Le banche investono nelle startup fintech per aggiornare i loro sistemi di gestione

Le aziende nel payment hanno raggiunto la cifra di un miliardo di dollari nel solo Q1 del 2015 attraverso 214 accordi con venture, angel, e anche tante banche. Un segnale di cooperazione che testimonia l’obiettivo comune di proporsi ai clienti con proposizioni e servizi che siano di valore reale per loro.

Secondo il report di Accenture “The future of FinTech and banking”gli investimenti globali in Fintech sono triplicati nel 2014, crescendo globalmente del 201% in un anno.  Il settore sta diventando sempre più competitivo con diverse startup che hanno già avviato partnership con corporation e stanno scalando il proprio business.

La customer base è l’asso delle startup fintech

La collaborazione tra banche e startup fintech si sta affermando come la strada da percorrere, le banche hanno infatti qualcosa che le startup fintech non hanno, e di cui hanno estremo bisogno: la customer base. C’è un’offerta di innovazione e tecnologia che le startup fintech possono indirizzare, e c’è una domanda che le banche possono guidare. Il connubio può funzionare.

Le banche offrono l’opportunità di scalare (spesso questo è proprio il punto debole delle piccole aziende), le startup fintech offrono ad oggi le soluzioni che massimizzano la soddisfazione del cliente e contribuiscono a “svecchiare” l’immagine della banca. Alcune delle banche più illuminate sembrano avere già colto il messaggio. Santander ad esempio, come espresso nella ricerca “FinTech 2.0 Paper: Rebooting Financial Services” ha descritto questa via cooperativa come “l’evoluzione del Fintech”.

Un vero e proprio FinTech 2.0, in una fase in cui le 300 banche che controllano i 3,8 trilioni di dollari di revenue possono davvero investirne una buona parte in startup e re-ingegnerizzare la propria infrastruttura. Le banche dunque sarebbero meno dinosauri di quanto non si pensi. Molte iniziative sono state già intraprese.

Quali sono le banche che innovano di più

Anche in Italia ne abbiamo avuti degli esempi virtuosi con UniCredit, CheBanca! e Banca Sella. All’estero le best practice non mancano. Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, nel 2014, la sola Santander ha investito 100 milioni di dollari nel venture capital di startup fintech a livello globale. HSBC ha allocato 200 milioni di dollari di investimento nel Regno Unito.

Particolarmente illuminate anche Sberbank in Russia e BBVA in Spagna con investimenti di circa 100 milioni di dollari ciascuna. Ancora negli Stati Uniti Citibank che ha creato Citi Ventures con uffici a New York ed in Silicon Valley. Tra gli investimenti annunciati spiccano Betterment, Click Security, Datameer, Jumio, Platfora, Ready for Zero, Shopkick e Square.

Insomma, il Fintech 2.0 per riprendere il concetto dell’analisi di Santander, che vede le startup entrare nella catena del valore agendo in simbiosi con le banche per offrire una proposition di valore ai clienti finali, sembra un essere percepito da tutti gli attori dell’ecosistema come soluzione win-win per tutti, innovatori e “dinosauri”.

 

Articolo di E_Perinetti – ripreso da startupitalia_eu

 

 

 

Digital Magics obiettivo 100 startup entro il 2018

Presentati durante il “Digital Magics Founders Meeting” i risultati più recenti dell’incubatore e gli sviluppi della piattaforma di innovazione per il DIGITAL MADE IN ITALY con Talent Garden e Tamburi Investment Partners, con l’obiettivo delle 100 startup entro il 2018

Durante il Digital Magics Founders Meeting – evento riservato al network dell’incubatore – Digital Magics, venture incubator quotato su AIM Italia, ha condiviso i propri piani di sviluppo con i team dei fondatori delle startup partecipate.

Il portfolio di Digital Magics si compone di 48 partecipazioni in startup digitali, di cui 26 risultano iscritte nel Registro delle Startup Innovative. Sono in fase di closing gli accordi con altre 4 startup per l’ingresso nel programma di incubazione. Fino a giugno 2015 Digital Magics ha investito 18,2 milioni di Euro, a cui si sono affiancati investimenti per 7,8 milioni di Euro da parte di terzi. Il valore complessivo delle cessioni (exit) è di circa 5 milioni di Euro.

