E' una situazione chiaramente insostenibile nel lungo periodo

Le regioni Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna mantengono da sole tutta l’Italia

Nelle scorse settimane la Ragioneria dello Stato ha reso pubblici gli ultimi dati disponibili che anticipano il quadro della distribuzione geografica delle risorse erogate dal settore pubblico.

Le cifre permettono di osservare lo Stato nel suo atteggiarsi dinanzi ai vari territori e quello che emerge è un quadro desolante, ma – a ben guardare – piuttosto edulcorato. Benché tutti abbiano riportato in modo acritico i dai della Ragioneria e abbiano evidenziato quanto sia bassa la spesa pubblica in Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna (in relazione ad altre aree), il trattamento subito da queste tre regioni è molto più vergognoso di quanto quelle stesse cifre non dicano.

Esaminare la spesa senza informare sui prelievi, come la Ragioneria ha fatto, significa in effetti raccontare solo una mezza verità. È un’omissione grave, che emerge con chiarezza anche dal modo in cui tutti i media hanno presentato la notizia.

In cima alla classifica, tra i reprobi ultraprivilegiati inondati di spesa pubblica, si collocano tre minuscole realtà dell’estremo Nord (Trentino, Tirolo meridionale e Valle d’Aosta), mentre le quattro maggiori regioni settentrionali (Lombardia, Emilia Romagna,Veneto e Piemonte) sono certo in fondo alla classifica, ma a una distanza non poi abissale da quelle del Centro-Sud. Il “trucco”, appunto, sta nel dare i dati della spesa ignorando quelli dell’imposizione fiscale.

Per studiosi liberi da condizionamenti e curiosi di capire la realtà, non è comunque difficile trovare i dati corretti: basta elaborare la gran massa delle informazioni che la stessa Ragioneria fornisce. Ma è chiaro come questo doppio disastro – lo sfruttamento di alcuni che serve a difendere politiche assistenziali (e distruttive) a favore di altri – cerchi di essere nascosto dall’apparato politico e burocratico nazionale. Se l’occhio non vede e il cuore non duole, la ridistribuzione territoriale può proseguire senza intoppi.

Quando però nei prossimi mesi lo Stato italiano ci renderà edotti in merito alla bilancia tra le risorse ricevute e quelle spese nei vari territori, la fotografia che emergerà (tenendo presente quanto è avvenuto negli anni passati) sarà quella di un’Italia divisa in tre fasce: con pochissime regioni che danno tantissimo ricevendo molto meno; talune realtà che grosso modo danno quanto ricevono; e, infine, un Sud che invece contribuisce in maniera molto limitata e riceve una gran quantità di denaro.

Negli anni scorsi questa rappresentazione era facilmente riconoscibile in alcuni studi di Gian Angelo Bellati dell’Unioncamere del Veneto, ma in seguito a risultati assai simili è arrivato anche il sociologo Luca Ricolfi in un volume di successo significativamente intitolato “Il sacco del Nord”. Sul sito “Noise from Amerika” ha più volte trattato questo tema pure Lodovico Pizzati, che a proposito dei dati del 2007 rilevava, ad esempio, come ogni veneto perdesse 3.900 euro e ogni lombardo addirittura 6.000.

In sostanza in questi anni è successo che di media un lombardo abbia dato allo Stato tra 5 e 6 mila euro all’anno più di quanto non abbia ricevuto in servizi nazionali e locali. Il che significa che una famiglia lombarda standard composta da quattro persone ha perso più di 20 mila euro ogni anno in opere di solidarietà a favore della spesa pubblica concentrata nel Sud. In un decennio si è vista sottrarre l’equivalente di un appartamento di proprietà.

La spesa pubblica è alta al Nord e abnorme nel resto del Paese, generando una tassazione e un debito che ci stanno uccidendo. Provare a negarlo mettendo la polvere sotto il tappeto, però, non ci aiuta in nessun modo.

 

Questo articolo è stato pubblicato da Il Giornale in data 2 febbraio 2016.

