La tecnologia blockchain come infrastruttura di una moneta mondiale

I mercati sono tecnologie. In particolare, sono tecnologie che servono per allocare, usare e valorizzare le risorse economiche (tempo e denaro). Qui vediamo insieme come queste nuove forme sono impiegate dagli operatori, cioè le banche e le persone.

Le banche sono state gli operatori di mercato più importanti, finora. Hanno da sempre messo a disposizione una tecnologia per soddisfare problemi di natura finanziaria. Quando non c’erano i computer impiegavano migliaia di ragionieri per fare i calcoli su contante e assegni.

Poi sono arrivati contestualmente i computer e il denaro elettronico. Ma la clientela chiedeva sempre di più, per esempio voleva non andare in banca per fare le operazioni. Con un po’ di ritardo hanno abbracciato internet per soddisfare al meglio gli utenti. La tecnologia ha fatto sempre progressi per salti. Nel momento in cui è stata adottata dal pubblico ha cambiato questo mondo. Ancor di più adesso che siamo tutti più collegati e il numero delle transazioni è destinato a crescere. La tecnologia della moneta non può esserne esentata.

UNA NUOVA INFRASTRUTTURA

Ora sono arrivate nel mercato le criptovalute e la blockchain. Le banche hanno deciso che solo l’infrastruttura è degna di essere testata (che chiamano talvolta impropriamente blockchain), non la moneta (il bitcoin). Dopo anni di esaltazione per la prima e rinnego per la seconda, pare che in Giappone ci stiano ripensando. Se la maggioranza dei banchieri è in errore lo vedremo presto perché le domande della clientela sono sempre le stesse: costi minori, minor tempo, minori rischi, più facilità e più trasparenza. L’uso della tecnologia, sia infrastrutturale sia monetaria, è una scelta. Nel contesto dell’infrastruttura blockchain abbiamo varie opzioni in campo:

  • il tipo di partecipazione, ristretta con white list predefinite, oppure pubblica ove tutti possono partecipare senza chiedere un’autorizzazione preventiva;
  • il metodo di consenso, prova del lavoro (Proof of Work, quella costosa ma sicura della blockchain di bitcoin) oppure allocazione di voti tra i partecipanti
  • il modello di struttura dati, visibilità del flusso di informazioni (UTXO) oppure solo dello stock, ossia dei saldi contabili.

La tecnologia blockchain causera' l'estinzione delle banche tradizionali

VALORI E MONETA

Prime conseguenze. Il proprio portafoglio di criptovalute non corrisponde a un debito di altri. Si ribadisce che nell’ancora immaturo sistema bitcoin non ci sono rischi di default, come invece accade nel consolidato sistema bancario. Infatti il sistema bancario è decentralizzato, ma porta con sé un rischio sistemico. La blockchain è più adatta per accedere a informazioni che vivono oltre il perimetro aziendale. È potuta nascere dopo internet, perché dopo la comunicazione a rete ora è possibile scambiare valori tra pari.
La storia economica insegna che l’uso della moneta è servito fin dall’inizio per registrare e verificare i rapporti economici tra esseri umani in sistemi che diventavano man mano più complessi. Così la creazione della moneta ha separato il valore d’uso dal valore di scambio dei beni, soprattutto oggi che viviamo in rete.

IL VALORE IRRINUNCIABILE

Proviamo a esemplificare l’inscindibilità tra la blockchain e qualsiasi forma di moneta spiegando che tutto, ma proprio tutto, nella blockchain pubblica è lavoro. Poniamo che tu abbia fatto un lavoro per produrre un’informazione, per esempio un contratto, ancor meglio nella forma di uno Smart Contract, così comune nell’Internet delle cose (IoT). Poi hai associato tale informazione a un token digitale, per esempio un Satoshi (l’unità minima di bitcoin), e la rete te l’ha registrata sulla blockchain. Tale registrazione, pubblica, diretta e immutabile, descrive il valore del tuo lavoro. Questa è la tua moneta, che puoi far valere dappertutto per chiunque.

Fonte: chefuturo.it autore: M_Chiriatti

La creazione di moneta crea instabilita’ nei sistemi bancari

Abbiamo parlato in un precedente articolo delle motivazioni delle banche centrali nell’eliminare l’uso di un bene fisico come l’oro e di come la sostenibilità dell’attuale sistema bancario sia causata proprio dal mancato controllo sulle modalità di creazione della moneta.

