile oltre che difficilmente conveniente.

Che fine fa la par condicio creditorum, se il debitore aveva altri debiti perché la casa deve prenderla la banca? Posto che il credito della banca era normalmente garantito da ipoteca di primo grado la situazione per gli altri creditori non cambia: se la capienza non c’è perché il bene non vale non avrebbero preso niente comunque. Se la capienza c’è, la differenza viene trasferita al proprietario originario e diventa quindi aggredibile dagli altri creditori.

Questo fa aumentare il valore di mercato delle sofferenze? Qualora il provvedimento fosse retroattivo (come era nelle intenzioni iniziali del governo) sì perché i flussi di cassa attesi aumentano e arrivano prima. E’ tuttavia estremamente improbabile (e sembrerebbe al momento escluso) che si possa attribuire a questo provvedimento una valenza retroattiva. Detto questo, per gli stessi motivi per cui il provvedimento sarebbe benefico per la collettività, una sua applicazione al passato costituirebbe un vantaggio per la maggiorparte della popolazione.

E se le banche incamerano il beneficio di questi provvedimenti senza trasmetterlo alla collettività? Allora il beneficio principale per la collettività deriva dalla riduzione delle distorsioni del sistema (tribunali meno affollati, possibilità di recuperare un credito in un tempo più breve, etc.) quindi non è materialmente possibile che le banche se ne approprino. Più in generale un istituto di credito non è un individuo avido o malvagio ma un’organizzazione complessa soggetta a regolamentazioni molto invasive: se si ritrova più soldi da prestare (perché recupera prima i crediti o perché deve accantonare meno per possibili perdite) possiamo attenderci che cerchi di impiegarli, non confidando sul loro buon cuore, quanto piuttosto sulla loro avidità.

Per quanto sia umanamente più facile immedesimarsi nel povero disgraziato che perde casa, provando ad analizzare la questione con un minimo di buon senso e obbiettività, si può concludere che accelerare le procedure di recupero crediti costituisce un beneficio per la maggioranza della popolazione.

Articolo ripreso da www.stradeonline.it – Autore M_Famularo

Un vero assalto di lupi famelici alla diligenza

Chi ha veramente da guadagnare nella trasformazione delle banche popolari in Spa

Non potevano mancare polemiche e dietrologie per individuare chi abbia ispirato il blitz del governo che costringerà le banche popolari italiane a modificare la struttura cooperativa per diventare società per azioni a tutti gli effetti.

Lasciando il compito di indagare sui movimenti anomali dei titoli quotati alla CONSOB, possiamo indicare senza timore di smentita a chi faccia sicuramente piacere la decisione del governo sulla trasformazione delle banche popolari:

1. BANCHE D’AFFARI. Con la compagnia di Mediobanca e forse BANCA IMI, tutte le investment bank estere guardano alla novità con l’acquolina in bocca. Proporre combinazioni e fusioni direttamente alle banche o comparire in perfetto completo gessato per consegnare book orizzontali elegantemente rilegati a investitori istituzionali di tutto il mondo e sollecitare la loro entrata nella mano di poker poco cambia, in entrambi i casi essere chiamati a gestirle significa spartirsi piatti ultra-milionari di commissioni e incassare bonus da favola. La parola ‘consolidation’ è musica per gli specialisti delle fusioni nel settore bancario, che staranno già lavorando sulle ipotesi possibili.

2. ANALISTI DI BORSA italiani e internazionali. Non troppo lontano dagli uffici dei ‘rain-makers’ del M&A, e spesso nelle stesse banche, centinaia di oscuri ma preparati analisti stanno freneticamente producendo ricerche griffate sulle probabili combinazioni tra banche popolari e tra alcune di queste e MPS o Carige. Quintali di carta, calcoli e previsioni basate sull’idea che qualcuno compri qualcun altro e che le 10 banche diventino finalmente soggette alle regole del mercato borsistico internazionale, senza limiti di voti bloccati. Un sogno che si avvera e che costringe anche Veneto Banca e Popolare Vicenza alla quotazione in Borsa (altre ricerche, altre commissioni).

