Un gioiello italiano si quota in Borsa per espandersi nel mondo

I più belli dei nostri giorni non li abbiamo ancora vissuti. È raro che la presentazione di una quotazione in borsa termini con una frase poetica. Quella del gruppo Lu-Ve spa è terminata con una citazione del poeta turco Nazim Hikmet.

Una frase rimasta a lungo sullo schermo, quasi a voler sorreggere il marchio dell’azienda di Uboldo (Varese) e confermare le parole del suo fondatore, Iginio Liberali, che nel ripercorrere la sua storia imprenditoriale ha ricordato i valori fondanti del gruppo: passione, umiltà e rispetto.

«Dietro ai numeri, alle idee e alle persone ci sono i sentimenti – ha detto il presidente di Lu-Ve spa-. Ci sono tre regole semplici per essere un buon imprenditore: quando pensi, pensa al meglio e non al meno costoso. Pensa prima di tutto al valore che produci e che esprime la tua azienda. La terza regola dice che non ce ne sono altre migliori delle prime due che sono difficili da applicare».

Il gruppo Lu-Ve, leader europeo nella realizzazione di impianti di condizionamento e refrigerazione dei processi industriali, compie 30 anni. «Una giovane signora» la cui storia, prima della decisione di quotarsi in borsa, è contraddistinta da una serie di partnership alla ricerca di capitali per finanziare lo sviluppo: dal venture capitalist all’investitore finanziario (Mediobanca) e industriale (Zoppas Industries). «La nostra azienda non è nata ricca – ha sottolineato Iginio Liberali – ecco perché è sempre stata costretta ad aprirsi al mercato e ai finanziatori esterni».

Un esempio del capitalismo familiare italiano

Il fatturato del gruppo, nel pieno della crisi, ha fatto registrare una crescita media annua del 9%. Nel 2014 il consolidato era di 212 milioni di euro, per il 76% realizzato all’estero, con la Germania come primo mercato europeo (13%). «Siamo un’azienda glocal – ha spiegato l’amministratore delegato Matteo Liberali – dove c’è un mercato, noi ci siamo. Quindi ci quotiamo per fare acquisizioni con una logica industriale e puntare ai mercati dei paesi emergenti».

Si comincerà con l’incorporazione di Isi, spac (Special purpose acquisition company) che ha raccolto 50 milioni di euro tra gli investitori istituzionali per l’operazione, e contestualmente si procederà alla quotazione di Lu-Ve sul mercato Aim di Borsa italiana, quello destinato alle pmi. Attualmente la famiglia Liberali, attraverso Finami srl, controlla il 74% di Lu-Ve spa, mentre il restante 26% è controllato dalla G4 srl della famiglia Faggioli. Al termine della quotazione la famiglia Liberali, a seconda della percentuale dei recessi, avrà una quota compresa tra il 53,7% e il 58,2 %, la famiglia Faggioli tra il 18,9% e il 20,4%, mentre la quota destinata al mercato  sarà compresa tra il 21,4% e il 27,4%.

Le azioni avranno un valore di 10 euro ciascuna e i soci hanno rinunciato a varare piani di stock option a loro favore nei tre anni successivi all’operazione. I soldi raccolti sul mercato non finiranno in banca ma serviranno alla crescita del gruppo che già può’ contare su 10 unità produttive, sparse tra Europa e Cina,  e 1.528 addetti, di cui 624 in Italia e 904 all’estero.

Iginio Liberali contesta la definizione di capitalismo famigliare applicata alla sua azienda. Sicuramente quello di Lu-Ve spa è un modello positivo di successione imprenditoriale e anche la prova che la globalizzazione fa bene alle multinazionali tascabili italiane. Consigli per le imprese: mini-bond, quotazioni e tanto fieno in cascina.

Fonte: varesenews.it – autore: M_Mancino

Un vero assalto di lupi famelici alla diligenza

Chi ha veramente da guadagnare nella trasformazione delle banche popolari in Spa

Non potevano mancare polemiche e dietrologie per individuare chi abbia ispirato il blitz del governo che costringerà le banche popolari italiane a modificare la struttura cooperativa per diventare società per azioni a tutti gli effetti.

Lasciando il compito di indagare sui movimenti anomali dei titoli quotati alla CONSOB, possiamo indicare senza timore di smentita a chi faccia sicuramente piacere la decisione del governo sulla trasformazione delle banche popolari:

1. BANCHE D’AFFARI. Con la compagnia di Mediobanca e forse BANCA IMI, tutte le investment bank estere guardano alla novità con l’acquolina in bocca. Proporre combinazioni e fusioni direttamente alle banche o comparire in perfetto completo gessato per consegnare book orizzontali elegantemente rilegati a investitori istituzionali di tutto il mondo e sollecitare la loro entrata nella mano di poker poco cambia, in entrambi i casi essere chiamati a gestirle significa spartirsi piatti ultra-milionari di commissioni e incassare bonus da favola. La parola ‘consolidation’ è musica per gli specialisti delle fusioni nel settore bancario, che staranno già lavorando sulle ipotesi possibili.

