Le banche italiane ritornano a fare credito (un pochino)

Le banche, ad eccezione di quelle in piena crisi, non hanno più alcun problema di liquidità. La propensione e gli ordini di scuderia sono cambiati e ora alle filiali arriva l’ordine ‘Andate e Prestate (ma con giudizio)’.

La BCE ha inondato il mercato bancario di liquidità c e si aspetta che buona parte della liquidità arrivi a famiglie e imprese per stimolare la domanda di consumi e investimenti che invece langue.

PRESTITI IN AUMENTO, MA CON CAUTELA

L’onda lunga della liquidità BCE ha rasserenato le banche che hanno fatto due mosse negli ultimi 6 mesi: allentato i criteri di accesso al credito ritornando quasi al pre-crisi e ridotto i margini applicati per proteggersi dal rischio d’insolvenza e dal costo del capitale richiesto.

Tuttavia la tabella pubblicata nell’ultima Bank Lending Survey mostra che la vera svolta provocata dalle ondate di liquidità della BCE è avvenuta sui tassi e non sui criteri di erogazione del credito alle imprese , immutate nel 94% dei casi nel primo giro e nel 95% nel secondo. Invece le condizioni sono calate nel 40% delle banche che partecipano all’indagine BCE per effetto della liquidità.

Le banche, italiane soprattutto, si lamentano della rigidità imposta dalla nuova vigilanza BCE e imputano a questa stretta di supervisione la mancata erogazione di credito.  Nell’indagine però le banche che indicano come effetto della nuova vigilanza una riduzione degli spread sul credito sono il 10% più di quelle che indicano l’opposto e comunque il doppio del saldo percentuale positivo che si riferisce a un rilassamento dei criteri di accesso al credito per le PMI. Come si vede sull’accesso al credito si muove pochino.

LA NUOVA MODA ITALIANA

IN ITALIA SALE LA DOMANDA DI CREDITO

Le cifre citate recentemente dall’ABI sulla crescita dei nuovi mutui casa erogati (+82%) e finanziamenti all’imprese (+16%) sono in parte drogate e manipolate, ma non si può negare una maggiore domanda di credito e una maggiore voglia delle banche di concederlo.  La domanda è stimata in forte crescita in Italia, più che negli altri paesi europei. Le determinanti della richiesta di credito sono varie: investimenti, capitale circolante e convenienza dei tassi d’interesse molto bassi.

Almeno cosi' dicono :-)
Credito bancario – pare ritornato

ATTENZIONE AI PICCOLI SEGNALI

Sul mercato bancario dei prestiti questa è la situazione:
1. quasi tutte le banche stanno offrendo finanziamenti generosamente
2. ma solo alle imprese con buon rating (da 1 a 5 in scala 1-10)
3. alcune banche stanno scegliendo chirurgicamente i clienti a cui offrire credito e i clienti a cui toglierlo per traslocarlo alle imprese meno rischiose
4. l’offerta è più insistente verso le imprese di  media dimensione, poco a micro e piccole imprese che sono sempre più rischiose
5. se il rating non è brillante viene offerta o richiesta la garanzia sino all’80% del Fondo Centrale di Garanzia e se quella non c’è va bene anche un Confidi
6. gli spread stanno precipitando, a causa della concorrenza su un parco limitato di imprese, e sono scesi già sotto l’1% per i migliori crediti. Ritengo sia un nuovo errore del sistema bancario che durante la crisi aveva faticosamente riportato gli spread a valori più consoni al rischio sottostante e ora se ne sta dimenticando subito per farsi concorrenza, con impatti poco promettenti sul conto economico
7. sale gradualmente il ricorso al canale minibond per le medie imprese, ma il giovane segmento di mercato è già minacciato dalla concorrenza sleale dei prezzi delle banche. Cedole richieste dagli investitori per i minibond sono tra il 5% e il 7% e si confrontano con i vecchi finanziamenti bancari offerti ora a prezzi di saldo con tassi del 2-3% e forse anche meno
8. è cominciata anche in Italia l’entrata di nuovi operatori fintech sulle piccole imprese: invoice-trading e P2P lending trovano ampi spazi per provare a servire il mercato abbandonato delle piccole imprese
9. infine tutta la (oramai vecchia) tiritera sulla Bad Bank e sulle sofferenze da smaltire ha impatto relativo sul credito. Non dico che la riduzione delle sofferenze non sia importante, ma ritengo che non limiti affatto la volontà di fare credito delle banche. La scusa è usata strumentalmente per fare pressione e ottenere qualche nuova concessione dallo Stato (come sta effettivamente succedendo). Se le banche vogliono fare buon credito possono farlo anche con le sofferenze in pancia. Anzi, il buon credito serve a pagare i conti del vecchio cattivo.

