La tecnologia blockchain come infrastruttura di una moneta mondiale

I mercati sono tecnologie. In particolare, sono tecnologie che servono per allocare, usare e valorizzare le risorse economiche (tempo e denaro). Qui vediamo insieme come queste nuove forme sono impiegate dagli operatori, cioè le banche e le persone.

Le banche sono state gli operatori di mercato più importanti, finora. Hanno da sempre messo a disposizione una tecnologia per soddisfare problemi di natura finanziaria. Quando non c’erano i computer impiegavano migliaia di ragionieri per fare i calcoli su contante e assegni.

Poi sono arrivati contestualmente i computer e il denaro elettronico. Ma la clientela chiedeva sempre di più, per esempio voleva non andare in banca per fare le operazioni. Con un po’ di ritardo hanno abbracciato internet per soddisfare al meglio gli utenti. La tecnologia ha fatto sempre progressi per salti. Nel momento in cui è stata adottata dal pubblico ha cambiato questo mondo. Ancor di più adesso che siamo tutti più collegati e il numero delle transazioni è destinato a crescere. La tecnologia della moneta non può esserne esentata.

UNA NUOVA INFRASTRUTTURA

Ora sono arrivate nel mercato le criptovalute e la blockchain. Le banche hanno deciso che solo l’infrastruttura è degna di essere testata (che chiamano talvolta impropriamente blockchain), non la moneta (il bitcoin). Dopo anni di esaltazione per la prima e rinnego per la seconda, pare che in Giappone ci stiano ripensando. Se la maggioranza dei banchieri è in errore lo vedremo presto perché le domande della clientela sono sempre le stesse: costi minori, minor tempo, minori rischi, più facilità e più trasparenza. L’uso della tecnologia, sia infrastrutturale sia monetaria, è una scelta. Nel contesto dell’infrastruttura blockchain abbiamo varie opzioni in campo:

  • il tipo di partecipazione, ristretta con white list predefinite, oppure pubblica ove tutti possono partecipare senza chiedere un’autorizzazione preventiva;
  • il metodo di consenso, prova del lavoro (Proof of Work, quella costosa ma sicura della blockchain di bitcoin) oppure allocazione di voti tra i partecipanti
  • il modello di struttura dati, visibilità del flusso di informazioni (UTXO) oppure solo dello stock, ossia dei saldi contabili.

La tecnologia blockchain causera' l'estinzione delle banche tradizionali

VALORI E MONETA

Prime conseguenze. Il proprio portafoglio di criptovalute non corrisponde a un debito di altri. Si ribadisce che nell’ancora immaturo sistema bitcoin non ci sono rischi di default, come invece accade nel consolidato sistema bancario. Infatti il sistema bancario è decentralizzato, ma porta con sé un rischio sistemico. La blockchain è più adatta per accedere a informazioni che vivono oltre il perimetro aziendale. È potuta nascere dopo internet, perché dopo la comunicazione a rete ora è possibile scambiare valori tra pari.
La storia economica insegna che l’uso della moneta è servito fin dall’inizio per registrare e verificare i rapporti economici tra esseri umani in sistemi che diventavano man mano più complessi. Così la creazione della moneta ha separato il valore d’uso dal valore di scambio dei beni, soprattutto oggi che viviamo in rete.

IL VALORE IRRINUNCIABILE

Proviamo a esemplificare l’inscindibilità tra la blockchain e qualsiasi forma di moneta spiegando che tutto, ma proprio tutto, nella blockchain pubblica è lavoro. Poniamo che tu abbia fatto un lavoro per produrre un’informazione, per esempio un contratto, ancor meglio nella forma di uno Smart Contract, così comune nell’Internet delle cose (IoT). Poi hai associato tale informazione a un token digitale, per esempio un Satoshi (l’unità minima di bitcoin), e la rete te l’ha registrata sulla blockchain. Tale registrazione, pubblica, diretta e immutabile, descrive il valore del tuo lavoro. Questa è la tua moneta, che puoi far valere dappertutto per chiunque.

Fonte: chefuturo.it autore: M_Chiriatti

Tutti i problemi economici che si possono risolvere con il Bitcoin

Cosa accade se i computer diventano sempre più piccoli? Sempre più numerosi, poco costosi e sempre più mobili? Si sente il bisogno di collegarli tra loro in un modo diverso dal passato, ossia non più centralizzato. Ecco quindi spiegata la nascita dei sistemi distribuiti, che si affiancano ai sistemi attuali, ma non li sostituiscono.

