I fondi di investimento a scadenza predefinita sono i migliori per i risparmiatori

Uno dei principali problemi della consulenza finanziaria indipendente agli investimenti dei privati e’ la inferiorita’ dei rendimenti effettivamente ottenuti dai risparmiatori sui propri fondi comuni rispetto alle performance degli stessi fondi.

Il fenomeno e’ dovuto al fatto che tipicamente i  risparmiatori – se non sono preparati e/o ben assistiti – scelgono i momenti meno felici per sottoscrivere e riscattare i fondi. Per intendersi, entrano nel marzo 2000, escono nel marzo 2003, e rientrano nel luglio 2007 (ovviamente con un fondo azionario!). Questo tra l’altro ci fa capire – come ripeto piu’ volte in aula di formazione – che il lavoro del consulente e’ piu’ importante di quello del gestore ai fini del profilo rischio rendimento effettivamente ottenibile dai risparmiatori.

A tale proposito, sarebbe encomiabile che nelle rendicontazioni ai clienti, oltre che le performance dei fondi, venissero forniti i rendimenti Time Weighted dell’intero portafoglio. E’ un qualcosa di complicato dal punto di vista informatico, ma auspicabile.

Una speranza per uscire dalla cronica underperformance dei risparmiatori rispetto ai fondi viene dall’esperienza ormai decennale dei target date funds negli Stati Uniti.

Si tratta di fondi come gli altri, dai quali e’ possibile uscire in qualunque momento, ma che hanno un orizzonte temporale ben definito. Ad esempio, il Vanguard Retirement Target 2030 aggiusta automaticamente nel tempo l’allocazione a impieghi rischiosi, con l’obiettivo di ridurli a mano a mano che si avvicina al 2030.

Se la scadenza e' un po' troppo lontana saremmo un po' preoccupati..

La ricerca non e’ univoca nel riconoscere una superiorita’ a questa metodologia altrimenti detta lifestyle, ma sta di fatto che i target date funds sono l’unica categoria di prodotti gestiti nei quali i risparmiatori hanno ottenuto negli ultimi 10 anni un rendimento effettivo mediamente superiore dell’1,1% all’anno rispetto a quello dei fondi sottostanti. Si noti che in media, considerando tutti i fondi, nello stesso periodo i risparmiatori hanno sottoperformato i fondi dello 0,54% all’anno.

Il merito dei target date funds va alla disciplina che i risparmiatori si danno scegliendo uno di questi prodotti, che si concretizza nella comsapevolezza di non doverli liquidare prima della loro scadenza prefissata.

Fonte: M_Liera – youinvest.org

 

Sempre delicato fare certe cose ma puo' essere molto utile

Ecco un esempio di consulenza finanziaria indipendente

Finanziaria APS ha vinto un contenzioso contro il consorzio PattiChiari e la Cassa di Risparmio del Veneto. I fatti risalgono al 2008 e riguardano la mancata espulsione dall’elenco, gestito dal consorzio-portale creato da Abi, delle obbligazioni a basso rischio e basso rendimento di Lehman Brothers Holding.

Con sentenza pubblicata il 23 aprile 2015 il tribunale di Padova ha riconosciuto le ragioni della finanziaria, assistita dallo studio Legale Spinazzi Azzarita Troi di Padova e dai consulenti tecnici di Consultique Spa di Verona.

Secondo i giudici, i titoli avrebbero dovuto essere esclusi dall’elenco, con avviso all’investitrice, già nell’aprile del 2008, circa cinque mesi prima del fallimento del colosso bancario americano. L’ammontare del danno che PattiChiari e Cassa di Risparmio del Veneto sono ora chiamati a risarcire, non è ancora stato reso noto.

All’inizio di febbraio di quest’anno, il consorzio, in quel caso insieme a Banca Regionale Europea (Gruppo Ubi), era stato condannato dal tribunale di Cuneo a risarcire 80 mila euro per le stesse ragioni legate al titolo Lehman Brothers.