Non fatevi ingannare dalle statistiche, conta l’interpretazione dei movimenti tra piccole, medie e grandi imprese che non sono mai spiegati troppo chiaramente.

Il credito bancario in qualche modo torna quest’anno, e’ una promessa (da marinaio)

Si parla di credito alle imprese, quello che manca e che sta sempre per tornare. E purtroppo anche per quest’anno ce ne sarà poco, ma qualche spiraglio appare all’orizzonte, anche se non per merito delle nostre indebitate banche.

Chi mi legge assiduamente conosce benissimo che il problema non è tanto la quantità totale del credito, ma piuttosto la sua allocazione a imprese con vario grado di necessità e di rischio, che sono purtroppo in relazione diretta tra loro. Allora leggete questa dichiarazione del Direttore Generale della Banca Marche (banca in crisi profonda, banca commissariata, banca che sta da molto tempo cercando un nuovo socio che dovrebbe immettere molto capitale) ripresa da Cronachemaceratesi.it:

“Ora -ha detto pensando al futuro- non bisogna più ragionare su ciò che è stato [ndr i tanti crediti erogati male e diventati sofferenze] sul credit crunch, ma concentrarsi sul futuro”. Per Goffi una delle sfide è concentrarsi su quella ‘zona grigia’ di imprese che potrebbero uscire dalle difficoltà, ma che non sono competitive come le realtà migliori. “Bisogna lavorare -ha detto Goffi- su quel tipo di aziende che alle banche richiedono un maggiore sforzo patrimoniale perché meno solide di altre. Una soluzione sarebbe quella di ricorrere di più al Fondo Centrale di Garanzia e ai Confidi, i quali in un prossimo futuro dovranno diventare sempre più forti”.

Sintesi migliore era difficile da trovare. Allora signori, la soluzione è che le banche non prendano più rischio sulle imprese ‘grigie’ che hanno un tantino di rischio, ma si facciano garantire al massimo possibile (80%) da qualcun altro, nel caso lo Stato grazie a cui il consumo di capitale della banca va a zero. E se proprio lo Stato non potesse farlo, allora ben vengano anche i Confidi, oramai sventrati dall’avere garantito i crediti delle PMI e costretti a pagare garanzie alle banche una dopo l’altra.

Questo è un gioco a scaricabarile: chi ha istituzionalmente la funzione di valutare e assumere rischio non lo fa più con la scusa di non avere abbastanza capitale. Passa l’omino nero al Fondo Centrale di Garanzia che assorbe l’80% del rischio con un sistema automatico di concessione, che è diventato il giochino preferito di molte banche e di varie società di mediazione per fare arrivare credito in fretta e incassare qualche denaro. Un sistema semi-automatico che ha tagliato fuori dai Confidi le migliori imprese ‘grigie’. Ai Confidi oggi non resta che raccogliere gli scarti delle banche e del FCG.

I Confidi per ora lo stanno anche facendo, ma sono irritati e cominciano a domandarsi fino a quando nella partita del credito devono fare la parte di quello che resta sempre con l’omino nero e fa penitenza. Si stanno anche attrezzando a fornire servizi alle imprese, che magari potrebbero fornire le stesse banche, la concorrenza diventerà a tutto campo. Le banche invece stanno pensando di ampliare ancora di più il perimetro d’intervento del FCG e dei Confidi.  Il Fondo ha raddoppiato in 2 anni i propri interventi di garanzia per le PMI mentre le banche riducevano di 92 miliardi i crediti alle imprese.

Forse ma forse e chissà' quando ma prima o poi...