Il Rinascimento Italiano passa per il futuro della robotica

La robotica come chiave del nuovo Rinascimento Italiano

Immaginate un operaio (chiamiamolo Mario, per comodità) che nel 2015 lavora in una fabbrica di scarpe con un normalissimo orario di 8 ore al giorno. Il suo costo per il datore di lavoro è di circa 30.000 euro all’anno e il suo lavoro è semplice e molto ripetitivo.

Ora immaginate di essere nel 2020. Vi sembrerà impossibile, ma dopo soli 5 anni il suo stesso lavoro viene svolto per un costo irrisorio, con orari di lavoro ben più estesi delle 8 ore, senza ferie e con pochissimi giorni di “malattia”. Ma soprattutto tutto questo accade in Europa all’interno della stessa fabbrica dove lavorava quell’operaio 5 anni fa.

Eh sì, perché in questo possibile futuro, Mario, non è stato sostituito da una forza lavoro sottopagata delocalizzata in un paese dove i diritti del lavoratore non sono minimamente paragonabili a quelli europei. Il suo lavoro viene svolto da un robot, che è costato al datore di lavoro circa 20.000 euro e il cui costo giornaliero è essenzialmente rappresentato dall’energia elettrica che serve a farlo funzionare e che può essere ammortizzato in 5/10 anni nel bilancio dell’azienda. Bastano alcuni, preparati, supervisori per far funzionare decine di questi robot che potenzialmente possono lavorare senza sosta.

Ora, non scandalizzatevi, perché tra perdere completamente la sede produttiva di un’azienda italiana a favore di un paese asiatico dove il costo del lavoro è irrisorio, e automatizzare completamente un processo produttivo mantenendolo nel nostro paese, certamente è preferibile la seconda e i motivi sono moltissimi.

Intanto si mantiene l’azienda al 100% in Italia o in Europa, i prodotti non devono attraversare tutto il mondo in container per arrivare fino a noi, tra il risparmio nel trasporto e le regole produttive europee che tutelano l’ambiente, l’inquinamento diminuisce drasticamente, probabilmente viene risparmiata qualche vita a quegli operai che troppo spesso finisco con il suicidarsi o morire sul lavoro per incidenti laddove gli standard qualitativi dell’ambiente di lavoro non sono all’altezza e il tutto è possibile mantenendo i costi del prodotto molto più bassi di 5 anni fa e una qualità eccellente.

Certo, l’operaio in entrambi i casi è restato senza lavoro, ma suo figlio, che ha studiato informatica e di lavoro programma i robot, ha un brillante futuro lavorativo di fronte a sé e ce l’ha proprio qui in Italia, in uno dei paesi più avanzati in termini di ricerca e sviluppo nell’ambito della robotica.

E il bello è che non solo il fatto che l’Italia sia all’avanguardia in questo ambito, è una buona notizia per le fabbriche italiane che possono automatizzare i propri processi produttivi, ma lo è anche per tutte quelle aziende che venderanno questi robot in tutta Europa e in tutto il mondo e per coloro che vorranno investire in tempo nello studio dell’informatica, dell’elettronica e della robotica.

Se avete una fabbrica cominciate a informarvi sui nuovi robot che arriveranno a lavorare al nostro fianco entro pochi anni, se siete operai iniziate a studiare per specializzarvi nella supervisione e nella manutenzione dei robot, se siete studenti approfondite il più possibile questi temi, perché, se saremo bravi a sfruttare le nostre straordinarie potenzialità, l’Italia potrebbe vivere un nuovo Rinascimento proprio grazie a questo settore.

 

Articolo di C_Pozzi, ripreso dal sito imnoguru.com

Il Bitcoin in Italia si impara a partire dalle Universita’

Il College Cryptocurrency Network è un’organizzazione non-profit dedicata alla divulgazione e alla conoscenza della Blockchain e delle sue applicazioni.

Ha cominciato a prendere piede nelle grandi università americane del MIT, dell’Università del Michigan e di Stanford, prima come singoli “Bitcoin Club”, poi con la loro unione a inizio 2014 dando vita al CCN, col fine di educare i giovani riguardo al potenziale di queste tecnologie.

“Da allora il Network si è espanso in tutti i continenti in oltre 150 università dagli Stati Uniti alle Filippine passando per il Kenya e l’Europa.” E da poche settimane anche in Italia!