Per il 2015 è prevista una crescita del 74% sul fatturato aggregato del portafoglio di Digital Magics (32 milioni di Euro circa) rispetto al 2014, con un pro quota di circa il 30%.

L’incubatore sostiene i talenti per l’accelerazione di startup innovative ad alto potenziale di crescita e a elevato valore tecnologico. I settori più promettenti su cui si sta focalizzando sono: Made in Italy (food, fashion, design), fintech, traveltech, Internet of Things, digital media e marketing, enterprise services, con l’obiettivo delle 100 partecipazioni entro il 2018.

Il nuovo piano potenzia la piattaforma DIGITAL MADE IN ITALY, nata grazie alla partnership con Talent Garden (TAG) e Tamburi Investment Partners (TIP), che ha l’obiettivo di realizzare il più grande hub di innovazione italiano per lo sviluppo e l’accelerazione di startup digitali e la trasformazione digitale delle imprese eccellenti del Paese.

Digital Magics supporta TAG nello sviluppo di 50 nuovi spazi di co-working in Italia e in Europa. Inoltre l’incubatore sta rafforzando i servizi per le startup e scale-up non solo con l’accesso a tutto il network di Talent Garden in Italia e in Europa, ma anche coinvolgendo le start up direttamente nei programmi di Open Innovation delle imprese, estendendo i servizi di accelerazione fino alla fase pre-IPO e allargando il Digital Magics Angel Network su tutto il territorio nazionale. Nel corso del 2016 saranno attivi 10 nuovi programmi di accelerazione locale, con altrettanti team associati, nelle principali città italiane.

Digital Magics ha recentemente lanciato anche nuovi servizi di Open Innovation per le imprese: informazione, consulenza strategica e formazione per il top management aziendale; supporto agli investimenti delle imprese nel digitale (analisi di scenario, scouting di talenti e tecnologie, programmi di corporate venture capital e di accelerazione di spinoff); realizzazione di applicazioni tecnologiche innovative realizzate dalle startup.

 

Questo Comunicato è online su www.digitalmagics.com nella sezione Investor Relations – Comunicati Stampa.

Secondo Massimo Banzi andremo in copisteria a stampare oggetti in 3D

Intervista al creatore del celebre framework open source Arduino,in Italia per una visita al suo vecchio Istituto tecnico. Da Lugano a Desio, in Brianza, la distanza non è certo abissale, ma l’accoglienza ricevuta l’altro ieri da Massimo Banzi , da tempo per lavoro in Svizzera e di passaggio in Italia per una visita all’Iti “Enrico Fermi”, dove si è diplomato, è stata simile a quella riservata a una star di Oltreoceano.

Banzi, per i pochi che non lo sapessero, è uno degli inventori della scheda e del framework di programmazione open source Arduino, una piattaforma che permette a chiunque abbia un minimo di conoscenze tecniche di realizzare oggetti interattivi e “intelligenti”. L’invenzione, per la facilità d’uso, l’approccio open, e il perfetto tempismo nell’inserirsi in quella che è stata definita la “rivoluzione” degli artigiani digitali, ha riscosso subito un grande successo, e Banzi, grazie anche agli articoli di riviste di settore come Wired, è diventato un’icona per gli aspiranti maker.  Ha risposto per noi ad alcune domande sulla sua carriera, sul nuovo artigianato tecnologico e sull’evoluzione di Arduino.

Benvenuto, Massimo, per cominciare, una curiosità: perché hai scelto di vivere in Svizzera? Ti consideri anche tu un “cervello in fuga”?