Però tornando al credito il gioco dello scaricabarile è pericoloso perché per ora lo Stato con il FCG e con SACE stanno garantendo tutto quello che si può e le banche -come avete letto- ne vorrebbero sempre di più, ma quando lo Stato dovrà pagare le garanzie che ha dato alle banche sui prestiti che non sono andati bene la festa potrebbe finire . Qualche crepa, qualche intoppo e inatteso ritardo nel meccanismo di comoda assicurazione del rischio si sta già verificando a quanto sembra e allora tornano buoni i vecchi Confidi e si chiede di rafforzarli, con soldi della Regione, della Camera di Commercio e di chiunque voglia contribuire. Così andiamo a sfondarli una seconda volta, perché una non è bastata…

Lo dico oggi perché sono sicuro che sarà così: questo sistema di scarico di responsabilità è distorto e sbagliato. Lo Stato sta garantendo molti rischi che non dovrebbe, alcuni perché totalmente sostenibili dalla banca senza garanzie, altri perché totalmente sbagliati e pericolosi.  Il MISE non ha ancora pubblicato il valore di quante garanzie il FCG ha già dovuto versare alle banche sui vecchi crediti garantiti, mentre i bilanci dei Confidi sono più trasparenti e non a caso molti sono finiti in grave perdita.

Quando le statistiche saranno disponibili il velo nel tempio cadrà. Le banche facciano il lavoro di decidere se un rischio è buono o non lo è, non affidino a uno Stato  già pesantemente indebitato la funzione di assicurare i crediti più o meno gratuitamente. I Confidi devono avere la possibilità di rigenerarsi, di garantire tante piccole imprese e non solo gli scarti che vengono lasciati dagli altri giocatori.  Nel gioco dello scaricabarile del rischio qualcuno rischia di fare male i conti. Sullo Stato vecchio e malandato si riversano troppe richieste di garanzie, Bad Bank inclusa.  Lo Stato non ha le tasche profonde e nemmeno la reputazione di essere un pagatore veloce.

Articolo di F_Bolognini – ripreso da linkerblog.biz

 

E non pensiate che il problema si risolva

Cento miliardi di euro di credito bancario sono scomparsi e non ritorneranno piu’

Da tempo ci impegniamo a spiegare ai nostri fedeli lettori che quei 100 miliardi di credito alle imprese scomparsi tra tra il 2011 e il 2015 non torneranno mai più. Se ci fosse un poco più di competenza nei media e maggiore trasparenza dalle file del settore bancario si dovrebbero leggere o sentire cose simili.

Invece per finti pudori rimane tutto piuttosto generico e nebuloso, qualche banca conta i miliardi di crediti erogati nel 2014 senza mai spiegare bene a chi sono stati concessi, si alimentano speranze vane che ritardano ancora una volta le decisioni, magari dolorose e difficili, ma importanti da parte degli imprenditori.

Così giorno dopo giorno si illude che la liquidità immessa dalla BCE, con le aste TLTRO e gli acquisti di titoli del QE, sarà sinonimo di credito rapido per tutti, si fa pensare che i meccanismi messi a punto dal governo siano a disposizione per tutte le PMI. Lo ripeto ancora una volta: un’ampia fetta di piccole imprese e anche di medie non hanno speranza realistica di contare sul ritorno del credito.

Ribadiamo le tre situazioni proncipali che oggi regolano l’accesso al credito:

1) le banche per guadagnare e per non bruciare il loro capitale possono/vogliono prestare solo a imprese a basso profilo di rischio.

La batosta causata dal prestare un po’ a tutti fino al 2011 l’hanno presa e oggi devono fare i conti con circa 300 miliardi di crediti non recuperabili integralmente. Poiché il consumo di capitale è misurato dal rating attribuito al debitore il credito low-cost va solo alle classi migliori di rating;

2) la possibilità di ampliare il tubo digerente delle banche dipende da fattori mitiganti del rating e quindi è strettamente legata all’intervento dello Stato, il quale dovrebbe garantire il rischio che le banche non vogliono più accollarsi.

Ma lo Stato ha limiti di bilancio e deve rispettare le regole della EU che vietano aiuti di stato alle imprese.