Come nasce il CCN italiano?

A novembre 2014 Federico Tenga si mette in contatto con i cofondatori del CCN Jeremy Gardner e Daniel Bloch, dopo un paio di call nasce l’idea di creare qualcosa anche in Italia. Dopo un semplice post su BitcoinTalk molti studenti di varie università italiane si mostrano interessati all’idea di creare un CCN anche in Italia che sia in stretta collaborazione con quello internazionale ma totalmente indipendente.

Il 21 dicembre 2014 viene depositato in Blockchian lo statuto del CCN Italia dove vengono elencati i cofondatori (definiti come proprietari di indirizzi Bitcoin). Pochi giorni dopo si svolgono le prime elezioni per i rappresentati nelle quali vengono eletti Federico Tenga con la carica di presidente e con la carica di vicepresidenti Lorenzo Giustozzi e Davide Menegaldo. Da statuto l’incarico ha durata semestrale, per favorire il turnover che un’organizzazione che si evolve rapidamente ha bisogno. Un documento sul risultato delle elezioni viene firmato dai cofondatori tramite l’indirizzo Bitcoin fornito nello statuto e il tutto viene depositato in blockchain.

Il College Cryptocurrency Network Italia

Ciò che muove questa organizzazione è quindi l’urgenza di portare conoscenza dove possa essere sfruttata per un miglior approccio con il mondo del lavoro, per una diversa esperienza nell’uso del denaro o per individuare le possibili applicazioni e procedere alla sperimentazione.

Per i giovani è un’opportunità per comprendere qualcosa di più su come il denaro può essere interpretato. Visto che siamo stati abituati a vedere il denaro come un oggetto plasmato da banche e governi, rendendo relativo il concetto di proprietà, con Blockchain e Cryptocurrency esiste la possibilità di assistere ad una svolta, ed il CCN si pone l’obiettivo di essere presente laddove vengono formate le menti del futuro e dove queste tecnologie possano essere conosciute, sperimentate e impiegate. Dal sito del CCN Italia si legge:

“La Blockchain, la cui applicazione più famosa è Bitcoin, è una nuova tecnologia che ha il potenziale per modificare in modo radicale e permanente il mondo professionale e la nostra vita quotidiana. Nonostante ogni giorno vengano sviluppate nuove applicazioni basate su Bitcoin, esso risulta spesso essere sconosciuto o conosciuto solo in maniera superficiale da media, professionisti e studenti che ambiscono a confrontarsi col mondo del lavoro.”

CCN Italia e la Proof-of-existance

Bitcoin non è solo un ottimo sistema per trasferire denaro, infatti lo statuto del CCN Italia è stato implementato attraverso il protocollo Bitcoin, il Proof of Existence e la firma digitale basata su indirizzi Bitcoin.

CNN Italia, il cui attuale presidente è Lorenzo Giustozzi accompagnato dai vice Umberto Tarantino ed Emiliano Palermo, è un’organizzazione strutturata che si appoggia stabilmente sulle potenti funzioni di registro distribuito che contraddistinguono la Blockchain sia per la gestione amministrativa che economica dell’associazione, sfruttando la firma crittografica.

Lo statuto, dove sono anche elencati i membri fondatori, proprietari degli indirizzi Bitcoin della tesoreria dell’associazione, è stato infatti depositato sulla blockchian tramite Proof of Existance e ogni volta che vengono eletti i nuovi rappresentanti e vengono aggiunti nuovi membri votanti, viene creato un documento che viene firmato dai membri votanti tramite gli indirizzi Bitcoin precedentemente forniti e viene depositato in Blockchain. In questo modo ogni documento è collegato a quello precedente fino ad arrivare all’atto di fondazione. Per vedere le prove inconfutabili delle delibere assembleari e la legittimità dei rappresentanti in carica, è possibile effettuare qui la verifica dei documenti relativi alla proof of existance.

I membri dell’organizzazione hanno quindi un esempio pratico e immediato di come il protocollo Bitcoin permetta di fare molto di più che semplici transazioni monetarie, ma permetta di ottenere livelli avanzati di gestione di un’azienda, nell’amministrazione di un’istituzione o nel governo di un territorio, con la sicurezza e la trasparenza garantite dal multisig.