Che fare, comunque, con l’aumento esponenziale dei rischi di abuso? Continua il prof. Masciandaro: “Occorreva una nuova àncora: lo è divenuta l’indipendenza delle banche centrali. Tutti i Paesi, ancorché in tempi e modi diversi, hanno dovuto affrontare la tossina dell’inflazione. Alle sue radici vi era l’abuso di moneta, con la tentazione endemica che la politica ha di risolvere con l’abuso di moneta qualunque problema macroeconomico. La moneta è stata affidata alle banche centrali, disegnate come burocrazie tecniche che devono tutelare la stabilità del potere d’acquisto della moneta, proprio per garantirne la scambiabilità.”

La favola delle banche centrali indipendenti, i cui vertici però sono nominati dal potere politico, continua a essere raccontata da decenni. La tutela del potere d’acquisto, valutata su un orizzonte ormai secolare, dovrebbe rendere evidente che il tutore non ha lavorato granché bene. Secondo Masciandaro il problema è che ci sono privati che ottengono profitti producendo moneta.

“Ma produrre moneta ha continuato ad essere vantaggioso per altri soggetti, stavolta privati: prima le banche, poi la finanza. Le banche sono le uniche imprese private le cui passività sono utilizzate come mezzo di pagamento; questo ne aumenta l’appetibilità, sotto più di un aspetto. Ne aumenta però anche la rischiosità sistemica, in quanto se un produttore privato di moneta fallisce, può causare il cosiddetto effetto domino.”

Il problema si pone perché buona parte di quelle passività sono create dal nulla e la figura stessa della banca centrale come prestatore di ultima istanza favorisce l’azzardo morale da parte delle banche commerciali.

Continua Masciandaro: “La regolamentazione pubblica ha messo sotto i riflettori le banche. Ma questo oggi non basta più. Grazie all’innovazione tecnologica, anche non-banche possono creare moneta. E siamo arrivati alle criptovalute: prodotte e/o gestite da soggetti privati, che garantiscono al contempo due proprietà della criptovaluta: anonimato e vincolo alla produzione. Con una ulteriore caratteristica (meno pubblicizzata): a differenza delle banche, non sono passività dell’emittente. Con la criptovaluta, la moneta dovrebbe essere scambiabile perché è anonima e perché è garantito un vincolo di produzione. Ma il vincolo aureo era fisico, non virtuale; per di più avendo come garante soggetti istituzionalmente opachi ed economicamente irresponsabili, nel senso che al default di passività virtuali non corrisponde alcun attivo.”

La regolamentazione pubblica è la causa stessa dell’instabilità dei sistemi bancari a riserva frazionaria. Prendiamo il caso del’area euro: attualmente le banche commerciali devono detenere presso la banca centrale risorse liquide pari all’1 per cento di tutte le passività entro i 2 anni di scadenza. Generalmente le passività a vista sono la parte preponderante di quell’aggregato. Supponiamo che su 100 euro di passività con scadenza entro 2 anni, 80 siano a vista e 20 con scadenza fino a 2 anni. L’obbligo di riserva per quella banca è pari a 1 euro, il che significa che i depositi a vista sono coperti solo per l’1,25 per cento. Solitamente le banche hanno delle riserve di attività prontamente liquidabili o finanziabili in banca centrale, quindi il problema può essere tamponato.

Ma il problema non è risolto: quelle attività sono per lo più titoli di Stato, il che crea un circolo vizioso tra precarietà dello Stato e instabilità delle banche. Fino ad arrivare a una situazione, come quella che si trascina da 5 anni in Grecia, di uno Stato che è insolvente (non avendo accesso a finanziamenti volontari sul mercato a tassi sostenibili) e banche che ricevono liquidità di emergenza dalla banca centrale (creata da nulla) a fronte di collaterale che ha un valore puramente arbitrario. Quello greco è un caso limite, ma il sistema è lo stesso anche negli altri Paesi. Il tutto, si noti bene, si svolge in base alla regolamentazione pubblica di cui parla Masciandaro.

Venendo alle criptovalute, Masciandaro evidenzia che si tratta di monete che non rappresentano passività dell’emittente. Indubbiamente il vincolo aureo era fisico, mentre nel caso delle monete virtuali si tratta di vincoli intrinseci negli algoritmi che le generano. Anche nel caso dell’oro, peraltro, la moneta non era una passività dell’emittente. Qui Masciandaro mi pare confonda la moneta (l’oro) con le banconote o i depositi, ossia mezzi sostitutivi della moneta vera e propria, che erano effettivamente passività della banca emittente, a fronte tuttavia di riserve di oro. E il problema sorgeva quando le banconote e i depositi erano emessi in quantità eccessiva rispetto alle riserve auree.