Volevo andarmene dall’Italia per una serie di questioni personali, perché non mi piaceva più l’idea di vivere qui e non ero d’accordo su cosa stava succedendo e, a un certo punto, la mia capacità di impattare sull’Italia era molto limitata perché appunto volevo andarmene. Poi è arrivata l’offerta di insegnare a Lugano, dove avevo la possibilità di sperimentare, e per me era importante il fatto di vivere in un posto dove c’è una scuola che insegna quello che insegno io, che si chiama Interaction Design.
Ha funzionato bene. Poi ho cominciato a informarmi e ho mi sono reso conto che la Svizzera è un Paese molto orientato all’innovazione, che sostiene le aziende innovative. Ci sono dei piani che permettono alle università di lavorare per le aziende supportate dallo Stato per generare innovazione.
Lì hanno un sistema ben strutturato e ben documentato su Internet in cui, a un certo punto, anni fa lo Stato ha deciso questo è il modo in cui noi promuoviamo l’innovazione ed è tutto chiaramente documentato. Se tu vuoi fare un progetto di ricerca supportato dalla Confederazione mandi un progetto, che sono poche pagine A4, e nel giro di pochi giorni hai una risposta. Sono dei livelli di efficienza, di semplicità normativa e soprattutto di stabilità. Quindi se tu vuoi fare innovazione, se vuoi fare impresa dormi sogni più tranquilli se sai che una volta che si è espresso il Governo la cosa così è e non cambia. In Italia la nostra chiamiamola “consociata”, a Torino, fa dei salti mortali per poter lavorare.
Per cui è chiaro che da un certo punto di vista è interessante vivere in un posto che promuove molto l’innovazione, anche per capire quali meccanismi sono esportabili in altri Paesi. Poi, io credo che ogni Paese del mondo ha le sue caratteristiche, qualcosa da dare ed è per questo che noi siamo sparsi in giro per il mondo.

Il tuo percorso lavorativo ti ha portato a viaggiare spesso per il mondo. Com’è l’Italia dell’innovazione vista da fuori, e confrontata con il panorama di altri Paesi?

Quando sei all’estero ti imbatti in un sacco di italiani innovativi. Più o meno ovunque c’è un italiano che sta facendo una cosa assurda. Credo che in giro per il modo siano abituati a vedere gli italiani che portano il loro valore, mentre quando guardano all’Italia spesso in alcuni posti ci si stupisce che ci siano aziende italiane innovative perché all’estero il nostro Paese è visto come il posto della tradizione. É una questione di percezione.

Come è cambiato Arduino rispetto all’idea originale che ne ha decretato il successo? Dovendo tornare indietro, faresti tutto allo stesso modo, o ci sono errori che magari avresti potuto evitare per promuovere l’invenzione (e quali)?

Tutte le idee si evolvono nel tempo. All’inizio Arduino nasceva come uno strumento creativo per studenti di design, poi quando ha iniziato a essere usato al di fuori di questo ambito abbiamo cominciato a lavorare per renderlo più universale. Nel percorso abbiamo visto l’evoluzione del mondo maker per cui, assistendo a questa evoluzione, abbiamo anche cambiato alcune cose che facevamo per abbracciare cose che fossero di più di Arduino in quanto circuito elettronico. Abbiamo fondato spazi fisici in Italia, in Svezia, in India, dove interagire con le comunità, dove lavorare sulla fabbricazione digitale: sono tentativi di espandere Arduino oltre il concetto originale.
Io passo una buona quantità di tempo ad analizzare le cose che abbiamo fatto nel passato per capire come fare meglio perché chiaramente quello è il mio lavoro. Sì, avrei potuto fare cento mila cose diverse, ma alla fine quello che abbiamo fatto ha funzionato abbastanza bene. Per cui non sto troppo tempo a pensare a cosa avrei potuto fare di meglio.

Si parla molto, anche qui da noi, di “rivoluzione dei maker”. Il termine “rivoluzione” è un po’ una forzatura pubblicitaria o la descrizione accurata di quanto sta accadendo?

Ogni movimento ha bisogno del suo marketing per potersi sviluppare. Non la chiamerei una rivoluzione Copernicana, però sicuramente è un modo di ripensare alcuni meccanismi che stanno dietro alla creazione di prodotti, di servizi fatti da persone che magari non facevano parte di questo mondo precedentemente, per cui portano dei punti di vista spesso un po’ bizzarri spesso innovativi proprio perché arrivano da mondi che non c’entrano con il modo in cui si sono fatte le cose finora. Nel momento in cui prendi più campi e crei un’intersezione tra più discipline o porti delle persone che non sanno niente di una disciplina dentro quella disciplina si crea un cambiamento. Anche perché spesso questi makers, siccome non sanno nulla di come si fa a produrre certe cose, magari inventano metodi più semplici per produrre la stessa cosa perché non sanno che si fa così. Oppure, proprio perché non hanno studiato come si fa una certa cosa, non hanno dei preconcetti, per cui fanno delle cose per cui un esperto di quel campo direbbe no, non ha senso. Uno che banalmente non è esperto porta un punto di vista del tutto fresco.