La responsabilità del consorzio è fondata sul mancato rispetto di specifici obblighi di informazione assunti nei confronti dei risparmiatori. Si tratta della seconda sentenza, in meno di tre mesi, che individua una responsabilità di tipo contrattuale a carico di PattiChiari.

“La mancata espulsione e l’assenza di corrette informazioni sulla rischiosità dell’investimento hanno impedito a Finanziaria APS S.p.A. di valutare l’inadeguatezza dell’investimento al proprio profilo di rischio e conseguentemente di vendere i titoli quando ciò era ancora possibile”, si legge nella nota diffusa da Consultique.

“La nostra consulenza tecnica è stata determinante per la decisione del Tribunale”, ha detto Cesare Armellini, amministratore delegato di Consultique.

Armellini ha anche sottolineato che: “Ancora una volta la consulenza indipendente interviene a tutela dell’interesse degli investitori, sempre più soggetti ai rischi potenzialmente generati dai conflitti d’interessi e dall’inefficienza del sistema finanziario”.

PattiChiari, portale nato nel 2003 su iniziativa dell’Abi, per migliorare la reputazione delle banche dopo i numerosi crac dei primi anni 2000, è stato smobilitato dalla stessa associazione alla fine del 2014.

Fonte: rassegna stampa Consultique

Il conflitto di interesse nella consulenza finanziaria indipendente

La modalità di remunerazione della consulenza finanziaria è senza dubbio uno dei temi più dibattuti in relazione al tema della “qualità” del servizio. La tesi implicita di questo dibattito è semplice quanto insidiosa: poiché una valutazione preventiva della qualità del servizio di consulenza è “impossibile”, allora è opportuno spostare il tema sul terreno della “fiducia” e quindi assumere come criteri di valutazione elementi esogeni alla sostanza del servizio stesso, tra i quali, appunto, la modalità di remunerazione.

In questa prospettiva, la trattazione del tema si focalizza sul grado del “conflitto di interesse” che le modalità di remunerazioni implicano: maggiore è il grado potenziale di conflitto di interesse, minore è la qualità potenziale della consulenza prestata.

I conflitti di interesse della “consulenza indipendente”: a ciascuno il suo.

Il “mantra” che ci viene continuamente proposto è che il fattore che caratterizza la consulenza finanziaria “indipendente” è la remunerazione. La tesi è che se il consulente viene remunerato esclusivamente dal proprio cliente, e non riceve retrocessioni né provvigioni da alcun intermediario o società prodotto, allora egli opera in “totale assenza di conflitti d’interesse”. E ciò, di per sé, è condizione sufficiente della qualità del servizio.

A questo proposito crediamo, in primo luogo, che questa pretesa sia semplicemente irragionevolel’assenza di conflitti di interesse non rappresenta una condizione né sufficiente né necessaria per stabilire a priori la qualità del servizio consulenziale. Come dire: vi possono essere operatori che, pur agendo in una condizione di conflitto di interesse conseguente ad una remunerazione commissionale, possono erogare una consulenza professionalmente ineccepibile. Oppure operatori che, in “totale” assenza di conflitti di interesse, possono proporre una consulenza “scadente” che non corrisponde realmente agli obiettivi e agli interessi del cliente.

In secondo luogo, vorremmo riflettere su un’altra irragionevole pretesa ossia che un consulente finanziario “indipendente” operi in “totale assenza di conflitti di interesse”.

Innanzi tutto, se fosse così, non si capirebbe il motivo per il quale l’articolo 25 della delibera n. 17130 della CONSOB (il regolamento recante norme di attuazione in materia di consulenti finanziari persone fisiche e società di consulenza finanziaria) sviluppi ampiamente il tema dei conflitti di interesse. Ad esempio, il comma 1, indica che “i consulenti finanziari adottano ogni misura ragionevole, adeguata alla natura, alla dimensione ed alla complessità dell’attività svolta, per identificare i conflitti di interesse che potrebbero sorgere con il cliente o tra i clienti, al momento della prestazione del servizio di consulenza in materia di investimenti.” Ed il comma 5 evidenzia: “I consulenti finanziari istituiscono e aggiornano in modo regolare un registro nel quale riportano le situazioni nelle quali sia sorto o possa sorgere un conflitto di interesse che rischia di ledere gravemente gli interessi di uno o più clienti.