Fino alla pubblicazione del famoso paper di Satoshi Nakamoto i problemi nel verificare chi ha i diritti di accesso e gestione alle informazioni ha condizionato lo sviluppo delle reti distribuite.

Nakamoto ha risolto due problemi economici:

– rendere l’informazione digitale (per esempio, un bitcoin) un “bene rivale”; ciò impedisce al proprietario di spenderlo una seconda volta;

– raggiungere questo risultato con un registro pubblico (per esempio, la blockchain), dove l’accesso all’informazione è “non escludibile”, perché si accede senza intermediari; è quindi pubblica e permanente.

Le conseguenze dell’adozione della blockchain è duplice: da un lato abbassa il costo delle transazioni e dall’altro crea, con un insieme di persone che non si conoscono, una rete fiduciaria (trusted, grazie alla certezza assicurata dalla crittografia asimmetrica).

Oggi con la blockchain abbiamo trovato un mezzo automatico per certificare i nostri trasferimenti di denaro, nel caso delle monete matematiche; in termini di proprietà, con gli smart contract descritti da Nick Szabo; la protezione dei brevetti; e, ancor di più, per abilitare il voto elettronico da remoto.

La decentralizzazione ha effetti importanti sulle transazioni, per esempio, su:

– Anonimato, se nessuno conosce l’identità anagrafica delle parti;

– “Privacy”, nel senso che nessuno sa cosa si è acquistato e a che prezzo;

– Irreversibilità, per la mancanza di un organo di controllo e compensazione.

Ora siamo capaci di scrivere per sempre le informazioni (valori monetari, documentali, debiti e crediti, eccetera) e trasferirle da soli, senza intermediari come notai e avvocati. Il lavoro per certificare le transazioni è a carico dei “minatori”. Questi ultimi si finanziano con la richiesta di una piccola commissione (e con il riconoscimento di nuovi bitcoin) per coprire i costi fissi degli apparati specializzati e i costi variabili dell’energia consumata.

Non tutto però può essere decentralizzato, ma più il potere è distribuito, parcellizzato, meno rischi si corrono. Il potere così decentralizzato è inversamente proporzionale alla corruzione.

Su questo tema il noto divulgatore Andreas Antonopoulos, in un incredibile articolo, descrive i possibili totalitarismi, una volta che si è preso il controllo delle informazioni che le persone si scambiano e del modo in cui spendono il denaro.

Se c’è controllo, c’è potere.

Del resto, quale innovazione può realizzarsi se bisogna chiedere il permesso per scambiare dei dati? È la decentralizzazione che crea le condizioni affinché possa svilupparsi una concorrenza nell’offerta dei servizi veicolati dalla rete. Non è immaginabile quello che può succedere dopo l’adozione di massa di questa rete per lo scambio delle informazioni. Come non era immaginabile Google e Facebook prima di Internet. Miliardi di persone e macchine interdipendenti fanno nascere nuovi business, e quando si raggruppano in federazioni, grazie agli standard, danno vita a nuovi ecosistemi del tutto imprevisti.

La blockchain è, quindi, un bene pubblico digitale.

In questo campo, ci sono delle nuove ricerche nelle Università, tutte da seguire, una su tutte quelle portate avanti da una studiosa italiana a Harvard come Primavera De Filippi.
Si studia che ora è possibile invertire gli incentivi che portavano alla famigerata “tragedia dei beni comuni”, perché l’impiego di politiche basate sulla blockchain rende possibile progettare nuovi sistemi di incentivazione, certamente più trasparenti. Si può pertanto raggiungere una nuova forma di consenso per l’autogoverno dei beni pubblici.

Potenza dei beni immateriali: ora abbiamo una (info)struttura che non consumiamo con l’uso. Anzi, la costruiamo insieme.

e prima o poi sapremo anche chi era Satoshi Nakamoto..

Fonte: blog “gli Squali di Wall Street”

Sempre complicato da analizzare e da definire

Comprendere il fenomeno delle criptovalute

Il primo passo da compiere, anche alla luce della complessità e novità della materia, è quello di comprendere appieno di cosa si tratti, quando si parla di Cryptovaluta. Le Cryptovalute sono mezzi di scambio e pagamento, quindi “denaro privato” nel senso letterale del termine, che però non sono supportati da alcuna Banca Centrale che ne governi l’ emissione e la circolazione e, non godono del corso forzoso imposto dagli Stati alle monete tradizionali.

