La riforma delle banche di credito cooperativo

Dopo le banche popolari, anche quelle di credito cooperativo (BCC) devono prepararsi a una riforma. Per Banca d’Italia sono necessari interventi normativi per favorire l’integrazione, che “è un obiettivo non più rinviabile”, “favorire un sistema meno frammentato, capace di superare gli svantaggi della piccola dimensione e di preservare i valori della cooperazione e della prossimità con il territorio che da sempre costituiscono il loro punto di forza”. La riforma delle BCC è stata quindi proposta da Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF) e Banca d’Italia.

Cosa sono le banche di credito cooperativo

Le banche di credito cooperativo sono 376 (il 55% delle banche italiane), hanno 4.441 sportelli (il 14% degli sportelli), 1,2 milioni di soci (che votano secondo il principio “una testa, un voto”), 37mila dipendenti, garantiscono il 7,3% del mercato degli impieghi, con 135 miliardi di impieghi erogati (il 7,5% dei prestiti del sistema bancario). Mentre il tasso di passaggio a sofferenza si attenuava per le banche maggiori e medie, per le BCC è invece aumentato ulteriormente dal 3,6% di dicembre 2013 al 3,9% a fine 2014, e i crediti anomali sul totale dei prestiti sono saliti dal 10 al 17,5% tra giugno 2011 e giugno 2014.

Cosa prevede la bozza di riforma?

La bozza della riforma all’articolo 37 bis prevede la creazione di una società  capogruppo, costituita in forma di società per azioni e autorizzata all’esercizio dell’attività bancaria, il cui capitale è detenuto per almeno un terzo dalle BCC stesse (appartenenti al gruppo), con la capogruppo che esercita attività di direzione e coordinamento sulle BCC. Federcasse (l’associazione delle BCC) vuole preservare l’unità ( integrazione a gruppo ); ICCREA (la banca di secondo livello che fornisce servizi e prodotti alle numerose banche del sistema) si propone come unica holding nazionale, con ma l’adesione volontaria (e non obbligatoria) delle singole BCC.

Tra i punti oggetto di confronto:

  • l’apertura del sistema a capitali esterni (anche esteri), destinati a ricapitalizzare la capogruppo;
  • la possibilità di introdurre garanzie incrociate tra le diverse BCC, in modo che – in caso di emergenza – quelle più patrimonializzate possano andare in soccorso di chi si trova in difficoltà;
  • la governance: il sistema è per molti aspetti barocco, così la riforma sarà l’occasione per “asciugare” gli organi dei vari livelli.

Il nodo gordiano sembra essere quello della capogruppo: una sola (come ICCREA), oppure una pluralità (assecondando spinte centrifughe e campanili).

Tutti, a parole, vogliono che il sistema delle BCC possa competere in un mercato più integrato e concorrenziale, contribuendo validamente alla ripresa delle economie di riferimento, attraverso un riassetto più incisivo, che consenta di conseguire al più presto l’ammodernamento della gestione, il rafforzamento strutturale della redditività e la capacità, ove necessario, di reperire risorse patrimoniali anche consistenti in tempi brevi.

Ma le BCC servono al sistema industriale italiano? Hanno un futuro, e come possono “giocare” a favore delle PMI locali? Possono essere un valido concorrente alle grandi banche per la loro vicinanza alle PMI?

Sara' un bagno di sangue che si ricordera' per secoli!

Quale ruolo per le banche di credito cooperativo in Italia?

L’Italia è un paese fatto di piccole imprese, meno di grandi; banche a dimensione delle imprese piccole e medio-piccole sembrerebbero quindi ottimali.

Ma per far banca (quella che eroga prestiti) servono capitale, depositi da clientela, capacità di valutare il credito, costi adeguati alla tipologia di attività perseguita.

Le BCC, individualmente, hanno poco capitale e quindi limitata capacità di credito, sia in valore assoluto (l’ammontare del prestito) che relativo (in proporzione del proprio patrimonio, in una ottica di diversificazione e limitazione della concentrazione del credito): una loro adeguata capitalizzazione è quindi utile ed indispensabile per dare loro peso nel mercato delle PMI. Il costo dei mezzi raccolti (capitale, depositi da clientela, prestiti interbancari) è una funzione importante per la determinazione del “prezzo” a cui vendere la loro merce: i prestiti ai clienti.