2. ANALISTI DI BORSA italiani e internazionali. Non troppo lontano dagli uffici dei ‘rain-makers’ del M&A, e spesso nelle stesse banche, centinaia di oscuri ma preparati analisti stanno freneticamente producendo ricerche griffate sulle probabili combinazioni tra banche popolari e tra alcune di queste e MPS o Carige. Quintali di carta, calcoli e previsioni basate sull’idea che qualcuno compri qualcun altro e che le 10 banche diventino finalmente soggette alle regole del mercato borsistico internazionale, senza limiti di voti bloccati. Un sogno che si avvera e che costringe anche Veneto Banca e Popolare Vicenza alla quotazione in Borsa (altre ricerche, altre commissioni).

3. GESTORI PATRIMONIALI e custodi del risparmio degli italiani che ora -sulla scorta delle analisi sfornate dalle principali case di ricerca- hanno qualche argomento nuovo e piccante da discutere con i clienti VIP, per sollecitare qualche posizione lunga o corta d’investimento e magari qualche versamento aggiuntivo di fondi. Ultimamente si stavano annoiando con i tassi così bassi, i troppi rischi sugli emerging market; grazie a Renzi e Draghi con i suoi 60 miliardi di acquisti al mese ora possono prendere il telefono e fare due proposte ai clienti su argomenti vicini a casa.

4. AVVOCATI D’AFFARI, da questa possibile ondata di affari e combinazioni bancarie usciranno trionfatori con parcelle stratosferiche un manipolo di avvocati italiani, anche se in studi con nomi anglosassoni, chiamati a stilare complicati accordi e strutturare impianti legali di operazioni finanziarie, di emissioni di titoli o cartolarizzazioni che sono attese in accelerazione.

5. FONDI HEDGE SPECULATIVI, quasi tutti con sede all’estero che preparano le munizioni da utilizzare per costruirsi posizioni di trading di breve o brevissimo periodo e sfruttare le voci sui titoli più volatili a cominciare da MPS che non alcuna possibilità di autonoma sopravvivenza e perciò nelle braccia di qualcuno prima o poi deve cadere.

6. GLI SPECIALISTI DELLE SOFFERENZE, fondi esteri e fondi italiani liquidissimi e pronti a investire acquistando in Italia. Guidati da ex-investment bankers che hanno i canini affilati ben sapendo che le 10 banche popolari devono prima o poi liberarsi del fardello di sofferenze (chiamate pomposamente Non Performing Loans) a prezzi interessanti per fare ritorni sul capitale del 50%. Un affare che giustifica un lungo corteggiamento, come è evidente nel caso del recupero del relitto di Banca Marche, che sta richiedendo molto più tempo del previsto. E dietro a loro altri specialisti del recupero crediti, chi per strutturare i veicoli necessari e altri avvocati che riceveranno tonnellate di incartamenti per recuperare in tribunale i crediti.

7. i TRADER FAI-DA-TE che hanno finalmente argomenti succulenti per discutere e sfidarsi a chi la sa più lunga sui tanti forum online che popolano la rete.

Sul carro di chi si frega le mani per i prossimi 18 mesi c’è sicuramente qualche altro personaggio da aggiungere, ma questi bastano per capire quanto la riforma delle popolari sia distante dall’economia reale e piaccia molto al mondo della finanza.  A cui francamente di tutta questa manfrina del credito alle piccole imprese e alle famiglie importa davvero poco.  Degli articoli a difesa dell’ecosistema delle microimprese famigliari si fanno sicuramente sonore risate a Londra.

A scanso di equivoci non c’è alcun giudizio di valore negativo o tentativo di demonizzare i personaggi descritti. Tutte queste categorie professionali appartengono a un mondo vero, che muove masse di denaro. Sono meccanismi necessari, l’altra faccia del mondo, quello della finanza, senza la quale nemmeno la sciacquata di liquidità da 1000 miliardi che Draghi sta immettendo nel circuito arriverebbe mai all’economia reale.

Perciò quando politici e giornalisti accostano il problema delle banche popolari a quello, decisamente molto più faticoso, della sopravvivenza delle piccole imprese anche grazie al credito bancario, non si scordino di fare i conti con chi oggi fa festa.

Articolo di F_Bolognini – da linkerblog.biz

Gli investitori istituzionali sono scappati molto tempo fa e torneranno solo quando gli aggrada

Tutto è possibile negli assurdi mercati finanziari di oggi, ma la goffa corsa delle banche a richiamare sul mercato del credito alle imprese italiane quegli stessi investitori istituzionali che sono stati allontanati per 30-40 anni è una operazione perdente in partenza, almeno alle attuali condizioni.