La circolazione delle Cryptovalute quali mezzi di pagamento si fonda essenzialmente sull’ accettazione spontanea da parte dei soggetti sul mercato, i quali, dando fiducia alle valute in questionee, quindi ricevendole quali corrispettivi per i beni e servizi che commercializzano, ne riconoscono il valore di scambio e ne decretano la diffusione indipendente da un obbligo di legge.

In materia in Italia, c’è un vero e proprio vuoto normativo e giurisprudenziale, in quanto, come spesso accade, il progresso tecnologico è estremamente più rapido delle Autorità Politiche; la Banca d’ Italia ha emanato, in data 30 Gennaio 2015, un comunicato avente ad oggetto: “Avvertenza sull’ utilizzo delle cosiddette valute virtuali”. Nel comunicato anzidetto si evidenzia che: “In Italia, l’ acquisto, l’ utilizzo e l’ accettazione in pagamento delle valute virtuali, debbano allo stato ritenersi Attività Lecite.

Si tratta, pertanto, di un vero e proprio Sistema di Pagamento Decentralizzato, che Utilizza una Rete tra Soggetti Paritari (peer-to-peer), priva del Controllo Centrale di un’ Autorità. Le Cryptovalute, inoltre, hanno 2 ulteriori fondamentali caratteristiche:

1)Le Cryptovalute non hanno natura Fisica, bensì Digitale, essendo create, memorizzate e utilizzate non su supporto Fisico bensì su Dispositivi Elettronici (ognuno gestisce il proprio, in qualsiasi momento, senza l’ intervento di terzi come Banche, Autorità, Uffici, ecc…).

2)Le Cryptovalute vengono emesse e funzionano grazie a dei Codici Crittografici ed a dei Complessi Calcoli Algoritmici. Il legame con questi Algoritmi Matematici consente di evitare una produzione “infinita” di moneta, che finirebbe per inflazionare la Cryptovaluta e renderla quindi priva di qualsiasi valore commerciale di scambio. E consente, altresì, di evitare che vengano prodotte monete una identica all’ altra, in quanto ciascuna “unità di valuta”, sarà unica ed identica solo a se stessa, proprio in virtù del legame con l’ Algoritmo che ne è alla Base. Tutte le monete prodotte tramite l’ attivita di Mining (letteralmente “estrazione”), così come tutte le transazioni che avvengono tramite Cryptovaluta, vengono rese Sicure tramite gli anzidetti Codici Crittografici e, registrate ed amministrate in appositi Registri Digitali (Blockchains), i quali contengono le Informazioni relative a Tutti i Protocolli delle Transazioni e dei Soggetti nelle Stesse Coinvolti.

A seconda della tipologia di Cryptovaluta questi Registri Digitali sono Completamente Pubblici e quindi Consultabili da Chiunque , oppure Cryptati e Anonimi

La Tecnologia della Blockchain offre maggiori Sicurezze e Trasparenze rispetto ai tradizionali sistemi di sicurezza delle Banche.

L’ impatto di un simile tipo di valuta sul mercato degli scambi è evidente a tutti?: “Per la Prima Volta, Dopo Secoli nella Storia dell’ Uomo, Viene Messo in Crisi il Monopolio degli Stati e delle Autorità Centrali sul Denaro. La moneta tradizionale, emessa e controllata da una Banca Centrale, diretta emanazione dell’ Autorità Statale, non sarà e non è già più, l’Unico Mezzo di Scambio sul Mercato.

Per tanto le Cryptovalute non devono essere confuse con la Moneta Elettronica, che è un’ Equivalente Digitale di Denaro Contante, memorizzato su un dispositivo elettronico o in remoto su un server (come precisa la definizione della Direttiva U.E.2009/110/CE). A differenza di tutte le altre Innovazioni relative ai Mezzi di Pagamento, l’ entrata in campo delle Cryptovalute Elimina sia la Gestione che il Controllo di un’ Autorità Centrale, Pubblica o di Emanazione Pubblica sul Denaro.