E per prestare bene, limitando i prestiti anomali (che diventano spesso sofferenze che erodono il capitale), serve una adeguata capacità di valutare il merito di credito di chi chiede un prestito. Essere vicini ai clienti sul territorio aiuta a conoscerli, a vedere che fanno e come lo fanno, e molto spesso le BCC, radicate sul territorio, possono farlo meglio dei colossi bancari. Ma non sempre essere vicini è sufficiente per comprenderne il business e le sue prospettive. Mettere insieme queste attività, facendo leva su un unico centro di eccellenza può essere una buona cosa.

La soluzione della capogruppo (una, o più) del sistema BCC appare per quello che è: una soluzione imposta dall’alto, e quando la Banca d’Italia chiede, è difficile dire di no.

Ma a me sembra una opera titanica, destinata a tempi, cadenze, compromessi che ne faranno la classica Babele con la base in stile impero e la facciata rococò, quando i concorrenti svettano sopra le guglie della Madonnina.

Fonte: blog adviseonly.com – autore: C_Griffa

Le fusioni bancarie non creano quei risparmi necessari a giustificarle

Le grandi società di consulenza spingono per una girandola di fusioni tra le maggiori banche popolari ma siamo sicuri che sia la strada giusta per risollevare queste realtà dal disastro di sofferenze e crediti incagliati che si trovano in pancia?

Ne parla uno studio di BCG/Bernstein sulla La riforma delle banche popolari riportato da Linkiesta e da molti altri giornali. Uno studio che in 20 pagine evidenzia grandi vantaggi nelle aggregazioni -per ora teoriche- tra banche popolari (a seguito della recente riforma) e banche in crisi (MPS, Carige). Con grande rispetto proponiamo alcune controargomentazioni che hanno radici nell’esperienza diretta delle organizzazioni bancarie e nei loro comportamenti tipici.

Tagliare i costi o aumentare i ricavi?

Una prima osservazione sulla finalità delle combinazioni bancarie. Lo studio BCG ammette che deriveranno quasi esclusivamente dalla razionalizzazione, dal taglio dei costi e non dalla crescita dei ricavi (+0,4 mld€). Già questo è un inizio zoppicante: le migliori fusioni e acquisizioni sono costruite per 2/3 sull’aumento dei ricavi, e 1/3 sul taglio dei costi. Ciascuna banca popolare sta già manovrando da anni sul taglio dei costi di struttura, sulla riduzione delle filiali e del personale con accordi sindacali non semplici. Senza negare le economie di scala, realizzabili soprattutto nelle aree amministrative e di backoffice, il problema n.1 delle banche italiane nei prossimi anni è la ricrescita e riqualificazione dei ricavi e dei margini. Se la crescita dei margini deriva quasi totalmente dal calo fisiologico del costo del rischio (minori accantonamenti e rettifiche dopo 7 anni) trovo il presupposto di queste operazioni fragile nel lungo termine e i benefici nel breve indipendenti dall’ipotesi di fusione. Sono propenso a pensare che si otterrebbero anche nella versione standalone forse in misura leggermente inferiore, ma con maggiore velocità e certezza.

Della stessa opinione sembra essere anche il navigato CEO di UBI Banca Victor Massiah che ha raffreddato gli entusiasmi affermando che in passato solo un’aggregazione su due ha prodotto i risultati teoricamente sperati e che oggi occorre andare molto cauti sui presunti vantaggi delle fusioni (“non basiamoci su schemi precedenti per le aggregazioni, le condizioni sono cambiate”).