Penso ai tentativi di sostituire il credito che le banche non vogliono più erogare (o in parte non possono dovendo inseguire ratio patrimoniali con una raffica di aumenti di capitale) con il credito erogato da fondi specializzati e ora anche da assicurazioni e fondi pensione.  Proprio gli stessi operatori del risparmio che sono stati volutamente tenuti alla larga dal grasso (?) recinto del credito con una combinazione di divieti, regole proibitive e barriere all’entrata poste dal sistema bancario, che ha tagliato la strada qualsiasi concorrente incluso un modello di pricing che nel tempo si è rivelato prima sbagliato poi nefasto (insufficiente a coprire le sofferenze). Devo ricordare che fino al 2008 gli spread praticati sui mutui a medio-lungo termine alle imprese dal sistema bancario si aggiravano intorno all’1%, in molti casi persino sotto. E con quell’1% si pensava di coprire il costo del rischio, di perdite attese e inattese su orizzonte 5-10 anni? Un caso macroscopico di mispricing che è stato poi progressivamente corretto utilizzando come alibi l’aumento del costo di raccolta (lo spread BTP-Bund) nel periodo 2010-2013.

Adesso che le banche hanno il fiato corto tutti (governo, associazioni) si adoperano per richiamare nel recinto quei buoi che sono stati allontanati; ecco quindi arrivare a rate i decreti legge con la (buona) normativa per i minibond e nell’ultimo decreto legge l’apertura cauta alle assicurazioni e ai fondi pensioni, ai quali peraltro viene detto ‘Voi non siete capaci di fare credito, quindi fatevi aiutare dalle banche nella selezione’. Curioso, farsi aiutare da chi oggi nei bilanci ha vistose cicatrici (incagli e sofferenze) che dimostrano quanto poco ci abbia capito del rischio con o senza sistema di rating interno. Perché mai le assicurazioni dovrebbero farsi aiutare dalle banche invece di comprarsi buoni analisti ed esperti d’impresa se vogliono investire in questa classe di rischio? Non gli mancano i mezzi per farlo, credo.

Gli investitori istituzionali non sono ingenui

Nella richiamata alle armi degli investitori istituzionali ci sono buone ragioni e molte ingenuità. Gli investitori istituzionali conducono i loro affari con un processo totalmente razionale di selezione dei rischi che inevitabilmente conduce a due strade:
1) separare i rischi migliori dai peggiori e scegliere i primi per il criterio di tutela del denaro gestito;
2) attribuire un prezzo corretto al rischio, e arbitraggiare le opportunità valutando e comparando le medesime alternative su scala internazionale. Se il rischio è elevato il rendimento deve essere molto elevato, molto al di là di quanto è stato ed è prezzato dalle banche oggi.

Il primo punto ci dice che è inutile sperare che gli investitori istituzionali vadano a dare credito a quel 30-40% di imprese a cui le banche lo stanno già oggi negando per la valutazione di rischio e il consumo di capitale. Per quelle dobbiamo trovare un’altra soluzione.

Il secondo ci dice (testimoniato dalle cedole pagate dalle prime 30-40 emissioni di minibond) che il costo-prezzo di un medio-termine a una buona PMI italiana sta tra il 6% e il 10%, lontano da quanto ancora oggi offerto dal sistema bancario. Per di più questi 30-40 pionieri dovrebbero essere nella fascia delle migliori aziende.

Tutto insieme ci dice che gli investitori istituzionali, sicuramente liquidi e sicuramente interessati a cogliere nuove opportunità, non hanno l’anello al naso: se entrano sul segmento del rischio corporate/PMI italiane lo faranno scegliendo il meglio e chiedendo rendimenti elevati per coprire rischio e profitto. Sembrerebbe essere lo stesso desiderio del sistema bancario: buone imprese, basso rischio, spread interessanti. Le banche si dovrebbero fare da parte solo perché hanno poco capitale. Siamo sicuri che siano così pronte a stendere il tappeto rosso agli investitori, visto che proprio il sistema bancario si lamenta di avere credito da spendere su buone aziende ma di non avere domanda di credito? Al più possono travestire il loro interesse in fondi a cui partecipano sottoscrivendo quote., come sta avvenendo (le Popolari, BNL, Unicredit…)

Ecco perché il richiamo dei buoi-investitori è buona cosa per ricreare un mercato dei capitali in Italia ma non risolve il problema del credito alle imprese italiane in difficoltà da rilanciare. Che sono molte. Nè risolve il problema del costo del credito che in Italia è superiore di 2-3% al costo pagato dalle imprese in Germania e Francia.