Quale pensi potrà essere l’impatto sulla società della diffusione della possibilità di prodursi da soli oggetti con stampanti con 3d, e di interagire con il cosiddetto Internet delle Cose?

Non credo che in maniera molto rapida ora tutti compreremo la stampante 3d come compriamo il frigo a casa. Però sicuramente questi meccanismi lentamente evolveranno fino al punto in cui nelle città ci saranno, così come ora ci sono le copisterie, i negozi che stampano le cose. Oppure si ordineranno online e arriveranno a casa. Sicuramente queste stampanti sempre più economiche serviranno a una categoria di persone per innovare, per sperimentare, per provare. Da un altro punto di vista anche l’Internet delle Cose è qualcosa che lentamente entrerà nelle case delle persone senza magari essere chiamato l’Internet delle Cose. Per esempio ora negli Stati Uniti c’è una punta avanzata di consumatori che sostituisce il termostato del riscaldamento di casa con il termostato “Nest”, che è un termostato progettato da un ex dirigente della Apple, che si collega via wi-fi e ha tutta una serie di intelligenze comandabili dal telefonino e via web. Quello è un esempio di Internet delle Cose, ma la gente pensa semplicemente che quello è il nuovo termostato. Alle persone di tutti i giorni non interessa il concetto di Internet delle Cose, interessa che il prodotto gli risolva un problema.

Sul vostro sito avete una divertente sezione “hall of shame”, dedicato ai copycat dei vostri prodotti. La contraffazione è ovunque, ma il fatto di proporre un progetto open source ha in qualche modo incentivato problemi di questo tipo? E come vi siete attrezzati per fronteggiarli?

Arduino è open source. Questo vuol dire che chiunque può riprodurre la parte software senza problemi. Ma il nome e il marchio sono registrati ed è chiaramente indicato sulla scheda, sui files che si scaricano dal sito e anche nel nostro sito. Per cui il problema non è il fatto che la gente copi la scheda, quello era un po’ il desiderio, il problema è quando la gente ti copia il nome e va in giro a dire che sono te. É chiaro che se uno va su Ebay compra una scheda tarocca cinese, gli arriva a casa e non gli funziona poi dice Arduino è un tarocco perché non va. Il problema è quando si fa pensare che quel prodotto è quello che non è.

Cosa ne pensi, in generale, della cosiddetta “pirateria”?

Io credo che in qualche maniera in tutti i momenti storici c’è stato qualcosa che è stato “piratato”, cioè dei modelli di business che sono stati come si dice in inglese “diswrapped”, che sono stati sconvolti e poi alla fine si sono stabiliti altri modelli business che hanno sostituito quelli vecchi. Sicuramente tutta l’industria legata al copyright è in una condizione in cui il mondo sta evolvendo, queste evoluzioni sono inevitabili, e invece di pensare a come adattarsi al mondo che cambia investe tutte le loro energie per immaginarsi a come fare a bloccare il cambiamento. Credo che alla fine ha senso educare le persone più che usare i metodi polizieschi. Da un altro lato molte di queste aziende forniscono dei prodotti che la gente percepisce come troppo costosi per il valore che danno. Finché c’è questa percezione probabilmente la gente si darà alla pirateria.

Venerdì a Torino c’è un grande evento dedicato al crowdfunding, Torino Crowdfunding. Cosa ne pensi di questa modalità di finanziamento? Può dare un futuro a giovani con idee brillanti come la tua?

Ogni tipo di idea imprenditoriale ha diverse fasi e ci sono diverse tipologie di idee in diverse fasi, per cui si applicano diversi modelli di finanziamento. Nel nostro caso, quando siamo partiti a fare Arduino, i primi pezzi che abbiamo fabbricato per nostro uso personale li abbiamo fatti investendo 700 euro. Il costo dell’investimento fisico era talmente basso e in più il mercato era privo di concorrenti per cui non c’era la paura che qualcuno ci superasse in curva. In questo caso il self-funding ha funzionato, mentre per altre idee serve che una comunità di persone credano in quell’idea. Poi, a parte alcuni esempi eclatanti, risulta difficile che qualcuno con il crowfounding puro, specialmente in Italia, porta a casa 20 milioni di dollari. Per quello servono fondi d’investimento a diversi stadi. Poi spesso una start up nella sua vita ha un primo angel all’inizio, poi ha un primo round di finanziamento, poi c’ è un secondo round più ampio. Per cui a diversi stadi della vita dell’idea imprenditoriale ci son diversi strumenti di finanziamento.