Una battaglia che e' appena incominciata e che ci accompagnerà i prossimi anni

Le diseconomie striscianti da fusione

Colpisce che, nonostante le passate esperienze, lo studio BCG non adotti maggiore cautela nel bilanciare economie di scala, con le molte diseconomie di scopo, quelle che si sono puntualmente verificate in casi precedenti e che mi accingo ad elencare:

1) lentezza: i tempi delle integrazioni sono sempre stati lunghi, più lunghi del previsto a causa della complessità e delle enormi resistenze interne ai tagli che sono spiegati di seguito. Non mi sembra che in un settore che deve accelerare e creare redditività anche nel confronto europeo l’idea di fermarsi un paio di anni per integrare due entità sia di per sé saggia;

2) caos informatico: le fusioni comportano inevitabili decisioni sulla scelta dell’infrastruttura informatica (IT), già gravata da stratificazioni avvenute in passato e poco efficienti. La fusione della piattaforma informatica è obbligatoria e comporta scelte spesso politiche su aspetti che dovrebbero essere puramente tecnici; si realizza con complesse migrazioni di applicativi per la rete filiali, per l’home banking, per i sistemi di pagamento fisso e mobile. In passato queste migrazioni si sono rivelate lente, inefficaci e hanno scaricato enormi inefficienze sulla clientela lasciando infrastrutture sostanzialmente vecchie. La fusione tra due banche rallenta e complica scelte strategiche di tecnologia proprio ora che le banche devono liberarsi di procedure informatiche non competitive rispetto alla migliore tecnologia disponibile oggi;

 

3) conflitto organizzativo: le fusioni pacifiche tra pari (merger of equals) come quelle ipotizzate tra le varie popolari, sono teoria, non esistono in natura. In passato tutte le fusioni bancarie sono sfociate in dure guerre tribali in cui una parte ha cercato di prevalere sulla tribù rivale, a dispetto di qualsiasi logica meritocratica e di creazione di una cultura vincente comune. Alcune di queste guerre tribali sono infinite e ancora in corso, ad esempio tra Bergamo e Brescia; altre hanno sterminato tribù di qualità (BAM e Antonveneta) creando nuovamente sconcerto nella clientela. Non c’è poesia quando si tratta di scegliere chi comanda in organizzazioni che sono rimaste altamente gerarchiche. Le cordate, le affiliazioni vincono sempre.

4) danni alle relazioni: per i consulenti la razionalizzazione (=chiusura) degli sportelli è un vantaggio economico. Trascurano sempre che la rescissione di un contratto d’affitto su due filiali vicine è un beneficio economico modesto rispetto a inefficienze e confusione generata nel trasferimento del personale da una filiale all’altra, nel disaccoppiamento forzato tra il cliente e il suo referente storico, con la perdita totale di informazioni soft sul cliente, che non sono conservate in banca ma ancora archiviate nella testa del dipendente. I clienti delle banche si sono sempre lamentati rumorosamente di questi caroselli di personale.

5) concentrazione del credito: scrivere che non ci sarebbero effetti sul credito concesso ai clienti (‘una bufala’) è indice di superficialità o di quanto poco i consulenti frequentino le imprese o le Centrali Rischi. In un sistema basato sulla molteplicità dei fidi, con imprese che usano spesso da 5 a 10 banche, negare che gli accoppiamenti tra due popolari (entrambe al Nord o addirittura nella stessa regione) comporteranno una revisione dei fidi per una quota non banale dei clienti è sbagliato. Soprattutto in un periodo di politiche del credito altamente selettive. La realtà è che trovare affidamenti concessi da entrambe le banche candidate alla fusione è abbastanza frequente in Lombardia, in Piemonte in Veneto e proprio dove il credito ha maggiore peso (medie e grandi imprese) e maggiore criticità (i rating peggiori). Nelle fusioni bancarie passate raramente la somma aritmetica degli affidamenti è stata mantenuta. Poco o tanto le aggregazioni contribuirebbero alla riduzione dei volumi totali di impieghi.

La storia delle fusioni insegna

Un’ultima osservazione. Alcune delle popolari oggetto dello studio (Banco Popolare, BPER, UBI e BPM) hanno nel tempo assorbito altre banche. Si pensi ad esempio al Banco Popolare che nel tempo ha conquistato e deglutito Banca Popolare Novara, Popolare Lodi, le Casse di Lucca e Pisa, il Banco San Gimignano e Creberg. Quindi nei passati processi di aggregazione le ‘sinergie’ avrebbero già dovuto realizzarsi e sostenere ROE e redditività. Invece… i bilanci sono andati comunque in rosso per motivi diversi. Una ragione in più per prendere con il beneficio del dubbio i grafici che vengono forniti nello studio. A posteriori credo si possa dimostrare che i risparmi ci sono stati ma mai nella dimensione e nei tempi in cui erano stati previsti. E non si trattava di fusioni, ma piuttosto di vere e proprie acquisizioni.

