Una vera e propria convenzione diciamolo

Donato Masciandaro docente alla Bocconi ci parla della creazione di moneta

Cosa hanno in comune Mark Karpeles, ex manager di moneta virtuale, e Yanis Varoufakis, ex ministro greco dell’economia? Almeno una cosa, oltre al fatto di aver dovuto lasciare bruscamente il precedente incarico: voler utilizzare le nuove tecnologie per creare moneta.

Donato Masciandaro, docente alla Bocconi, è solito scrivere articoli dedicati all’elogio di tutto ciò che fa o dice Mario Draghi. Questa volta, però, ha voluto dedicarsi alle monete virtuali, a mio parere fornendo una rappresentazione dei fatti errata, traendo perciò conclusioni.

Masciandaro comincia dando conto dell’arresto di una persona che erroneamente considera “gestore di monete virtuali”: “Ieri è stato arrestato in Giappone con l’accusa di frode finanziaria Mark Karpeles, gestore di una delle cinquecento monete virtuali, o criptovalute, o bitcoin, che hanno visto la luce negli ultimi anni. Nessuna sorpresa: chiunque sia in grado di gestire moneta è sottoposto alla continua tentazione di abusarne. La ragione è nella natura speciale che la moneta ha, rispetto a qualunque altro bene o servizio. Il suo valore è solo ed esclusivamente indiretto, in quanto la sua funzione è quella di agevolare gli scambi di tutti gli altri beni e servizi. Il valore indiretto della moneta si fonda sulla fiducia, e tra chi offre fiducia ci può essere chi ne abusa. Gli abusi di bitcoin sono solo l’ultimo esempio di abusi di moneta.”

C’è un problema: ciò di cui è realmente accusato Karpeles è sostanzialmente di aver rubato bitcoin altrui. Lui non gestiva bitcoin, bensì una piattaforma di scambi su bitcoin. In sostanza, la frode che gli viene addebitata potrebbe avere come sottostante qualsiasi altro bene.

Masciandaro spiega poi da cosa dipende il valore di scambio di un bene: “Prendete un qualunque bene: il suo valore dipende da quanto scarso è rispetto al bisogno che soddisfa; dall’acqua potabile alle terre rare, dall’abilità nelle arti e nei mestieri, a quella di gestire le aziende o di dipingere, ogni valore tende a rispecchiare i bisogni (la domanda) e la disponibilità (l’offerta). Per la moneta, il bisogno è molto speciale: è quello di avere uno strumento per fare scambi con chiunque ed in qualunque momento, senza incidere sul valore dello scambio stesso. Il bisogno di moneta è al tempo stesso elementare e fondamentale in una economia di mercato.”

Che caratteristiche deve avere un bene per essere usato come moneta? “Per essere scambiabile, la moneta deve essere garantita da qualcosa o da qualcuno, avere cioè un valore fiduciario. Qual è l’ancora su cui si basa il valore fiduciario della moneta? Può essere un bene fisico, le cui caratteristiche tecniche ed economiche lo rendono efficace a tale fine. Storicamente, questo bene è stato l’oro.”

Effettivamente è andata così. Poi cos’è successo? “Con lo sviluppo delle economie industriali, l’uso dell’oro come moneta ha mostrato i suoi pregi e difetti. Il pregio era rappresentato dall’essere un bene fisico, quindi con un vincolo naturale alla sua produzione: ogni variazione del bisogno di oro si rifletteva sul suo prezzo, quindi sui tassi di interesse, nonché sugli altri prezzi, essendo l’oro l’unità di misura. L’oro stabilizzava gli scambi, e l’inflazione. Ma il vincolo naturale era anche il suo peggior difetto: gli aumenti degli scambi, effettivi o potenziali, quindi delle possibilità di crescita, trovavano nel vincolo aureo una possibile strozzatura.”

