Le banche italiane ritornano a fare credito (un pochino)

Le banche, ad eccezione di quelle in piena crisi, non hanno più alcun problema di liquidità. La propensione e gli ordini di scuderia sono cambiati e ora alle filiali arriva l’ordine ‘Andate e Prestate (ma con giudizio)’.

La BCE ha inondato il mercato bancario di liquidità c e si aspetta che buona parte della liquidità arrivi a famiglie e imprese per stimolare la domanda di consumi e investimenti che invece langue.

PRESTITI IN AUMENTO, MA CON CAUTELA

L’onda lunga della liquidità BCE ha rasserenato le banche che hanno fatto due mosse negli ultimi 6 mesi: allentato i criteri di accesso al credito ritornando quasi al pre-crisi e ridotto i margini applicati per proteggersi dal rischio d’insolvenza e dal costo del capitale richiesto.

Tuttavia la tabella pubblicata nell’ultima Bank Lending Survey mostra che la vera svolta provocata dalle ondate di liquidità della BCE è avvenuta sui tassi e non sui criteri di erogazione del credito alle imprese , immutate nel 94% dei casi nel primo giro e nel 95% nel secondo. Invece le condizioni sono calate nel 40% delle banche che partecipano all’indagine BCE per effetto della liquidità.

Le banche, italiane soprattutto, si lamentano della rigidità imposta dalla nuova vigilanza BCE e imputano a questa stretta di supervisione la mancata erogazione di credito.  Nell’indagine però le banche che indicano come effetto della nuova vigilanza una riduzione degli spread sul credito sono il 10% più di quelle che indicano l’opposto e comunque il doppio del saldo percentuale positivo che si riferisce a un rilassamento dei criteri di accesso al credito per le PMI. Come si vede sull’accesso al credito si muove pochino.

LA NUOVA MODA ITALIANA

IN ITALIA SALE LA DOMANDA DI CREDITO

Le cifre citate recentemente dall’ABI sulla crescita dei nuovi mutui casa erogati (+82%) e finanziamenti all’imprese (+16%) sono in parte drogate e manipolate, ma non si può negare una maggiore domanda di credito e una maggiore voglia delle banche di concederlo.  La domanda è stimata in forte crescita in Italia, più che negli altri paesi europei. Le determinanti della richiesta di credito sono varie: investimenti, capitale circolante e convenienza dei tassi d’interesse molto bassi.

Almeno cosi' dicono :-)
Credito bancario – pare ritornato

ATTENZIONE AI PICCOLI SEGNALI

Sul mercato bancario dei prestiti questa è la situazione:
1. quasi tutte le banche stanno offrendo finanziamenti generosamente
2. ma solo alle imprese con buon rating (da 1 a 5 in scala 1-10)
3. alcune banche stanno scegliendo chirurgicamente i clienti a cui offrire credito e i clienti a cui toglierlo per traslocarlo alle imprese meno rischiose
4. l’offerta è più insistente verso le imprese di  media dimensione, poco a micro e piccole imprese che sono sempre più rischiose
5. se il rating non è brillante viene offerta o richiesta la garanzia sino all’80% del Fondo Centrale di Garanzia e se quella non c’è va bene anche un Confidi
6. gli spread stanno precipitando, a causa della concorrenza su un parco limitato di imprese, e sono scesi già sotto l’1% per i migliori crediti. Ritengo sia un nuovo errore del sistema bancario che durante la crisi aveva faticosamente riportato gli spread a valori più consoni al rischio sottostante e ora se ne sta dimenticando subito per farsi concorrenza, con impatti poco promettenti sul conto economico
7. sale gradualmente il ricorso al canale minibond per le medie imprese, ma il giovane segmento di mercato è già minacciato dalla concorrenza sleale dei prezzi delle banche. Cedole richieste dagli investitori per i minibond sono tra il 5% e il 7% e si confrontano con i vecchi finanziamenti bancari offerti ora a prezzi di saldo con tassi del 2-3% e forse anche meno
8. è cominciata anche in Italia l’entrata di nuovi operatori fintech sulle piccole imprese: invoice-trading e P2P lending trovano ampi spazi per provare a servire il mercato abbandonato delle piccole imprese
9. infine tutta la (oramai vecchia) tiritera sulla Bad Bank e sulle sofferenze da smaltire ha impatto relativo sul credito. Non dico che la riduzione delle sofferenze non sia importante, ma ritengo che non limiti affatto la volontà di fare credito delle banche. La scusa è usata strumentalmente per fare pressione e ottenere qualche nuova concessione dallo Stato (come sta effettivamente succedendo). Se le banche vogliono fare buon credito possono farlo anche con le sofferenze in pancia. Anzi, il buon credito serve a pagare i conti del vecchio cattivo.

