Meglio la Grecia fuori dall’Europa o tenerla dentro diminuendo il valore dell’Euro?

La domanda che tutti si pongono in queste ultime settimane è principalmente una: la Grecia uscirà o no dall’Eurozona?

Gli Stati Europei, ma anche tutti i paesi che fanno parte del G8, stanno cercando di trovare una soluzione per poter affrontare la grave crisi dello stato greco di questi ultimi anni tentando di arrivare ad una decisione prima che si svolgano le elezioni.

Nell’ultimo G8, che si è svolto il 19 Maggio a Camp David, i leader hanno posto come priorità la crescita e il lavoro, ma soprattutto la permanenza della Grecia nell’Eurozona.

Secondo la cancelliera Merkel, Francia e Germania hanno le stesse idee riguardo alla crisi europea e greca. Il primo importante passo è che entrambi siano fermamente convinti che l’Eurozona debba rimanere forte e coesa, e che la Grecia ne faccia parte!

Quindi la domanda da porsi è: ma la Germania ha definitivamente deciso di focalizzare l’attenzione in Europa e aiutare gli Stati che sono in piena crisi economica?

Innanzitutto è opportuno premettere che, secondo quanto è stabilito dai Trattati dell’Unione Europea, non è prevista l’uscita di uno Stato membro dall’Euro: per poterlo fare bisognerebbe modificare i Trattati stessi. Tuttavia, visto il periodo che stiamo vivendo, ci sono diverse opinioni sulla questione Grecia.

Grecia: attraverso un sondaggio fatto negli ultimi giorni, la maggioranza dei cittadini continua a volere la permanenza del Paese nell’Euro, anche se ciò potrebbe significare ulteriori sacrifici e il diffondersi del pessimismo sul futuro del paese: infatti per il 94,5%, la situazione continuerà a peggiorare! Il contesto politico esprime invece concetti diversi. Le ultime elezioni hanno visto la grande crescita delle forze che si oppongono all’accettazione dei sacrifici imposti dalla troika (FMI, Banca Mondiale, Commissione Europea), ed ora la formazione di un nuovo governo sembra un’impresa difficile.

Bce: secondo Asmussen, membro del board della Banca Centrale Europea,  in un convegno a Berlino, la Bce sta lavorando per mantenere la Grecia nell’Euro e per l’approvazione e l’implementazione del fiscal compact da parte di tutti i paesi membri in modo da arrivare ad una nuova crescita economica.

Polonia: secondo il ministro delle Finanze polacco, la Bce dovrebbe annunciare la sua immediata disponibilità ad acquistare titoli di stato dei paesi dell’Eurozona in caso di uscita della Grecia dall’euro, in modo da garantire una protezione contro il contagio finanziario. Ciò vuol dire che l’Eurozona ha bisogno di un firewall che funzioni prima che la Grecia esca dall’euro e solo la Bce è in grado di farlo. Dovrebbe infatti essere pronta ad acquistare quantitativi illimitati di debito sovrano dei paesi che restano nell’eurozona, per un periodo limitato (un anno o 18 mesi). Un’iniziativa così non è prevista dai trattati, ma verrebbe considerata “solo nel caso in cui un paese lasciasse davvero l’euro” o qualora si verificasse “un evento estremamente ben definito”, come ad esempio quello che accadde nel maggio 2010, quando la Bce aveva lanciato un inedito programma di acquisto di obbligazioni sovrane sul mercato secondario, in seguito alla crisi del debito greco.

Ubs: secondo i suoi analisti, la crisi greca costerà almeno altri 60 miliardi di euro ai contribuenti europei. Ma questo è lo scenario più ottimistico tra quelli elaborati qualora ci sia una permanenza della Grecia nell’euro; se invece dovesse uscire dalla valuta unica allora i costi sarebbero di almeno quattro volte maggiori, senza calcolare i rischi di eventuali corse a ritirare i depositi bancari in Grecia o in altri paesi (bank run).

Italia: secondo Monti, la Bce, le istituzioni europee e quelle greche troveranno una soluzione attraverso un’intesa politica.

Germania: la Merkel propone un referendum sulla permanenza nell’Euro dello stato greco prima che si svolgano le elezioni politiche del 17 giugno, ma i Ministri delle Finanze e degli Esteri sono convinti che l’Euro se la caverebbe anche senza la Grecia, spiegando che la solidità dell’Eurozona si è accresciuta negli ultimi due anni e i pericoli di “contaminazione” sono ridotti.