Sul pregio nulla da dire, ma quello che Masciandaro considera un difetto lo è effettivamente? Credo proprio di no, se i prezzi sono lasciati liberi di muoversi. Se è vero, come lui stesso ha affermato, che il valore di un bene “dipende da quanto scarso è rispetto al bisogno che soddisfa”, ne consegue che la scarsità relativa dell’oro tenderà ad aumentarne il potere d’acquisto, il che significa che i prezzi in oro dei beni e dei servizi tenderanno a diminuire all’aumentare della loro offerta.

Il vero problema è un altro, e Masciandaro lo evidenzia subito dopo. “Inoltre il vincolo aureo era uno ostacolo per tutti coloro – principi o governi – che vedevano la moneta come uno strumento per risolvere quelli che oggi chiamiamo problemi macroeconomici: un Paese che, essendo inefficiente, non riesce a crescere, oppure con conti con l’estero in disavanzo; ovvero un Stato che, essendo inefficace, con conti pubblici in disavanzo, ovvero banche da salvare. Così progressivamente la moneta ha abbandonato il vincolo aureo, guadagnandone in flessibilità, ma anche con un aumento esponenziale dei rischi di abuso.”

Questo è il vero motivo per cui l’oro è stato forzosamente abbandonato come moneta da parte degli Stati. Quello indicato in precedenza era solo un pretesto keynesiano per giustificare il passaggio a monete fiat.

Autore: M_Corsini

Fonte: miglioverde.eu/oro-monete-virtuali-e-la-confusione-del-bocconiano/

e magari anche dalla capacita' di fare debito..

La competitivita’ di un paese dipende da quella delle sue aziende

La competitivitá dei paesi dipende dalle caratteristiche delle loro imprese. Gran banalità penserà qualcuno. Sará, peccato che molti dei ragionamenti di politica economica su come rafforzare la competitivitá o su come ridurre gli squilibri di bilancia commerciale si basino su una rappresentazione media del sistema produttivo.

In altri termini le caratteristiche media di un’impresa in un determinato settore sono considerate statistiche adeguate e sufficienti per caratterizzare quel settore e quel paese, le sue virtù e le sue debolezze. Un esempio, l’enfasi che la Commissione europea assegna al costo del lavoro per unitá di prodotto medio, uno degli indicatori monitorati per eventualmente sanzionare i paesi che non sono in grado di mantenerne le variazioni nell’ambito di soglie predefinite. Il che, in altri termini, significa dire che il costo del lavoro medio per il settore abbigliamento in Italia vale sia per Armani e Prada come per un piccola azienda di confezioni, in Brianza, in Puglia o dove volete voi.

La competitivitá di un paese non é riflessa solo nelle sue caratteristiche medie, ma in realtá anche e soprattutto dall’eterogeneità che compone quelle medie, ossia dal fatto che Armani conviva con l’azienda di confezioni brianzole e le due siano molto diverse tra loro.

Ora, l’importanza di comprendere le caratteristiche dei sistemi produttivi nel loro complesso, non solo in termini medi, inizia ad essere chiaramente recepita anche dai policy makers europei che per mandato si occupano di questioni macroeconomiche. La Banca centrale europea ha lanciato tre anni fa un network di ricerca (Compnet), coordinato da Filippo di Mauro, che ha coinvolto alcuni tra i principali economisti internazionali europei e americani, proprio per capire come le caratteristiche microeconomiche dei paesi influenzino la loro performance macroeconomica. Nei giorni scorsi si é tenuta a Francoforte la conferenza conclusiva di Compnet dove é stato presentato il rapporto finale di sintesi del network ed una miniera di nuovi risultati che confermano come nella competitivitá dei paesi si nascondano un’infinità di minute e spesso non misurate caratteristiche del loro sistema produttivo.

Un esempio é l’identificazione e misurazione delle catene globali del valore, che ha permesso negli ultimi anni di capire che la ricchezza industriale di un paese non é misurata dal valore lordo delle esportazioni, bensí dal valore aggiunto nazionale che queste contengono, dopo avere incorporato input stranieri che derivano da catene del valore che sono sempre più globali. Banalmente, la ricchezza che le esportazioni sono in grado di generare in un paese dipende da un lato da quanto viene prodotto localmente, ma anche dalla capacitá del sistema produttivo di inserirsi in una ragnatela internazionale di fornitori e clienti.