Non fatevi ingannare dalle statistiche, conta l’interpretazione dei movimenti tra piccole, medie e grandi imprese che non sono mai spiegati troppo chiaramente.

Le banche non bastano piu’! Ora sono i privati a dover prestare soldi alle imprese

Investire i propri risparmi nell’economia reale, scommettere sul lavoro dei piccoli imprenditori offrendo loro il credito che gli istituti bancari gli hanno negato. Borsadelcredito.it ha  ricevuto il via da Bankitalia a poter svolgere l’attività di peer to peer lending, una forma di prestito tra privati che al contrario di quello che fanno altri portali in Italia si concentra in questo caso nel rapporto tra piccoli risparmiatori e piccoli imprenditori.

Borsadelcredito.it è una startup Fintech che lavora con questo tipo di imprese gestendo più di 10mila richieste, l’attività svolta finora però era stata solo quella di consulenza nel credito, la creazione di una sorta di ponte digitale tra le società bisognose di un prestito e gli istituti bancari.

Un servizio a cui ora si affianca quello del P2P, che fa diventare questo portale “il primo e unico in Europa a fornire un servizio di credito alle piccole imprese così completo: sia bancario che attraverso fondi privati”. A dirlo a SmartMoney è Antonio Lafiosca, l’ad dell’Istituto di pagamento ma anche uno dei fondatori della startup insieme ai due co-fondatori iniziali Alessandro Andreozzi e Ivan Pellegrini. “Le banche continueranno a stare sul nostro portale  – aggiunge Lafiosca – in questo modo il nostro cliente dopo aver inserito la sua richiesta di credito avrà la possibilità di accedere sia ai prodotti bancari che a quelli p2p. In quest’ottica, tutti i nostri partner lavorano sulla piattaforma in piena collaborazione e quello che ci preme di più è dare un‘alternativa importante e concreta alle piccole imprese”.

Allargare il business al P2P per colmare una lacuna

La decisione di allargare l’attività di Borsadelcredito.it anche ai prestiti da privati si deve al fatto che sul mercato mondiale, ma in particolare su quello italiano, si sia creato uno spazio per nuovi operatori, per la cosiddetta finanza alternativa, uno spazio lasciato libero dalla finanza tradizionale.

In particolare, spiega Ivan Pellegrini “le piccole imprese – quelle a cui ci noi rivolgiamo e che compongono più del 90% del tessuto imprenditoriale italiano – che chiedono finanziamenti di piccolo taglio (per esempio sotto i 50 mila euro), trovano sempre più difficoltà ad accedere al credito bancario, non per un tema di rischio o di merito di credito ma per un problema di business model delle banche che non sono più in grado di sopportare i costi di un’operazione di finanziamento di una piccola impresa”.

Il target è quello delle partite Iva, sono fornai, artigiani, baristi, commercianti, liberi professionisti e piccoli imprenditori che si sentono sempre più esclusi dai circuiti tradizionali del credito. Un mondo che questa startup Fintech ha imparato a conoscere bene nei suoi quasi due anni di vita, che le ha permesso di rendersi conto dell’esistenza “di un problema di compatibilità fra le offerte delle banche e le esigenze delle imprese, che vengono da noi tutti i giorni e fanno richieste di credito. Da qui la decisione di offrire un prodotto come quello del P2P che possa coprire questo gap”, spiega Pellegrini.

Sempre fare attenzione, ma i tassi sono molto migliori di qualsiasi altra operazione obbligazionaria
Prestito tra privati e aziende

Come funziona il prestito personale alle imprese

Mettiamo il caso che un fornaio abbia bisogno di un prestito per allargare la sua panetteria. Dovrà iscriversi alla piattaforma e fare una richiesta che gli impiegherà cinque minuti di tempo, entro 24 ore saprà se la sua domanda è stata accettata e in questo caso entro tre o massimo cinque giorni avrà i soldi sul conto (tutto senza aver utilizzato nemmeno un pezzo di carta, si tratta di un’esperienza totalmente digitale, basta un qualunque dispositivo mobile o un computer).

