E spesso e' impossibile pensare alla sua eliminazione

Le misure di Mario Draghi difficilmente aiuteranno la piccola media impresa in Italia

Ora su giornali e sulla rete si discuterà a lungo dei possibili effetti positivi delle misure annunciate dalla BCE sul credito alle imprese e ci saranno nuove polemiche sul ruolo delle banche popolari nel sostegno finanziario delle piccole imprese. Temo che né il QE, né le banche popolari e le banche di credito cooperativo, tantomeno le iniezioni massicce di ulteriori garanzie statali possano fare molto contro la realtà della forza di gravità.

Gravità data dal peso del debito accumulato nei bilanci delle PMI che, quando la redditività non è sufficiente, sta minacciando sia chi si è indebitato troppo che chi ha prestato troppo (e molte volte incautamente).

Già altre volte è stato scritto qui che il principale problema delle piccole imprese sta nella scarsa liquidità e nell’eccesso di debito bancario. Quest’ultimo drena molta liquidità sia per il costo (i tassi che sono lontani da quelli offerti dalla BCE) che per effetto delle rate di rimborso dei finanziamenti a lunga scadenza.

Recentemente abbiamo parlato del DSCR (Debt Service Coverage Ratio) come il fattore che le banche dovranno osservare maggiormente nella futura concessione del credito. La realtà odierna è che quel rapporto (calcolato dividendo la generazione di cassa approssimata dell’ultimo esercizio per  la quota del debito da ripagare compresi gli interessi) è per moltissime imprese un valore fuori controllo.

Produrre utili operativi di 30.000 euro e avere un debito complessivo superiore a un milione di euro significa -usando un altro rapporto più rozzo- più o meno che occorrerebbero 30 anni per rimborsare tutto il debito. Purtroppo non è un caso infrequente tra le piccole e le micro-imprese. Per fortuna una parte del debito delle imprese è a breve e non deve essere rimborsato, è rotativo… sino a quando non viene ridotto o revocato.

Per motivi che sono spesso inspiegabili le tante imprese in questa situazione pericolosa e le banche che hanno contribuito a crearla ‘fluttuano’, insieme contro la forza di gravità che imporrebbe una caduta in quel realismo che vorrebbe che quel tipo di struttura finanziaria sia insostenibile.

Invece le piccole imprese ‘fluttuanti’ proseguono cocciutamente, lavorano, fatturano, scaricano la tensione sulle rateizzazioni dell’IVA e dei contributi INPS e restano in vita, pericolosamente ma in vita.

Dall’altro lato le banche fingono di non vedere il DSCR: se non ci sono troppi insoluti, se si salta solo una rata del mutuo, vanno avanti anche loro a colpi di rinnovo dei fidi sconfiggendo la forza di gravità che imporrebbe una precipitosa quanto inutile ritirata. In parte lo fanno perché la ritirata sarebbe coronata da scarso successo monetario (e chi può mai rimborsare quel debito tutto d’un fiato?), in parte perché gli interessi (alti) addebitati trimestre dopo trimestre servono anche alla banca. In fondo sono tanti soldi tutti insieme. Un tacito silenzioso accordo che ha tenuto in piedi due sistemi, entrambi sbagliati, che non è possibile correggere di colpo adesso, anche se la BCE facesse un’asta benefica di liquidità al giorno.

L’ordine delle cose è… fluttuare e avere molta pazienza, perché se il prossimo anno le cose andranno meglio i 30.000 euro magari ritornano a essere 100.000, non servono più 30 anni, ma ‘solo’ 10. In questo senso la ripetizione consecutiva di non ricordo più quante moratorie sui mutui è stato un galleggiante gradito a tutti.

Purtroppo ultimamente in banca sono arrivati più spesso ispettori della Banca d’Italia e adesso arriveranno gli ispettori della BCE, che pretendono anche di parlare in inglese. Loro disturbano l’assenza di gravità, impongono decisioni ovvie che non sono popolari. Disturba anche il fatto che lo Stato è lo stesso che non pagando prima 100 poi 50 miliardi ha fatto cadere molte imprese che fluttuavano, dando loro un colpo di grazia definitivo.

Se non fosse per questa storia della BCE, dei maledetti esami dell’Asset Quality Review, banche e piccole imprese avrebbero continuato a fluttuare sfidando le leggi della gravità finanziaria, dimenticandosi gli uni del DSCR e gli altri che non è consigliabile avere così tanti debiti, anche per rispetto verso i propri figli e i propri dipendenti.