Nel caso delle monete virtuali ciò che deve essere credibile e conquistare la fiducia degli utilizzatori è il sistema che le genera, ossia quello che Masciandaro definisce “vincolo alla produzione”. Indubbiamente per creare fiducia in una moneta di questo genere è necessario del tempo, sia perché un numero crescente di soggetti ne capisca il funzionamento, sia perché si dimostri “affidabile” il sistema che la genera.

Secondo Masciandaro, però, serve l’intervento di governi e banche centrali. “In conclusione, oggi le criptovalute sono monete ad alto rischio, che però possono rappresentare un serbatoio di opportunità, se verranno efficacemente regolamentate. I governi e le banche centrali devono far divenire le criptovalute un bene pubblico, perché la moneta sia scambiabile in quanto rende più efficiente gli scambi, e non perché è anonima, oppure perché è anarchica, oppure ancora per fantasticare su piani B di uscita dall’euro. Saremmo al niente di nuovo sotto il sole: abusi di moneta, per far quadrare conti opachi, e/o sballati, micro e/o macro.”

Contrariamente a Masciandaro, credo che la regolamentazione da parte di governi e banche centrali avrebbe come unico scopo quello di mantenere sostanzialmente pubblico il monopolio di emissione di moneta. Un monopolio che, lungi dall’eliminare gli abusi, li ha semplicemente istituzionalizzati e riservati a taluni soggetti. La ricerca di mezzi monetari alternativi a quelli attualmente a corso legale deriva anche dalla necessità di disporre di strumenti non soggetti ad abusi da parte di soggetti pubblici.

I furti vanno certamente perseguiti, ma è bene non supporre che un bene oggetto di furto debba per forza essere reso pubblico.

Credo che ne vedremo presto arrivare sul mercato

Quanto alle ipotesi di piani B per la Grecia elaborati dall’ex ministro Varoufakis, dubito fortemente che l’intenzione fosse quella di usare una moneta stile bitcoin, perché l’obiettivo era quello di disporre si una moneta fiat da affiancare all’euro. Una moneta che sarebbe stata introdotta per legge e prodotta dallo Stato, con quale “vincolo alla produzione” è facile immaginare.

Fonte: miglioverde.eu/la-regolamentazione-pubblica-e-la-causa-dellinstabilita-dei-sistemi-bancari/ – autore: M_Corsini

Attenzione alle Fintovalute le montete virtuali che sono in realta’ degli schemi di Ponzi

Lo schema Ponzi/piramidale non è una novità. Già nel secolo scorso truffatori più o meno casuali attiravano vittime e/o persone in difficoltà economiche facendosi dare soldi in cambio di false promesse di incredibili guadagni.

Oggi, con la diffusione delle crittovalute, si vedono nascere nuovi schemi piramidali che “rinfrescano” i soliti discorsi su guadagni incredibili infilandoci terminologia presa in prestito dalle criptovalute. Fate attenzione: sempre di schemi piramidali si tratta!

Cercheremo per lo più di indicarvi alcuni campanelli d’allarme per intuire subito se siete venuti a contatto con uno di questi schemi che cerchi di spacciarsi come crittovaluta al pari ad esempio del Bitcoin.

– Vi viene chiesta un iscrizione obbligatoria di tot euro/dollari ecc …

Nelle crittovalute non c’è nessun obbligo di iscrizione, di firmare documenti, o di versamento di tot quantità di soldi.
Si può ad esempio comprare anche un solo centesimo di Bitcoin.

– Non è possibile vendere subito la valuta comprata

Se avete già “comprato” (aperta un iscrizione) alla valuta-truffa, potrebbe essere già troppo tardi, visto che non è possibile uscirne se non dopo mesi e solo nel caso si siano fatti entrare altre nuove vittime nella truffa.
Spesso vi diranno che è possibile uscirne quando si vuole, quando in realtà, ai fatti non sarà vero.

– Vi viene promesso un guadagno certo in un tempo certo

Le crittovalute sono come le valute normali, il loro prezzo scende e sale sul mercato, non c’è e non ci sarà mai alcuna certezza di guadagno. E’ un investimento ad alto rischio.
Se vi stanno “promettendo” un guadagno, sicuramente non è una crittovaluta e non ve la raccontano giusta.
L’unico modo “sicuro” per guadagnare con le crittovalute è sfruttare le sue funzionalità fornendo nuovi servizi/prodotti, e facendosi quindi poi pagare per essi appunto in crittovaluta.