Dal lato del prestatore le cose sono ugualmente facili. Si parte sempre dalla registrazione tutta digitale in 5 minuti. La startup si occuperà di portare a termine tutti gli adempimenti relativi alla legge antiriciclaggio e i controlli a cui è tenuta. Dopodiché se tutto risulta in ordine, il prestatore non dovrà fare altro che inoltrare un bonifico presso la  banca depositaria (i soldi nono entrano mai nel patrimonio di Borsadelcredito.it, quindi nell’eventualità di un fallimento non saranno aggredibili dai creditori e resteranno tutelati dal fondo interbancario di tutela dei depositi).

Una volta versati i soldi e passati i controlli, il prestatore definirà la sua offerta (manualmente o quella da noi suggerita) e deciderà di prestare in tutti i mercati o solo in alcuni definendo anche a tasso a cui vorrà farlo. La piattaforma aiuta a prendere questa decisione, informando l’utente sul suo posizionamento rispetto agli altri prestatori e rispetto alla domanda delle imprese che stanno chiedendo un prestito.  Definita l’offerta, il sito l’incrocia con la domanda e se tutto va bene eroga il prestito al richiedente che ogni mese tramite un addebito diretto automatico (il vecchio Rid) restituisce la rata.

Tre forme di garanzia contro i rischi

Ma cosa ci guadagna la piattaforma e chi ci lavora? “Al netto delle promozioni, su chi presta guadagniamo al massimo l’1% annuo sulle somme prestate e non ancora restituite. Chi invece riceve il prestito paga una commissione di istruttoria variabile in base alla sua classe di rischio e che va dai 500 euro a un massimo di 3.000 euro per gli importi più grossi (ovviamente una cifra più competitiva rispetto a quella richiesta delle banche).

Non c’è necessità di aprire altri conti correnti, pagare bolli o altri balzelli quindi non ci sono ulteriori costi nascosti all’interno del rapporto. Il richiedente –  sempre in base alla sua classe di rischio – paga anche una commissione confluisce in un fondo di garanzia per i prestatori che interviene nel momento in cui il richiedente cominci a non ripagare, per mitigare così il rischi di inadempienze”, spiega Antonio Lafiosca.

Il destino del prestatore sta infatti molto a cuore ai soci di Borsadelcredito.it visto l’elevato rischio reputazionale che la startup corre, “lo mitighiamo fondamentalmente in tre modi: 1) estrema diversificazione dell’investimento (un prestatore che mette 5.000 euro presterà al massimo un 5-10% alla stessa impresa), 2) fondo di protezione che assicura il sistema dalle perdite fisiologiche e di sistema, 3) modelli di scoring con elementi di valutazione innovativi, tipo social e web che aiutano a comprendere le capacità del cliente sfruttando le tecnologie e che abbandonano alcuni vecchi schemi tradizionali”.

Alla selezione delle imprese del sistema è dedicata un’estrema cura e se poi proprio dovessero cominciare a esserci ritardi nei pagamenti, la palla passerà a Borsadelcredito.it che si occuperà di sollecitare gli inadempienti e fare di tutto per il recupero anche attraverso operatori specializzati esterni.

Obiettivi per il futuro

Per il futuro Ivan Pellegrini è più che ottimista: “contiamo di arrivare a diverse centinaia di milioni di erogato. Dal nostro sondaggio è emerso infatti che la gente è molto affascinata dalla possibilità di investire nell’economia reale, di prestare in maniera diretta, disintermediata e tangibile a chi poi trasforma questi soldi in lavoro e futuro del nostro paese”.

Fonte: startupitalia.eu – autore: M_Furlo

 

Le piccole aziende si ribellano ma le banche non tornano indietro sul credito

C’e’ grande confusione nel mondo del credito bancario in Italia. Dopo una lunga intervista del CEO di Intesa SanPaolo Messina al Corriere della Sera, che proietta un’immagine rilassata e ottimista della sua banca, il presidente nazionale di Confartigianato Imprese Giovanni Merletti replica a muso duro e consegna alle agenzie di stampa una ricerca che mostra la continua riduzione del credito al suo popolo degli artigiani.