La ripresa ha bisogno di credito, dicono in tanti, ma il credito null’altro è che altro debito per imprese che di debito ne hanno già accumulato troppo.

Quante piccole imprese hanno un debito che si rimborsa in 15-20 o più anni? Non lo so, ma nella mia attività ne ho viste parecchie e alcune hanno finito la loro storia, perché ogni tanto l’assenza di gravità finisce e resta solo la gravità.

Splendido articolo ripreso da linkerblog.biz – autore F_Bolognini

Almeno speriamo che ci riesca, non e' facile!

Cosa fara’ Mario Draghi alla prossima riunione della BCE?

Cosa farà Mario Draghi il 10 marzo, quando la Bce si riunirà nuovamente per decidere della sua politica monetaria? Dall’ultima riunione le turbolenze sui mercati sono continuate, e la Bank of Japan ha sorpreso tutti tagliando in negativo i tassi sulle riserve aggiuntive delle banche.

Abbiamo rivolto due semplici domande ad alcuni degli interpreti di quanto accade sul mercato:

1) Mario Draghi ha aperto chiaramente a una revisione della politica monetaria nella riunione di marzo. Che decisioni si aspetta da parte della Bce?

2) Prima della riunione di dicembre, sui mercati si era alimentata l’aspettativa per gli interventi Bce. Alla prova dei fatti, gli investitori si sono mostrati delusi. Alla luce di quella esperienza, in vista della riunione di marzo, cosa potrà deludere e cosa potrà sorprendere positivamente i mercati? Ecco le loro risposte.

Gregorio De Felice, capo economista di Intesa Sanpaolo. La misura più prevedibile è il taglio dei tassi sui depositi, che è attualmente al -0,3%. La Bce potrebbe aumentare la ‘tassa’ imposta sulla liquidità che le banche parcheggiano presso Francoforte con tassi a -0,40 o -0,50%. La mossa era già stata discussa a novembre e non aveva suscitato una particolare opposizione: anche il membro tedesco del board, Jens Weidmann, potrebbe dare il suo assenso. Da sola, però, questa misura non sarà sufficiente. Se le tensioni legate a petrolio, rallentamento dei mercati emergenti e listini finanziari rimarranno elevate, è possibile che la Bce introduca dei cambiamenti ai parametri in base ai quali effettua gli acquisti del Quantitative easing, oggi a 60 miliardi al mese. Se dovesse salire l’ammontare degli acquisti, la Bce avrà bisogno di ampliare la gamma di titoli alla quale si rivolge il Qe, magari includendo anche quelli corporate. Non è un passaggio semplice, ma Draghi – interpellato sul tema – ha ribadito che “non ci sono limiti” all’azione della Bce. Possibile anche la rimozione dell’obbligo di acquistare titoli dei Paesi membri pro-quota, cioè in base alla loro partecipazione nel capitale della Banca centrale: un meccanismo (detto capital keys, ndr) che premia la Germania, ma genera scarsità di strumenti acquistabili dalla Bce.
Quanto ai mercati, infine, il taglio dei tassi almeno al -0,4% è dato quasi per scontato. Se non ci saranno gli altri interventi, gli investitori resteranno delusi.

Manuela D’Onofrio, responsabile investimenti di Unicredit. Con l’inflazione ancora molto lontana dal livello desiderato dalla Bce, mi aspetto che vengano adottate delle ulteriori misure per rendere la politica monetaria sempre più espansiva; quindi, già nel prossimo mese di marzo, la Bce potrebbe portare il tasso sui depositi al -0,40% e rimuovere la scadenza temporale del Qe; se questo non fosse sufficiente, in futuro, la banca centrale potrebbe includere anche le obbligazioni bancarie e i prestiti societari nel programma di acquisto titoli.
I mercati reagiranno positivamente, soprattutto i mercati azionari europei, se i membri del direttorio della Bce si mostreranno coesi e determinati nel perseguire l’obiettivo di inflazione al 2% mediante l’utilizzo di tutti gli strumenti di politica monetaria a loro disposizione. Insomma il “wathever It takes” pronunciato dal presidente Draghi a luglio del 2012, dovrebbe diventare il motto del direttorio almeno per tutto il 2016.