Altro tema fondamentale che il network ha chiaramente identificato é quello dell’efficienza allocativa. Che significa? Se c’é una grande eterogeneitá nel livello di produttivitá delle imprese in uno stesso settore, la competitivitá di un paese dipende moltissimo da se e quanto rapidamente le imprese piú efficienti guadagnino quote di mercato rispetto a quelle meno efficienti. L’evidenza di Compnet dimostra che questo processo di trasferimento delle risorse dai migliori ai peggiori vari moltissimo tra paesi europei, e che il nostro paese é un dei più statici da questo punto di vista, come ha anche ricordato il Governatore della Banca d’Italia in occasione delle sue ultime Considerazioni Finali. Qui emerge in modo cruciale il nodo delle riforme strutturali. L’efficienza allocativa, infatti, é profondamente ostacolata dalle frizioni, la sabbia che sistemi di regole incerti e complessi introducono nei mercati. Da questo punto di vista riforme come il jobs act italiano hanno precisamente lo scopo di togliere sabbia dagli ingranaggi e di permettere al principale fattore produttivo di qualunque sistema economico, il lavoro, di spostarsi dalle imprese poco efficienti e in crisi verso le migliori.

Mario Draghi stesso, che non perde occasione per ricordare ai governi europei l’importanza delle riforme strutturali, ha fondato la sua argomentazione proprio sulla fortissima dispersione di produttivitá tra imprese in ogni paese europeo e sull’evidenza che queste dispersioni sono molto diverse tra i paesi dell’area dell’euro.

L’attuazione delle riforme strutturali, ha insistito Draghi, è complementare alle misure di politica monetaria per produrre una maggiore crescita. Insomma, per rilanciare la crescita europea bisogna capire bene come funzionano e che caratteristiche hanno i suoi principali cavalli da corsa: le imprese.

Testo ripreso dal blog “Gli Squali di Wall Street” su Blogspot.com

E ci sono ameno cinque scenari potenziali

I futuri sviluppi della Brexit e il suo impatto sulla economia mondiale

La Gran Bretagna aveva fin’ora avuto sempre un ruolo di vantaggio all’interno dell’Europa. Era membro del mercato comune senza rientrare nella moneta unica e dalla sua parte si era assicurata una serie di opzioni di non partecipazione rispetto ad un certo numero di questioni.

Eppure tutto ciò non ha impedito di votare contro la permanenza in UE. Come mai? La risposta potrebbe essere vista nelle vicende che sta attraversando l’Europa nel suo processo di riforme legato all’andamento dell’economia. Eppure quasi nessuno degli osservatori, anche tra i più attenti, sembra volerne parlare apertamente. Da sempre, ma sopratutto dalla crisi del sistema finanziario del 2008, la riforma della struttura bancaria Europea è all’ordine del giorno. Ciò è sicuramente vero nei lavori riservati all’interno delle istituzioni europee, ma ancor di più sui tavoli negoziali con il resto del mondo: G8, Fmi, Paesi “non più tanto emergenti” del BRIC, su tutti.

Dal canto suo Londra è sempre stata attenta ad evitare che l’istituzione dell’Europa potesse prendere realmente vigore. Preoccupata meno dall’esigenza di sviluppare il mercato comunitario e più dal fatto che potesse uscire dal controllo delle sue istituzioni finanziarie, assicurazioni, banche e sistema collegato (shadow banking). Le autorità europee sono state costantemente indebolite dagli interventi inglesi. Anche attraverso le sue numerose diramazioni.

Così, mentre la Banca Centrale Europea chiedeva riforme strutturali, i giornali nazionali dei vari Paesi traducevano in aumento delle tasse. Mentre dall’Europa veniva sollecitata la lotta alla corruzione i media nazionali riportavano l’urgenza di ridurre le garanzie per i lavoratori. Oppure a fronte di studi e raccomandazioni dirette all’armonizzazione dei sistemi contabili e fiscali gli esponenti politici e i giornali nazionali riportavano: “riforma delle pensioni”. E così via.