– Vi viene promesso un guadagno se portate nuovi agenti, e questo guadagno aumenta se questi agenti portano a loro volta altri agenti

Riguardo al funzionamento dello schema Ponzi/piramidale vi chiediamo di andare a leggere la seguente pagina dedicata su wikipedia.
https://it.wikipedia.org/wiki/Schema_Ponzi

E purtroppo ci cascano in tanti!

Articolo ripreso da bitcoin-italia.org – Bitcoin Foundation Italia

Sempre complicato da analizzare e da definire

Comprendere il fenomeno delle criptovalute

Il primo passo da compiere, anche alla luce della complessità e novità della materia, è quello di comprendere appieno di cosa si tratti, quando si parla di Cryptovaluta. Le Cryptovalute sono mezzi di scambio e pagamento, quindi “denaro privato” nel senso letterale del termine, che però non sono supportati da alcuna Banca Centrale che ne governi l’ emissione e la circolazione e, non godono del corso forzoso imposto dagli Stati alle monete tradizionali.

La circolazione delle Cryptovalute quali mezzi di pagamento si fonda essenzialmente sull’ accettazione spontanea da parte dei soggetti sul mercato, i quali, dando fiducia alle valute in questionee, quindi ricevendole quali corrispettivi per i beni e servizi che commercializzano, ne riconoscono il valore di scambio e ne decretano la diffusione indipendente da un obbligo di legge.

In materia in Italia, c’è un vero e proprio vuoto normativo e giurisprudenziale, in quanto, come spesso accade, il progresso tecnologico è estremamente più rapido delle Autorità Politiche; la Banca d’ Italia ha emanato, in data 30 Gennaio 2015, un comunicato avente ad oggetto: “Avvertenza sull’ utilizzo delle cosiddette valute virtuali”. Nel comunicato anzidetto si evidenzia che: “In Italia, l’ acquisto, l’ utilizzo e l’ accettazione in pagamento delle valute virtuali, debbano allo stato ritenersi Attività Lecite.

Si tratta, pertanto, di un vero e proprio Sistema di Pagamento Decentralizzato, che Utilizza una Rete tra Soggetti Paritari (peer-to-peer), priva del Controllo Centrale di un’ Autorità. Le Cryptovalute, inoltre, hanno 2 ulteriori fondamentali caratteristiche:

1)Le Cryptovalute non hanno natura Fisica, bensì Digitale, essendo create, memorizzate e utilizzate non su supporto Fisico bensì su Dispositivi Elettronici (ognuno gestisce il proprio, in qualsiasi momento, senza l’ intervento di terzi come Banche, Autorità, Uffici, ecc…).

2)Le Cryptovalute vengono emesse e funzionano grazie a dei Codici Crittografici ed a dei Complessi Calcoli Algoritmici. Il legame con questi Algoritmi Matematici consente di evitare una produzione “infinita” di moneta, che finirebbe per inflazionare la Cryptovaluta e renderla quindi priva di qualsiasi valore commerciale di scambio. E consente, altresì, di evitare che vengano prodotte monete una identica all’ altra, in quanto ciascuna “unità di valuta”, sarà unica ed identica solo a se stessa, proprio in virtù del legame con l’ Algoritmo che ne è alla Base. Tutte le monete prodotte tramite l’ attivita di Mining (letteralmente “estrazione”), così come tutte le transazioni che avvengono tramite Cryptovaluta, vengono rese Sicure tramite gli anzidetti Codici Crittografici e, registrate ed amministrate in appositi Registri Digitali (Blockchains), i quali contengono le Informazioni relative a Tutti i Protocolli delle Transazioni e dei Soggetti nelle Stesse Coinvolti.

A seconda della tipologia di Cryptovaluta questi Registri Digitali sono Completamente Pubblici e quindi Consultabili da Chiunque , oppure Cryptati e Anonimi

La Tecnologia della Blockchain offre maggiori Sicurezze e Trasparenze rispetto ai tradizionali sistemi di sicurezza delle Banche.

L’ impatto di un simile tipo di valuta sul mercato degli scambi è evidente a tutti?: “Per la Prima Volta, Dopo Secoli nella Storia dell’ Uomo, Viene Messo in Crisi il Monopolio degli Stati e delle Autorità Centrali sul Denaro. La moneta tradizionale, emessa e controllata da una Banca Centrale, diretta emanazione dell’ Autorità Statale, non sarà e non è già più, l’Unico Mezzo di Scambio sul Mercato.