Lo Stato rimane la valvola di sfogo del credito

Per il credito difficile temo si debba fare conto ancora sullo Stato che fornisce garanzie attraverso il Fondo Centrale, che si presta a dare garanzia sui minibond di bassa qualità (pessima idea) e che sarà chiamato in causa anche sulle cartolarizzazioni ‘buone’ (ABS) sollecitate da Draghi e dalla BCE per garantire proprio quella fetta di rischio che non vuole assumere la BCE (su insistenza tedesca) e che nessun investitore istituzionale riportato nel recinto dei rischi italiani vuole comprarsi.

L’alternativa per il credito difficile rimane quella dei Confidi, su cui è stato già scaricato tutto ciò che il sistema bancario non vuole comprare senza garanzia e che, allo stremo delle forze ora devono aggregarsi e ricapitalizzarsi. Auguri.

Per il credito buono a prezzi competitivi si deve invece fare affidamento sulla capacità degli investitori istituzionali di leggere il futuro delle imprese, i loro business plan, meglio di quanto sappiano oggi fare le banche con il rating Basilea, sulla capacità di comprare a prezzo conveniente un rischio che migliorerà in futuro grazie alla capacità, ai progetti, ai prodotti e alla qualità dell’imprenditore.

Non solo medio termine, non solo minibond

Curioso poi come del credito a breve termine non si parli mai, visto che le imprese hanno bisogno anche di quello e non solo di fondi per investire.  Nessuno propone soluzioni per offrire agli investitori istituzionali un profilo di investimento di durata inferiore all’anno (considerando fallimentare o quasi il tentativo di rianimazione delle cambiali finanziarie, che ha raccolto un numero di emittenti che si conta sulle dita di una mano).

Non è quello che succede all’estero dove investitori e piattaforme di invoice financing stanno riscuotendo parecchio successo: in UK Market Invoice ha triplicato il giro di affari sulle fatture di PMI nel giro di soli 6 mesi.  Aspettiamo che gli investitori esteri vengano a bussare a quella porta perché su questo segmento c’è molto da fare per convincere i buoi italiani scappati a ritornare nel recinto.

 

Articoli di F. Bolognin – ripreso da linkerblog.biz

 

Le detrazioni fiscali per chi investe in startup innovative danneggiano gli investimenti!

Una discussione su twitter sulle detrazioni fiscali per chi investe in start up innovative mi ha fatto riflettere, ed è una buona occasione per raccogliere alcune riflessioni.

Quale è l’obiettivo di un incentivo fiscale? Discorso facile facile… no?

Ci torno dopo, ma adesso ho bisogno di una breve premessa sul processo decisionale del venture.
Insomma, come dicevamo in un vecchio post, il consenso è unanime sul fatto che la migliore strategia di investimento per un VC sia quella di cercare i 100x.

La ragione è abbastanza semplice ed intuitiva. In estrema sintesi, e con qualche approssimazione:
•    chiunque costruisca un portafoglio, questo avrà una distribuzione di successi/fallimenti che segue power law;
•    selezionando target con potenziali inferiori (5/10x), costruisci un portafoglio dove ciascun investimento ha un cap in termini di potenziale
•    quindi il picco dei successi avrà probabilmente un cap, e difficilmente potrà riuscire a compensare la perdita sul resto del portafoglio.

Senza potenziali 100x, il risultato atteso ha un rendimento totale inferiore.

Ed il mercato italiano non sembra avere ancora i volumi per permettere di operare in modo efficiente.
Un fondo (o in generale un investitore con un portafoglio) habisogno di cercare, e trovare, iniziative ad alto potenziale. Queste poi non si autoalimentano, ma vanno costruite, e ci si riesce se (“se” necessario ma non sufficiente) il modello permette di contare su una forte optionality.
•    Non si crede ad un P&L a 3/5 anni di una start up. Si crede in un prodotto, in un mercato di riferimento, un business model per catturarlo, un team per eseguirlo con un piano di attività solido con una stima di burnrate affidabile.
•    Il mercato ed il modello di business si influenzano reciprocamente, sono impattati dalla competizione, e su nuovi prodotti l’adoption non è scontata, vanno testati.
•    E così come su una scacchiera, un primo passo ne può aprire tanti altri, si può cambiare strada, e si può aggiustare il prodotto ed il modello: è evidente che più è ampio lo spettro delle opzioni percorribili più chances si hanno di trovare la chiave dell’acqua, ed avere successo.

Ma torniamo al punto: ha senso uno sgravio fiscale per chi investe in Start up Innovative?

In maniera intuitiva si può dire che è una buona cosa, certamente.
Ma provando a riflettere meglio ci si rende conto di alcuni aspetti:
•    l’effetto di questo sgravio è piccolo, proporzionale all’investimento;
•    non tiene conto del successo dell’iniziativa, arriva comunque;
•    inoltre arriva subito, all’inizio del ciclo di vita di un investimento, che mediamente vale 3/5 anni;

Insomma è un meccanismo che riduce il rischio di chi mette soldi.
In termini di distribuzione power law di successi/perdite sul portafoglio, quanto vale questo meccanismo sui vari casi di un portafoglio?
•    è un valore infinitesimale per i successi
•    è di valore elevato sulle perdite

Questo meccanismo quindi ha un qualche valore esclusivamente come CAP sulle perdite.
Quindi per far crescere un mercato piccolo, immaturo, che costruisce portafogli con basso potenziale, per i quali è facile prevedere non si avranno casi di successo di una certa rilevanza, preferiamo ridurre il rischio all’ingresso (e penalizzare l’uscita).