Matteo Ramenghi, Chief Investment Officer di UBS Italia. Vediamo una probabilità del 70% che la Bce intervenga con ulteriori misure il 10 marzo. In effetti, dall’ultima riunione di dicembre il prezzo del petrolio è sceso del 40% mentre l’euro si è rafforzato rispetto al dollaro. Si tratta di due elementi in grado di indebolire l’inflazione nei prossimi mesi. Crediamo che il prossimo passo possa essere di aumentare il volume dei titoli acquistati mensilmente, potenzialmente per 10 miliardi di euro, o più, al mese. Parallelamente, la Bce potrebbe tagliare di altri 10 punti base il tasso di deposito portandolo al -0,4%.
La pronta risposta della Bce è un segnale importante, non solo per quanto effettivamente verrà annunciato a marzo ma anche per l’attenzione ai mercati e il tempismo dimostrato. Il messaggio della Bce è che non ci sono limiti al proprio raggio di azione al fine di raggiungere la stabilità dei prezzi.

Didier Saint-Georges, managing director e membro del comitato investimenti di Carmignac. La posizione di Mario Draghi è sempre più complicata. L’Eurozona si sta lentamente riprendendo, ma le aspettative di inflazione continuano a scendere. Il bilancio della Bce è cresciuto, ma i benefici all’economia reale latitano. Italia, e per certi versi Francia, hanno bisogno di più crescita e sono tentate di allentare i cordoni della borsa, mentre la Germania vuole mantenere ferma la barra dell’austerity. Per ampliare l’ammontare degli acquisti del Qe, la Bce dovrebbe anche modificare il meccanismo delle capital keys o estendere gli acquisti ad altri titoli rispetto agli attuali. Quest’ultimo aspetto è difficile tecnicamente, il primo modificherebbe la ripartizione dei rischi. Di conseguenza, la Bce proverà a usare ancora le parole per mostrarsi pronta ad agire e probabilmente incrementerà solo di poco gli acquisti: sarà difficile armare un nuovo bazooka. Se l’incremento sarà troppo limitato – o addirittura nullo – i mercati reagiranno male. Se cambierà il meccanismo dei capital keys, in modo da incrementare gli acquisti significativamente, la reazione sarà positiva.

Russell Silberston, Head of Reserve Management di Investec Asset Management. In primo luogo, occorre notare che qualsiasi decisione del Consiglio Direttivo verrà presa nel quadro delle ultime proiezioni economiche degli esperti, compreso il primo outlook al 2018. È probabile che queste previsioni comprendano una significativa revisione al ribasso dell’outlook sull’inflazione, considerata la recente debolezza dei prezzi del petrolio e le prospettive sull’inflazione stessa. Ci attenderemmo quindi che il Consiglio Direttivo modifichi la propria linea in conformità con queste previsioni; al momento, prevediamo un’ulteriore riduzione dei tassi di deposito chiave dello 0,1% a -0,4%. Avendo esteso la tipologia delle obbligazioni acquistabili, la Bce avrà inoltre la possibilità di ampliare la mole degli acquisti mensili e il periodo di tempo nel quale questi sono effettuati. Al momento, prevediamo incrementi nel valore degli acquisti mensili. I mercati reagiranno negativamente se verrà esteso lo stock del quantitative easing o se verrà rinviata la data conclusiva degli attuali acquisti. I mercati reagiranno positivamente se il quantitative easing o gli importi degli acquisti mensili saranno incrementati in maniera significativa.

Alessandro Picchioni, Presidente e direttore investimenti di WoodPecker Capital. Draghi si sta muovendo su un sentiero molto stretto perché da un lato, la politica monetaria, al punto in cui si è già estesa, non ha probabilmente una grande efficacia nel rimettere in moto il moltiplicatore della moneta. Anzi, rischia di essere controproducente ai fini della profittabilità del sistema bancario nel momento in cui i depositi detenuti presso la Bce vengano severamente “tassati”. D’altro canto i margini “politici” del governatore, stretto in una sempre più netta eterogeneità di vedute nell’ambito del direttorio della BCE, si stanno assottigliando progressivamente. A nostro avviso Draghi nel corso di tutto il 2016 cercherà di restare in equilibrio queste forze opposte tendendo un po’ più a promettere che a fare. Questo non dovrebbe comunque impedirgli di estendere la portata della manovra di stimolo monetario nel corso dell’anno soprattutto se, come crediamo, ad un certo momento il dollaro si dovesse indebolire del 5-10%. Ci aspettiamo Un’ulteriore calo del tasso sui depositi bancari di 5 o 10 punti base, un aumento di 5 miliardi al mese degli acquisti di titoli nell’ambito del Qe e l’apertura ad una futura estensione della tipologia delle attività finanziarie oggetto del Qe. In linea generale i mercati reagiranno bene se venissero estese la quantità, la durata e la tipologia dei titoli oggetto del Qe, mentre reagiranno molto male se il Qe non venisse affatto modificato.