Opinioni a confronto

Carlo Messina: «Per quello che ci riguarda non abbiamo mai chiuso le porte del credito. Quest’anno, nel primo trimestre abbiamo concesso 8 miliardi di credito a medio lungo termine, nel secondo 11 per un totale di 19 miliardi. In tutto il 2014 i miliardi erogati erano stati 27. C’è una forte crescita della domanda di credito. Noi, da soli, garantiamo finanziamenti all’economia quanto tutte le altre banche italiane. E nel 2015 supereremo la soglia prevista di 37 miliardi»

Risponde Merletti: “Le dichiarazioni di ottimismo delle banche italiane – sottolinea Giorgio Merletti, Presidente di Confartigianato – si scontrano con la realtà vissuta dagli imprenditori. Noi, il rilancio dei prestiti alle imprese non lo vediamo ancora: del resto, 106 miliardi in meno di finanziamenti negli ultimi 4 anni la dicono lunga su quanto c’è da recuperare. Soprattutto per gli artigiani e le piccole imprese il denaro rimane più scarso e più costoso rispetto a quello erogato alle aziende medio-grandi e in confronto a quanto avviene nella media europea. Un presupposto fondamentale per la ripresa consiste nella fiducia che le banche accordano ai progetti di investimento degli imprenditori. Sarà stantia, ma resta vera, la battuta che ‘se il successo di Bill Gates fosse dipeso dalla valutazione del nostro sistema bancario, forse sarebbe ancora …..nel garage nel quale iniziò la sua attività da artigiano!”.

Non le manda a dire Merletti, la sua uscita è stata esasperata dalle dichiarazioni di Intesa. Perché il popolo dei piccoli imprenditori si sta rivoltando contro le banche proprio ora che la stretta del credito sta progressivamente riducendosi?  E’ presto detto: le associazioni dei piccoli stanno registrando evidenti segnali di discriminazione ‘dimensionale’. I tassi applicati alle piccole imprese flettono più lentamente di quelli applicati alle medio-grandi e i bancari uscite dalle tane del loro lungo letargo stanno frequentando mediamente di più le medie imprese a cui offrire prestiti a buon mercato, molto meno volentieri i piccoli artigiani. Di fatto di statistiche e numeri che mostrino la propensione verso i piccoli se ne vedono pochi.

Drammatica la situazione di molti piccoli commercianti

Dal canto loro le banche rinunciano a replicare a brutto muso che con quei bilanci striminziti il costo del capitale imposto sulle micro-imprese dal meccanismo di vigilanza è elevatissimo  e non consente sconti, anzi. Tantomeno se la sentono di raccontare che se si tratta di investire tempo a capire gli aspetti qualitativi e i business plan sperando di ‘taroccare’ il voto che esce in modo meccanico dalla macchina del rating, lo sforzo non vale la pena per un finanziamento di €50.000, ma ne serve 10 volte tanto. Quindi ai piccoli trattamento standard e prezzi altissimi, che spesso superano il 10%.  Valga come test il racconto che ho raccolto recentemente dall’ ex-AD di una grande impresa, che avendo acquistato una piccola impresa, è diventato piccolo imprenditore ed è entrato di persona nella filiale di una banca lombarda rimanendo allibito dal trattamento ricevuto dal Direttore alla richiesta di un ampliamento del fido.

Per tutto quanto ho sempre raccontato con semplicità su queste colonne, non credo che le cose cambieranno anche se Messina e Merletti si sfidassero a singolar tenzone. Le banche medie e grandi non amano i piccoli e lo stanno dimostrando giorno dopo giorno, in larga misura mi aspetto che li abbandonino alle banche minori e ai nuovi giocatori, le piattaforme P2P che possono servirli a costi decisamente inferiori. Il credito resterà un problema, meno che in passato ma indietro le banche non tornano più.

Fonte: linerblog.biz – autore: F_Bolognini

 

Uno scontro di cultura all’origine dei problemi sul credito bancario

In un recente convegno a Varese si e’ parlato di BCE e delle nuove regole sul credito bancario e una delle obiezioni poste dal pubblico e’ stata la seguente: «Il nuovo impianto normativo europeo è bellissimo, ma la realtà che viviamo è un’altra cosa. Noi siamo latini, quel sistema è di tipo anglosassone».

Al master di direzione amministrazione finanza e controllo di gestione, organizzato dalla docente Catry Ostinelli della Liuc – Università Cattaneo in collaborazione con Ivan Spertini socio Kpmg, l’imprenditore che ha appena parlato siede accanto al banchiere. Luca Barni, direttore generale della Bcc, annuisce mentre ascolta l’intervento e memorizza la slide che illustra le regole per erogare un credito “performing”, cioè di qualità.

«Ha ragione – sottolinea Barni – si stanno scontrando due culture: una, protestante e meritocratica, l’altra, levantina e clientelare. Non si puo’ più prescindere da un buon patrimonio, dalla valutazione nel tempo dell’Ebitda (l’utile prima degli interessi passivi, imposte, svalutazioni e ammortamenti su beni materiali e immateriali, ndr) e da un flusso di cassa al servizio del debito, perché sono i driver per ottenere credito. Insomma, rischia quanto vuoi, purché tu abbia i mezzi per farlo».