Nel frattempo i mercati hanno lavorato, il debito in Europa è cresciuto e l’economia ha ristagnato. I paesi extra UE hanno cessato di comprare obbligazioni europee, le azioni sono state sempre più evitate e il fabbisogno derivante è stato colmato dalle enormi iniezioni di liquidità della BCE. Ma come si è arrivati alla Brexit, cosa c’entra l’Inghilterra in tutto questo? Proprio negli ultimi mesi, Mario Draghi, presidente della Banca Centrale Europea, aveva avvertito che qualunque fosse stato l’ammontare di denaro che la BCE avesse messo sul piatto sarebbe ormai stato inefficace, richiamando l’attenzione all’alternativa tra le riforme bancarie o il default dei bilanci degli Stati.

E’ forse utile ricordare la prassi che è alla base del sistema bancario europeo. Infatti prassi consolidata degli europei è quella di generare debiti per poi non pagarli spostandoli nei bilanci degli Stati o in quelli delle loro banche a seconda di dove cada l’occhio dei mercati.

Oppure di nasconderli nella valorizzazione di asset speciali. Ma questo fu appunto l’epilogo della crisi del 2008: allora, l’aver nascosto l’enorme debito europeo nella valorizzazione degli immobili, e relativi strumenti collegati sparsi in tutto il mondo, non ha risparmiato i possessori americani dei subprime (simili alle nostre obbligazioni non garantite) legati ai mutui immobiliari, travolgendo prima la banca Bear Stearns, poi Lehman Brothers e ancora la compagnia di assicurazioni più grande del mondo AIG e tutto il sistema assicurativo mondiale collegato comprese Fannie Mae e Freddie Mac.

Ad oggi a fronte dell’inerzia conclamata dell’Europa, dopo quasi dieci anni da quei fatti, l’Europa si è trovata costretta ad approvare procedure di salvataggio degli Stati nazionali. E’ il caso del c.d. bail in, dei limiti crescenti di liquidità richiesti alle banche, unione bancaria ed altre misure in agenda. Palliativi. Per non cambiare nulla dei comportamenti che quei debiti producono. Chiaramente diretti a prendere tempo, sperando che l’economia mondiale si riprenda e faccia sparire magicamente i debiti dell’Europa.

Ma l’economia mondiale si è già ripresa ed i Paesi di tutto il mondo sono andati avanti preoccupandosi di isolare finanziariamente il pericolo europeo. Gli Stati Uniti sono stati i primi ad aver vietato alle banche di fare investimenti imponendo la separazione tra il prestito e l’investimento. A riformare le assicurazioni, imponendogli procedure standard e non più discrezionali nel ripagare le prestazioni agli assicurati. E sono oggi in crescita continua con disoccupazione “zero tecnico” e salari e garanzie per i lavoratori in crescita.

Numerose Free Trade Areas, aree di libero scambio, stanno nascendo rendendo obsoleto lo stesso modello che è alla base dell’Europa. Il vecchio continente è ormai del tutto isolato dai trattati tra USA e paesi asiatici, USA e America del sud (o USA e Medio Oriente, Iran, ecc.). Aree di libero scambio ora pronte per essere armonizzate e uniformarsi tra loro. Questi Paesi semplicemente non ritengono più l’Europa un partner commerciale affidabile, pensano a sfilarsi il più possibile e in molti casi non si sono neanche accorti della Brexit. Per tutti essi le regole sono semplici: come in tutti i mercati per farne parte bisogna semplicemente onorare gli scambi corrispondendo le prestazioni. L’Argentina ha ripagato per es. per intero i possessori dei loro bond di tutto il mondo che erano rimasti insoddisfatti dal tempo del default del 2001.

E’ forse ora chiaro perchè l’Inghilterra ha scelto di sfilarsi dall’Europa, da un lato per mettersi al riparo dai suoi debiti (che lei stessa gli ha imposto di generare) e dall’altro per non dover sottostare ad una reale riforma del sistema finanziario.