Sembra un incentivo al piattume piuttosto che al successo…la solita avversione al rischio, ma cosa ci aspettiamo, vogliamo fare innovazione con debito sulle PMI innovative, coprendo rischio bancario con fondi di garanzia.. sembra folle..

E’ chiaro che questo tipo di incentivi non stimolano in nessun modo la ricerca dei 100x.
Quindi non succederanno, ed il mercato difficilmente avrà quell’accelerazione che serve: l’italietta di piccole belle idee, che rendono qualche quattrino grazie a qualche operazione di M&A, nei casi più fortunati.

Perdonatemi, chiaro che sto stressando molto il punto, ma la nostra tendenza al piccolo e sicuro mi fa venire una certa tristezza… sembrano i venti euro della nonna allungati al nipotino sotto al tavolo …
Chiaramente lecito chiedersi, ma chi stiamo incentivando?
La risposta è semplice: non un investitore in venture capital.

Un investitore non decide di mettere soldi in un deal per uno sgravio fiscale da 100k oggi, ma decide perché pensa di fare 100m fra 3/5 anni.

Volete dare uno sconto fiscale? Datelo sul successo, sull’exit da 1bn, non sui 100k Seed.
Incentivando i successi, le exit, e i giocatori veri iniziano a sedersi al tavolo, quelli bravi, che portano soldi, competenze, influenza internazionale, capacità di scale up, quelli che forse hanno qualche possibilità di far circolare ricchezza nel nostro amato paese…purtroppo mi pare stiamo andando nella direzione opposta; sembriamo quelli che per far crescere demograficamente il paese con alta mortalità infantile, incentiviamo le nascite senza investire in sanità.

E se non si può lavorare su exit, quindi numeri più grandi (vien da dire che oggi sono numeri piccoli a piacere, quindi la dimensione è puramente “aspirazionale”) almeno focalizziamo quei tanti problemi sul ciclo di vita dell’impresa, i “vincoli esterni” che dovremmo avere come priorità assoluta.
Vincoli esterni: burocrazia asfissiante che inventa percorsi ad ostacoli di ogni genere, nella totale impossibilità di pianificazione amministrativa, fiscale e normativa in generale.

Sulla composizione del target nella selezione del portafoglio, mi hanno spiegato in termini più tecnici che la distribuzione da noi è “meno grassa” rispetto ad altri mercati, con l’effetto di comprimere la probabilità di successo, e questo principalmente a causa di questi “vincoli esterni”.

E oltre alle nostre pecche, ci sono temi strutturali su cui questi vanno a sovrapporsi: la dimensione del target Italia è di per se un vincolo.
•    Se non ben pensato in partenza, il business model di una start up che deve muovere primi passi in Italia può nascere con i peccati originali del nostro paese: dimensione, demografia, lingua, abitudini, normativa, etc.
•    Per fare un esempio semplificativo, cercare disruption in un mercato particolarmente regolato solo in Italia non permette di contare su espansione internazionale, il contesto può azzerare il valore del modello, quindi nessuna optionality.

Ma torniamo al tema degli incentivi. A valle del ragionamento il meccanismo dello sconto fiscale per chi investe in startup sembra venire meno al presupposto principale del gioco, ovvero incentivare il successo domani, e lo fa creando unvantaggio al commercialista oggi. Ma l’incentivo costa, e sono risorse preziose; è lecito chiedersi se non fosse meglio spenderle diversamente, per provare a ridurre quei“vincoli esterni” che rendono difficilissimo operare nel nostro mercato.

Rendiamo semplice agire, sbagliare e rialzarsi. Comunque devo dire qualcosa si sta muovendo, ed è chiaro che da qualche parte bisogna partire (chi non fa non sbaglia); ma il mio scopo è cercare di riflettere per l’utilità di lungo termine. E se ipotizziamo che l’obiettivo dell’incentivo sia di far crescere il mercato del venture e dell’innovazione in modo stabile, viene il dubbio che questa sia la giusta soluzione.

 

Articolo di P. Tomei, ripreso dal sito pianoinclinato.it

Tutti gli indirizzi degli investitori italiani in aziende innovative ad alto contenuto tecnologico

Realizzare una startup non è cosa semplice, farla diventare una realtà di successo ancora meno. Non si tratta solo di avere l’intuizione geniale, quell’idea che può avvicinarsi al concetto, ormai sempre più abusato, di “disruptive”.