CCN Italia porta Bitcoin nel Lazio

Il CCN Italia ha già raggiunto alcuni risultati positivi dopo neanche un anno di attività, compiendo un importante passo nel contesto politico della regione Lazio, con tutte le speranze per una continuazione di queste attività in molti altri contesti nazionali.

Infatti, a seguito di un incontro tra il consigliere regionale del Movimento 5 Stelle Davide Barillari, una rappresentanza del mondo Bitcoin e di CCN Italia, è nato il documento che dovrebbe portare ad una interrogazione diretta al presidente della Regione Lazio Daniele Leodori, ad oggetto la promozione e l’utilizzo di cryptocurrency e Blockchain nella stessa Regione Lazio, al fine di considerare tali strumenti come supporto all’amministratione dalla regione.

Dal report dell’incontro con Barillari, riportiamo:

“L’incontro svolto in data Giovedì 16 Aprile tra il consigliere regionale del Lazio, Davide Barillari (Movimento 5 Stelle) e alcuni esponenti del mondo Bitcoin, tra cui una rappresentanza del CCN Italia, ha portato alla luce un interessante confronto, servito poi alla stesura di una interrogazione nei confronti della presidenza della Regione Lazio. Durante questo tavolo di lavoro è emersa la volontà di un utilizzo non strumentalizzato della tecnologia in questione, in particolare per agevolare i cittadini nei pagamenti in ambito di servizi regionali, là dove i sistemi tradizionali sono caratterizzati da lacune o inefficienze, e per sdoganare il Bitcoin dai pregiudizi che ne limitano la diffusione, a beneficio di tutto il network. Il CCN Italia ringrazia Davide Barillari per la disponibilità e auspica che un atteggiamento simile venga preso anche da altri enti sia a livello locale che nazionale, pertanto si rende disponibile ad eventuali collaborazioni su tutto il territorio italiano.”

 

Articolo ripreso da cointelegraph.it – autore: G. Ricco

 

Il fondatore di Eataly Oscar Farinetti ci espone la sua visione del futuro

Oscar Farinetti, il fondatore di Eataly, ci racconta la sua visione del futuro e su come assisteremo ad una rinascita della imprenditorialita’ in Italia.

Oscar, sarà questo l’anno del cambiamento?

Speriamo. A questo punto non si può più prevedere nulla. Per cambiare è necessario che si cambino le persone.

Qual è l’insegnamento più significativo che possiamo raccogliere dalla crisi economica degli ultimi anni?

Come sosteneva già Albert Einstein la creatività è una caratteristica che nell’essere umano aumenta nei momenti di maggiore crisi. La crisi, infatti, può essere una grande opportunità per chi sa reagire attraverso la creatività. Dai momenti di crisi più profonda possono nascere idee favolose che ribaltano le sorti delle situazioni.

Come nasce un’idea imprenditoriale vincente?

Un’idea vincente nasce sempre dall’analisi che è la fase che non si può sbagliare. L’analisi è costituita da una lucida visione dello scenario, dall’intuizione della breccia nella quale ci si infila con la propria idea e non si pensa ad altro per mesi. Prima o poi l’idea arriva. Ci sono poi due modi per capire se è buona. Se la si racconta ad amici e conoscenti e dicono “ci avevo già pensato io…” siete sulla buona strada. Se riuscite a spiegarla in 12 parole anche!

Considera strategico coltivare i talenti nelle aziende? Li considera un driver importante per un cambio di passo del  nostro paese?

Le aziende che funzionano bene in questo senso sono quelle in cui il capo pensa che esistono persone con più talento di lui. I talenti devono nascere dentro l’azienda partendo da zero in modo tale che i talentuosi possano imparare a ragionare all’unisono con l’azienda stessa facendo squadra. L’individualismo è il male assoluto dell’impresa mentre la creatvità dei gruppi di lavoro è un bene prezioso da stimolare e coltivare.

Quali sono secondo lei le aziende leader in innovazione e gestione dei talenti?