 

Testo di F_Guerrini ripreso dal blog “Gli Squali di Wall Street”

Il business di aiutare le startup a crescere e’ sempre piu’ florido

Sono quasi tremila le startup in Italia, eppure sono ancora poche quelle che riescono ad emergere. Si parla spesso di mancanza di investimenti, quando invece si dovrebbe parlare di frammentazione di investimenti. Si parla di ecosistema dell’innovazione, in un sistema come quello italiano in cui troppe volte le aziende non partecipano alla costruzione del proprio futuro grazie alle tecnologie.

Ma non è tutto perso, si può ancora agire per cambiare le cose. C’è bisogno di alleanze, piuttosto che di semplici investimenti finanziari. C’è bisogno di un’unione tra startup più consolidate e aziende strutturate con startup nascenti, solo così si può crescere in modo continuativo.

Le imprese hanno bisogno di innovare i propri processi e i propri prodotti per sopravvivere al mercato.

Le startup necessitano di capitali per sviluppare una tecnologia, ma soprattutto di un cliente su cui testarla. Si tratta di creare un modello alternativo agli investitori istituzionali, che riescono ad aiutare molto nella fase di sviluppo dell’idea, ma che spesso non supportano la startup nell’entrata sul mercato. Se invece l’investitore è rappresentato dalla stessa azienda, i vantaggi sono plurimi e condivisi da entrambi gli attori. La startup, in questo caso, ha la possibilità di testare direttamente il proprio prodotto su un cliente reale, entrando nell’ottica delle logiche di mercato e potendolo modificare secondo i feedback che riceve. L’impresa ha un servizio personalizzato, creato su misura per soddisfare i propri bisogni, e riesce ad attrarre al suo interno talenti che altrimenti non avrebbe avuto modo di coinvolgere.

Perché in Italia questo modello non è la norma? Prima di tutto per paura di aprirsi. Il sistema italiano è basato principalmente su PMI familiari che temono l’innovazione piuttosto che vederla come una possibile salvezza. In secondo luogo, perché non viene in mente di investire in idee ancora in fase di sperimentazione. Manca la propensione al rischio e la mentalità per farlo. E per cambiare serve parlarne, serve capire che questo è il modo per far crescere l’Italia con i giovani talenti che sono preziosi per le aziende tradizionali. Servono casi di successo, che siano di esempio e di apripista alle aziende.

Talent Garden è stata la prima azienda a provarci, stringendo una alleanza con WeTipp, la piattaforma di engagement per community fondata da Damiano Ramazzotti, Stefano Ortona,Tiziano Espositi, Evgeniy Lahansky.

Damiano è entrato a far parte di TaG come COO e con il suo team ha sviluppato un prodotto personalizzato per il nostro network di talenti e per facilitare l’interazione tra di loro. Talent Garden ne aveva bisogno, e loro hanno avuto la possibilità di avere un primo cliente su cui provare le diverse funzionalità che volevano sviluppare. Se ci ha provato TaG, che non è ancora un’azienda strutturata, possono provarci anche le tante piccole e medie imprese diffuse sul territorio nazionale e che necessitano sempre più di nuovi talenti e nuove idee con cui continuare il proprio business.

E’ sui talenti che bisogna scommettere ed è da lì che si può ripartire, insieme.

 

Articolo di D. Tattoli, ripreso da wired_it

Come funziona un’incubatore d’impresa per una azienda innovativa

Se  sei interessato ad avviare un’azienda, ma ti rendi conto del fatto che, per riuscirci, hai bisogno di supporto professionale, la strada più semplice da percorrere è certamente quella di rivolgerti ad un incubatore d’impresa. Ma, cos’è e cosa fa un incubatore d’impresa? L’incubatore è un’organizzazione in grado di accelerare lo sviluppo di nuove imprese, grazie ad una serie di servizi ad elevato valore aggiunto.

Altre attività dell’incubatore sono, ad esempio, la concessione e l’affitto di immobili per ufficio, oltre che la consulenza per:

  • la formazione imprenditoriale;
  • la definizione di un valido business plan;
  • il monitoraggio dei finanziamenti;
  • il networking con altre aziende;
  • il marketing e la comunicazione.