Commissione Europea: il vicepresidente della Commissione europea, Olli Rehn, ha smentito le voci di un piano della Commissione e della Bce sull’ipotesi di uscita della Grecia dall’euro. Ma per Barroso, la Grecia ha l’obbligo di      rispettare i patti altrimenti sarà obbligata ad uscire dall’Eurozona.

Fitch: l’agenzia di rating ha abbassato il giudizio sovrano sulla Grecia da B- a CCC. Questo indica il vicinissimo fallimento dello stato e il fatto che la Grecia non può non essere più in grado di sostenere la sua presenza nell’Unione      economica e monetaria.

Per gli analisti il voto di metà giugno assume un significato cruciale perché se il nuovo governo non sarà in grado di portare avanti il programma di austerità e riforme strutturali dell’Ue e del Fmi, un’uscita della Grecia dall’eurozona sarebbe probabile.

La Grecia quindi riuscirà a costituire un governo in grado di raggiungere una “stabilità” e rafforzare la sua presenza nell’Europa evitando che siano le altre istituzioni o stati a decidere per la sua sorte? Oppure, come emerge da diverse opinioni, è meglio che esca definitivamente dall’Eurozona visto il peso negativo economico e finanziario che ha?

Il nostro commento: onestamente ci interessa molto poco cosa accadra’ alla Grecia… il vero problema e’ riuscire a capire come gestire l’impoverimento complessivo che ci aspetta come Italia e come Europa riuscendo allo stesso tempo ad attutire i terribili disagi sociali che ne deriveranno nei prossimi anni.

Il parlamento Greco approva un ulteriore inutile piano di austerita’

Tanto non servira’ a nulla. Segnatevi questa nostra previsione.

Esplosioni, lanci di bombe carta e molotov: ad Atene la protesta si è trasformata in violenza. La polizia ha risposto sparando lacrimogeni contro la folla attorno a piazza Syntagma, mentre poco lontano il Parlamento discuteva per ore e poi approvava (con 199 sì e 74 no) le nuove misure di austerità decise dal governo per salvare della Grecia dalla bancarotta.

I due principali partiti greci che sostengono il governo del primo ministro Lucas Papademos hanno espulso questa notte oltre 40 deputati che hanno votato contro il piano di austerity approvato dal Parlamento. Il partito conservatore Nuova Democrazia ha annunciato di avere espulso 21 dei suoi 83 deputati, mentre il partito socialista Pasok circa 20 su un totale di 15

Testo ripreso da Ansa.it

La Grecia e’ fallita

Strictly confidential è scritto su ogni pagina. E ce ne sono tutte le ragioni. Il quadro che emerge dalla Dsa (Debt sustainability analysis) sulla Grecia non è roseo. Certo, l’Eurogruppo ha accordato il pagamento della sesta tranche (8 miliardi di euro) di aiuti finanziari previsti dal piano di salvataggio del maggio 2010, pari a 110 miliardi di euro, ma appare sempre più chiaro che lo ha fatto assumendosi diverse responsabilità. Questo perché la troika ha spiegato senza troppi giri di parole che il debito greco è insostenibile.

L’unica soluzione all’orizzonte è quindi quella di un aumento dell’intervento dei creditori privati, tramite il Private sector involvement (Psi), e, di conseguenza, un lungo piano di ristrutturazione del debito. Il ritorno sui mercati è atteso nel 2021, quando il rapporto debito pubblico/Prodotto interno lordo (Pil) tornerà sotto quota 150 per cento. Fino a quella data, secondo il rapporto della troika, saranno necessari 252 miliardi di euro per garantire la sopravvivenza di Atene, nel migliore dei casi. Nel peggiore, altri 444 miliardi di euro, più dell’attuale valore del fondo europeo salva-Stati European financial stability facility (Efsf).

In altre parole, considerando l’intervento del maggio 2010, l’intero debito ellenico, 365 miliardi di euro, dovrà essere messo in sicurezza da qui al 2030. Dopo diverse settimane di attesa, la troika ha concluso la sua ultima verifica ad Atene. Nonostante le rassicurazioni del ministro delle Finanze ellenico Evangelos Venizelos, che ancora cinque giorni fa parlava di «sensazioni positive riguardo alla troika», il rapporto finale lascia senza fiato.