Oggi le Cryptovalute esistenti ed operanti nel mercato sono sempre più numerose ed i relativi numeri sono in costante espansione. Come ovvio, qualsiasi Risparmiatore o Investitore che si avvicini a queste Realtà, dovrà farlo in modo Consapevole e Ragionato, distinguendo le Cryptovalute inserite in un sistema Serio e Protetto, da quelle che Rappresentano nient’ altro che meri Investimenti Speculativi a Rischio 100% e che fanno Capo a Piattaforme poco Identificabili e ancor meno Controllabili, sia a livello Informatico che Finanziario.

Nel momento in cui sto scrivendo la diffusione delle Cryptovalute è in costante aumento ed è impossibile prevederne il livello di accettazione dei mercati in futuro; ciò che posso dirvi e che restano sicuramente una “Profezia”, sono le parole di un notissimo Economista Milton Friedman (1912-2006): “Sono convinto che Internet sarà una delle forze decisive per ridurre il ruolo del Governo. Quello che manca, ma che sarà sviluppato presto è un’ affidabile Moneta Digitale”.

 

E speriamo in bene per questo futuro!

Davide Serra ci racconta del Bitcoin e della Blockchain come futuro delle transazioni finanziarie

In occasione della seconda tappa italiana del FinTechStage, in scena a Milano il 5 e il 6 maggio 2016 presso il Talent Garden di via Calabiana, abbiamo intercettato Davide Serra, CEO di Algebris Investments e keynote speaker dell’evento dedicato al mondo FinTech. A margine del suo intervento abbiamo parlato con lui di FinTech e blockchain, ma anche di banche, aumenti di capitale e Brexit. Ecco che cosa ci ha raccontato.

La tecnologia blokchain è davvero il futuro delle transazioni finanziarie?

Io credo di sì. Blockchain è un po’ come un catasto che però – invece di essere fatto come da noi, ancora come ai tempi dei romani – è digitale, non può essere alterato, ha costi bassissimi ed è distribuito in tutto il mondo, così chiunque potrà avere accesso immediato alla certezza della proprietà dei dati.

È una tecnologia che consentirà di abbattere immediatamente i costi che attualmente gravano sulle banche per proteggere i dati.  Oggi, per esempio, il rischio di trasferimento del denaro passa da banca a banca. Domani avremo un registro pubblico, che si chiama public ledger, dove le informazioni saranno disponibili per chiunque abbia accesso allo stesso public ledger, distribuito a livello globale. Vedo la blockchain come una sorta di Wikipedia: uno shared asset a costo zero, gestito nell’interesse pubblico, che abbatterà sensibilmente i costi di gestione delle istituzioni finanziarie . E non stiamo parlando di briciole: oggi i costi IT delle banche e delle assicurazioni nel mondo sono pari a circa 800 miliardi di dollari l’anno. È quasi l’1% del PIL globale.

Questa trasformazione avrà un impatto già nel breve termine?

La trasformazione non avverrà presto, ma sicuramente ci sarà. Il primo vero test parte in Australia, con il mercato azionario ASX  che rimpiazzerà la sua piattaforma attuale con una tecnologia blockchain, ma anche in Estonia, dove sono già partite diverse iniziative in questo senso. Secondo me comunque, l’impatto inizierà a sentirsi nel giro di cinque-dieci anni. Attenzione però, qui è importante fare una distinzione: quando parlo di blockchain non parlo di Bitcoin. Il Bitcoin secondo me è il valore quotato del money loundering (riciclaggio di denaro, ndr): se tu chiedi “Quanto costa riciclare denaro?”… ecco, c’è un prezzo ufficiale e si chiama Bitcoin. La tecnologia sottostante invece, blockchain appunto, è evolutiva e trasformativa e ha un grande potenziale.

Quali settori in ambito finanziario saranno più interessati dalla trasformazione?

Blockchain avrà impatto sui costi di tutti i settori – assicurazioni, banche, Borsa… – dal momento che permetterà di avere la certezza della proprietà. Ma le più interessate saranno le banche retail, che hanno costi di distribuzione troppo alti, e le assicurazioni, che grazie alla nuova tecnologia saranno in grado di prezzare i rischi in modo molto più preciso.

Quali sono gli ostacoli specifici alla diffusione del FinTech in Italia?