3) le poche alternative messe a punto dallo Stato per sostituire il credito bancario canalizzando parte del risparmio gestito verso le imprese riguardano una percentuale esigua di imprese, per lo più in condizione di avere credito bancario comunque.

Il credito low-cost arriva a domicilio

Praticamente tutte le banche si stanno concentrando e attrezzando per offrire credito alle imprese che consumano poco capitale, circa un 30% del totale. Le banche più grandi stanno affinando sistemi di puntamento che ribaltano completamente il rapporto domanda/offerta.

E’ meglio offrire credito che farselo chiedere. Non fanno mistero di volere scegliere a priori i clienti ‘buoni’ a cui per la prima volta stanno andando a offrire finanza non richiesta e, qualche imprenditore racconta, con insistenza. Le altre banche impareranno presto, perciò è inevitabile che tutti vadano a offrire denaro agli stessi clienti.

Dove il rischio sale, sale il consumo di capitale. Quindi l’unica possibilità per dare credito è quella di agguantare una garanzia (50-80%) dello Stato (Fondo Centrale di Garanzia o SACE) e se proprio non ci si riesce va bene anche quella di un confidi.

Tutti gli altri, sorry, ma non hanno possibilità di avere più credito di quanto siano già riusciti ad ottenere. Alle banche non conviene e anzi sono molto preoccupate che possa degenerare e finire a sofferenza.

Tante alternative, poco credito ai piccoli

Gli ultimi 3 governi hanno cercato di spezzare l’assedio del credit-crunch varando lodevolmente misure che potessero incentivare forme di credito alternativo. Tuttavia l’effetto è modesto se confrontato con quel numero di 1.500.000 imprese che cercano credito, questo va detto e spiegato con semplicità e le tante imprese che sono state escluse dal credito non vengono beneficiate dalle novità di cui si parla sui giornali e nei convegni se non in modo marginale:

(1) l’apertura del mercato minibond -investimento ora permesso anche ad assicurazioni e fondi pensione- riguarda un numero esiguo di medie imprese (target ideale con fatturato tra 30 e 150 milioni, mai micro o piccole), che per piacere a investitori istituzionali devono avere eccellenti prospettive e un profilo di rischio mediamente basso. Quindi imprese che hanno comunque accesso al credito. Questo vale anche per i Private Placement, sui quali basta leggere il recente accordo stipulato da Intesa con GSO/Blackstone per comprendere il target che non è di piccole imprese.

(2) ci sono interessanti iniziative in cui capitali esteri di fondi specializzati nel turnaround di aziende in crisi si sono dichiarati interessati ad acquistare i crediti delle banche, aggiungere capitale fresco, cambiare il management, espropriare i soci in crisi e rilanciare imprese oggi in ristrutturazione. Ottimo, ma parliamo solo di imprese medio grandi, con almeno 20 milioni di debiti bancari.

(3) della Bad bank si è scritto di tutto e di più. Per ora non è decollata e comunque riguarda posizioni a sofferenza, imprese virtualmente morte. Sulle micro-imprese con micro-sofferenze le banche stanno decidendo di affidare il recupero giudiziale e stragiudiziale a specialisti, a società di recupero crediti nella speranza di incassare più di quel misero 1-5% che arriva dai concordati oggi e dalle pratiche gestite dall’ufficio legale interno affogato di situazioni a sofferenza.

(4) restano infine le famose cartolarizzazioni di prestiti alle PMI (SME-ABS). Se ne discute da 2 anni e non si vedono ancora operazioni corpose per l’Italia. Sono sostenute a spada tratta dal think tank Action Institute e lo stesso Draghi sarebbe ben intenzionato a comprarle, ma di certo non intende presentarsi agli amici tedeschi con la carta che contiene i rischi elevati delle piccole imprese italiane e quindi, anche in questo caso, occorrerà uno strato di garanzia dello Stato italiano.

Altro non c’è e le aziende in difficolta’ e’ bene che non si facciano strane idee sull’automatismo liquidità-credito. Se va bene può solo contare su un direttore di filiale coraggioso e più comprensivo, sulle piccole banche che nei giorni di mercato spengono la macchina del rating  e usano il buon senso. Nulla di più.