Semplicemente, niente va come dovrebbe andare. Il debito pubblico, attualmente al 160% del Pil, toccherà quota 186% nel 2013 e solo nel finale del 2020 scenderà sotto il 152%, soglia considerata cruciale per il rientro di Atene sui mercati internazionali. Ancora, solo nel 2030 il rapporto debito/Pil sarà sotto il 130 per cento. Chiaramente insostenibile, sebbene lo stesso Venizelos abbia più volte rimarcato che «il Paese è su una buona strada». C’è poi il capitolo privatizzazioni. Sui circa 46 miliardi di euro che dovevano essere raccolti da luglio a oggi, solo 10 sono entrati nelle casse del Tesoro di Atene. E pensare che inizialmente il programma del 21 luglio, completamente smontato dalla troika, aveva previsto ricavi per 66 miliardi di euro (50 miliardi di asset governativi più 16 miliardi di asset derivanti dalle ricapitalizzazioni bancarie). Niente di tutto questo è stato rispettato, finora, né riuscirà a essere raggiunto, spiega la troika, senza un programma di consolidamento fiscale più duro che mai.

Infine, la ristrutturazione del debito. L’accordo del Consiglio europeo del 21 luglio scorso prevedeva un haircut, cioè un taglio al valore nominale dei bond detenuti in portafoglio, del 21 per cento. L’accordo, sottoscritto dall’Institute of international finance (Iif), la lobby bancaria internazionale, fin da subito è apparso troppo blando per ristorare il debito greco. Dei 365 miliardi di euro di stock complessivo, solo 135 erano impegnati nel rollover, cioè il concambio peggiorativo, con un impegno da parte delle banche creditrici di circa 37 miliardi. Troppo poco. La troika propone due soluzioni: o un taglio del 50%, capace di riportare il debito sotto quota 120% nel finale del 2020, o un haircut del 60%, che porterebbe il debito sotto il 110% nel 2020. In entrambi i casi, ci sarebbero dei costi per la comunità internazionale. Tralasciando quelli sociali e quelli creditizi a carico delle banche esposte sulla Grecia, per Atene il supporto finanziario dovrebbe essere di 113,5 miliardi di euro per il ventennio 2011-2030 nel caso di un haircut del 50% e di 109,3 miliardi in caso di taglio del 60 per cento. Qualsiasi scelta si prenda nel prossimo vertice europeo, ci sono due certezze: la Grecia è fallita e il suo default non sarà indolore.

Testo ripreso da linkiesta.it

Per l’Agenzia di Rating Moody la Grecia deve fallire

Per la Grecia, non c’è altra via se non il default. Chi detiene obbligazioni elleniche, inoltre, subirà un taglio pari al 60% del loro valore nominale, vicino al 55% proposto alla Commissione europea dalla lobby delle banche d’affari comunitarie, (Institute of international finance). Nel primo dei due giorni di serrata totale nel Paese – fonti giornalistiche confermano a Linkiesta che il 99% degli esercizi commerciali è chiuso, mentre poco fa il Parlamento greco ha iniziato a votare il nuovo piano di austerity – e di pesanti scontri in piazza Syntagma, le parole di Steve Cochrane, analista senior di Moody’s, non contribuiscono a rasserenare gli animi. A quattro giorni dal meeting del Consiglio europeo, intanto, il telefono rosso tra Parigi e Berlino sembra sempre più isolato da Francoforte. Lo ha sottolineato oggi Nicolas Sarkozy, affermando che il nodo vero dei negoziati sull’ampliamento del fondo salva-Stati Efsf ruota attorno al ruolo di Eurotower come garante, che la Germania vuole evitare a tutti i costi.

In un’intervista rilasciata la scorsa settimana al Financial Times, il presidente uscente Jean-Claude Trichet aveva già sollevato la questione, dicendo che «La responsabilità ultima spetta agli Stati, sollevarli da questo impegno sarebbe una ricetta che porta al fallimento». Dimostrandosi però favorevole all’utilizzo della leva come argine per evitare l’ulteriore diffondersi della crisi in Italia e Spagna. Purché, ipotesi su cui Sarkozy e Angela Merkel sono concordi, non coinvolga fondi Bce.

Secondo le anticipazioni del Guardian, ci sarebbe sul tavolo un accordo tra Germania e Francia su un potenziamento della capacità del fondo Efsf di erogare prestiti garantiti a quota 2.000 miliardi di euro. Per il quotidiano olandese Het Financieele Dagblad, invece, la cifra è pari a 1.450 miliardi. Due numeri che derivano dall’ipotesi che circola sul mercato di adottare una leva finanziaria a 4x o 5x, che moltiplica così i 440 miliardi di euro attuali. Secondo un report della banca d’affari Citigroup, l’ammontare massimo di bond in grado di essere acquistati dall’Efsf è pari a 1.500 miliardi di euro, applicando una leva a 5x, per 310 miliardi di euro di garanzie ancora utilizzabili (dei 440 mld totali). Tanto per dare un termine di paragone, solo le emissioni italiane in scadenza, da qui al 2014, ammontano a un totale di 612 miliardi di euro.