Per tanto le Cryptovalute non devono essere confuse con la Moneta Elettronica, che è un’ Equivalente Digitale di Denaro Contante, memorizzato su un dispositivo elettronico o in remoto su un server (come precisa la definizione della Direttiva U.E.2009/110/CE). A differenza di tutte le altre Innovazioni relative ai Mezzi di Pagamento, l’ entrata in campo delle Cryptovalute Elimina sia la Gestione che il Controllo di un’ Autorità Centrale, Pubblica o di Emanazione Pubblica sul Denaro.

Oggi le Cryptovalute esistenti ed operanti nel mercato sono sempre più numerose ed i relativi numeri sono in costante espansione. Come ovvio, qualsiasi Risparmiatore o Investitore che si avvicini a queste Realtà, dovrà farlo in modo Consapevole e Ragionato, distinguendo le Cryptovalute inserite in un sistema Serio e Protetto, da quelle che Rappresentano nient’ altro che meri Investimenti Speculativi a Rischio 100% e che fanno Capo a Piattaforme poco Identificabili e ancor meno Controllabili, sia a livello Informatico che Finanziario.

Nel momento in cui sto scrivendo la diffusione delle Cryptovalute è in costante aumento ed è impossibile prevederne il livello di accettazione dei mercati in futuro; ciò che posso dirvi e che restano sicuramente una “Profezia”, sono le parole di un notissimo Economista Milton Friedman (1912-2006): “Sono convinto che Internet sarà una delle forze decisive per ridurre il ruolo del Governo. Quello che manca, ma che sarà sviluppato presto è un’ affidabile Moneta Digitale”.

 

Ci raccomandiamo vivamente!

Noi vi consigliamo di evitare OneCoin come la peste poi fate voi

Guadagni stellari con impegno vicino allo zero. Basta investire in una nuova moneta virtuale: Onecoin. Si comprano dei pacchetti, si aspetta in tutta comodità che il processo faccia il suo corso e 1.000 euro si quadruplicano.

Non importa se si è ignoranti in materia di criptovalute – dicono i suoi promotori – ciò che conta è non lasciarsi sfuggire questa opportunità.

Sembra tutto molto facile, all’apparenza. Dietro le grandi promesse, però, parrebbero nascondersi anche diverse ombre: scarsa trasparenza e anomalie tecniche. In Italia è sbarcata da meno di un anno, ma ha già raccolto migliaia di iscritti. In altri paesi europei, dove l’attività va a gonfie vele, a interessarsi di questa azienda sono stati anche gli inquirenti.

E c’è chi, esperto di criptovalute, sostiene che in realtà Onecoin non abbia nemmeno l’apparenza di una moneta virtuale.

“Vi arriva il ragionamento che quest’operazione vi può creare in un solo anno una rendita di 1.800 euro al mese?”

Così, dopo un crescendo di annunci mirabolanti, il presentatore cerca di convincerci a fare l’investimento della nostra vita. Versare almeno qualche centinaio di euro ed entrare in Onecoin, la moneta virtuale che loro stessi definiscono “seconda al mondo come capitalizzazione.”

È sabato mattina e siamo in un hotel della periferia nord di Milano per ascoltare quella che ci è stata descritta come “un’opportunità eccezionale”.

Insieme a noi, in una sala conferenze gremita, c’è una cinquantina di persone. Molti uomini e poche donne, perlopiù over 40 e rigorosamente in giacca e cravatta. Si parla di affari e, come indicava l’invito, l’ingresso è consentito unicamente in abbigliamento professionale.

Tra uno slogan motivazionale e l’altro – “il mondo non è in mano alle pecore ma ai leoni” – il relatore snocciola i dettagli dell’occasione imperdibile.

Onecoin è una nuova criptovaluta – ci spiegano – che avrebbe migliorato i difetti del ben noto Bitcoin e che promette una crescita di valore vertiginosa.

Per chi non conoscesse la materia, le criptovalute sono monete digitali che si basano sulla crittografia e le tecnologie peer-to-peer. Le transazioni non sono controllate da un organismo centrale ma avvengono su nodi di una rete formata da computer dislocati in tutto il mondo.

Le monete vengono generate attraverso un processo, chiamato estrazione, che sfrutta la potenza di calcolo dei computer. Scambiare i propri euro in Bitcoin – la più famosa delle criptovalute – è piuttosto semplice.