Dunque i potenziali conflitti di interesse tra il consulente finanziario ed il proprio cliente esistono anche se il primo viene remunerato esclusivamente dal secondo.

Anche se talvolta si fa come le tre scimmiette non vedo non sento non parlo...

Forse è bene affermare, una volta per tutte, che il tema del conflitto di interesse riguarda qualsiasi attività professionale che comporti, necessariamente, una asimmetria informativa tra il professionista ed il suo cliente.

A questo proposito è particolarmente chiarificatore un contributo di Pietro Ichino (Corriere della sera, “Nuove regole per gli avvocati. Chi difende i clienti dai difensori?”) che ha provocato un acceso dibattito in merito al conflitto di interesse nella professione forense. Ne riportiamo uno stralcio, nel quale Ichino evidenzia il tema del conflitto di interessi come una questione cruciale: “…il conflitto di interessi in cui l’avvocato si trova ogni volta che gli si aprono davanti due o più strade per la difesa del cliente e la strada più vantaggiosa per quest’ultimo non è la più vantaggiosa per l’avvocato stesso. Nella maggior parte dei casi, il cliente non è in grado di controllare efficacemente le scelte del difensore, come il paziente non è in grado di controllare le scelte del medico. Glielo impedisce la netta asimmetria informativa che caratterizza qualsiasi rapporto professionale: il professionista è colui che sa, il cliente è tale proprio perché nella materia specifica non sa. Per esempio, fra la transazione e il ricorso all’autorità giudiziaria, o a un arbitrato, la scelta dell’avvocato può essere dettata più dalle sue prospettive di guadagno che dall’interesse effettivo del cliente, il quale nella maggior parte dei casi non è in grado di valutare con piena cognizione i vantaggi dell’una o dell’altra scelta. Lo stesso accade nel rapporto tra medico e paziente, quando si tratta di scegliere tra diversi possibili mezzi diagnostici o protocolli terapeutici, di cui alcuni siano i più lucrosi per il terapeuta ma non i più appropriati nel caso specifico.”.
A partire da queste considerazioni vorremmo ricordare la definizione di “conflitto di interesse”: è la situazione in cui un interesse secondario, privato o personale, interferisce, ovvero potrebbe tendenzialmente interferire, o appare avere la potenzialità di interferire, con l’abilità di un “consulente finanziario” ad agire in conformità con l’interesse primario del proprio “cliente”, assumendo che il “consulente finanziario” abbia un dovere, derivante dalla legge, da un contratto o da regole di correttezza professionale, nel fare ciò.

Desideriamo ora esemplificare come il conflitto di interesse riguardi anche la prestazione professionale del consulente finanziario, per ciascuna delle tipologie di remunerazione erogata dal suo cliente.

Ad esempio, nel caso il fee only sia basato su un compenso percentuale rispetto alle risorse gestite, come potrebbe essere gestito il dilemma di consigliare o meno di accendere o estinguere un mutuo per l’acquisto di un immobile? L’operazione in sé è in palese conflitto di interesse in quanto ciò influirebbe sulla remunerazione della consulenza che potrebbe essere nel primo caso maggiore e nel secondo caso ridursi, anche significativamente. E che dire della valutazione di una polizza di rendita immediata per l’integrazione pensionistica o di effettuare un investimento immobiliare?

Questi tipi di operazioni possono, in determinate condizioni, essere molto utili per i clienti ma comportano una diminuzione delle risorse finanziarie gestite e dunque una riduzione della remunerazione del consulente. Non solo. Il maggior rendimento prospettico della componente azionaria, rispetto a quella obbligazionaria, potrebbe indurre il consulente a fornire indicazioni di asset allocation maggiormente aggressive, al fine di incrementare anche la propria base di remunerazione, aldilà della opportunità, o necessità, di servire al meglio le esigenze e gli obiettivi del suo cliente. E ciò vale, a maggior ragione, per il metodo di compenso basato sulle commissioni di performance…

Nel caso il fee-only sia basato sulla remunerazione oraria, è evidente che il conflitto di interesse si possa manifestare nel rendere il lavoro di consulenza più duraturo del necessario. Mentre nel caso di un compenso “flat” potrebbe, all’incontrario, incoraggiare il consulente ad investire meno tempo nell’attività e rendere meno accurato il servizio. E questi modelli di remunerazione possono influire sulle stesse indicazioni di asset allocation che potrebbero essere fornite dal consulente.