In un paper diffuso oggi, il think thank a trazione inglese Open Europe, oltre a 2 trilioni di euro in termini capacità di prestito, stima siano necessari 3.220 miliardi di euro di garanzie totali sui bond periferici, garantiti dal club degli Stati a tripla A. Un impegno che si traduce in un terzo dei rispettivi Pil: il 36% per la Francia e il 28% per la Germania. In caso di una ristrutturazione del debito, le banche europee necessiterebbero di ricapitalizzazioni complessive per 370 miliardi di euro, ben più dei 200 miliardi stimati dal direttore generale del Fmi, Christine Lagarde.

Nella visione dell’autorevole Bruegel, pensatoio comunitario economico-politico basato a Bruxelles, l’assunto su cui si basa il rafforzamento dell’Efsf, cioè che il mercato possa essere assicurato da garanzie comunitarie su una porzione del debito di un Paese in difficoltà, è sbagliato. E andrebbe ribaltato così: siccome è l’assenza di visibilità sul futuro a determinare una costante ridefinizione dei portafogli d’investimento, un default o una ristrutturazione del debito implica tagli al valore nominale dei bond maggiori di qualsiasi garanzia creditoria. Insomma, l’effetto tranquillizzante dell’Efsf non si paleserebbe. Non solo: utilizzare il come assicuratore sul 20% del debito spagnolo e italiano non funzionerebbe in caso di declassamento di uno dei due Paesi. Un’eventualità non remota, visto che proprio ieri Moody’s ha messo sotto osservazione il suo giudizio su Parigi, diminuendo ulteriormente quello sulla Spagna.

Un’altra soluzione è trasformare l’Efsf in una banca vera e propria, che riacquista i bond a rischio raccogliendo denaro da investitori privati, il cui coinvolgimento è stato già previsto al vertice europeo del 21 luglio scorso, e usando una leva (ancora da definire). La proposta del ministro delle Finanze francese, Francois Baroin, non godrebbe però del favore di Berlino e Francoforte. Il motivo è sempre lo stesso: l’eventuale partecipazione a operazioni di rifinanziamento della Bce, come un normale istituto di credito, per mantenere pulito il bilancio dell’istituto di Francoforte.

Assicurare bond e riacquistarli, tuttavia, sono due mestieri ben diversi, così come la forma economica dell’Europa che ne deriva. «Il cambiamento dei Trattati non è un tabù», ha ribadito oggi Angela Merkel in occasione della festa d’addio di Jean-Claude Trichet al vertice della Bce, prima d’incontrare Sarkozy per un confronto.

Articolo ripreso da ilpost.it

Chi perde e chi guadagna dal default della Grecia

Le autorità europee ne discutono oramai da mesi, in un braccio di ferro i cui risultati finali non sono affatto scontati. Le sorti della Grecia e la insolvibilità totale o parziale del suo debito pubblico sono tornati al centro delle preoccupazioni della comunità finanziaria, dopo le polemiche sull’operato delle agenzie di rating.

Diversi gli attori coinvolti. Da una parte il debitore, il governo greco guidato dal primo ministro Lucas Papademos, esposto per un ammontare di 270 miliardi di euro. Dall’altra, gli investitori. Tra i quali spicca la Banca Centrale Europea, seguita dagli investitori istituzionali oltre che dai privati. Le ipotesi più accreditate parlano di un accordo che preveda lo scambio delle “vecchie” obbligazioni in circolazione con titoli di nuova emissione.

Lo scambio permetterà alla Grecia di rimborsare solo parzialmente il debito contratto a suo tempo, attraverso alcune modifiche delle scadenze e degli interessi.

Al verificarsi del default, quindi, paradossalmente la Grecia sarà più ricca. Infatti, a una diminuzione del debito da ripagare, corrisponderà un incremento del patrimonio aggregato della nazione. Compreso quello quotato in borsa, rappresentato dalle azioni delle società greche.

Il ragionamento è intuitivo; quale sarebbe l’effetto sul patrimonio di un normale cittadino con alle spalle un mutuo, se avesse la possibilità di ripagarne una somma minore rispetto a quella prevista dal suo piano?

E’ chiaro: un’immediata e maggior consistenza del suo patrimonio. Risultato facilmente verificabile alla luce della semplice identità: Patrimonio netto = Crediti – Debiti. Se il debito viene abbattuto, il patrimonio netto sale. 

Il default parziale o totale della Grecia, potrebbe quindi rivelarsi la migliore notizia per la Borsa di Atene che, infatti, dall’inizio dell’anno, ha messo a segno un rialzo del 17%.

Testo ripreso dal sito di Acomea Sgr, società attiva nella gestione degli investimenti.