Qui è ora dove siamo oggi. Ma come sostiene George Soros, tutta l’Europa, incluso il Regno Unito, soffrirà dalla perdita del mercato comune e dalla perdita dei valori comuni per la cui protezione l’Unione Europea era stata disegnata. Almeno fin quando l’Europa non è stata smantellata nelle sue funzioni, separata dalla volontà e dai bisogni dei suoi cittadini ed asservita a conglomerati finanziari zombie. La strada intrapresa d’allora è, sempre più evidentemente, quella di una distruzione potenzialmente violenta dell’Europa.

In alternativa, ci troviamo ora delle strutture istituzionali che i cittadini possono liberare e rimettere al lavoro secondo processi finanziari e sociali di tipo democratico. La capacità dei cittadini e dei governi di lasciar fallire banche ed assicurazioni senza coinvolgere i bilanci degli Stati e la salvaguardia delle persone farà la differenza tra l’aggiornamento dei modelli economici e la dissoluzione delle istituzioni. Restiamo convinti che, alla luce delle conseguenze che Brexit provocherà nelle settimane e nei mesi avvenire sempre più persone si uniranno insieme

Fonte: sb-ic.com – autore: D_Battista

E spesso e' impossibile pensare alla sua eliminazione

Le misure di Mario Draghi difficilmente aiuteranno la piccola media impresa in Italia

Ora su giornali e sulla rete si discuterà a lungo dei possibili effetti positivi delle misure annunciate dalla BCE sul credito alle imprese e ci saranno nuove polemiche sul ruolo delle banche popolari nel sostegno finanziario delle piccole imprese. Temo che né il QE, né le banche popolari e le banche di credito cooperativo, tantomeno le iniezioni massicce di ulteriori garanzie statali possano fare molto contro la realtà della forza di gravità.

Gravità data dal peso del debito accumulato nei bilanci delle PMI che, quando la redditività non è sufficiente, sta minacciando sia chi si è indebitato troppo che chi ha prestato troppo (e molte volte incautamente).

Già altre volte è stato scritto qui che il principale problema delle piccole imprese sta nella scarsa liquidità e nell’eccesso di debito bancario. Quest’ultimo drena molta liquidità sia per il costo (i tassi che sono lontani da quelli offerti dalla BCE) che per effetto delle rate di rimborso dei finanziamenti a lunga scadenza.

Recentemente abbiamo parlato del DSCR (Debt Service Coverage Ratio) come il fattore che le banche dovranno osservare maggiormente nella futura concessione del credito. La realtà odierna è che quel rapporto (calcolato dividendo la generazione di cassa approssimata dell’ultimo esercizio per  la quota del debito da ripagare compresi gli interessi) è per moltissime imprese un valore fuori controllo.

Produrre utili operativi di 30.000 euro e avere un debito complessivo superiore a un milione di euro significa -usando un altro rapporto più rozzo- più o meno che occorrerebbero 30 anni per rimborsare tutto il debito. Purtroppo non è un caso infrequente tra le piccole e le micro-imprese. Per fortuna una parte del debito delle imprese è a breve e non deve essere rimborsato, è rotativo… sino a quando non viene ridotto o revocato.

Per motivi che sono spesso inspiegabili le tante imprese in questa situazione pericolosa e le banche che hanno contribuito a crearla ‘fluttuano’, insieme contro la forza di gravità che imporrebbe una caduta in quel realismo che vorrebbe che quel tipo di struttura finanziaria sia insostenibile.

Invece le piccole imprese ‘fluttuanti’ proseguono cocciutamente, lavorano, fatturano, scaricano la tensione sulle rateizzazioni dell’IVA e dei contributi INPS e restano in vita, pericolosamente ma in vita.