Serve una buona strategia finanziaria, meglio se accompagnata da un investitore esperto. Per chi ha avuto a che fare con questo tipo di realtà saprà quanto sono meticolose le fasi di finanziamento di una startup, e quanto, troppo spesso, ci si inabissa nelle difficoltà delle fasi iniziali di lancio di un progetto.

Ecco perché, se l’idea in questione ha un grosso potenziale di crescita legato perlopiù a un profilo innovativo, entrano in gioco alcuni attori che puntano a valorizzare e affiancare il percorso di sviluppo di una startup.

Riaggregando i dati emersi dalla ricerca “The Italian Startup Ecosystem: Who’s Who” promossa  da Italia Startup e condotta dagli Osservatori del Politecnico di Milano, abbiamo selezionato tutta una serie di investitori istituzionali sparsi in giro per l’Italia particolarmente attenti al mondo dell’innovazione e della tecnologia.

Ecco la lista dei nomi

Key Capital: un venture incubator che vuole valorizzare lo straordinario capitale umano che il mercato italiano delle start up offre. Dalla fase di progettazione al ready-to-market, fino alla ricerca di nuovi soci e capitali, il nostro obiettivo è creare valore durante l’intero percorso di affiancamento: investimenti, competenze qualificate e network specializzato guidano e supportano la crescita di startup digitali ad alto potenziale verso l’inserimento nel giusto mercato. Indirizzo: Piazza Bande Nere. Mail:info@keycapital.it

035 investimenti:  si pone l’obiettivo di investire nel capitale di piccole imprese prevalentemente del territorio lombardo favorendone lo sviluppo, a livello nazionale ed internazionale, anche attraverso aggregazioni e acquisizioni. La Società effettua investimenti in aumento di capitale con l’obiettivo di diventare un azionista di minoranza che, facendo leva sulle proprie competenze e conoscenze, assista le aziende partecipate nel loro percorso di crescita. Indirizzo: Viale Papa Giovanni XXIII, 118 24121 Bergamo Mail: info@035investimenti.it

360 capital Partner: società di Venture Capital che investe in innovazione su larga scala, nella fase iniziale in Europa con un occhio di riguardo alla Francia e all’Italia.Indirizzo: via Brisa 3, 20123 Milano. Mail: info@360capitalpartners.com

Boox: un acceleratore per startup digitali che unisce esperienza e innovazione. La truttura – insieme alle competenze accumulate in oltre 20 anni di attività – dà continuo supporto agli imprenditori di nuova generazione che lavorano alla creazione di aziende digitali. Indirizzo: Via Chiossetto, 1
20122 Milano. Italy. Mail: INFO@BOOX.IT

Club Italia Investimenti: è un veicolo di investimento passivo che non effettua valutazioni di business plan ma che agisce solo su indicazione di uno degli acceleratori che hanno firmato un accordo di collaborazione. Indirizzo: via Timavo 24, Milano 20124. Mail: cristiano@cii2.com

Como Ventures: è una società finanziaria che investe in imprese innovative ad elevato contenuto tecnologico e potenziale di crescita, seleziona e investe in progetti di imprese che favoriscono processi di innovazione, di sviluppo e di trasferimento tecnologico, traducibili in prodotti industriali brevettabili e in grado di remunerare il capitale investito. Indirizzo: Villa del Grumello via per Cernobbio, 1 22100 COMO. Mail: segreteria@comoventure.it

Digital Magics: un venture incubator che fonda e costruisce internet startup, investendo anche capitale proprio. Parte dai talenti e dalle idee, trasformandole in business disruptive e di successo ben integrati nella digital economy italiana e internazionale. L’incubatore promuove la cultura dell’imprenditorialità e del rischio, contribuendo alla crescita economica e all’occupazione per i giovani. Indirizzo: Via B. Quaranta, 40 – 20139 Milano. Mail: info@digitalmagics.com

dPixel: si tratta di una società di venture capital composta da imprenditori e manager con una elevata esperienza industriale internazionale alle spalle. Il loro motto è. “cerchiamo imprenditori in grado di cambiare il mondo”. Indirizzo: via Filippo Turati 38, 20121. Milano. Mail: info@dpixel.it

Euroventures: nasce dall’acquisizione di Piemonte High Technology Srl (Piemontech) da parteEurogroup S.c. a r.l. nel gennaio del 2014 è il venture capital promosso da Eurogroup per sostenere e valorizzare le start up più promettenti. La società supporta sia la creazione di nuove imprese sia lo sviluppo di società di recente costituzione con investimenti compresi tra i 50 mila e i 600 mila euro. Indirizzo: Via Perugia 56, 10152 Torino. Mail: info@euroventures.it

Eporgen: si tratta della prima azienda italiana, interamente finanziata da privati e da investitori non istituzionali, dedicata alla seed capital investment nel settore del life science. Indirizzo:Via Ribes, 510010 Colleretto Giacosa (TO). Mail: info@eporgen.com