La tecnologia aumenta la trasparenza e abbassa i costi, e questo è sempre positivo per il consumatore. Poi però è necessario che lo stesso consumatore sia in grado di capire l’informazione che si trova di fronte, e questo non sempre succede. Non a caso in Italia ha preso piede il FinTech applicato ai mutui e alle assicurazioni, perché in questi ambiti è facile capire: tra una Rc auto che costa 1.000 euro e una che ne costa 900 è senz’altro meglio quella che costa meno. Le cose cambiano quando si parla di investimenti, perché qui il ritorno non è certo.

E gli italiani in particolare hanno un rapporto molto forte con l’intermediario che si occupa del loro denaro, a maggior ragione in un momento come questo il cui il tasso d’interesse risk free è a zero o addirittura negativo. Comunque anche questa industria si dovrà adattare prima o poi, è solo questione di tempo: io penso che a livello globale l’impatto della digitalizzazione farà scendere i margini per gli asset manager. E allora l’unica via d’uscita sarà “fare scala”, cioè aumentare le dimensioni dell’attività per non erodere troppo i margini.

Cambiando completamente discorso, come vede la mancata quotazione della Banca Popolare di Vicenza?

Ah beh, lì c’era poco di FinTech, parliamo piuttosto di Prosecco e un aumento di capitale finto… Il problema fondamentale è che le banche in Europa sono oggi esattamente allo stesso prezzo del 1991. È un’industria che in 25 anni non ha creato valore. E poi l’Italia è l’ultimo Paese a riformare il sistema bancario: tutti gli altri Paesi europei hanno ristrutturato il proprio sistema bancario dopo il 2009, mentre qui si continuava a dire che andava tutto bene. Poi però i nodi sono venuti al pettine tutti in un colpo.

Per concludere, cosa pensa del referendum sulla permanenza della Gran Bretagna nell’UE, in agenda il prossimo 23 giugno?

Io abito a Londra da 21 anni, i miei bambini sono inglesi e io… quasi. Il problema è che, come in tutti i referendum, anche nel caso della Brexit non sono stati spiegati bene gli impatti economici, né cosa succederebbe con l’uscita della Gran Bretagna dall’UE: la decisione è lasciata molto alla pancia della popolazione, quindi imperversano la disinformazione e il populismo.

Alla fine, secondo me, il Paese voterà di rimanere nell’UE, o almeno me lo auguro. Spero che prevalga la scelta di contare di più nel mondo e in Europa, di avere accesso a un mercato molto importante e di avere maggior rilevanza geopolitica ed economica. Il tutto pur mantenendo una valuta e una banca centrale indipendenti. Buttare via tutto questo sarebbe un peccato. Non a caso, nessun Paese importante, dagli Stati Uniti alla Cina, ha detto che per il Regno Unito sarebbe meglio lasciare l’Unione Europea. Ecco, l’unica che forse sarebbe contenta è la Russia, che non vede l’ora di vedere l’Europa disintegrata.

Intervista a cura di Diana Bin

Pubblicata su: adviseonly.com/blog/economia-e-mercati/interviste/da-blockchain-alla-brexit-passando-per-bpvi-intervista-a-tutto-campo-con-davide-serra/

 

Un film che racconta l'Italia meglio di tante altre cose

Le Banche e il Bitcoin due nemici destinati necessariamente ad incontrarsi

Immaginate un incontro, qualche anno fa, tra i rappresentanti di Blockbuster e i gestori di una piattaforma di BitTorrent. Da una parte una catena di negozi fisici che vende prodotti fisici, i dvd, e dall’altra un sistema di scambio dati peer to peer.

Da una parte gli accordi con le case cinematografiche, dall’altra l’indifferenza per il diritto d’autore. Da una parte una realtà fallita, con innumerevoli negozi chiusi e personale mandato a casa, e dall’altra una delle realtà che hanno cambiato il modo di fruire di film, serie tv e musica. Che cosa avrebbero potuto trovare in comune i due mondi? Una qualche forma di accordo avrebbe potuto salvare il vecchio mondo fisico e traghettarlo nella nuova era? È la domanda che ci si pone oggi, quando nel mondo sono in corso contatti tra due galassie lontanissime: le banche e gli esponenti del mondo Bitcoin e della blockchain, ossia della tecnologia che sta alla base dei Bitcoin e che promette applicazioni dirompenti in molti settori. Si tratta essenzialmente di sistemi distribuiti di verifica di informazioni, assicurati dalla messa in comune di hardware di numerosissimi utenti. Potenzialmente potrebbero automatizzare tutto quello che richiede una certificazione, dai passaggi di proprietà ai contratti. Questi incontri stanno cominciando ad avvenire anche in Italia, e non sono chiacchiere nei convegni. Sono accordi economici, che si basano su soldi (delle banche e di altri istituti finanziari) in cambio di informazioni. La posta in gioco è alta: per le banche si va dal trovare il sacro graal per tagliare i costi di funzionamento alla loro stessa sopravvivenza.