Dall’altro lato le banche fingono di non vedere il DSCR: se non ci sono troppi insoluti, se si salta solo una rata del mutuo, vanno avanti anche loro a colpi di rinnovo dei fidi sconfiggendo la forza di gravità che imporrebbe una precipitosa quanto inutile ritirata. In parte lo fanno perché la ritirata sarebbe coronata da scarso successo monetario (e chi può mai rimborsare quel debito tutto d’un fiato?), in parte perché gli interessi (alti) addebitati trimestre dopo trimestre servono anche alla banca. In fondo sono tanti soldi tutti insieme. Un tacito silenzioso accordo che ha tenuto in piedi due sistemi, entrambi sbagliati, che non è possibile correggere di colpo adesso, anche se la BCE facesse un’asta benefica di liquidità al giorno.

L’ordine delle cose è… fluttuare e avere molta pazienza, perché se il prossimo anno le cose andranno meglio i 30.000 euro magari ritornano a essere 100.000, non servono più 30 anni, ma ‘solo’ 10. In questo senso la ripetizione consecutiva di non ricordo più quante moratorie sui mutui è stato un galleggiante gradito a tutti.

Purtroppo ultimamente in banca sono arrivati più spesso ispettori della Banca d’Italia e adesso arriveranno gli ispettori della BCE, che pretendono anche di parlare in inglese. Loro disturbano l’assenza di gravità, impongono decisioni ovvie che non sono popolari. Disturba anche il fatto che lo Stato è lo stesso che non pagando prima 100 poi 50 miliardi ha fatto cadere molte imprese che fluttuavano, dando loro un colpo di grazia definitivo.

Se non fosse per questa storia della BCE, dei maledetti esami dell’Asset Quality Review, banche e piccole imprese avrebbero continuato a fluttuare sfidando le leggi della gravità finanziaria, dimenticandosi gli uni del DSCR e gli altri che non è consigliabile avere così tanti debiti, anche per rispetto verso i propri figli e i propri dipendenti.

La ripresa ha bisogno di credito, dicono in tanti, ma il credito null’altro è che altro debito per imprese che di debito ne hanno già accumulato troppo.

Quante piccole imprese hanno un debito che si rimborsa in 15-20 o più anni? Non lo so, ma nella mia attività ne ho viste parecchie e alcune hanno finito la loro storia, perché ogni tanto l’assenza di gravità finisce e resta solo la gravità.

Splendido articolo ripreso da linkerblog.biz – autore F_Bolognini

Almeno speriamo che ci riesca, non e' facile!

Cosa fara’ Mario Draghi alla prossima riunione della BCE?

Cosa farà Mario Draghi il 10 marzo, quando la Bce si riunirà nuovamente per decidere della sua politica monetaria? Dall’ultima riunione le turbolenze sui mercati sono continuate, e la Bank of Japan ha sorpreso tutti tagliando in negativo i tassi sulle riserve aggiuntive delle banche.

Abbiamo rivolto due semplici domande ad alcuni degli interpreti di quanto accade sul mercato:

1) Mario Draghi ha aperto chiaramente a una revisione della politica monetaria nella riunione di marzo. Che decisioni si aspetta da parte della Bce?

2) Prima della riunione di dicembre, sui mercati si era alimentata l’aspettativa per gli interventi Bce. Alla prova dei fatti, gli investitori si sono mostrati delusi. Alla luce di quella esperienza, in vista della riunione di marzo, cosa potrà deludere e cosa potrà sorprendere positivamente i mercati? Ecco le loro risposte.

Gregorio De Felice, capo economista di Intesa Sanpaolo. La misura più prevedibile è il taglio dei tassi sui depositi, che è attualmente al -0,3%. La Bce potrebbe aumentare la ‘tassa’ imposta sulla liquidità che le banche parcheggiano presso Francoforte con tassi a -0,40 o -0,50%. La mossa era già stata discussa a novembre e non aveva suscitato una particolare opposizione: anche il membro tedesco del board, Jens Weidmann, potrebbe dare il suo assenso. Da sola, però, questa misura non sarà sufficiente. Se le tensioni legate a petrolio, rallentamento dei mercati emergenti e listini finanziari rimarranno elevate, è possibile che la Bce introduca dei cambiamenti ai parametri in base ai quali effettua gli acquisti del Quantitative easing, oggi a 60 miliardi al mese. Se dovesse salire l’ammontare degli acquisti, la Bce avrà bisogno di ampliare la gamma di titoli alla quale si rivolge il Qe, magari includendo anche quelli corporate. Non è un passaggio semplice, ma Draghi – interpellato sul tema – ha ribadito che “non ci sono limiti” all’azione della Bce. Possibile anche la rimozione dell’obbligo di acquistare titoli dei Paesi membri pro-quota, cioè in base alla loro partecipazione nel capitale della Banca centrale: un meccanismo (detto capital keys, ndr) che premia la Germania, ma genera scarsità di strumenti acquistabili dalla Bce.
Quanto ai mercati, infine, il taglio dei tassi almeno al -0,4% è dato quasi per scontato. Se non ci saranno gli altri interventi, gli investitori resteranno delusi.