Filas Lazio:  è la società in house della Regione Lazio, partecipata al 19,50 % dalla Camera di Commercio di Roma, che opera nella progettazione e gestione di azioni e programmi di aiuto per la crescita economica, l’accesso al credito, lo sviluppo del territorio e il sostegno all’innovazione. Indirizzo: via dell’Amba Aradam, 9 – 00184 Roma. Mail: info@lazioinnova.it –lazioinnova@pec.lazioinnova.it

Fira: è la Finanziaria Regionale Abruzzese, Si occupa prevalentemente della gestione di leggi agevolative attraverso l’applicazione di bandi che prevedono la gestione di fondi europei, nazionali e regionali. La corretta applicazione dei bandi avviene attraverso l’attività di istruttoria e pre-istruttoria di pratiche, stesura di graduatorie, erogazione e monitoraggio delle misure agevolative individuate negli stessi.  La FIRA rappresenta lo strumento di attuazione della programmazione economica regionale, operando con l’obiettivo di concorrere allo sviluppo ed al riequilibrio socio-economico della Regione, alla piena occupazione ed utilizzazione delle risorse dell’Abruzzo ed alla valorizzazione delle sue imprese. Indirizzo: Via Enzo Ferrari, 155
65124 Pescara. Mail: info@fira.it

Fondo Rotativo Imprese Innovative: è lo strumento finanziario mediante il quale la Camera di Commercio di Pisa partecipa al capitale di rischio di imprese innovative ad alto potenziale di crescita. Attraverso la sottoscrizione di quote di capitale per importi fino a200.000 euro, la Camera di Commercio di Pisa diventa socia dell’impresa per un periodo di tempo limitato (massimo 5 anni) al fine di favorire il superamento della fase iniziale di avvio del progetto innovativo. Indirizzo: Piazza Vittorio Emanuele II, n. 5 – 56125 Pisa. Mail: assefi@pi.camcom.it assefi@legalmail.it

Genextra: la loro missione è quella di individuare ricerche innovative nel campo della life science e di sviluppare nuove terapie e strumenti per la creazione di iniziative di business di successo in modo sostenibile a lungo termine. Indirizzo: Via Privata Giovannino De Grassi 11, 20123 Milan, Italy Mail: info@genextra.it

H Farm Ventures: una piattaforma digitale nata nel 2005 con l’obiettivo di aiutare giovani imprenditori nel lancio di iniziative innovative e supportare la trasformazione delle aziende italiane in un’ottica digitale. Indirizzo: Tenuta Ca’ Tron Via Sile, 41 – 31056 Roncade Treviso. Mail:info@h-farmventures.com

Holding di Iniziativa Industriale: nasce nel 2005 per favorire la crescita delle PMI, e svolgere attività di assunzione e gestione, nella logica del merchant banking, di partecipazioni in piccole e medie imprese italiane finalizzata alla valorizzazione delle stesse. Indirizzo: Via Barberini 95
00187 Roma. Mail: h2ispa@h2ispa.com

Iag: ha lo scopo di finanziare iniziative in fase early stage che presentino un alto contenuto di innovazione e potenziale di crescita, tale da rendere ipotizzabile in circa 5 anni una exit redditizia per gli Angels. Indirizzo: Via Vivaio, 24 – 20122 – Milano – Italia. Mail: press@italianangels.net

Imi Fondi Chiusi Sgr: è la società di gestione del risparmio, del gruppo Intesa San Paolo,  che gestisce Fondi Chiusi Riservati specializzati nell’attività di private equity (later stage) e di venture capital. Indirizzo: Via Zamboni, 2 – 40126 Bologna. Mail:affarisocietari.imiinvestimenti@intesasanpaolo.com

Innogest: prima società di venture capital italiana, è stata istituita nel gennaio del 2005 ed è specializzata nella promozione e gestione di fondi con profilo innovativo. Indirizzo: Via Santa Maria Segreta 7/9, 20100 – Milano. Mail: info@innogest.it

Lventures: tra i primi operatori di Seed Venture Capital, si tratta di un’attività che crea valore investendo e supportando attivamente la crescita di startup digitali ad elevato potenziale, con lo scopo di portarle al successo sul mercato. Indirizzo: Via Giovanni Giolitti, 34 00185 Roma. Mail: info@lventuregroup.com

M31: crea nuove imprese e opera a sostegno della loro crescita sui mercati internazionali dal 2007, combinando servizi di incubazione e capitale di rischio. Indirizzo: Via Mazzini, 2 20123 Milano. Mail: info@m31.com

Medixea Capital: gestisce investimenti del Fondo Principia, un fondo di venture capital lanciato da Quantica SGR. Indirizzo: P.zza Maria Adelaide di Savoia, 1  Milano.