3. GESTORI PATRIMONIALI e custodi del risparmio degli italiani che ora -sulla scorta delle analisi sfornate dalle principali case di ricerca- hanno qualche argomento nuovo e piccante da discutere con i clienti VIP, per sollecitare qualche posizione lunga o corta d’investimento e magari qualche versamento aggiuntivo di fondi. Ultimamente si stavano annoiando con i tassi così bassi, i troppi rischi sugli emerging market; grazie a Renzi e Draghi con i suoi 60 miliardi di acquisti al mese ora possono prendere il telefono e fare due proposte ai clienti su argomenti vicini a casa.

4. AVVOCATI D’AFFARI, da questa possibile ondata di affari e combinazioni bancarie usciranno trionfatori con parcelle stratosferiche un manipolo di avvocati italiani, anche se in studi con nomi anglosassoni, chiamati a stilare complicati accordi e strutturare impianti legali di operazioni finanziarie, di emissioni di titoli o cartolarizzazioni che sono attese in accelerazione.

5. FONDI HEDGE SPECULATIVI, quasi tutti con sede all’estero che preparano le munizioni da utilizzare per costruirsi posizioni di trading di breve o brevissimo periodo e sfruttare le voci sui titoli più volatili a cominciare da MPS che non alcuna possibilità di autonoma sopravvivenza e perciò nelle braccia di qualcuno prima o poi deve cadere.

6. GLI SPECIALISTI DELLE SOFFERENZE, fondi esteri e fondi italiani liquidissimi e pronti a investire acquistando in Italia. Guidati da ex-investment bankers che hanno i canini affilati ben sapendo che le 10 banche popolari devono prima o poi liberarsi del fardello di sofferenze (chiamate pomposamente Non Performing Loans) a prezzi interessanti per fare ritorni sul capitale del 50%. Un affare che giustifica un lungo corteggiamento, come è evidente nel caso del recupero del relitto di Banca Marche, che sta richiedendo molto più tempo del previsto. E dietro a loro altri specialisti del recupero crediti, chi per strutturare i veicoli necessari e altri avvocati che riceveranno tonnellate di incartamenti per recuperare in tribunale i crediti.

7. i TRADER FAI-DA-TE che hanno finalmente argomenti succulenti per discutere e sfidarsi a chi la sa più lunga sui tanti forum online che popolano la rete.

Sul carro di chi si frega le mani per i prossimi 18 mesi c’è sicuramente qualche altro personaggio da aggiungere, ma questi bastano per capire quanto la riforma delle popolari sia distante dall’economia reale e piaccia molto al mondo della finanza.  A cui francamente di tutta questa manfrina del credito alle piccole imprese e alle famiglie importa davvero poco.  Degli articoli a difesa dell’ecosistema delle microimprese famigliari si fanno sicuramente sonore risate a Londra.

A scanso di equivoci non c’è alcun giudizio di valore negativo o tentativo di demonizzare i personaggi descritti. Tutte queste categorie professionali appartengono a un mondo vero, che muove masse di denaro. Sono meccanismi necessari, l’altra faccia del mondo, quello della finanza, senza la quale nemmeno la sciacquata di liquidità da 1000 miliardi che Draghi sta immettendo nel circuito arriverebbe mai all’economia reale.

Perciò quando politici e giornalisti accostano il problema delle banche popolari a quello, decisamente molto più faticoso, della sopravvivenza delle piccole imprese anche grazie al credito bancario, non si scordino di fare i conti con chi oggi fa festa.

Articolo di F_Bolognini – da linkerblog.biz

Cosa cresce di piu’ in Italia? Le sofferenze bancarie!

Sono tra le poche cose che in Italia stanno crescendo a ritmi superiori al 20%, sono le sofferenze delle banche italiane cresciute in pochi anni da 40 miliardi a 200.Una montagna di crediti con scarsa probabilità di recupero integrale diventata l’oggetto del desiderio di investitori esteri specializzati nei cosiddetti NPL (Non Performing Loans).