Manuela D’Onofrio, responsabile investimenti di Unicredit. Con l’inflazione ancora molto lontana dal livello desiderato dalla Bce, mi aspetto che vengano adottate delle ulteriori misure per rendere la politica monetaria sempre più espansiva; quindi, già nel prossimo mese di marzo, la Bce potrebbe portare il tasso sui depositi al -0,40% e rimuovere la scadenza temporale del Qe; se questo non fosse sufficiente, in futuro, la banca centrale potrebbe includere anche le obbligazioni bancarie e i prestiti societari nel programma di acquisto titoli.
I mercati reagiranno positivamente, soprattutto i mercati azionari europei, se i membri del direttorio della Bce si mostreranno coesi e determinati nel perseguire l’obiettivo di inflazione al 2% mediante l’utilizzo di tutti gli strumenti di politica monetaria a loro disposizione. Insomma il “wathever It takes” pronunciato dal presidente Draghi a luglio del 2012, dovrebbe diventare il motto del direttorio almeno per tutto il 2016.

Matteo Ramenghi, Chief Investment Officer di UBS Italia. Vediamo una probabilità del 70% che la Bce intervenga con ulteriori misure il 10 marzo. In effetti, dall’ultima riunione di dicembre il prezzo del petrolio è sceso del 40% mentre l’euro si è rafforzato rispetto al dollaro. Si tratta di due elementi in grado di indebolire l’inflazione nei prossimi mesi. Crediamo che il prossimo passo possa essere di aumentare il volume dei titoli acquistati mensilmente, potenzialmente per 10 miliardi di euro, o più, al mese. Parallelamente, la Bce potrebbe tagliare di altri 10 punti base il tasso di deposito portandolo al -0,4%.
La pronta risposta della Bce è un segnale importante, non solo per quanto effettivamente verrà annunciato a marzo ma anche per l’attenzione ai mercati e il tempismo dimostrato. Il messaggio della Bce è che non ci sono limiti al proprio raggio di azione al fine di raggiungere la stabilità dei prezzi.

Didier Saint-Georges, managing director e membro del comitato investimenti di Carmignac. La posizione di Mario Draghi è sempre più complicata. L’Eurozona si sta lentamente riprendendo, ma le aspettative di inflazione continuano a scendere. Il bilancio della Bce è cresciuto, ma i benefici all’economia reale latitano. Italia, e per certi versi Francia, hanno bisogno di più crescita e sono tentate di allentare i cordoni della borsa, mentre la Germania vuole mantenere ferma la barra dell’austerity. Per ampliare l’ammontare degli acquisti del Qe, la Bce dovrebbe anche modificare il meccanismo delle capital keys o estendere gli acquisti ad altri titoli rispetto agli attuali. Quest’ultimo aspetto è difficile tecnicamente, il primo modificherebbe la ripartizione dei rischi. Di conseguenza, la Bce proverà a usare ancora le parole per mostrarsi pronta ad agire e probabilmente incrementerà solo di poco gli acquisti: sarà difficile armare un nuovo bazooka. Se l’incremento sarà troppo limitato – o addirittura nullo – i mercati reagiranno male. Se cambierà il meccanismo dei capital keys, in modo da incrementare gli acquisti significativamente, la reazione sarà positiva.