Le nuove regole stabilite dal Comitato di Basilea non nascono come obbligatorie. Eppure le banche da qualche anno le applicano già nella fase di erogazione come se lo fossero, perché più il credito è di scarsa qualità e più devono fare accantonamenti, con un conseguente aumento dei costi e riduzione della marginalità.

Mentre il sistema creditizio cerca di autoriformarsi, molte imprese sono ancora impegnate in procedure concorsuali complesse e dagli esiti incerti che, secondo Dario Arban e Marco Brugola, rispettivamente partner e associate Kpmg, possono rappresentare un freno alla loro ripartenza. Non dormono però sonni tranquilli neanche quelle aziende che hanno terminato il proprio processo di risanamento con successo, perché a loro volta potrebbero vedersi rifiutare a causa di un passato non proprio brillante le richieste di nuovi affidamenti necessari per ricominciare.

Paride Pestelli, capital services del Monte dei Paschi di Siena,conferma che il nuovo tempo delle banche è caratterizzato da una maggiore selettività del credito. Non basta avere l’ultimo bilancio a posto per potervi accedere, molto meglio avere un percorso virtuoso nel corso di più anni. «Da una parte, bisogna ricercare i clienti migliori – dice Pestelli – con strutture capaci di dialogare in mondo efficace con gli istituti di credito. Dall’altra, bisogna accompagnare gli altri verso lo stato di performing del loro credito per liberare gli accantonamenti e quindi patrimonio per fare nuovi impieghi».

E comunque ce n'e' sempre troppo poco :-)

Nell’orizzonte della crescita ci sono anche nuovi strumenti come i minibond, fondi di investimento e spac (special purpose acquisition company)cioè veicoli di investimento contenenti esclusivamente cassa. Non si emettono obbligazioni per ristrutturare il debito, ma per crescere. Si tratta infatti di titoli di debito a medio-lungo termine come confermano le 41 emissioni obbligazionarie italiane, su 96, con scadenza a 5 anni. «Sono più costosi rispetto al credito bancario – spiega Federico Forlani, senior manager kpmg – ma il decreto sviluppo del 2012 prevede sgravi fiscali interessanti e deducibilità immediata dei costi di emissione».

I fondi di credito sono un altro strumento che guarda al medio-lungo periodo e con una flessibilità più spiccata rispetto al sistema bancario. «Possono erogare credito a sette-otto anni – dice Vito Ronchi, manager Tenax Capital – e possono adattare i finanziamenti alle situazioni di ciascuna pmi, mentre le banche seguono processi più rigidi e standardizzati». I fondi che hanno come target le circa 900 aziende italiane con un fatturato compreso tra i 30 e i 250 milioni di euro, si articolano in più prodotti che offrono rendimenti vari, soddisfando così diverse propensioni al rischio.

« La liquidità c’è ma non sempre incontra la domanda – conclude Federico Bonanni, partner Kpmg -. Per ripartire ci vuole nuova finanza che sostenga i progetti imprenditoriali di chi ha concluso con successo un percorso di ristrutturazione e di chi lo sta ancora percorrendo. Bisogna però relazionarsi in modo diverso con le banche, presentando i propri progetti da un’angolazione che solleciti l’interesse dei finanziatori, con basi solide di dati e trasparenza. Solo così si riconquista la fiducia».

Fonte: varesenews.it – autore: M_Mancino

Il credito bancario in qualche modo torna quest’anno, e’ una promessa (da marinaio)

Si parla di credito alle imprese, quello che manca e che sta sempre per tornare. E purtroppo anche per quest’anno ce ne sarà poco, ma qualche spiraglio appare all’orizzonte, anche se non per merito delle nostre indebitate banche.

Chi mi legge assiduamente conosce benissimo che il problema non è tanto la quantità totale del credito, ma piuttosto la sua allocazione a imprese con vario grado di necessità e di rischio, che sono purtroppo in relazione diretta tra loro. Allora leggete questa dichiarazione del Direttore Generale della Banca Marche (banca in crisi profonda, banca commissariata, banca che sta da molto tempo cercando un nuovo socio che dovrebbe immettere molto capitale) ripresa da Cronachemaceratesi.it:

“Ora -ha detto pensando al futuro- non bisogna più ragionare su ciò che è stato [ndr i tanti crediti erogati male e diventati sofferenze] sul credit crunch, ma concentrarsi sul futuro”. Per Goffi una delle sfide è concentrarsi su quella ‘zona grigia’ di imprese che potrebbero uscire dalle difficoltà, ma che non sono competitive come le realtà migliori. “Bisogna lavorare -ha detto Goffi- su quel tipo di aziende che alle banche richiedono un maggiore sforzo patrimoniale perché meno solide di altre. Una soluzione sarebbe quella di ricorrere di più al Fondo Centrale di Garanzia e ai Confidi, i quali in un prossimo futuro dovranno diventare sempre più forti”.