Li osservano, li vedono crescere mese dopo mese (anche in agosto al tasso del 20,5%), li valutano e sanno che le banche italiane prima o poi dovranno disfarsene per ripulire i bilanci. I fondi esteri stanno solo aspettando che le valutazioni tra chi compra e chi vende si avvicinino, perché sino ad oggi la distanza eccessiva tra i valori netti scritti dalle banche (dedotto quel 40-55% di rettifiche) e i prezzi offerti dal mercato era troppo ampia.

Se fossero stati applicati i prezzi di mercato le banche avrebbero subito eccessive minusvalenze nei bilanci. Questa è quasi certamente la vera ragione che ha impedito la volontà comune di creare una bad bank italiana, sulle orme della SAREB spagnola: le banche non potevano sopportare altre perdite, alcune banche avrebbero perso troppo capitale. E proprio l’ipotesi di una bad bank, tornata di moda recentemente per le aspettative sull’esito degli stress test, è lo spauracchio degli acquirenti di NPL, che si vedrebbero sottrarre di colpo un ghiotto pasto a cui si stanno preparando da tempo.

Perché il mercato delle sofferenze è così attraente per gli investitori? Prima di tutto perché è gigantesco, poi perché questo potrebbe essere il momento migliore per comprare, prima che la ripresa cominci e che risalgano le percentuali di recupero dai debitori, oggi alquanto modeste.

Perciò non stupitevi di leggere che Fortress abbia dichiarato recentemente di volere fare grandi investimenti in Italia, che lo specialista dell’immobiliare REAG abbia annunciato l’entrata nel mercato NPL, o che il fondo TAGES con FONSPA stia facendo di tutto e di più pur di mettere le mani sui 3-4 miliardi di sofferenze esplose nel bilancio di Banca Marche. Poi c’è anche Saviotti attende di rimettere sul mercato Release, la società che contiene tutti i disastri di Italease e Unicredit che ha messo in vendita la sua bad bank, UCCMB disputata tra cordate di fondi esteri a prezzi che per ora non sono stati sufficienti a prendere una decisione. Ma la lista è molto più lunga e i valori in gioco importanti.

La corsa alle sofferenze italiane era già stata segnalata nel 2013 dagli specialisti, e a luglio da un articolo di Bloomberg Business Week. Le operazioni stanno cominciando, probabilmente a partire da portafogli selezionati con maggiori garanzie e più elevata probabilità dir recupero.

La fabbrica delle sofferenze continua a sfornarne ogni mese, che sia colpa degli imprenditori poco abili o delle banche che li hanno fatti indebitare e poi non hanno saputo frenare il tracollo poco importa. La situazione del sistema bancario italiano è spaventosa, anche a confronto con il resto d’Europa e alcune banche si segnalano per una posizione estremamente vulnerabile.

Tutte le banche italiane, ad eccezione del virtuoso CREDEM hanno capitalizzazioni di borsa inferiori al valore contabile di libro, e la pattuglia tricolore si segnala per valore molto elevati di crediti deteriorati sul patrimonio tangibile a fine 2013, con la gravissima posizione di MPS in evidenza.

Ma di sofferenze sono imbottite anche le banche di seconda fila, con enormi differenze tra banche pluri-regionali come l’eccellente Credem e cone Banca Marche, Carige e Banca Etruria notoriamente in difficoltà e assieme a loro BP Vicenza e Veneto Banca.

Perciò i fondi aspettano soddisfazioni anche in provincia, visitando e rivisitando i CFO delle banche e facendo offerte che non avranno mai pubblicità né sui prezzi preventivati né su quelli concordati. Forse la combinazione di un’altra tornata di alte rettifiche e la fine della recessione potranno aiutare a fare esplodere sul serio questo anomalo e triste mercato.

 

Articolo ripreso dal sito linkerblog.biz – autore: Bolognini F.