Ci si può accordare direttamente con un altro utente o andare su uno dei tanti siti che facilitano la compravendita.

Come si ottengono gli Onecoin

Mettere le mani sugli Onecoin, invece, è un po’ più complesso.

Innanzitutto, bisogna acquistare uno dei diversi pacchetti disponibili. Si va da 110 euro per quello base, lo Starter, a 27.500 euro per l’Infinity Trader. Il pacchetto però non da accesso diretto alla valuta, ma a corsi formativi che trattano svariati argomenti di natura finanziaria, tra cui appunto le criptovalute.

Insieme al training, si ottengono una quantità variabile di tokens, ovvero gettoni, che successivamente potrebbero essere trasformati in criptovaluta.

“I gettoni sono strumenti forniti dall’azienda su base promozionale,” ci spiegano dall’azienda. “Forniscono accesso ai mining pools, ma non una garanzia di questo o di quante monete possono essere estratte.”

Nel mondo delle criptovalute i mining pools sono formati da gruppi di utenti che si uniscono per dividersi il carico di lavoro e facilitare la creazione delle monete. Onecoin ha adottato la stessa terminologia, anche se poi, in realtà, i procedimenti sono abbastanza diversi.

Una volta raggiunto questo livello, il processo di generazione delle monete diventa abbastanza cervellotico. Dopo circa tre-quattro mesi i gettoni vengono magicamente raddoppiati dall’azienda e immessi nel ‘mining’ —una fase che può durare un altro paio di mesi.

Qui, il numero di gettoni viene diviso per un ‘grado di difficoltà’, stabilito “secondo un modello matematico” dall’azienda, e si generano gli Onecoins.

Nell’esempio che viene mostrato alla presentazione, acquistando il pacchetto da 5.500 euro si dovrebbero ottenere 3.800 Onecoins, che attualmente hanno un valore di quasi 24.000 euro.

Onecoin, però, non viene scambiata liberamente, come avviene per tutte le altre criptovalute. Così, per ora, il valore viene stabilito dall’azienda in base alla domanda. Teoricamente, più utenti si iscrivono a Onecoin più il valore della moneta dovrebbe salire. Nel nostro esempio, l’investimento iniziale sarebbe quindi più che sestuplicato.

A questo punto, uno potrebbe immaginarsi di vendere le monete e incassare il guadagno.

Invece no. Perché qui entra in gioco “l’ammortizzatore” – ovvero un tetto che limita lo scambio degli Onecoin in valuta reale. Per chi compra il pacchetto da 5.550 euro, per esempio, questo sarebbe fissato a 60 euro al giorno.

“Così la gente non può speculare,” precisa il relatore alla presentazione di Milano, lasciando però qualche dubbio sullo svolgimento di questa operazione.

Ideata da Ruja Ignatova, una donna d’affari di origini bulgare, Onecoin è diventata operativa in tutto il mondo all’inizio del 2015.

Stando ai numeri forniti dalla società, il successo è stato immediato e planetario. Dalla Cina agli Stati Uniti, passando dall’Europa e gli Emirati Arabi, oggi Onecoin può contare su oltre 2 milioni di iscritti in tutto il mondo.

Il suo quartier generale, inaugurato lo scorso gennaio, si trova a Sofia, in Bulgaria, ma la struttura aziendale è costituita da numerose società – alcune delle quali situate in noti paradisi fiscali come Gibilterra o Dubai.

L’arrivo in Italia è relativamente recente, ma – come sottolineano più volte gli esponenti di Onecoin – i membri starebbero aumentando di giorno in giorno.

Presentazioni come quella a cui abbiamo assistito vengono organizzate settimanalmente in tutta Italia. E molti dei partecipanti diventano subito affiliati, come dichiara con orgoglio il relatore del nostro incontro.

“A febbraio abbiamo fatto una presentazione con 250 persone in sala e più di 200 hanno aderito al progetto,” dice alla platea. “A oggi all’interno del nostro team ci sono più di 4.000 persone.”

Dati che, però, VICE News non ha potuto verificare in modo indipendente.

I dubbi degli esperti

Quello di Onecoin è un sistema così diverso da quello delle altre criptovalute che alcuni esperti del settore hanno posto seri dubbi sul fatto che questa si possa definire una moneta virtuale.

“Le criptovalute come Bitcoin sono prodotte collettivamente in rete,” spiega a VICE News l’avvocato Giuseppe Grisorio, esperto di monete virtuali.