Sintesi migliore era difficile da trovare. Allora signori, la soluzione è che le banche non prendano più rischio sulle imprese ‘grigie’ che hanno un tantino di rischio, ma si facciano garantire al massimo possibile (80%) da qualcun altro, nel caso lo Stato grazie a cui il consumo di capitale della banca va a zero. E se proprio lo Stato non potesse farlo, allora ben vengano anche i Confidi, oramai sventrati dall’avere garantito i crediti delle PMI e costretti a pagare garanzie alle banche una dopo l’altra.

Questo è un gioco a scaricabarile: chi ha istituzionalmente la funzione di valutare e assumere rischio non lo fa più con la scusa di non avere abbastanza capitale. Passa l’omino nero al Fondo Centrale di Garanzia che assorbe l’80% del rischio con un sistema automatico di concessione, che è diventato il giochino preferito di molte banche e di varie società di mediazione per fare arrivare credito in fretta e incassare qualche denaro. Un sistema semi-automatico che ha tagliato fuori dai Confidi le migliori imprese ‘grigie’. Ai Confidi oggi non resta che raccogliere gli scarti delle banche e del FCG.

I Confidi per ora lo stanno anche facendo, ma sono irritati e cominciano a domandarsi fino a quando nella partita del credito devono fare la parte di quello che resta sempre con l’omino nero e fa penitenza. Si stanno anche attrezzando a fornire servizi alle imprese, che magari potrebbero fornire le stesse banche, la concorrenza diventerà a tutto campo. Le banche invece stanno pensando di ampliare ancora di più il perimetro d’intervento del FCG e dei Confidi.  Il Fondo ha raddoppiato in 2 anni i propri interventi di garanzia per le PMI mentre le banche riducevano di 92 miliardi i crediti alle imprese.

Forse ma forse e chissà' quando ma prima o poi...

Però tornando al credito il gioco dello scaricabarile è pericoloso perché per ora lo Stato con il FCG e con SACE stanno garantendo tutto quello che si può e le banche -come avete letto- ne vorrebbero sempre di più, ma quando lo Stato dovrà pagare le garanzie che ha dato alle banche sui prestiti che non sono andati bene la festa potrebbe finire . Qualche crepa, qualche intoppo e inatteso ritardo nel meccanismo di comoda assicurazione del rischio si sta già verificando a quanto sembra e allora tornano buoni i vecchi Confidi e si chiede di rafforzarli, con soldi della Regione, della Camera di Commercio e di chiunque voglia contribuire. Così andiamo a sfondarli una seconda volta, perché una non è bastata…

Lo dico oggi perché sono sicuro che sarà così: questo sistema di scarico di responsabilità è distorto e sbagliato. Lo Stato sta garantendo molti rischi che non dovrebbe, alcuni perché totalmente sostenibili dalla banca senza garanzie, altri perché totalmente sbagliati e pericolosi.  Il MISE non ha ancora pubblicato il valore di quante garanzie il FCG ha già dovuto versare alle banche sui vecchi crediti garantiti, mentre i bilanci dei Confidi sono più trasparenti e non a caso molti sono finiti in grave perdita.

Quando le statistiche saranno disponibili il velo nel tempio cadrà. Le banche facciano il lavoro di decidere se un rischio è buono o non lo è, non affidino a uno Stato  già pesantemente indebitato la funzione di assicurare i crediti più o meno gratuitamente. I Confidi devono avere la possibilità di rigenerarsi, di garantire tante piccole imprese e non solo gli scarti che vengono lasciati dagli altri giocatori.  Nel gioco dello scaricabarile del rischio qualcuno rischia di fare male i conti. Sullo Stato vecchio e malandato si riversano troppe richieste di garanzie, Bad Bank inclusa.  Lo Stato non ha le tasche profonde e nemmeno la reputazione di essere un pagatore veloce.

Articolo di F_Bolognini – ripreso da linkerblog.biz