In Italia ne abbiamo molte. Nel campo del design e della cura della persona penso per esempio a Luxottica che per gli occhiali è oggi leader mondiale grazie al talento del management. Nel design automobilistico penso a Giugiaro: ancora oggi la famiglia Giugiaro in prima persona è impegnata in azienda. Nel campo della produzione di cibi cito sia Ferrero sia Barilla, quest’ultima soprattutto nel settore biscotti. Voglio però anche spezzare una lancia a favore delle decine di migliaia di aziende artigianali italiane che lavorano con passione e che spesso sono portate avanti da generazioni della stessa famiglia.

Quanto la “meritocrazia” incide nelle performance di una azienda?

Incide molto tuttavia non deve essere un’ossessione. Spesso nelle aziende ci sono persone avvantaggiate che appaiono più meritevoli ma è necessario dare spazio a chi parte con meno vantaggi.

Per un imprenditore, in questo momento, è più difficile ricostruire in Italia o “seminare” all’estero?

Diciamo che è molto più profittevole l’estero. Ricordate questo numero, 0,83: la percentuale dei cittadini italiani rispetto al mondo. Noi italiani siamo lo 0,83% degli abitanti del mondo. Il 99,17% degli altri esseri umani ci guarda perché l’Italia li attrae: è figa diremmo noi, cool dicono loro. Tutto il mondo desidera lo stile italiano, ma l’Italia è un mercato difficile. All’estero c’è più spazio ma naturalmente occorre superare le barriere, adattarsi culturalmente, studiare le diverse situazioni.

Un manager di successo è potenzialmente un uomo capace in politica? Qual è la prima cosa che farebbe se fosse un politico?

Non è detto che un manager di successo sia un politico capace ma certamente ha delle qualità importanti. Penso per esempio alla capacità di ottenere il massimo da ogni progetto cercando di gestire le imperfezioni che spesso sono alibi per i politici per non fare nulla. Ciò che farebbe un manager di successo entrando in politica è semplificare tutte le procedure per permettere al numero maggiore possibile di persone di fare impresa.

Secondo lei, che ruolo hanno banche e istituzioni nel sostegno alle imprese?

Le istituzioni in Italia non sostengono troppo le imprese per via delle regole faragginose e complicate che abbiamo e soprattutto non aiutano le imprese a trovare i loro spazi.
Le banche dovrebbereo tornare a comprare i soldi da chi li ha e prestarli a chi non li ha. Inoltre penso che dovrebbero mettere i loro talenti, le loro persone migliori, a finanziare i migliori progetti sul mercato.

Che impatto avranno il digitale e le nuove tecnologie sulle iniziative di business future?

Hanno e avranno un impatto enorme che nella prima fase sta distruggendo posti di lavoro creando uno schok nella nostra società. Credo però che il digitale e le nuove tecnologie diventeranno una grande opportunità per le giovani generazioni che potranno usufruire di questi strumenti per creare nuovi posti di lavoro.

 

Fonte: icbpi.it

Il Presidente di Confindustria parla del futuro dell’Italia

Il ruolo fondamentale che le banche hanno avuto nel finanziare la crescita dell’industria deve essere rifondato su basi nuove, dal giudizio sul merito di credito alle istituzioni di garanzia. L’altra gamba del rilancio sono l’innovazione e la qualità dei talenti. Ecco la ricetta di Giorgio Squinzi per il futuro dell’Italia.

Dopo anni bui finalmente si comincia a vedere qualche segno positivo. Il 2014 sarà l’anno dell’inversione di rotta?

L’economia italiana è da un anno in sostanziale stagnazione, dopo la doppia recessione che ha minato, in misura significativa, la base produttiva e quindi condizionato la tempistica e la velocità di uscita dalla crisi. Il costo è pesante. Rispetto ai livelli pre-crisi: il PIL procapite è diminuito di quasi l’11%, pari a 2.900 euro per persona; i livelli di produzione nell’industria sono inferiori di quasi un quarto, di oltre il 40% nelle costruzioni; l’occupazione è diminuita di quasi 2 milioni di unità. Non stiamo sperimentando normali fasi del ciclo economico bensì cambiamenti strutturali che posizionano il Paese su basi e traiettorie più basse e diverse. Si tratta di un new normal con il quale dobbiamo fare i conti.