Al grande popolo degli esclusi ribadisco i consigli: raddrizzate le vostre aziende, fate profitti e metteteli a capitale e soprattutto curate ossessivamente la cassa, evitando di investirla in titoli da dare in garanzia per avere fidi a revoca.

Articolo di F_Bolognini, ripreso da linkerblog.biz

Magari da sostituire con una struttura interamente centralizzata

I Confidi un elemento ambiguo tra piccole imprese affamate di credito e banche in difficolta’

Nel complicato problema del credito alle piccole imprese e del sostegno alla ripresa del credito una parte non trascurabile tocca i Confidi, organismi di variegata composizione societaria che da molti anni svolgono la funzione di agevolare le PMI nell’accedere alle delibere di affidamento delle banche. Non occorre fare grandi indagini per capire che durante i 7 anni di crisi e di credit crunch i Confidi hanno subito danni ingenti, a causa della loro stessa unica vocazione: garantire le imprese più deboli.

Se un’impresa ha bisogno della garanzia supplementare di un ente terzo è perché non presenta per definizione una solidità finanziaria inappuntabile, quindi i Confidi strutturalmente hanno un portafoglio di clienti e di garanzie composto da soggetti fragili, piccoli ed esposti maggiormente alla crisi. I risultati si sono visti chiaramente a livello di crescita delle sofferenze e del volume di garanzie escusse dalle banche. Secondo i dati di un campione di 50 confidi, esaminati e presentati a un recente convegno a Torino le attività deteriorate sono aumentate tra il 2012 e il 2013 di ben il 45% (mentre le banche viaggiano a un tasso di crescita tra il 20% e il 25%).

Per 21 Confidi esaminati su 50 il livello di sofferenze ha superato 1/3 del portafoglio totale di garanzie rilasciate. Inoltre il grado di copertura delle sofferenze è diminuito per 2/3 dei Confidi esaminati, nonostante un aumento generalizzato degli accantonamenti (pari a +100% per 40 Confidi su 50), uno stato di malessere molto pronunciato.

Ma la notizia peggiore per il futuro dei Confidi è in questo momento la concorrenza esercitata dal rapporto diretto tra il Fondo Centrale di Garanzia (del MISE) e il sistema bancario. L’aumento della copertura offerta dallo Stato alle banche per concedere credito alle PMI non si è tradotto in aumento di operatività e commissioni per i Confidi, perché le banche (alcune) hanno imparato a procurarsi garanzia dello Stato e ponderazione zero di capitale andando direttamente allo sportello telematico del Mediocredito Centrale, tagliando fuori il lavoro dei Confidi, come attestano queste due tavole presentate da Assoconfidi al convegno di Torino:

Senza molti giri di parole ASSOCONFIDI parla di disintermediazione del sistema dei Confidi da parte delle banche, mostrando dati inequivocabili: nella crescita tra 2012 e 2013 dell’uso del FCG (+26% numero domande accolte) la parte del leone l’hanno fatta le banche con un +53,9% nelle domande dirette e +76% nei finanziamenti erogati con garanzia diretta che per la prima volta hanno superato in volume quelli erogati da Confidi con garanzia indiretta.

Tutti i Confidi masticano amaro per questo sistema che li sta tagliando progressivamente fuori dal flusso ‘buono’ di credito (spesso la garanzia è inutile dal punto di vista rischio, ma serve alla banca per non consumare capitale) e li relega a gestire i ‘peggiori’ debitori.  Oltretutto i Confidi possono ancora dimostrare che la loro capacità selettiva nel mondo delle piccole piccolissime imprese è migliore di quella della banca: 4,6% di insolvenze per le banche contro 2,6% per i finanziamenti garantiti da Confidi.

L’effetto combinato di un netto peggioramento del portafoglio crediti, della disintermediazione da parte delle banche della garanzia pubblica sui crediti e della mancanza di prodotti e servizi diversi dalla garanzia ha impattato i risultati dei Confidi che sono finiti spesso in perdita anche grave, minacciando la loro stessa esistenza futura a prescindere dal grado di patrimonializzazione (ancora valido per parecchi confidi) e dalla funzione svolta verso il mondo delle piccole imprese.