«Puoi venire domani, ma prima delle 16. A quell’ora arrivano i partner di Intesa Sanpaolo». Al telefono è Giacomo Zucco, un imprenditore dai tratti geniali. Con poca sregolatezza e molto coraggio. Classe 1983, studi in fisica, nel pieno di una carriera nella società di consulenza Accenture lascia tutto e fonda una serie di startup. «Mi sembrava tutto vecchio e tutto troppo specializzato», spiega. Negli anni segue tutti gli hype del momento, dalle stampanti 3D ai chip Nfc. Poi decide di concentrare gli sforzi sul mondo dei Bitcoin, la moneta virtuale nata nel 2009 che ha oscillato nella considerazione dell’opinione pubblica con variazioni paragonabili solo al valore degli stessi bitcoin: da pochi centesimi di dollaro a oltre mille, fino all’attuale valore di circa 420 dollari. Anche in questo caso le startup si moltiplicano, come una “farm” per estrarre bitcoin in Svizzera. Che significa? Ci arriveremo. Un anno fa contribuisce a creare una sorta di associazione di categoria, Assob.it, che raccoglie sì esponenti delle varie startup del mondo Bitcoin ma anche del mondo della finanza, come Banca Sella, e professori universitari. Il link non è banale, perché è una premessa di quello che succederà dopo. Nel frattempo Zucco fonda BlockchainLab, un misto di centro di ricerca e acceleratore di startup, con sede a Milano, nel centro di co-working e spazi di lavoro innovativi di via Copernico. Con sé, in uffici a vetrate nuovi di pacca, porta una ventina di ragazzi, tra cui «tre delle 200 persone in tutto il mondo che sanno veramente padroneggiare i bitcoin». Negli spazi ci sono un altro fisico, una musicologa, un ingegnere informatico, un laureato in economia. C’è anche Franco Cimatti, 31 anni, noto come Hostfat, presidente di Bitcoin foundation Italia e primo italiano ad avere “minato” bitcoin, nel 2010. Felpa Decathlon, ritrosia a parlare con la stampa, si dice che abbia accumulato una piccola fortuna (la cui entità non è nota) nelle fasi iniziali del fenomeno.

È appunto BlockchainLab a intavolare i rapporti con gli istituti finanziari. Ha cominciato Azimut, assieme alla sua partecipata Siamo Soci, uno dei primi portali di crowdfunding in Italia, che condivide alcuni spazi con BlockchainLab. Ha continuato Intesa Sanpaolo. E sono in pista di arrivo altri due accordi, con una società di consulenza e revisione e con un gigante dei sistemi di pagamento. La natura di questi accordi è peculiare: un patto tra avversari. Anzi, tra nemici. «È una mossa tattica aperta da parte di entrambi i fronti – dice Zucco in una sala riunione degli uffici, giacca e camicia e alle spalle una lavagna piena di formule e diagrammi -. Il mondo bancario tradizionale non conosce bene le armi che il mondo degli smanettoni di Bitcoin vuole usare per disintermediarlo», o distruggerlo. Lo scopo del patto è proprio ottenere informazioni su queste armi. «L’establishment finanziario è interessato e spaventato. Sa che le nuove tecnologie delle blockchain possono danneggiarlo e pensa di usarle a suo vantaggio. In realtà in quell’ambiente molti non hanno idea delle cose di cui si parla». Per padroneggiare questi meccanismi, aggiunge, servono conoscenze in almeno tre campi: sistemi distribuiti, crittografia e teoria dei giochi. Oggi una piena conoscenza sui tre fronti è appannaggio, dice Zucco, di non più di 200 persone in tutto il mondo. «Tra due anni sicuramente cresceranno. Per ora cercano esperti nelle università ma non li trovano, le grandi società di consulenza si fanno strapagare per riportare articoli di stampa. Solo chi è nel mondo delle blockchain ha le informazioni che servono loro».