Patrick O’Donnell, Fixed Income Investment Manager Aberdeen AM. La Bce ha chiarito che ritiene che le misure adottate in passato stanno funzionando. Ma Draghi ha anche dato indicazioni importanti sul fatto che a marzo si potranno avere nuove misure, a valle delle nuove stime dello staff. Si tratterà probabilmente di nuovi tagli ai tassi sui depositi e incremento degli acquisti nell’ambito del Qe. I mercati reagiranno positivamente a qualsiasi misura ulteriore, più la politica monetaria sarà accomodante tanto maggiore sarà la normalizzazione dei mercati dopo un inizio d’anno nervoso. Se la Bce non dovesse muoversi, dopo aver fatto intendere che lo farà, i mercati reagirebbero male.

Massimo Siano, head of Southern Europe per ETF Securities. Mi aspetto semplicemente un aumento di potere e decisioni della Bce. Una Bce ancora più indipendente per aumentare la liquidità sul mercato. In Europa c’è ancora lo spettro della deflazione. I mercati reagiranno male
se i tassi d’interesse reali saranno negativi e non si interverrà in maniera più incisiva sul credito. I mercati reagiranno bene se la Bce aumenterà in maniera significativa la sua politica monetaria espansiva cioè aumenterà la liquidità sul mercato.

 

Testo ripreso dal blog “Gli Squali di Wall Street” su Blogspot.it

La liquidita della Banca Centrale Europea non significa credito alle imprese

Era un cambiamento atteso e preannunciato ed ora è avvenuto. In base alle ultime disposizioni concertate tra BCE e Banca d’Italia le banche italiane avranno più strumenti per procurarsi liquidità.

Non mi riferisco tanto alle operazioni straordinarie di finanziamento, chiamate TLTRO e QE, e già prenotate per decine di miliardi dalle banche italiane, bensì alle operazioni ordinarie di rifinanziamento previste dalla Banca Centrale Europea.

Cosa è cambiato rispetto al passato? Qualcosa di importante è effettivamente cambiato, ma non quello che ancora una volta i giornali poco informati stanno proiettando confondendo nuovamente liquidità con ‘credito’ e creando pericolose illusioni.  Vediamo di spiegare in parole semplici la novità.

BCE e Banca d’Italia hanno concesso in via temporanea di fornire alle banche dosi di liquidità attraverso le operazioni ordinarie dell’eurosistema a fronte di garanzie su attivi stanziabili, ma non negoziabili (per essere negoziabili devono essere titoli liquidi e trattati su mercati regolamentati come i BTP). Questi ‘attivi non negoziabili’ in passato erano ristretti a crediti concessi singolarmente a un’impresa, ora possono essere portafogli di crediti, quindi anche un insieme di tanti piccoli crediti a PMI o famiglie (mutui casa) che -se bene identificati e soggetti a uno scarto tra garanzia e liquidità erogata- consentono alla banca di procurarsi nuova liquidità a condizioni di favore dalla BCE.

Una seconda novità è che i portafogli di crediti stanziabili si sono estesi in modo coraggioso anche a crediti a breve termine che per la loro natura variano giornalmente e quindi erano difficili da fissare come garanzia; si parla di scoperti di conto corrente e anticipi commerciali, come descritto visivamente nella grafica che ho predisposto.

Poi per facilitare le banche del sud europa BCE ha deciso di accettare in garanzia un grado di rischiosità superiore passando dall’1% di probabilità media di insolvenza all’1,50% sul portafoglio messo a garanzia.