Non c’è dubbio che la pressione sui bilanci e la spinta della vigilanza in atto stiano spingendo verso una razionalizzazione e pulizia del sistema Confidi, oggi composto da troppe entità (54 Confidi ex-art.107 TUB e ben 350 ex-art.106 TUB) e con altissima varianza nelle performance, ma se non viene risolto l’equivoco del doppio canale verso la garanzia del Fondo Centrale e soprattutto se non si riconosce più (magari sbagliando) al sistema capillare dei Confidi una migliore capacità di lettura del rischio della piccola impresa si rischia di danneggiare in modo permanente anche questo delicato canale che regola la quantità di credito che arriva alle piccole imprese. Di riforma del sistema Confidi si sente parlare da molti anni, di una proposta logica, ponderata che possa beneficiare il macro-sistema delle PMI vedo pochi segnali.

Gli equivoci, come si vede dalle tavole presentate, sono rimasti sul tavolo. Senza contare che affiorano le prime lamentele sulla rapidità di pagamento delle garanzie da parte del Fondo Centrale sulle insolvenze verificate, circostanza che forse potrebbe creare qualche cattiva sorpresa a chi ha ritenuto comodo e conveniente buttarsi a pesce su questo ennesimo intervento dello Stato.

Articolo di F_Bolognini – ripreso da linkerblog.biz

e se non mettono i soldi nell'economia reale non funzionera' mai

Il QE di Mario Draghi non basta alle imprese Cos’altro si puo’ fare per rilanciare l’Economia

L’attuale QE da solo non può risolvere il problema del credit crunch: la mancanza di misure per la soluzione del credit crunch attualmente è il problema che blocca l’operatività delle imprese. I fallimenti e le chiusure delle piccole e medie imprese derivano dalla mancanza di liquidità e su tale fronte il governo dovrebbe operare subito con un decreto legge che non deve rinviare a futuri decreti attuativi.

Bisogna proporre nuovo accesso al credito a imprese, privati e PA. Ma in che modalità?

Tutte le modalità operative dovrebbero essere contenute nel decreto legge e lo stesso, essendo immediatamente operativo, avrà efficacia immediata sull’economia.

Si, è vero che Draghi si era già aperto ad una politica monetaria espansiva con strumenti non convenzionali.  Da precisare che a causa del credit crunch, nel mondo delle imprese vi è stata una selezione naturale: il 10% sono divenute più virtuose e più forti, mentre il restante 90% si è indebolito.

A questo punto l’intervento statale diventa necessario, alle imprese non arriverà la liquidità nemmeno con la tanto attesa e dovuta misura non convenzionale di Draghi – il quantitative easing – annunciato pochi giorni fa.

Ogni giorno cresce la chiusura delle Pmi con incremento della disoccupazione e con la conseguente richiesta di ammortizzatori sociali, le entrate tributarie scendono, le rateizzazioni all’Equitalia crescono, il PIL è sceso anche nel 2014 dell’1%.

La crescita del PIL può essere attuata solo dalle imprese. Oggi vi è uno scenario economico positivo dovuto alla svalutazione dell’euro e al basso prezzo del petrolio.

Le banche devono tornare a fidarsi delle imprese: oggi le banche con il QE hanno un’ammontare di liquidità che deve essere investito. Lo stato deve favorire questo passaggio concedendo la garanzia statale sui crediti bancari alle imprese.

Nel provvedimento che si sta predisponendo nel governo di riforma del fondo centrale di garanzia, occorre attuare subito le misure sotto elencate:

A) Credito per le imprese italiane
Il principio che viene seguito per tale intervento è semplice: dare alle imprese dell’economia reale le stesse chance date a quelle dell’economia finanziaria.
Ricordiamoci che lo Stato ha garantito 250 miliardi di collaterale che le banche hanno dato alla Bce per avere i prestiti all’1%, pagando una commissione dell’1%.

Naturalmente, con modalità diverse, si dovrà assumere uno stesso comportamento nei confronti delle piccole e medie imprese italiane che sorreggono l’economia reale e conseguentemente l’occupazione.