Ad esempio, una allocazione degli investimenti più prudenziale di quello che potrebbe essere utile per gli obiettivi del suo cliente: il vantaggio del consulente sarebbe in termini di riduzione della complessità di gestione comportamentale del suo cliente in situazione di crisi di mercati. Perché proporre allocazioni più aggressive quando eventuali perdite contingenti potrebbero minare lo stesso rapporto professionale e mettere a repentaglio fiducia e remunerazione della parcella?

Queste considerazioni portano ad una conclusione evidente: qualsiasi rapporto professionale implica un conflitto di interesse, ossia una “interferenza” che si presenta con diversa intensità, a seconda dell’interesse secondario del consulente finanziario e della rilevanza assunta da tale interesse.

E’ quindi ragionevole focalizzare l’attenzione più sulle modalità che possono consentire il riconoscimento e la gestione dei conflitti di interesse che continuare insensatamente a dichiarare di esserne “totalmente” immuni

Anche perché una vasta letteratura evidenzia che i comportamenti non etici nelle attività professionali si possono basare su processi psichici inconsapevoli. Il tema è relativo ad un errore cognitivo che viene definito come “illusione di obiettività” che porta gli individui a vedere se stessi come più imparziali e più equilibrati di quello che realmente sono. Questa distorsione cognitiva è stata comprovata in diversi campi professionali ed in diversi modi. Ad esempio, sono particolarmente illuminanti gli studi di Armor (1999) nei quali l’85% dei soggetti degli esperimenti si è valutato essere più obiettivo ed imparziale della media del proprio gruppo di riferimento! E nonostante venissero fornite prove oggettive del contrario, i soggetti continuavano ostinatamente a confermare l’illusione di obiettività nel proprio giudizio. Proponiamo una domanda: nella tua attività di consulente sei obiettivo ed imparziale nel fornire il servizio al cliente? Vero o falso?

Il commento alla risposta lo prendiamo in prestito da una autorevole pubblicazione (Banaji et al, 2003). “Se hai risposto vero, ecco una verità scomoda: probabilmente non lo sei. La maggior parte di noi crede che siamo etici e imparziali. Ma, ironia della sorte, solo quelli che sono consapevoli del loro potenziale di comportamenti non etici potrebbero diventare i professionisti che aspirano ad essere.” Queste riflessioni potrebbero portare alla conclusione di guardarsi da coloro che sbandierano fieramente di operare in “totale assenza di conflitti d’interesse”… Perché, come sostengono gli autori della pubblicazione, probabilmente non lo sono…

Altre strade per la protezione degli utenti della consulenza finanziaria.

Abbiamo visto come il modello di remunerazione da parte del cliente non possa essere la panacea al problema centrale che è quello della protezione degli interessi degli utenti in una relazione professionale di consulenza finanziaria.

Probabilmente un caso nel quale la consulenza potrebbe meritare davvero le caratteristiche di “imparzialità” ed “indipendenza” è che essa sia fornita da un soggetto pubblico, che agisce per finalità sociali, e che sia gratuita per i fruitori. Come nel caso di “Money Advice Service” nel quale la Pubblica Amministrazione e l’Autorità di controllo inglesi sono scesi direttamente in campo per fornire una adeguata protezione ai cittadini, in particolar modo per quelli che non posseggono strumenti culturali per difendersi da comportamenti non etici degli operatori. Con buona pace degli IFA (i consulenti indipendenti inglesi) che hanno vivacemente protestato per la campagna pubblicitaria di “Money Advice Service” per “la sua pretesa di offrire consulenza indipendente, imparziale e gratuita” per i cittadini britannici, in quanto l’autorità pubblicitaria ha rigettato tutte le denunce presentate.

