Le piccole aziende si ribellano ma le banche non tornano indietro sul credito

C’e’ grande confusione nel mondo del credito bancario in Italia. Dopo una lunga intervista del CEO di Intesa SanPaolo Messina al Corriere della Sera, che proietta un’immagine rilassata e ottimista della sua banca, il presidente nazionale di Confartigianato Imprese Giovanni Merletti replica a muso duro e consegna alle agenzie di stampa una ricerca che mostra la continua riduzione del credito al suo popolo degli artigiani.

Opinioni a confronto

Carlo Messina: «Per quello che ci riguarda non abbiamo mai chiuso le porte del credito. Quest’anno, nel primo trimestre abbiamo concesso 8 miliardi di credito a medio lungo termine, nel secondo 11 per un totale di 19 miliardi. In tutto il 2014 i miliardi erogati erano stati 27. C’è una forte crescita della domanda di credito. Noi, da soli, garantiamo finanziamenti all’economia quanto tutte le altre banche italiane. E nel 2015 supereremo la soglia prevista di 37 miliardi»

Risponde Merletti: “Le dichiarazioni di ottimismo delle banche italiane – sottolinea Giorgio Merletti, Presidente di Confartigianato – si scontrano con la realtà vissuta dagli imprenditori. Noi, il rilancio dei prestiti alle imprese non lo vediamo ancora: del resto, 106 miliardi in meno di finanziamenti negli ultimi 4 anni la dicono lunga su quanto c’è da recuperare. Soprattutto per gli artigiani e le piccole imprese il denaro rimane più scarso e più costoso rispetto a quello erogato alle aziende medio-grandi e in confronto a quanto avviene nella media europea. Un presupposto fondamentale per la ripresa consiste nella fiducia che le banche accordano ai progetti di investimento degli imprenditori. Sarà stantia, ma resta vera, la battuta che ‘se il successo di Bill Gates fosse dipeso dalla valutazione del nostro sistema bancario, forse sarebbe ancora …..nel garage nel quale iniziò la sua attività da artigiano!”.

Non le manda a dire Merletti, la sua uscita è stata esasperata dalle dichiarazioni di Intesa. Perché il popolo dei piccoli imprenditori si sta rivoltando contro le banche proprio ora che la stretta del credito sta progressivamente riducendosi?  E’ presto detto: le associazioni dei piccoli stanno registrando evidenti segnali di discriminazione ‘dimensionale’. I tassi applicati alle piccole imprese flettono più lentamente di quelli applicati alle medio-grandi e i bancari uscite dalle tane del loro lungo letargo stanno frequentando mediamente di più le medie imprese a cui offrire prestiti a buon mercato, molto meno volentieri i piccoli artigiani. Di fatto di statistiche e numeri che mostrino la propensione verso i piccoli se ne vedono pochi.

Drammatica la situazione di molti piccoli commercianti

Dal canto loro le banche rinunciano a replicare a brutto muso che con quei bilanci striminziti il costo del capitale imposto sulle micro-imprese dal meccanismo di vigilanza è elevatissimo  e non consente sconti, anzi. Tantomeno se la sentono di raccontare che se si tratta di investire tempo a capire gli aspetti qualitativi e i business plan sperando di ‘taroccare’ il voto che esce in modo meccanico dalla macchina del rating, lo sforzo non vale la pena per un finanziamento di €50.000, ma ne serve 10 volte tanto. Quindi ai piccoli trattamento standard e prezzi altissimi, che spesso superano il 10%.  Valga come test il racconto che ho raccolto recentemente dall’ ex-AD di una grande impresa, che avendo acquistato una piccola impresa, è diventato piccolo imprenditore ed è entrato di persona nella filiale di una banca lombarda rimanendo allibito dal trattamento ricevuto dal Direttore alla richiesta di un ampliamento del fido.

Per tutto quanto ho sempre raccontato con semplicità su queste colonne, non credo che le cose cambieranno anche se Messina e Merletti si sfidassero a singolar tenzone. Le banche medie e grandi non amano i piccoli e lo stanno dimostrando giorno dopo giorno, in larga misura mi aspetto che li abbandonino alle banche minori e ai nuovi giocatori, le piattaforme P2P che possono servirli a costi decisamente inferiori. Il credito resterà un problema, meno che in passato ma indietro le banche non tornano più.

Fonte: linerblog.biz – autore: F_Bolognini

 

Le modalita’ di concessione del credito bancario devono essere trasparenti

Secondo molti analisti l’applicazione delle nuove norme di vigilanza europea sui crediti deteriorati finirebbe per danneggiare ulteriormente il credito disponibile per le imprese italiane. La spiegazione è squisitamente tecnica, ma la sua rilettura lascia più di un dubbio sul nuovo “allarme credito”  e sui ‘fattori subdoli’ guarniti da una vena di tipico vittimismo italiano:

In sostanza i Regulators hanno imposto alle banche di prestare particolare attenzione sia alle domande di rinnovo dei prestiti, sia alle richieste di rivisitazione delle condizioni provenienti da soggetti in difficoltà finanziaria. Qui il problema deriva dal rischio che alcune posizioni, magari anche catalogate in “bonis” (ossia prive di anomalie), in realtà siano artificialmente tenute in vita solo grazie ai continui rinnovi degli affidamenti concessi nonostante la evidente difficoltà finanziaria del prenditore.