“Onecoin, invece, è di natura centralizzata, ovvero dietro c’è un’azienda emittente. Il fatto che ci sia un ente che stabilisce prezzo, disponibilità e regole crea un ostacolo all’utilizzazione della stessa tecnologia.”

Infatti, Onecoin non è presente in nessuno dei numerosi siti che consentono la scambio di criptovalute. Di conseguenza, visto che tutto avviene dietro porte chiuse e non in un mercato aperto, è difficile capire come il prezzo della moneta venga stabilito.

Sentita da VICE News, la fondatrice di Onecoin, Ruja Ignatova, sostiene che “al momento solo i membri della rete di Onecoin possono estrarre e scambiare le monete, ma non appena l’80 per cento dei Onecoin sarà estratto, Onecoin sarà commercializzata pubblicamente.”

Le criptovalute hanno un numero limitato di monete estraibili dall’algoritmo. Per Onecoin il tetto massimo era fissato a 2,1 miliardi fino a giugno. Poi, però, l’azienda ha deciso di innalzarlo fino a 120 miliardi.

Una mossa – dettata “dall’enorme domanda” – che ha tuttavia lasciato perplessi gli esperti di criptovalute. In realtà, infatti, dovrebbe essere la quantità finita di una moneta virtuale a proteggere il suo valore da possibili inflazioni e deflazioni.

“Il prezzo è determinato dalla difficoltà di estrazione,” continua Ignatova. “All’aumentare del numero di persone coinvolte [nel sistema] e del quantitativo di monete trovate, il processo diventa più costoso.”

A sollevare dubbi sull’operato di Onecoin è anche Franco Cimatti, pioniere delle criptovalute e presidente di Bitcoin Foundation Italia.

“Nelle criptovalute non c’è nessun obbligo di iscrizione, di firmare documenti, o di versare una quantità minima di soldi,” spiega Cimatti.

Da un punto di vista tecnico, aggiunge il 31enne programmatore, Onecoin sarebbe inoltre la prima e unica moneta virtuale che non ha un codice sorgente aperto o una blockchain consultabile da tutti.

“La blockchain è un database pubblico, trasparente e condivisibile che permette di raggruppare e verificare tutte le transazioni effettuate all’interno di una criptovaluta,” racconta. “Onecoin sarebbe l’unica a non averla e quindi non è una criptovaluta.”

In risposta alle accuse, Ruja Ignatova sostiene però che “Onecoin presenta le caratteristiche di una moneta virtuale.”

“Le criptovalute sono protocolli fondati sulla crittografia che permettono le transazioni senza la necessità di parti terze come una banca o una società di carte di credito,” dice Ignatova. “Le criptovalute sono poi create attraverso un processo di estrazione. Onecoin è senza dubbio una criptovaluta.”

Secondo Cimatti, invece, “si tratterebbe semplicemente di uno schema Ponzi”. Tra i possessori di OneCoin, spiega, “fa soldi [solo] chi recluta gente sotto di sé.”

Un’analisi che trova d’accordo Grisotti, secondo cui “ci sarebbero tutti gli elementi sintomatici di uno schema piramidale.”

Una grossa fonte di guadagno è effettivamente rappresentata da quello che l’azienda definisce come “network marketing”. Ovvero, i bonus garantiti a chi porta nuovi utenti nel sistema.

I promotori portano a casa il 10 per cento dei soldi incassati tramite la vendita diretta dei pacchetti e fino al 25 per cento dei soldi versati da ogni nuovo iscritto nella loro rete.

L’azienda specifica che “i membri di Onecoin non sono obbligati a reclutare [nuovi iscritti]”. Però, l’incentivo c’è ed è forte, visto che i promotori sottolineano in continuazione che più persone entrano più il valore della moneta è destinato a salire.

Gli interrogativi internazionali

La struttura di Onecoin ha portato l’azienda nel mirino delle autorità di diversi paesi.

In Svezia, l’autorità dei giochi e i monopoli – equivalente dell’AAMS italiana – ha definito Onecoin una “catena di San Antonio”. Secondo quanto riportato dalla stampa locale, su segnalazione dell’organismo, la polizia avrebbe ora aperto un’indagine preliminare sul sistema.

Anche nella vicina Finlandia Onecoin sarebbe sotto la lente d’ingrandimento delle forze dell’ordine. Lo scorso autunno la procura generale avrebbe già esaminato il sistema ritenendo però che al momento non ci fossero gli estremi per un’inchiesta ufficiale.