Per tale intervento non è necessaria la copertura finanziaria, come non fu necessaria per garantire il collaterale delle banche ( il «Salva Italia» del Governo Monti del 2011). Non sarà quindi necessaria oggi per le garanzie alle imprese dell’economia reale.

L’ammontare dell’intervento dovrà essere almeno di 100 miliardi di euro, con la garanzia del 50%: lo Stato incassa subito dalle imprese la commissione dell’1%, circa 500 milioni.

  • A1) aumentare il plafond della legge 662/96 Devono essere garantite, in presenza di un bilancio certificato in utile ed in presenza dell’impegno di non diminuire l’occupazione per il prossimo triennio, delle linee di credito che l’impresa potrà utilizzare a suo piacimento, pari al 40% del fatturato. La concessione della garanzia dovrà avvenire con la procedura semplificata e tutta attraverso il portale telematico e il tempo di concessione per legge non potrà superare i 15 giorni lavorativi.
  • A2) prevedere prestiti garantiti da immobili anche di terzi o da altri asset della società che possano avere un valore – come il marchio il brevetto, ecc.- a favore di imprese in crisi, in presenza di un piano di ristrutturazione sottoscritto anche dai lavoratori. La concessione del prestito potrà essere subordinata anche da accordi con altre imprese, privilegiando le imprese legate da un contratto di rete, accordi che dovranno essere sottoscritti da tutte le imprese interessate per avere la concessione del prestito. Il prestito potrà essere concesso dalla Cdp (cassa depositi e prestiti) e nel caso di prestiti immobiliari si potrà utilizzare la formula della locazione finanziaria che permette l’immediato trasferimento del bene alla Cdp. Lo stesso bene dovrà essere ritrasferito al momento del rimborso integrale del finanziamento. Le modalità di concessioni di tali linee di credito non potranno superare trenta giorni dalla richiesta.
  • A3) prevedere agevolazioni fiscali per gli strumenti alternativi di finanziamento delle piccole e medie imprese. Per i minibond emessi nel prossimo triennio si dovrebbe prevedere l’esenzione fiscale totale per i sottoscrittori; per agevolare la quotazione in borsa, concedere un credito di imposta pari al 100% delle spese sostenute per la quotazione, spese che devono essere certificate dall’organo di controllo interno.

B) Credito per i privati cittadini italiani
La banca, al verificarsi delle condizioni previste dalla norma, sarà obbligata alla concessione del credito, essendo garantito dalla Cdp.

La Cdp per l’acquisto degli immobili B1 e B2 (elencati e descritti più avanti) sarà garantita dalla riserva di proprietà del bene immobile, mentre per i finanziamenti B3 e B6 vi sarà la fideiussione di tutti i proprietari e di tutti i titolari di diritti reali sull’immobile finanziato o in alternativa l’ipoteca per i B3 che superano le 60 rate di rimborso e per i B6; per i finanziamenti B4 e B5 sarà necessaria la fideiussione personale dei genitori e dello studente al raggiungimento della maggiore età.