Ultima novità interessante la possibilità per la banca di ‘farsi prestare’ le garanzie dalle sue società di factoring e leasing che possono offrire portafogli di fatture cedute o di canoni leasing. Liquidità che poi la banca potrebbe girare alle sue figliocce del parabancario.

Per funzionare operativamente questo schema, come spiegato dalle istruzioni emanate dalla Banca d’Italia, ha bisogno di 3 elementi particolari, che non sono stati spiegati esaurientemente dalla stampa:

1) il portafoglio di finanziamenti viene dato in garanzia alla BCE. La banca deve identificarlo nel suo sistema informatico e fare in modo che in ogni giorno il livello di credito utilizzato dalle imprese sia sempre superiore al livello iniziale compreso lo scarto. In pratica se lo scarto (fissato con percentuali molto diverse in base a durata e classe di rischio) fosse per fare un esempio del 20%, per avere 1.000 milioni di euro dalla BCE la banca deve sempre avere in essere crediti nel portafoglio a garanzia pari ad almeno 1.250 milioni. Se qualche impresa rimborsa o riduce lo scoperto deve essere subito rimpiazzata nel portafoglio da un altro credito di pari qualità per fare in modo che il totale resti superiore a 1.250 milioni.

2) il contratto di finanziamento tra impresa e banca (sia esso scoperto di c/c o anticipi fatture) deve essere modificato per consentire alla BCE di esercitare in qualsiasi momento il diritto ad escutere la garanzia in caso di necessità, anche se attraverso la banca che ha fornito la garanzia.

3) l’impresa debitrice (il cui debito è utilizzato a garanzia) deve essere informata e autorizzare esplicitamente nel contratto di finanziamento la possibilità di costituire il suo debito a garanzia della BCE.

Il primo punto comporta attività informatica e amministrativa non banale per la banca, il secondo e il terzo richiedono la modifica degli attuali contratti e il consenso delle imprese, circostanza che i vertici di Banca d’Italia avevano già preannunciato e che ora comparirà nella casella di posta delle PMI.

A cosa servirà tutta questa faticaccia? Per le banche ad avere liquidità, non necessariamente a concedere credito ad altre PMI. Non c’è obbligo per la banca che si procura liquidità, anche mettendo a garanzia prestiti alle PMI, di ‘ridare’ quella liquidità ad altre PMI, tantomeno di darla a imprese con cattivo merito di credito. E questo vale anche per i fondi del TLTRO e del QE.

Vale perciò ribadire la stessa regola e conclusione:

– queste variazioni sul metodo di approvvigionamento di liquidità dalla BCE sono utili per le banche che hanno difficoltà ad avere liquidità e meno utili per quelle che possono contare su altre fonti (depositi o emissioni obbligazionarie);

– per tutte le banche che utilizzeranno l’offerta temporanea c’è un vantaggio certo nel procurarsi fondi a basso costo, ma non c’è alcun impegno o garanzia a riversare questo basso costo alle imprese, tantomeno a quelle più rischiose.

– con il sistema dei collaterali a garanzia le banche NON si scaricano del rischio (e del costo di captale) come è stato impropriamente descritto. Lo farebbero solo se vendessero a titolo definitivo i crediti a una terza parte senza assumere il rischio di un mancato pagamento. Mettendoli a garanzia la banca continua a gestire la posizione e a sostenere il rischio di un fallimento e mancato rimborso.

– se i 90 miliardi di credito perso in questi anni ritornerà alle imprese sarà in funzione della liquidità (poco), della qualità del credito che la banca vuole assumere (moltissimo) e della domanda buona delle imprese (abbastanza).

Per questo motivo, devo ancora una volta sottolineare che le acque non vanno confuse in tavola: la liquidità è un fattore importante, ma non sufficiente per riversare tutto ciò che la BCE fornirà sui crediti alle imprese, che infatti cresceranno ancora poco. Per il momento continuano a calare.

 

Articolo parzialmente ripreso da linkerblog.biz – autore: F. Bolognini

 

Il credito alle imprese nel 2015 continua a non muoversi

A giudicare da qualche titolo di quotidiano ottimistico il sistema Italia si deve mettere interamente nelle mani di Draghi e della BCE per raddrizzare i flussi di credito alle imprese.

nessuna-innovazione-nelle-banche-italianeOra si guarda al QE per sistemare una barca cha fa acqua da oramai 4 anni. Purtroppo i pareri dei tecnici sono meno entusiastici sulla destinazione della liquidità che arriverà alle banche  e anche la mia sensazione resta di una soluzione destinata a portare acqua dove non c’è problema di liquidità.