Ristrutturare e poi acquistare da posizioni di forza

Penso che queste annotazioni possano bastare per supportare la mia convinzione che un valzer di M&A (soprattutto in una situazione in cui nessuna popolare accetterà di essere acquisita e schiavizzata dall’altra), non sia la scelta più efficace nell’attuale momento storico. Non nego in futuro che la crescita dimensionale possa servire alle maggiori popolari, ma ritengo che per le banche popolari sane sarebbe più opportuno aderire alla riforma accelerando la riorganizzazione degli affari interni, a partire dal processo del credito problematico e normale, per riprendere il cammino della crescita. Un esercizio non facile che permetterà nei prossimi due anni di distinguere le banche migliori da quelle più lente e incapaci di rinnovarsi. Solo a quel punto sarà opportuno tornare a parlare di acquisizioni (non più di fusioni) con più trasparenza su chi comanda e impone le scelte organizzative.

Indubbiamente le fusioni bancarie sono il paradiso di investment bank e impegnano consulenti ingaggiati per anni a gestire le integrazioni. Ma l’interesse dei soci è nella reale crescita di valore, per questo andrebbe detto che fusioni affrettate e basate solo sulla paura (teorica) di essere preda di banche estere possono avere lo spiacevole effetto di rendere le banche popolari estremamente lente e distratte, di perdere il contatto con i clienti, di camminare proprio nell’attimo in cui serve correre e trasformarsi. Perché le fusioni come le bugie hanno le gambe troppo corte.

Articolo di F_Bolognini – ripreso da linkerblog.biz

Azionariato popolare delle banche un vero relitto del passato

L’azionariato popolare delle banche italiane si è di fatto ufficialmente chiuso nel 2016. In epoche passate centinaia di migliaia di piccoli soci investivano nella banca cooperativa del territorio ottenendo in cambio: a) un diritto a intervenire nella gestione indipendente dalla dimensione del proprio investimento; b) la percezione di mettere i propri risparmi a vantaggio della comunita’ locale; c) alcune condizioni di favore nell’accesso al credito e nelle transazioni bancarie; d) nelle sole Popolari non quotate in Borsa, un profilo rischio-rendimento (sia atteso che effettivo) che per decenni e’ stato abbastanza vicino a un free lunch: volatilita’ pressoche’ nulla (e solo al rialzo!) e rendimenti totali (capital gain piu’ dividendi) spesso superiori rispetto a quelli dei titoli di Stato esposti alle oscillazioni dei mercati (anche se al riguardo servirebbero misurazioni puntuali).

Nel giro di pochi anni le banche popolari con attivi maggiori di 8 miliardi di euro saranno delle societa’ per azioni, tipicamente aggregate tra di loro e quotate in Borsa (anche quelle che non lo sono attualmente). Nel loro capitale entreranno grandi investitori italiani ed esteri, che domineranno le rispettive assemblee. E’ prevedibile che da una parte diminuira’ il numero dei piccoli soci, e dall’altro scendera’ il livello del loro coinvolgimento con la banca partecipata.

Il vero fisico bancario non e' ancora iniziato ma non manca molto

Per fare un paragone, si pensi che Intesa Sanpaolo, risultato della fusione di varie banche nazionali e “di territorio”, ha circa tre volte il numero di soci della Popolare di Vicenza e di Veneto Banca (rispettivamente 313mila secondo il “Calepino dell’azionista” di Mediobanca contro 117mila e 88mila), ma è più grande di circa 12/16 volte,  in base ai crediti verso la clientela (339,1 miliardi contro 28,1 e 23,8) e al patrimonio netto (44,7 miliardi contro 3,7 e 2,7). D’altra parte, alle ultime assemblee di Popolare Vicenza e Veneto Banca hanno partecipato rispettivamente 7.793 e 7.412 soci. All’assemblea di approvazione del bilancio dello scorso anno di Intesa Sanpaolo erano presenti (in proprio o per delega) appena 3.227 soci.