  • B1) acquisto immobili Per tutti i privati bisognerebbe prevedere una possibilità di acquisto dell’immobile da adibire a propria residenza principale, anche con la formula del Rent to buy. Si dovrà redigere una tipologia contrattuale che soddisfi tali esigenze: naturalmente, ciò potrà essere riservato solo a chi non è già proprietario di altri immobili ad uso residenziale e con un reddito non superiore ad un limite di 30.000 euro e un isee che non superi i 50.000 euro.
  • B2) per giovani coppie, prevedere mutui ipotecari con la durata massima di 30 anni, anche con la formula del Rent to Buy. La locazione potrà essere effettuata per un periodo massimo di 8 anni, successivamente si procederà all’acquisto con decurtazione del canone pagato limitatamente alla parte del capitale. Per tali prestiti vi sarà la garanzia della Cdp.
  • B3) prestiti per la manutenzione su immobili anche condominiali Prevedere prestiti pari all’intervento di manutenzione che deve essere certificato per la sua congruità da un tecnico abilitato. Tutti i pagamenti dovranno essere fatti con bonifico e gestiti dalla banca scelta dal proprietario o dall’amministratore condominiale; su tale prestito le banche potranno applicare lo spread massimo del 2% sul tasso di riferimento scelto e il rimborso potrà avvenire con 60 rate mensili. Nel caso che il prestito superi la durata di 60 rate mensili, esso dovrà essere garantito da ipoteca, che potrà essere di secondo grado nel caso vi sia capienza nel valore dell’immobile decurtato del 20%.
  • B4) prestiti universitari Da concedere agli studenti universitari finalizzati al finanziamento sia della tassa di iscrizione sia dei libri e del canone di locazione. L’ammontare del prestito sarà pari a 5.000 euro per ogni anno universitario; per il mantenimento del prestito occorre la regolarità del percorso degli studi, e chi perde il diritto dovrà restituire il prestito in 60 rate mensili. Il tasso di interesse sarà pari al tasso legale con una maggiorazione dello spread dell’1%, lo studente universitario sceglierà la banca che dovrà gestire il prestito per le finalità a cui esso è destinato. Chi completa il percorso degli studi dovrà restituire il prestito al compimento dei trent’anni in 60 rate mensili.
  • B5) prestiti da concedere ai genitori Per lo studio dei figli: prevedere finanziamenti che possono essere rimborsati al conseguimento della maggiore età del figlio, oppure, nel caso voglia continuare gli studi, dopo il conseguimento del titolo universitario. L’ammontare del prestito potrà essere pari a 10.000 euro per ogni figlio; la scadenza dello stesso sarà al termine degli studi non superando il 19 anno di età. La durata del prestito potrà essere incrementata in caso di iscrizione ad un corso universitario: in ogni caso il rimborso avverrà in 60 rate mensili decorrenti dalla scadenza e su tale prestito graveranno gli interessi legali maggiorati di uno spread dell’1%. Tale prestito deve essere utilizzato solo per il pagamento delle tasse di iscrizione, per l’acquisto dei libri e di altri strumenti richiesti dall’istituto e per i mezzi di trasporto necessari per recarsi presso l’istituto scolastico. Il finanziamento sarà gestito da un istituto di credito scelto dai genitori e sarà garantito da entrambi.
  • B6) possibilità per i proprietari di immobile di ottenere un prestito di liquidità sull’immobile stesso per un importo pari al 50% del suo valore. Tale prestito dovrà prevedere un periodo di pre ammortamento di soli interessi per un periodo di tre anni; la durata non potrà essere superiore a venti anni e sarà garantito da ipoteca di primo grado. Tale formula deve essere destinata esclusivamente a chi perde il posto di lavoro con un isee inferiore a 20.000 euro.

C) Credito per la pubblica amministrazione
Si dovrà eliminare il patto di stabilità per gli investimenti in infrastrutture a condizione che gli enti predispongano un programma di riduzione della spesa corrente per il personale che preveda una riduzione del 2% annuo e che gli investimenti siano finanziati con prestiti concessi dalla Cdp ad un tasso che preveda uno spread fisso pari all’1%.

  • C1) i prestiti devono essere destinati alla costruzione di opere pubbliche, anche da parte delle società partecipate, dove l’ente pubblico ha la maggioranza sia del capitale che della governance. Nel caso di società partecipate, le stesse non potranno mai chiudere il bilancio in perdita; sarà una causa di risoluzione del prestito che dovrà essere restituito immediatamente.
  • C2) i prestiti potranno essere utilizzati per finalità sociali nei limiti del 10% delle entrate dell’ente pubblico. In tal caso l’ente dovrà produrre annualmente alla Cdp un rendiconto su tale utilizzo con il nominativo di tutti i beneficiari.
  • C3) prevedere l’emissione dei minibond per le società partecipate di proprietà esclusiva dell’ente pubblico. Gli stessi potranno essere garantiti dall’ente. La garanzia prestata non dovrà essere oggetto di calcolo nel patto di stabilità. I minibond potranno essere sottoscritti anche da privati a condizione che vi sia un documento informativo sull’operazione pubblica finanziata e contenta il bilancio dell’ente che garantisce il rimborso. I minibond potranno essere emessi solo per opere pubbliche che possano avere un ritorno economico.

Articolo ripreso dal blog “Gli Squali di Wall Street” su Blogspot.it