Ma vi possono essere altre strade che possono percorrere i consulenti. Come quella di essere conforme alla norma tecniche di qualità, la UNI ISO 22222, che definisce in termini operativi e comportamentali il processo di pianificazione finanziaria personale e specifica anche i requisiti di comportamento etico, competenze ed esperienza per i pianificatori finanziari personali. La Norma UNI ISO 22222 indica doverosamente nei principi etici che “…i pianificatori finanziario-economico-patrimoniali personali devono comunicare e gestire onestamente tutti i conflitti di interesse”.

Ma non impone, sensatamente, la condizione organizzativa di indipendenza o modelli di remunerazione “fee only” per ridurre i conflitti di interessi come presupposti per erogare un servizio consulenziale di qualità. Infatti, la specifica tecnica UNI TS 11348, che fornisce una serie di indicazioni per l’applicazione della UNI ISO 22222, recita che “..la presente specifica tecnica è applicabile a tutti coloro che professionalmente offrono ai clienti servizi di consulenza personalizzati (generici o specifici) in relazione a tutte le aree di bisogni finanziari, economico e patrimoniali, indipendentemente dal loro status occupazionale o normativo anche se organizzati in forma di rete, per esempio banche, società assicurative, società di intermediazione mobiliare”.

Così tutte le organizzazioni e gli operatori, senza esclusione alcuna, possono erogare servizi consulenziali di qualità, a patto di conformarsi ai requisiti delle norme tecniche.

L’applicazione delle norme tecniche da parte degli intermediari consente di acquisire concretamente una forte credibilità derivante dalla l’autorevolezza della “terzietà”, ossia l’agire in base a principi accettati dall’intera comunità internazionale e non in base a modelli autoreferenziali. Ciò significa che il tema della “gestione del conflitto di interesse” può essere risolto, in gran parte, alla radice. La qualità della educazione e della consulenza finanziaria si sostanzia nella “obiettività del servizio”, nell’operare nell’interesse dell’utente, indipendentemente dal soggetto (promotore finanziario, consulente finanziario, operatore bancario,…) che la eroga o dalla modalità di remunerazione da parte del cliente.

E la obiettività del servizio di consulenza si può dimostrare solo con la conformità alle norme tecniche. In questo modo il tema si incentra decisamente sulla qualità della consulenza “in sé”, indipendentemente dalla condizione del soggetto che la eroga o dalla modalità della sua remunerazione. A noi sembra che questa sia una soluzione ragionevole, consistente, e non “ideologica”, al problema.

Articolo di G_Megale

Fonte: linkedin.com/pulse/conflitto-di-interesse-si-grazie-gaetano-megale

Il registro privato della NAFOP a tutela degli investitori

C’è anche la creazione di un “registro privato” autoregolamentato a tutela degli investitori e che ponga le basi per l’Albo nell’agenda di Nafop. In questo contesto, Nafop ha messo a punto una serie di iniziative da intraprendere alla luce dell’evoluzione del mercato, anche in scia al recepimento della Mifid 2.

Molti associati, spiega Nafop, hanno espresso disappunto “per l’ulteriore stop alla definizione della normativa”. Fortemente criticata “l’inerzia nella definizione dell’operatività dell’Albo dei consulenti indipendenti”, giudicata “molto grave” per gli effetti che ha sul mercato. Idea di difficile realizzazione ma forse..

L’assemblea annuale ha dunque votato all’unanimità sulle priorità dei prossimi mesi e ha dato vita a tre commissioni permanenti – trait d’union tra assemblea e consiglio direttivo presieduto da Cesare Armellini – che consentiranno “una larga partecipazione alla vita dell’associazione e un miglioramento del processo decisionale”.

Questi, dunque, i temi sul tavolo: creazione del “registro privato”, attuazione di iniziative volte a garantire il diritto di esercizio della professione a tutti gli operatori in possesso dei requisiti di legge e in linea con gli adempimenti previsti dal regolamento Consob e sviluppo ulteriore dei rapporti istituzionali con il legislatore e le autorità di vigilanza.