Quali conseguenze per le scelte di portafoglio dei risparmiatori? Credo che i cambiamenti descritti serviranno a fare maggior chiarezza. Gli investimenti azionari sono rischiosi, e lo sono ancora di più se effettuati in titoli di singoli emittenti, anche se si tratta di banche. Essi possono trovare legittimamente posto nel portafoglio di milioni di risparmiatori che ne hanno le caratteristiche di adeguatezza tramite strumenti diversificati come i fondi comuni, i fondi pensione e gli ETF, scelti con l’aiuto di consulenti finanziari qualificati.

Questi investitori istituzionali possono tra l’altro essere assai più efficaci nella tutela degli interessi di tutti i soci. Da un punto di vista strettamente finanziario, l’azionariato popolare ha e avrà sempre meno senso. Le informazioni da elaborare per costruire un portafoglio di singole azioni sufficientemente diversificato (una ventina) sono moltissime, e richiedono varie ore settimanali di impegno e studio, che sono al di fuori della portata della quasi totalità dei risparmiatori.

Fare il cassettista su una o due azioni scelte chissà come è poi una strategia messa a dura prova dall’aumento della complessità e della frequenza di eventi estremi dei mercati. Gli unici motivi per i quali l’azionariato popolare continuerà ad avere un senso saranno non finanziari, come il coinvolgimento emozionale nei confronti di una azienda o il senso di appartenenza a una comunità o a una rete. Ma proprio per le banche che diventeranno ex-popolari l’importanza di questi valori è destinata a ridursi.

Articolo di M_Liera – ripreso da youinvest.org

Sbloccare gli incagli forse converrebbe alle banche piu’ che rivenderli come NPL a qualche fondo speculativo

Lasciamo alle complicate alchimie tra il MEF, la Banca d’Italia e la BCE il parto cesareo della Banca per lo Smaltimento delle Sofferenze, ben sapendo che tutto si gioca sulla garanzia che lo Stato italiano potrà o non potrà concedere per avvicinare i prezzi di carico nei bilanci delle banche con i prezzi di mercato dei NPL.

Lasciamo alla stampa il godimento di proporre geometrie variabili nel risiko delle banche popolari, che cambia le coppie ogni giorno.  Superiamo l’imbarazzante catarsi delle assemblee delle stesse banche popolari in cui i piccoli soci di fronte a ingenti perdite, a svalutazioni dei titoli non quotati, hanno avuto modo chi di sfogarsi contro il management, chi di ricordare i fasti del passato, mentre pochi di loro si sono domandati quanti altri aumenti di capitale saranno ancora chiamati a sostenere.  Dimentichiamo per un secondo che una delle più vecchie banche del mondo, Monte dei Paschi di Siena, è stata rovinata a tal punto da non potere più avere un futuro indipendente. C’è qualcosa d’altro di cui penso si debba parlare in tema di credito.

La maggiore area di vulnerabilità del sistema bancocentrico italiano (lo ha detto anche l’IMF) sono le sofferenze, cioè i prestiti con bassa probabilità di rimborso, saliti da 40 a 180 miliardi negli ultimi 5 anni.

L’afflusso di sofferenze dal portafoglio crediti, soprattutto alle imprese, rallenta ma non si arresta e viaggia anche nel 1° trimestre 2015 a tassi superiori al 10% annuo. Il principale bacino di provenienza delle sofferenze sono i famosi ‘incagli‘ ora ridenominati ‘inadempienze probabili’. Concentriamoci sulla massa di incagli, pari a circa altri 100 miliardi: se dovessero tutti trasformarsi in sofferenze avremmo un impatto durissimo sui conti economici delle banche che dovrebbero accantonare altri 30-40 miliardi di profitti/utili/capitale a copertura delle perdite per raggiungere il livello voluto dalla BCE, attorno al 60% del valore facciale. Se sulle sofferenze c’è ben poco da fare per riportare i debitori alla solvibilità totale, sugli incagli c’è invece molto da fare e nulla andrebbe lasciato intentato. Salvo i casi -temo numerosi- in cui si sta ancora etichettando come incaglio una vera e propria sofferenza.