Allora la domanda che pongo è “perché non sono bastati 4 anni di crisi del credito, di crescita incontrollata dei crediti deteriorati (vedi grafico su incagli e sofferenze), per fare sì che Stato, banche e tutori delle imprese trovassero soluzioni più innovative per aggiustare un meccanismo palesemente inceppato e fallace? “.

La realtà è che il sistema in questi 4 anni ha prodotto poco o nulla in termini di nuove idee ed è persino riuscito a distorcere quelle esistenti. A cominciare dalla ripetizione sfiatata della MORATORIA, che per le imprese e per il rischio di credito si è dimostrata quasi sempre un’aspirina breve e inefficace, per proseguire con le maggiori dotazioni al FONDO COMUNE DI GARANZIA servite più ad abbattere il costo del capitale delle banche che a finanziare imprese in temporanea difficoltà, per arrivare all’ultima distorsione: la garanzia dello Stato sulle singole emissioni di MINIBOND di PMI.

Di vera, brillante innovazione strutturale da applicare al circuito del credito alle imprese si è visto uno zero assoluto. Eppure qualcuno ci ha provato -e non mi riferisco tanto alle proposte disperse negli articoli di questo blog- ma non è mai stato seriamente ascoltato. Il tavolo del credito non è mai esistito, non è partito e poi si è fermato come tutte le altre riforme, non è proprio partito.

Le proposte sono anche arrivate ma sono rimaste lettera morta. Mi riferisco per fare due esempi a lavori presentati da Action Institute nel luglio 2013 (“Migliorare l’accesso al Credito delle PMI attraverso un “Credit Enhancement” di sistema“) e più recentemente da The European House-Ambrosetti nella sua Lettera 58 di giugno (“Rafforzare le imprese italiane e attirare nuova finanza“).

Vi suggerisco la lettura perché entrambe contengono idee fresche, articolate e ben strutturate, pronte per essere esaminate, discusse e modificate secondo il principio che dovrebbe guidare tutti: il salvataggio di una quota rilevante di piccole e medie imprese che stanno attraversando difficoltà finanziarie, ma che contengono ancora tutti i presupposti per una ripartenza.

Là avrebbe dovuto collocarsi l’analisi del problema, anche e soprattutto da parte delle banche, le quali invece si sono preoccupate soprattutto di fare argine ai tassi spaventosi di ingresso di nuove sofferenze e incagli, prima chiudendo i rubinetti a tutti, poi andando negli armadi a ripulire scheletri e scheletrini. Le banche, va detto senza timore, per leccarsi le ferite e seguire i dettami della Banca d’Italia e della BCE sugli stress test, hanno ritardato una risposta strutturale all’inefficacia del sistema di rating di Basilea2 nel lungo inverno della crisi. Le curve di crescita di incagli e sofferenze del grafico sottostante sono un buon indizio dell’effetto di traslazione da incagli a sofferenze legato all’attività investigativa promossa sia spontaneamente che dalla vigilanza della Banca d’Italia.

C’è stata pulizia, a volte brutale come nei casi delle banche discusse, ma non c’è stata innovazione nel credito, né sul fronte delle nuove iniziative al di fuori del circuito bancario né sulla rivisitazione e ricostruzione di come fare credito in presenza di tante imprese in difficoltà.

Chi ha avuto idee è rimasto un predicatore nel deserto, le associazioni hanno fatto rattoppi non vestiti nuovi, l’ABI si è trincerata spesso dietro un dito mignolo non schierando risorse interne o esterne per sviluppare nuove soluzioni di sistema, scegliendo di lasciare alle singole banche come meglio ristrutturare i rispettivi processi del credito.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: dopo più di 4 anni siamo ancora a parlare di credito che manca, a contare le nuove sofferenze, a creare le illusioni dei 52 miliardi, senza mai separare con decisione da chirurgo la parte moribonda e dannosa delle imprese, da quella viva anche se sofferente. Aspettiamo Draghi e i suoi 52 miliardi, adesso, ma senza coraggio e senza innovazione potrebbe non succedere nulla di buono per un altro lungo anno.

 

Articolo di F. Bolognini – ripreso da Linkerblog.biz