“Abbiamo le risorse per finanziare fin da subito la nascita dell’Albo dei professionisti e delle società di consulenza finanziaria indipendente”, dice Armellini. “Gli associati Nafop passano attraverso un accurato esame delle competenze e sono professionisti intellettuali soggetti a uno statuto normativo speciale, nettamente distinto rispetto a quello dei pf, e rispondono al requisito di indipendenza soggettiva che li contraddistingue inequivocabilmente sul mercato”.

Fonte: ufficio stampa NAFOP

La quotazione dei fondi comuni aiuta i risparmiatori

La quotazione dei fondi comuni in Borsa apre nuove prospettive per i risparmiatori

I fondi comuni aperti italiani o esteri, conformi alla direttiva europea 2009/65/CE , sono quotati sul segmento ETFplus, lo stesso degli ETF attivi. La negoziazione è effettuata da un intermediario finanziario: si tratta di una normale negoziazione in Borsa, come per ETF, azioni e via dicendo.

Ogni giorno vi è un solo prezzo (proprio come avviene acquistando il fondo da una banca o un promotore). Quindi la quotazione del fondo nell’arco della giornata non fluttua, come avviene invece per azioni ed ETF.

Importantissimo: non si applica alcuno spread denaro-lettera (o bid-ask). A parità di altre condizioni, è un bel risparmio nei costi di negoziazione. Potrebbe stimolare la competizione con gli ETF.

Il prezzo di giornata coincide con il valore netto unitario del fondo (il “NAV”) che la società di gestione comunica al termine del giorno successivo alla data di negoziazione. Più precisamente, inviando un ordine d’acquisto/vendita oggi, entro le 11 del mattino (orario di cut-off), acquisterete al NAV odierno (noto il giorno dopo), mentre il pagamento/incasso del controvalore avverrà solo il terzo giorno successivo.

Come cambierà il mercato del risparmio gestito in Italia?

È un evento significativo. All’inizio il cambiamento sarà lento: i fondi comuni inizieranno a essere quotati alla spicciolata (tra l’altro, quelli di diritto italiano hanno ancora da superare una piccola impasseburocratica legata alla mancanza di un regolamento, cosa che li rallenterà un poco).

Le società di gestione si dividono tra quelle entusiaste, pronte a quotare i loro fondi quanto prima, quelle che studieranno la situazione e decideranno con calma cosa fare, e quelle fieramente ostili.

Perché ostili? Beh, qui è in gioco l’accordo di spartizione delle commissioni generate dalla vendita dei fondi comuni. Un piatto ricco: in Italia, in media, circa due terzi delle commissioni pagate sui fondi comuni retribuiscono chi li vende, per lo più reti bancarie e promotori. Alcune aziende arrivano ad abominevoli percentuali che sfiorano l’80% (leggete il pezzo di Gianfranco Ursino su “Plus24″ del 22 novembre 2014).

Non è un caso che, sebbene i risparmi italiani siano fiacchi, il settore della distribuzione dei fondi sia ricco, come mostrano le retribuzioni medie di chi ci lavora. Le rendite di posizione sono mostruose.

Quando ero gestore in Allianz, funzionava così. Il mio team gestiva un’intera linea di prodotti, sui quali eravamo in utile con commissioni dello 0,30% circa. Ma il TER per il risparmiatore che le acquistava era 3,5% (media della linea di prodotto): quindi oltre il 3% delle commissioni pagate dai risparmiatori retribuiva chi vendeva i prodotti, per tutta la durata dell’investimento. Il bello è “come”.

I promotori erano organizzati in modo piramidale, raggruppati per aree geografiche via via più ampie. Parte delle commissioni incassate dai promotori più junior erano cedute al loro diretto superiore e, per via gerarchica, ai livelli più elevati.