Russell Silberston, Head of Reserve Management di Investec Asset Management. In primo luogo, occorre notare che qualsiasi decisione del Consiglio Direttivo verrà presa nel quadro delle ultime proiezioni economiche degli esperti, compreso il primo outlook al 2018. È probabile che queste previsioni comprendano una significativa revisione al ribasso dell’outlook sull’inflazione, considerata la recente debolezza dei prezzi del petrolio e le prospettive sull’inflazione stessa. Ci attenderemmo quindi che il Consiglio Direttivo modifichi la propria linea in conformità con queste previsioni; al momento, prevediamo un’ulteriore riduzione dei tassi di deposito chiave dello 0,1% a -0,4%. Avendo esteso la tipologia delle obbligazioni acquistabili, la Bce avrà inoltre la possibilità di ampliare la mole degli acquisti mensili e il periodo di tempo nel quale questi sono effettuati. Al momento, prevediamo incrementi nel valore degli acquisti mensili. I mercati reagiranno negativamente se verrà esteso lo stock del quantitative easing o se verrà rinviata la data conclusiva degli attuali acquisti. I mercati reagiranno positivamente se il quantitative easing o gli importi degli acquisti mensili saranno incrementati in maniera significativa.

Alessandro Picchioni, Presidente e direttore investimenti di WoodPecker Capital. Draghi si sta muovendo su un sentiero molto stretto perché da un lato, la politica monetaria, al punto in cui si è già estesa, non ha probabilmente una grande efficacia nel rimettere in moto il moltiplicatore della moneta. Anzi, rischia di essere controproducente ai fini della profittabilità del sistema bancario nel momento in cui i depositi detenuti presso la Bce vengano severamente “tassati”. D’altro canto i margini “politici” del governatore, stretto in una sempre più netta eterogeneità di vedute nell’ambito del direttorio della BCE, si stanno assottigliando progressivamente. A nostro avviso Draghi nel corso di tutto il 2016 cercherà di restare in equilibrio queste forze opposte tendendo un po’ più a promettere che a fare. Questo non dovrebbe comunque impedirgli di estendere la portata della manovra di stimolo monetario nel corso dell’anno soprattutto se, come crediamo, ad un certo momento il dollaro si dovesse indebolire del 5-10%. Ci aspettiamo Un’ulteriore calo del tasso sui depositi bancari di 5 o 10 punti base, un aumento di 5 miliardi al mese degli acquisti di titoli nell’ambito del Qe e l’apertura ad una futura estensione della tipologia delle attività finanziarie oggetto del Qe. In linea generale i mercati reagiranno bene se venissero estese la quantità, la durata e la tipologia dei titoli oggetto del Qe, mentre reagiranno molto male se il Qe non venisse affatto modificato.

Patrick O’Donnell, Fixed Income Investment Manager Aberdeen AM. La Bce ha chiarito che ritiene che le misure adottate in passato stanno funzionando. Ma Draghi ha anche dato indicazioni importanti sul fatto che a marzo si potranno avere nuove misure, a valle delle nuove stime dello staff. Si tratterà probabilmente di nuovi tagli ai tassi sui depositi e incremento degli acquisti nell’ambito del Qe. I mercati reagiranno positivamente a qualsiasi misura ulteriore, più la politica monetaria sarà accomodante tanto maggiore sarà la normalizzazione dei mercati dopo un inizio d’anno nervoso. Se la Bce non dovesse muoversi, dopo aver fatto intendere che lo farà, i mercati reagirebbero male.

Massimo Siano, head of Southern Europe per ETF Securities. Mi aspetto semplicemente un aumento di potere e decisioni della Bce. Una Bce ancora più indipendente per aumentare la liquidità sul mercato. In Europa c’è ancora lo spettro della deflazione. I mercati reagiranno male
se i tassi d’interesse reali saranno negativi e non si interverrà in maniera più incisiva sul credito. I mercati reagiranno bene se la Bce aumenterà in maniera significativa la sua politica monetaria espansiva cioè aumenterà la liquidità sul mercato.

 

Testo ripreso dal blog “Gli Squali di Wall Street” su Blogspot.it