Il 2014 non sarà l’anno di una vera inversione di rotta,  prevedendo una variazione del PIL molto bassa (+0,2%). È possibile, invece, che nel 2015 – nel quale stimiamo un incremento del PIL dell’1,0% – ci sia un cambiamento in meglio, anche se non corposo come vorremmo.
Qualche primo segnale positivo si è iniziato a intravedere nelle pieghe delle statistiche e nel sentimento degli imprenditori con i quali quotidianamente mi confronto. Nel primo trimestre di quest’anno la spesa delle famiglie è aumentata per la prima volta da inizio 2011 e gli investimenti in macchinari e attrezzature, dopo tre anni di flessione, hanno registrato una variazione positiva.

Qual è l’insegnamento più significativo che possiamo raccogliere dalla  crisi economica che abbiamo vissuto?

Soprattutto la centralità del manifatturiero e delle imprese che non fanno finanza per generare una crescita elevata e sostenibile. Il manifatturiero è il motore dello sviluppo, economico e tecnologico; senza manifatturiero perdiamo la capacità di innovare e di diffondere l’innovazione, oltre che la capacità di esportare e quindi di fare fronte alla  bolletta energetica e a tutto ciò che viene dall’estero per implementare la nostra economia. L’impresa è il veicolo della modernizzazione, il soggetto proteso verso il futuro, anche nelle relazioni sociali.

Che ruolo hanno le banche nel sostegno alle imprese?

Il ruolo delle banche nel finanziamento delle imprese italiane è storicamente centrale. La forte contrazione registrata dal credito alle imprese negli ultimi anni sta però mutando questa situazione: la caduta complessiva dei prestiti tra 2011 e 2014 è infatti arrivata al -11,3%, pari a – 104 miliardi di euro. Un dato troppo rilevante per non essere considerato di natura strutturale. In proposito, va comunque osservato che l’eccessiva dipendenza delle imprese dal credito bancario rappresenta un fattore di debolezza, come mostrano chiaramente le tensioni finanziarie sofferte dalle imprese a seguito della stretta creditizia. Per questo – ferma restando la necessità di agire per rivitalizzare il mercato creditizio che resta una fonte essenziale per le imprese – Confindustria lavora da tempo allo sviluppo dei mercati dei capitali e di canali finanziari a complemento di quello bancario.

Confindustria ha messo a punto un’Agenda per il credito. Possiamo parlare di una nuova stagione di disponibilità della banche verso il finanziamento delle imprese, grazie anche alle mosse della Bce?

Il recente intervento della BCE potrà risultare determinante per rivitalizzare il mercato creditizio e favorire l’accesso al credito delle imprese. È importante che funzionino i meccanismi di incentivo previsti nell’ambito della nuova operazione di rifinanziamento a lungo termine mirata, così da assicurare che le risorse erogate alle banche si trasformino effettivamente in prestiti alle imprese.
Perché il credito torni a fluire, sarà però essenziale anche un’evoluzione delle relazioni tra banche e imprese. In particolare, come abbiamo evidenziato nell’Agenda per il credito, è essenziale che banche e imprese lavorino insieme per valorizzare il ruolo delle variabili qualitative ai fini della valutazione del merito di credito delle imprese.

Al tempo stesso – anche considerando il crescente livello di rischio di credito osservato dalle banche di recente, che è uno dei fattori principali che frenano la ripresa del credito – occorre potenziare, come proposto da Confindustria sempre nell’ambito dell’Agenda, gli strumenti di garanzia. In particolare, vanno rafforzati i Confidi e occorre potenziare ulteriormente il Fondo di Garanzia per le PMI.

Come nasce un’idea imprenditoriale vincente?

Nasce dall’ispirazione, dall’intelligenza e dalla fatica. Richiede impegno, passione, determinazione per essere realizzata. Si tratta della nota “lampadina” che si accende e che poi necessita di un lavoro di studio, di analisi, di ricerca, in ogni ambito della vita aziendale, per essere trasformata in un’attività d’impresa.