Chi si trovava in alto nella piramide e aveva sotto di sé grosse masse di denaro godeva così di una rendita di posizione, anche senza vendere più nulla. Vecchi promotori seduti su un mucchio d’oro come Smaug, il drago dello “Hobbit”. Chi era più in basso, remava: ho conosciuto giovani promotori che, girando dai clienti come trottole, faticavano a sbarcare il lunario. Parlo di Allianz solo perchè è una realtà che conosco bene, ma attenzione:  meccanismi simili sono tipici di tutte le reti italiane.

Meccanismi feudali inefficienti, sbilanciati verso i vertici, con principi, vassalli, valvassori e schiere di soldati semplici – anche se la recente normativa sulle retribuzioni di chi si occupa di collocamento fondi forse cambierà qualcosa.

Il sistema può cambiare

L’arrivo dei fondi in Borsa può cambiare tutto: è una piccola singolarità gravitazionale all’interno del sistema. Un giovane buco nero che può crescere e inghiottire il business model feudale. Pensateci: lo stesso fondo venduto da reti bancarie e promotori, se negoziato in Borsa avrà verosimilmentecommissioni del 50-70% più basse, perché mancherà la fetta che remunera chi vende.

Questo business model feudale si è mantenuto in vita perché la maggior parte dei risparmiatori ignora di lasciare il 70% delle commissioni a chi vende il fondo. Il quale giustifica quest’ampia porzione commissionale con la consulenza finanziaria. Ma con la quotazione in Borsa sarà tutto alla luce del sole. I risparmiatori potranno distinguere i costi di gestione da quelli del consulente, valutando se:

  • la qualità della consulenza finanziaria fornita da banche e promotori giustifica la cospicua fetta del proprio patrimonio (magari il 2-3%) pagata loro;
  • oppure se sia preferibile optare per un fondo quotato in Borsa, con TER più basso, ricercando la consulenza altrove, o imparando l’ABC della finanza personale e poi arrangiandosi.

Vi sono quindi ampi spazi per migliorare la qualità della consulenza finanziaria e ridurre le commissioni di gestione, visto che, come evidenzia Banca d’Italia, quelle dei fondi comuni italiani sono più elevate rispetto ai principali Paesi europei.

La gamma di fondi a disposizione dei risparmiatori dovrebbe inoltre ampliarsi. Potrebbero arrivare in Italia società estere che finora non si sono piegate al giogo delle commissioni gonfiate solo per retribuire i collocatori. Mi spiego.

Immaginiamo una società di gestione senza rete di vendita in Italia, con ottimi prodotti e commissioni (per esempio) dell’1%. Fino a oggi, per vendere i prodotti in Italia, si sentiva chiedere dalle reti di vendita commissioni anche del 2%. Ma gonfiando le commissioni del 2% e portandole al 3%, la performance del fondo soffre: per un gestore è come partire per una lunga nuotata in mare aperto con una palla di piombo da 3 kg legata a una caviglia.

In passato, molti gestori non ci stavano. Ora queste case prodotto (le SGR) possono semplicemente quotare in Borsa i loro fondi e promuoverne la visibilità. Chissà cosa succederà se un colosso comeVanguard punterà lo sguardo sul mercato italiano!

La casta che oggi domina la distribuzione dei fondi comuni non è felice della quotazione in Borsa dei fondi, ovvio. Vi diranno che la loro preziosa consulenza finanziaria vale il 70% delle commissioni, che il fai da te è pericoloso, che i fondi sono difficili da selezionare. Hic sunt leones, insomma.

In buona parte sono giustificazioni prive di fondamento: le esigenze della maggior parte dei risparmiatori italiani sono simili, standardizzabili e non richiedono un’attività consulenziale troppo complessa. Un consulente dovrebbe farsele pagare una cifra ragionevole e non, come spesso accade senza che ve ne accorgiate, migliaia di euro all’anno (su patrimoni di media dimensione).

Per ciò che riguarda il fai da te, per il risparmiatore medio italiano direi che occorre la stessa abilità necessaria per gestire con buona autonomia il PC di casa: voglia di capire i principi base, un po’ di pazienza all’inizio, buon senso, tenersi informati. Sul web gli aiuti non mancano. E tra gli altri… ci siamo noi.

 

Articolo ripreso dal sito adviseonly_com, autore R_Zenti