Secondo quanto riportato da Der Spiegel, l’autorità finanziaria tedesca, BaFin, starebbe valutando se Onecoin rispetta le leggi del paese.

Infine, settimana scorsa, il regolatore finanziario del Belgio ha avvisato i consumatori che né Onecoin né i suoi promotori sono riconosciuti o autorizzati dall’organismo.

Sentita da VICE News, Ignatova ha commentato che “alla società non è stata presentata dalle autorità legali dei paesi citati alcuna informazione riguardo a indagini formali.”

Anche in Italia sono vietati i sistemi piramidali e le catene di San Antonio.

Tra gli elementi presuntivi dell’esistenza di un sistema di vendita vietato, la legge 173 del 2005 cita anche “l’eventuale obbligo del soggetto reclutato di acquistare, dall’impresa organizzatrice o da altro componente la struttura, materiali, beni o servizi, ivi compresi materiali didattici e corsi di formazione, non strettamente inerenti e necessari alla attività commerciale in questione.”

VICE News ha contattato un portavoce della Consob, l’ente nazionale per la tutela degli investitori, il quale ha dichiarato di non poter comunicare se sono in corso indagini su Onecoin.

Onecoin rigetta in modo categorico le accuse di operare secondo un sistema piramidale.

“Questo tipo di descrizioni sono false e diffamatorie,” sostene Ruja Ignatova. “Il business model di Onecoin si basa su una forma di network marketing legittimo e legale.”

“Onecoin vende prodotti reali dal valore reale, come la criptovaluta e i dispositivi OneTablet, oltre a fornire servizi come training educativi e finanziari. Oltre due milioni di persone hanno acquistato i nostri servizi. Gli ‘schemi piramidali’ sono caratterizzati dall’assenza di un prodotto o di un servizio alla base.”

“Inoltre, il piano di bonus e commissioni del network OneLife [la società dietro Onecoin, ndr] permette ai membri di guadagnare a qualsiasi livello. Gli ‘schemi piramidali’ presentano sistemi i soldi in entrata vengono utilizzati per coprire gli impegni finanziari. Il nostro sistema di pagamento non funziona così.”

“All’interno di OneLife non c’è nessun obbligo per i membri di reclutare nuove persone. Queste caratteristiche, tipiche degli ‘schemi piramidali’, sono totalmente assenti dal nostro business model. Il nostro sistema si fonda su un normale concetto di vendita diretta, nel quale i membri possono, se desiderano, guadagnare promuovendo e vendendo pacchetti educativi che trattano di criptovalute e gestione finanziaria.”

“Le commissioni e i bonus vengono pagati a questi membri in base al loro successo, come avviene per altre note aziende che operano con la vendita diretta, come Thermomix, Amway e Herbalife.”

“Infine, un utente di Onecoin può scegliere di estrarre o creare altri Onecoins senza diventare un venditore.”

VICE News ha contattato il team di promotori italiani che ha organizzato la presentazione di Milano al quale abbiamo partecipato.

Il gruppo, che si chiama Onecoin Italia, spiega innanzitutto di non aver “alcun tipo di legame né cointeressenza con la società che produce e mette sul mercato la criptovaluta OneCoin, né con la Dott.ssa Ignatova.”

“La nostra attività è volta alla diffusione, quanto più capillare possibile, della criptovaluta nel nostro paese,” scrive lo staff di Onecoin Italia in un’email.

“Da un lato, ci sembra essenziale informare il pubblico su alcuni aspetti del fenomeno criptovaluta sui quali si sono creati equivoci: il Bitcoin è stato messo al centro di numerose polemiche a causa del suo “facile” utilizzo a fini illeciti e, in particolare, di riciclaggio.”

“Dall’altro lato, è evidente che, da un punto di vista meramente economico, la maggior diffusione e domanda sul mercato della criptovaluta OneCoin aumenterà il ritorno finanziario per coloro che ne abbiano già acquistata.”

Una prospettiva – quella di arricchirsi senza fatica – che sembra essere il punto centrale di tutto il progetto.

Una ragione di vita che ha convinto una cinquantina di persone a trascinarsi in un hotel di Milano al sabato mattina. Tra il pubblico serpeggia infatti un ottimismo inaspettato, l’aria di chi ha saputo scovare l’opportunità della vita. E per questo può sentirsi già superiore, in attesa del vero guadagno.

Perché, come dice il relatore, “c’è qualcuno che si sveglia per 5 euro l’ora e qualcuno che lo fa per 5.000 euro.”

Articolo di Matteo Civilini, ripreso dal sito Vice.com