Attualmente esistono diverse tipologie di incubatore d’impresa, che cambiano in base a fattori come, ad esempio, la struttura interna dell’incubatore stesso, i servizi erogati e la tipologia di clientela servita. A tal proposito va precisato che i business incubator non gestiscono qualsiasi genere di società, ma in prevalenza soltanto quelle capaci di proporre idee fattibili nello sviluppo e dotate di una pianificazione di attività percorribile in tempistiche e con mezzi accettabili.

Per entrare in questi particolari programmi, gli imprenditori interessati devono dunquepreparare un progetto convincente e presentare domanda di ammissione da sottoporre alla commissione interna dell’incubatore di riferimento, che deciderà se accettarla o respingerla.

Quanto dura mediamente il periodo di incubazione? Tutto dipende da fattori essenziali quali:

  • il tipo di attività da lanciare;
  • e le conoscenze-competenze dell’imprenditore.

Alcune start up come, ad esempio, quelle caratterizzate da lunghe fasi di ricerca e di sviluppo, necessitano di tempistiche più lunghe, soprattutto se confrontate con altre giovani imprese operanti in settori legati ai servizi o alle attività manifatturiere che, nel giro di poco, sono perfettamente in grado di soddisfare la richiesta del pubblico. Se comunque volessimo fare una stima sulla durata dell’incubazione, potremmo dire che i programmi si protraggono nel tempo mediamente per 33 mesi.

Quali sono i settori cardine supportati da questi programmi?

  • Tecnologia
  • Software per computer
  • Servizi / professionali
  • Artigianato
  • Internet
  • Bioscienze / scienze della vita
  • Elettronica / microelettronica
  • Telecomunicazioni
  • Hardware
  • Dispositivi medici
  • La tecnologia wireless
  • Tecnologia healthcare
  • Materiali avanzati
  • Difesa / sicurezza
  • Energia
  • Ambiente / tecnologie pulite
  • Media
  • Nanotecnologie
  • Costruzione
  • Arte
  • Aerospaziale
  • Cucina / cibo
  • Al dettaglio
  • Moda
  • Legno / forestali
  • Turismo

Quali sono i reali benefici offerti dagli incubatori e che cosa garantiscono alle Start Up gestite?

  • La creazione di lavoro e ricchezza
  • Lo sviluppo di un vero sistema imprenditoriale
  • La commercializzazione della tecnologia
  • La differenziazione delle economie locali
  • La creazione e lo sviluppo di aziende
  • L’individuazione di opportunità di business spin-in o spin-out

Oltre a questo, dobbiamo aggiungere il fatto che, dal punto di vista pratico, le tipologie di incubatori sono essenzialmente tre:

Incubatori di prima generazione

Offrono spazi di lavoro condiviso e servizi in comune a clienti di piccole imprese. In questo caso la principale fonte di finanziamento deriva dalla locazione degli immobili e le aree di maggiore diffusione sono quelle dell’Europa Occidentale e degli Stati Uniti.

Incubatori di seconda generazione

Aggiungono alla precedente offerta l’opportunità di usufruire di veri e propri servizi di incubazione. In questo caso l’obiettivo è offrire uno sviluppo economico sia dal punto di vista locale sia anche dal punto di vista regionale. I clienti di riferimento sono le neo-imprese e gli spin-off. Dal punto di vista della diffusione, anche la seconda generazione sta trovando maggiore fortuna nell’Europa Occidentale e negli Stati Uniti.

Incubatori di terza generazione

Si specializzano nell’erogazione di servizi mirati che consentano l’accesso ai mercati di riferimento, lo sviluppo di una valido network e l’acquisizione di un corretto stile di gestione imprenditoriale. Gli obiettivi primari consistono nel fatto di assicurare a clienti di aziende neo-nate, realtà mature e spin-off, la possibilità di sviluppare imprese tecnologico-innovative in grado di generare valore delle imprese supportate, oltre che valore immobiliare e valore socio-economico.

Ora che ti abbiamo spiegato nel dettaglio cos’è e cosa fa l’incubatore d’impresa, puoi pensare di sfruttarne anche tu gli indiscutibili vantaggi offerti dal sistema: vantaggi concreti che mirano a garantire la creazione di lavoro integrando know-how, capitale, tecnologie e talenti in un’unica rete volta a favorire la crescita delle StartUp innovative.

Articolo ripreso dal sito danea.it – autore: A. Alice