Le banche potrebbero assumere queste persone, ma c’è un problema: la community di bitcoiner è quanto di più antisistema si possa trovare in circolazione. Vicina al mondo degli hacker, racchiude persone che vanno dai righ-libertarian, anarco-capitalisti, ai left-libertarian, vicini al mondo di Anonymous. Altri punti di riferimento culturali sono il Cypherpunk, i “gold-bugs” austriaci e il movimento di Occupy Wall Street. Tra le parole d’ordine c’è la “permissionless innovation”: «se ho un’idea non voglio passare anni a passare tra istituzioni, avvocati, notai e sindacati», dice Zucco. Un’altra parola chiave è “incentivo” (da qui il legame con la teoria dei giochi): viene incentivata la messa a disposizione di hardware per lo scambio di informazioni (remunerata attraverso la produzione e distribuzione di bitcoin, che in questo modo vengono “minati”), e viene incentivata la ricerca di soluzioni a problemi. Quanto più valore si riesce a creare con le soluzioni, tanto più va remunerato. Il tutto avviene in un ambiente “open source”: i codici sorgenti dei software non vengono protetti da diritto d’autore, ma “forkati” e migliorati da chi ne è capace. In generale c’è un atteggiamento positivo verso l’accumulazione di denaro, basta che non sia preso ad altri.

Zucco, in questa galassia, si pone tra i right libertarian, tanto che è tra i portavoce del Tea Party italiano: vede il problema non nel sistema bancario in sé, ma nel fatto che le banche siano diventate un “sistema statalizzato e monopolistico”. Qualcosa da abbattere, con molta più soddisfazione di un Blockbuster qualunque. Però il patto arriva, perché entrambe le parti hanno da guadagnarci. «È uno strano rapporto, di reciproca arroganza pacifica: le banche pensano “li compriamo”, gli hacker pensano che con i loro soldi le disintermedieranno ancora meglio».

Ma la strategia di BlockchainLab non si limita a facilitare questo “patto”, mettendo in comunicazione mondo finanziario e hacker. È in più fasi, ma l’esito finale è la costituzione di un incubatore di startup dedicate alla blockchain che funga anche da centro di ricerca altamente specializzato, con il supporto del mondo finanziario; in cambio ci sarà un’estrazione di informazioni, che saranno girate alle stesse banche, «senza indorare la pillola». Il veicolo di investimento invece partirà a marzo 2016; avrà un investimento di 5 milioni di euro e sarà costruito da Siamo Soci. Ci sarà un finanziamento di 100mila euro per ognuno dei 45 round previsti, per un totale di 4,5 milioni di euro (il resto sono spese). Potrebbero quindi esserci fino a 45 startup (realisticamente meno, con più finanziamenti per le più promettenti) incubate, con l’accordo di portare nella sede di BlockchainLab almeno un esperto di blockchain per almeno un anno. Accumulare materia grigia e competenze, oggi, è il primo obiettivo. «L’idea è di creare un ecosistema», dice Zucco.

Questo “patto tra nemici” è simile a un esperimento simile che in Canada sta portando avanti la Bitcoin Embassy di Montreal. Ma non è l’unico modello. Ce ne sono altri che sono descritti come una sorta di patto col diavolo, “operazioni di sistema” che hanno da una parte consorzi di istituzioni finanziarie e dall’altra esponenti del mondo Bitcoin pagati per la loro consulenza. Una delle più note è Digital Asset Holding, guidata da Blythe Masters, pioniera dei credit default swap ed ex enfant prodige di Jp Morgan Chase, lasciata nel 2014 dopo 27 anni in seguito ad accuse di malversazione. Tra gli investitori di Digital Asset Holding ci sono J.P. Morgan, Goldman Sachs, Bnp Paribas, Abn Ambro, Accenture, Santander Innoventures e Citi. Ancora più nota è R3Cev, che riunisce in un consorzio 42 banche tra le più importanti al mondo, tra cui Goldman Sachs, JPMorgan e Credit Suisse, che «stanno pianificando di sviluppare standard comuni per la tecnologia della blockchain in uno sforzo di allargare il suo uso tra i servizi finanziari». Altre iniziative sono più indipendenti, come Blockstream, che ha ottenuto finanziamenti da società come Pwc ma che è presieduta da Adam Back, esponente del cripto-anarchismo anni Novanta.

Articolo parzialmente ripreso dal sito linkiesta.it – foto dal film “I Due Nemici” con Alberto Sordi e David Niven