P101: è una società di venture capital specializzata in investimenti early stage nel settore digitale. Supportano gli imprenditori di nuova generazione impegnati a far crescere e a consolidare le proprie aziende. Si punta su realtà che abbiano già dimostrato il loro business model, che possano scalare velocemente e affermarsi come leader nel proprio segmento, sfruttando l’innovazione tecnologica, di prodotto e di processo. Indirizzo: Via Chiossetto, 1 – 20122 Milano. Mail:info@p101.it

Principia Sgr: opera nel mercato italiano del venture capital dal 2002 con due fondi, Principia Fund e Principia II. Ad agosto 2014 Principia ha effettuato il primo closing del suo terzo fondo,  Principia III – Health, raccogliendo 160 milioni di Euro. Principia III – Health è specificatamente dedicato ad investimenti di VentureeGrowth capital nel settore healthcare.  Indirizzo: Via Pietro Mascagni n.20 20122 Milano. Mail: info@principiasgr.it

Redseed: fondo che investe nella fase iniziale delle imprese, collaborando con i fondatori con lo scopo di trasformare modelli di business innovativi in imprese di successo. Indirizzo: Piazza Cavour 1, I-20121. Mail: info@redseed.it

SuperPartes: si tratta di una realtà imprenditoriale con un posizionamento unico all’interno della scena degli incubatori italiani. Durante la fase di scuoting, la selezione dei progetti viene effettuata da imprenditori esperti: pochi sono i progetti che prendono vita nel campus dell’innovazione. Dopo questa fase il sostegno alle giovani imprese si presenta sotto forma di risorse economiche, servizi di mentorship e sviluppo tecnologico svolto dal team messo a disposizione dalla società. Indirizzo: Via Enrico Stassano, 29 – 25125 Brescia (BS). Mail: info@superpartes.biz

Tim Ventures: è il primo Corporate Venture Capital italiano che investe in startup innovative in ambito Internet, digital life, e-learning, mobile evolution, e-health, green solutions. TIM Ventures partecipa alla crescita di imprese che pensano al futuro, sostenendole nella prima fase di attività e sviluppo. Indirizzo; via Aurelio Saliceti, 10 00153 Roma

Fondo Toscana Innovazione: nato nel 2008 con una dotazione di 44,4 mln di Euro, Toscana Innovazione è un fondo comune di investimento mobiliare di tipo chiuso, riservato ad investitori qualificati. Ad oggi ha investito in 17 aziende per circa 24 milioni di euro. Indirizzo: Viale Giuseppe Mazzini, 46 50132 – Firenze. Mail: info@fondisici.it

United Ventures: si tratta di una società di venture capital focalizzata sul mondo di Internet del software e del mobile. United sostiene gli imprenditori con approccio guidato dalla tecnologia il cui obiettivo è quello di rimodellare grandi mercati secondo l’approccio del business scalabile e disruptive. Indirizzo: via Chiossetto, 7 – 20121 Milano. Mail: info@unitedventures.it

Veneto Sviluppo: opera con il Fondo di Garanzia per le PMI del Ministero dello Sviluppo Economico (Legge 662/96), richiedendo l’ammissione alla Controgaranzia per le operazioni di Garanzia agevolata a valere sul Fondo Regionale di Garanzia ex LR 19/2004. Indirizzo: via Industrie, 19 Venezia. Mail: info@venetosviluppo.it

Vertis Ventures: società di gestione del risparmio indipendente che gestisce fondi di venture e growth capital per imprese del Made in Italy innovativo e l’high tech industriale europeo. Indirizzo: Via Filippo Turati, 32 – 20121 Milano. Mail: vertis@vertis.it

Withfounders: fondata nel 2013, è una società di investimento in cui i founder sono imprenditori con un passato e presente da startupper. I cinque fondatori hanno quindici anni di vita professionale alle spalle in alcune delle più importanti startup digitali d’Italia, investimenti personali in più di 30 aziende e hanno partecipato ad alcune delle principali exit della net economy in Italia, tra cui Buongiorno, Vitaminic, Jobrapido, Glamoo, Volagratis. Mail: info@withfounders.it

Xandas New Media Ventures: società che lancia e gestisce iniziative digitali dal 1998, anche attraverso i propri incubatori Xandas si occupa dell’accompagnamento di imprese innovative focalizzate sul social web, mobile internet, social gaming, e-commerce e applicazioni mobile. Indirizzo: Via Senato, 15 20121 Milano. Mail: contact@xandas.com

Zernike Meta Ventures: società specializzata nella finanza per l’innovazione e la creazione di nuove imprese, si tratta di una joint ventures italiana-olandese tra Zernike Group e Meta Group, società con entrambi decenni di esperienza nel campo dei finanziamenti in fase iniziale. Indirizzo: Viale Umberto Tupini, 116 Roma. Mail: info@meta-group.com

 

Articolo ripreso dal blog di StartupItalia.eu – autore: F. Marino