La qualità e la traiettoria delle banche italiane verso il risanamento ha molto a che fare con la gestione degli incagli, con la loro dimensione e con i flussi di spostamento. Per questo motivo consiglio di guardare i dati espressi dal bilancio 2014 per questi numeri critici e apprezzare quanto ampie siano le differenze tra banca e banca.

Ma molto piu' difficile pero'!

Le differenze sono palpabili. Banco Popolare e Popolare Vicenza hanno uno stock più elevato e rischioso di incagli, mentre UBI Banca e BPM mostrano numeri molto più contenuti. La media del gruppo è a livello 7,2%. il totale delle 8 banche fa 25,5 miliardi dei 100 totali.

Ancora più segnaletico, a mio avviso, il dato di flusso, in totale quasi 9 miliardi ‘freschi’, nel particolare molto basso per Popolare Bari e UBI Banca, preoccupante per Banco Popolare e BPER che hanno visto in un solo anno rispettivamente il 4,3% e il 3,7% del loro ‘buon’ portafoglio crediti diventare altamente rischioso.

Che si tratti di revisioni tardive o regolari il fatto che il 4% dei prestiti si avvii sulla strada dell’insolvenza deve fare riflettere sull’intero processo di concessione e di gestione del credito. Raramente gli effetti cessano in un solo anno, più probabilmente queste stesse banche hanno un rischio più elevato di subire nuovi ingressi di crediti problematici e comunque i due dati insieme stanno ad indicare quanto sforzo all’interno della banca deve essere indirizzato a spegnere incendi, invece che a costruire buone storie di intermediazione creditizia e buoni profitti. Nei nuovi piani industriali ci sono e ci saranno pagine nuove dedicate al miglioramento dei processi di monitoraggio del credito. Sin qui i programmi attuati hanno funzionato abbastanza male, le azioni proposte in passato inefficaci.

Ci saranno o non ci saranno le conclamate sinergie nelle future fusioni tra banche popolari? Non so, in passato s’è visto pochino, ma è certo che per chi ha intenzione di sposarsi un occhio a questi numeri dovrebbe fare capire qualcosa di più del futuro a cui vanno incontro. Gestire e riportare gli incagli allo stato di bonis è assai faticoso, soprattutto se chiusa una falla se ne aprono due.  Perché molte volte la qualità è più importante della quantità e del numero.

Il mio parere è che nell’attività di sminare gli incagli sia nascosto ben più valore in miliardi di capitale risparmiabile che non nel taglio dei costi e delle persone, quello che i grandi consulenti strategici hanno elegantemente nascosto sotto la parola ‘sinergie’.

Articolo di F_Bolognini – ripreso da linkerblog.biz

Un vero assalto di lupi famelici alla diligenza

Chi ha veramente da guadagnare nella trasformazione delle banche popolari in Spa

Non potevano mancare polemiche e dietrologie per individuare chi abbia ispirato il blitz del governo che costringerà le banche popolari italiane a modificare la struttura cooperativa per diventare società per azioni a tutti gli effetti.

Lasciando il compito di indagare sui movimenti anomali dei titoli quotati alla CONSOB, possiamo indicare senza timore di smentita a chi faccia sicuramente piacere la decisione del governo sulla trasformazione delle banche popolari:

1. BANCHE D’AFFARI. Con la compagnia di Mediobanca e forse BANCA IMI, tutte le investment bank estere guardano alla novità con l’acquolina in bocca. Proporre combinazioni e fusioni direttamente alle banche o comparire in perfetto completo gessato per consegnare book orizzontali elegantemente rilegati a investitori istituzionali di tutto il mondo e sollecitare la loro entrata nella mano di poker poco cambia, in entrambi i casi essere chiamati a gestirle significa spartirsi piatti ultra-milionari di commissioni e incassare bonus da favola. La parola ‘consolidation’ è musica per gli specialisti delle fusioni nel settore bancario, che staranno già lavorando sulle ipotesi possibili.