Quanto è strategico coltivare i talenti nelle aziende? Sono un driver importante per un cambio di passo del nostro Paese?

Coltivare i talenti, accompagnarli nella loro crescita e svilupparne il potenziale, è la chiave del successo di un’azienda che vuole competere nell’era dell’economia della conoscenza. L’Italia non è un Paese che ha particolari risorse naturali e materie prime, ma abbiamo una ricchezza che il mondo ci riconosce: il capitale umano. La creatività, l’autonomia, la capacità di unire mani e ingegno, la voglia di innovare, il senso della visione che permette di gestire il cambiamento senza subirlo, sono queste solo alcune delle caratteristiche che ho riscontrato nei giovani italiani che lavorano nella mia azienda e di tanti altri che ho incontrato nel corso di questi anni di presidenza di Confindustria. Scommettere sui giovani e sulla loro formazione, che è fatta sia di studio che di lavoro, significa fare l’investimento più importante per un’impresa e per un Paese.

Dobbiamo ritrovare fiducia nelle nuove generazioni e aiutarle a mettersi in gioco. È un po’ come nel calcio: per valorizzare il talento di un giovane bisogna farlo scendere in campo. Non ci si può soltanto allenare e aspettare di maturare senza giocare: lo dico pensando al fatto che i nostri giovani entrano tardi nel mercato del lavoro e spesso senza aver fatto percorsi di alternanza. Lo studio e il lavoro, invece, vanno integrati già nei primi anni di scuola ed è quello che noi imprese contribuiamo a fare. Perché lo studio, e l’allenamento, formano il talento. Ma il lavoro in azienda, l’esperienza on the job, forma il carattere. Talento e carattere sono gli ingredienti per il cambio di passo del nostro Paese: i giovani, se ben formati, possono renderlo possibile.

Quali sono i settori leader in Italia per innovazione e gestione dei talenti?

In questi anni le imprese che sono riuscite a contenere maggiormente l’urto della crisi sono quelle che hanno investito in innovazione e in capitale umano avanzato. Come dimostrano autorevoli studi internazionali, la domanda delle imprese si sta sempre più orientando verso competenze di alto livello. In Europa aumenta di 16 milioni la domanda di personale high-skilled, mentre diminuisce di 12 milioni la domanda di low-skills. Anche per l’Italia le proiezioni mostrano che entro il 2025 la quota di lavoratori altamente qualificati si attesterà al 31 %. Ma a livello micro questo dato è già oggi evidente per un imprenditore che vive tutti i giorni in azienda.

Tra i settori industriali che puntano di più su un capitale umano avanzato, ad esempio assumendo ricercatori industriali, ci sono il settore chimico, il bio-medicale, il metalmeccanico, il settore dell’automazione, quello elettronico: in sintesi tutto il manifatturiero avanzato. Oggi i talenti in impresa vengono fatti crescere grazie a programmi di formazione personalizzati, coordinati da tutor esperti, che puntano a valorizzare le qualità professionali e personali del giovane. Penso ai percorsi di apprendistato di alta formazione, ai dottorati industriali, ma anche agli ITS: tutti strumenti formativi che permettono all’impresa di contribuire in maniera significativa alla formazione delle nuove generazioni. È quello di cui i giovani hanno bisogno. Perché un giovane talento non è soltanto una persona molto competente nel suo settore specifico; questa è semplicemente la base che permette di essere selezionato. Un giovane talento è anche una persona in grado di vivere attivamente i problemi aziendali, di apportare innovazioni, di avere una visione integrale sul futuro. Ed è questa la figura su cui le imprese puntano di più per crescere.

Quanto la meritocrazia incide nelle performance di un’azienda?

Meritocrazia per un’impresa è sinonimo di efficienza, di crescita, di sviluppo. Un’impresa esiste perché vuole puntare sulle sue risorse migliori per moltiplicare il valore che riesce a produrre. Se non si scelgono e non si premiano le risorse più meritevoli e capaci, è difficile riuscire a creare valore nel tempo. Tuttavia per moltiplicare il valore in impresa la meritocrazia è una condizione necessaria ma non sufficiente: serve che la meritocrazia sia legata alla relazione, al lavoro in squadra, alla condivisione degli obiettivi e all’orientamento al risultato. Anche la persona più capace, efficiente e innovativa, può creare disvalore in impresa se non la riconosce come una comunità di persone che va verso traguardi condivisi.