2. ANALISTI DI BORSA italiani e internazionali. Non troppo lontano dagli uffici dei ‘rain-makers’ del M&A, e spesso nelle stesse banche, centinaia di oscuri ma preparati analisti stanno freneticamente producendo ricerche griffate sulle probabili combinazioni tra banche popolari e tra alcune di queste e MPS o Carige. Quintali di carta, calcoli e previsioni basate sull’idea che qualcuno compri qualcun altro e che le 10 banche diventino finalmente soggette alle regole del mercato borsistico internazionale, senza limiti di voti bloccati. Un sogno che si avvera e che costringe anche Veneto Banca e Popolare Vicenza alla quotazione in Borsa (altre ricerche, altre commissioni).

3. GESTORI PATRIMONIALI e custodi del risparmio degli italiani che ora -sulla scorta delle analisi sfornate dalle principali case di ricerca- hanno qualche argomento nuovo e piccante da discutere con i clienti VIP, per sollecitare qualche posizione lunga o corta d’investimento e magari qualche versamento aggiuntivo di fondi. Ultimamente si stavano annoiando con i tassi così bassi, i troppi rischi sugli emerging market; grazie a Renzi e Draghi con i suoi 60 miliardi di acquisti al mese ora possono prendere il telefono e fare due proposte ai clienti su argomenti vicini a casa.

4. AVVOCATI D’AFFARI, da questa possibile ondata di affari e combinazioni bancarie usciranno trionfatori con parcelle stratosferiche un manipolo di avvocati italiani, anche se in studi con nomi anglosassoni, chiamati a stilare complicati accordi e strutturare impianti legali di operazioni finanziarie, di emissioni di titoli o cartolarizzazioni che sono attese in accelerazione.

5. FONDI HEDGE SPECULATIVI, quasi tutti con sede all’estero che preparano le munizioni da utilizzare per costruirsi posizioni di trading di breve o brevissimo periodo e sfruttare le voci sui titoli più volatili a cominciare da MPS che non alcuna possibilità di autonoma sopravvivenza e perciò nelle braccia di qualcuno prima o poi deve cadere.

6. GLI SPECIALISTI DELLE SOFFERENZE, fondi esteri e fondi italiani liquidissimi e pronti a investire acquistando in Italia. Guidati da ex-investment bankers che hanno i canini affilati ben sapendo che le 10 banche popolari devono prima o poi liberarsi del fardello di sofferenze (chiamate pomposamente Non Performing Loans) a prezzi interessanti per fare ritorni sul capitale del 50%. Un affare che giustifica un lungo corteggiamento, come è evidente nel caso del recupero del relitto di Banca Marche, che sta richiedendo molto più tempo del previsto. E dietro a loro altri specialisti del recupero crediti, chi per strutturare i veicoli necessari e altri avvocati che riceveranno tonnellate di incartamenti per recuperare in tribunale i crediti.

7. i TRADER FAI-DA-TE che hanno finalmente argomenti succulenti per discutere e sfidarsi a chi la sa più lunga sui tanti forum online che popolano la rete.

Sul carro di chi si frega le mani per i prossimi 18 mesi c’è sicuramente qualche altro personaggio da aggiungere, ma questi bastano per capire quanto la riforma delle popolari sia distante dall’economia reale e piaccia molto al mondo della finanza.  A cui francamente di tutta questa manfrina del credito alle piccole imprese e alle famiglie importa davvero poco.  Degli articoli a difesa dell’ecosistema delle microimprese famigliari si fanno sicuramente sonore risate a Londra.

A scanso di equivoci non c’è alcun giudizio di valore negativo o tentativo di demonizzare i personaggi descritti. Tutte queste categorie professionali appartengono a un mondo vero, che muove masse di denaro. Sono meccanismi necessari, l’altra faccia del mondo, quello della finanza, senza la quale nemmeno la sciacquata di liquidità da 1000 miliardi che Draghi sta immettendo nel circuito arriverebbe mai all’economia reale.

Perciò quando politici e giornalisti accostano il problema delle banche popolari a quello, decisamente molto più faticoso, della sopravvivenza delle piccole imprese anche grazie al credito bancario, non si scordino di fare i conti con chi oggi fa festa.

Articolo di F_Bolognini – da linkerblog.biz