L’azienda funziona non grazie alla somma di tanti meriti delle persone che ci lavorano, ma grazie alla moltiplicazione del merito di ciascuno con una missione e una visione che tutti condividono. Per questo la meritocrazia incide nella performance di un’azienda se diventa un fattore comunitario e non personale: una chiave di lettura delle attività d’impresa che ne costituisce l’identità e la cultura e che, nel tempo, diventerà una chiave di successo.

Quali fattori possono risultare determinanti  per incrementare il grado di competitività delle aziende italiane sui mercati internazionali?

La competitività internazionale delle aziende italiane dipende innanzitutto dall’efficienza e dalla qualità dell’intero sistema Paese. Ma il sistema Italia non è amico del fare impresa. Nella classifica Doing Business 2014 l’Italia occupa il 65° posto contro il 10° del Regno Unito, il 21° della Germania, il 38° della Francia e il 52° della Spagna.

Sul nostro Paese pesano l’alta pressione fiscale e le costose procedure burocratiche, così come i tempi lunghi e incerti della giustizia civile che minano la tutela del credito, il rispetto dei contratti e l’efficiente risoluzione delle dispute commerciali. Sono questi i nodi strutturali da sciogliere per rilanciare l’internazionalizzazione del sistema produttivo.
Anche il fattore costo del lavoro che pesa fortemente sulla competitività del manifatturiero italiano. In termini di CLUP il divario accumulato nei confronti della Germania è superiore ai 40 punti percentuali dal 1997 al 2013, perché ha continuato ad ampliarsi durante la crisi. È un macigno non sostenibile, che si traduce anche in un assottigliamento dei margini operativi.
Occorre, allora, ancorare la dinamica del costo del lavoro agli effettivi guadagni di produttività. E tagliare in modo deciso il cuneo fiscale.

È bene ricordare, allo stesso tempo, che la performance delle esportazioni italiane in questi anni è stata positiva, con delle punte di eccellenza anche in alcuni settori medium e high-tech. Le aziende italiane hanno dimostrato una grande capacità di competere all’estero: orientando le vendite verso i mercati più dinamici, puntando sulla qualità del prodotto e inserendosi con successo all’interno delle catene globali del valore.
Il potenziale di competitività internazionale del manifatturiero italiano, fondato su un grande capitale umano e sociale, è dunque molto elevato. Proprio per questo è enorme il premio in palio se verranno attuate le riforme necessarie.

Cosa può fare la politica?

Attuare le riforme. A cominciare da quelle istituzionali da cui poi discendono tutte le altre, perché aumentano la capacità decisionale di chi governa. Tra le riforme determinanti a mio avviso ci sono la semplificazione della pubblica amministrazione e la riforma del Titolo V della Costituzione. Ovviamente l’elenco non si esaurisce qui. Confindustria ha più volte ribadito quali sono le priorità per il Paese, da ultimo nel Progetto per l’Italia che è stato aggiornato la scorsa primavera.

Ma accanto alle riforme, che inevitabilmente richiedono tempo per produrre risultarti, occorre con urgenza far ripartire il Paese, per lenire le sofferenze economiche e sociali e affrontare la grande piaga della disoccupazione. Per questo serve una terapia shock, una scossa politico-economica molto forte per riportare l’Italia su un più alto sentiero di sviluppo. E il rilancio deve passare attraverso due leve: più investimenti, pubblici e privati, e più competitività, abbattendo il cuneo fiscale e contributivo. Qualcosa si è cominciato a fare, ma mi pare si tratti di timidi passi, non qualcosa in grado di cambiare le aspettative e quindi ribaltare il gioco. Fondamentale, infine, è sbloccare la stretta del credito, che è continuata anche negli ultimi mesi. Sfruttare appieno gli importanti fondi della programmazione europea è uno strumento importante che va utilizzato al meglio.

 

Fonte: icbpi.it