Secondo le nuove norme, gli Istituti sono ora tenuti a verificare sia l’esistenza di una difficoltà finanziaria in capo al cliente, sia la presenza di una richiesta di intervento configurabile come misura di tolleranza (rinnovo del fido in scadenza, riduzione dei tassi, allungamento dei tempi etc). In presenza di ambedue i fattori (in prospettiva si terrà conto nell’esame anche dell’adeguatezza dei flussi di cassa previsionali) la banca dovrà evidenziare la linea di credito “incriminata” e marchiarla come credito forborne. (fonte formiche.net)

In pratica si dice che se c’è un’azienda in difficoltà e il suo credito sta andando verso la sofferenza e richiede (come per la Grecia) una rinegoziazione basata su concessioni di qualsiasi tipo, la banca deve evidenziare il credito in una categoria speciale. Una seconda modifica imposta dalle nuove norme di classificazione dei crediti influenza la valutazione degli accantonamenti che le banche devono fare a fronte di crediti deteriorati.

ma tutte queste regole reggeranno al grande collasso che prima o poi arriverà?

In buona sostanza gli istituti, per quanto riguarda le posizioni deteriorate, non potranno più basarsi semplicemente su tabelle di accantonamenti percentuali standard più o meno accettate dalla vigilanza, ma dovranno stimare, con maggiore aderenza alla realtà, la perdita effettivamente attesa sulla posizione esaminata. Ed è proprio su questa perdita attesa (calcolata anche sulla scorta di modelli già validati da Banca d’Italia) che gli istituti dovranno poi effettuare accantonamenti adeguati che, in molti casi, si riveleranno decisamente più pesanti rispetto al passato.

Ora entrambe richieste sembrano più che logiche e ci sarebbe semmai da chiedersi come in passato le banche abbiano potuto ignorarle e comportarsi diversamente. Se un credito è cattivo o rischioso, qual’è lo scopo di continuare a fingere che non lo sia lasciandogli l’etichetta ‘bonis’? E per quale motivo le banche non dovrebbero stimare le perdite con maggiore precisione, facendo anche riferimento alle garanzie sottostanti evitando il distacco tra valori reali e valori di libro evidenziatisi nel problema sulla cessione delle sofferenze?

Questo lamento sul trattamento punitivo delle banche italiane e l’uso del credito all’economia e agli imprenditori come pretesto delle banche per protestare (‘meno credito alle imprese’) non hanno sempre fondamento a mio avviso.

 

In conclusione: il credito e le sue valutazioni sono un fatto di grande trasparenza verso i soci e anche verso i clienti di tutte le banche a cui si è chiesto di fidarsi e in tanti casi di diventare soci. E’ un impegno anche verso i buoni clienti che non devono mai pensare di pagare per i cattivi e per i cosiddetti ‘amici’.

Biasimare regole troppo penalizzanti sulla classificazione dei crediti in arrivo dalla BCE andrebbe fatto solo in presenza di motivi solidi e dopo avere riflettuto su quanto è avvenuto nei bilanci di molte banche.

La trasparenza ha un costo, certo, ma nel lungo periodo è un investimento che sui mercati finanziari ha un ottimo ritorno.

Fonte: linkerblog.biz – autore: F_Bolognini

Anche se vediamo quando si parla di andare fuori fido..

Le grandi piattaforme estere di prestito online in rotta di collisione con le banche italiane

Da anni oramai parliamo su questo sito della vulnerabilità delle banche italiane all’ingresso delle grandi aziende dell’e-commerce mondiale e delle piattaforme fintech. Adesso è ora di affrontare il problema: Amazon e PayPal hanno annunciato l’intenzione di aprire sistemi di finanziamento e di servizio del commercio delle piccole imprese italiane:

“Il servizio Amazon Lending lanciato nel 2012 fino ad ora era limitato al mercato Usa e Giappone. Entro quest’anno si espanderà in altri otto paesi: oltre all’Italia, c’è il Canada, la Francia, la Germania, l’India, la Spagna, il Regno Unito e la Cina. Paese del rivale Alibaba, di proprietà del miliardario Jack Ma, che offre già, infatti, un servizio simile. […]

Secondo alcune indiscrezioni, il servizio di Amazon offrirà prestiti da tre a sei mesi ai venditori terzi della piattaforma per un ammontare che va dai mille ai 600mila dollari. I guadagni arrivano da un doppio binario: gli interessi sui prestiti che vanno dal 6 al 14 per cento, e una garanzia dal rientro dei capitali sulle vendite effettuate tramite il Marketplace, lo spazio destinato ai venditori terzi che al momento rappresenta il 40 per cento delle vendite dell’intero sito di eCommerce.” (fonte il Giornale.it)

Paypal si allarga dal mondo dei pagamenti a quello dei finanziamenti, era logico era prevedibile e chi ha pensato che l’Italia sarebbe stata esentata da questo attacco non ha compreso che la diffusione della micro impresa è proprio il terreno ideale per impiantare sistemi alternativi alla banca in un momento nel quale il rapporto tra banche e piccole imprese sul credito è ai massimi livelli di tensione:

“PayPal lancia in Italia PayPal PassPort , un sito realizzato per informare e dotare le piccole imprese di strumenti efficaci per espandere le proprie vendite a livello globale. La piattaforma fornisce indicazioni specifiche per paese riguardo a picchi di vendita stagionali, come festività ed eventi particolari; abitudini culturali; tabù e tendenze; trasporto e distribuzione logistica; cambio valuta, commissioni, procedure doganali e tasse.

Su PayPal PassPort è inoltre possibile acquistare e vendere modelli in tutto il mondo e attraverso i corridoi commerciali principali, offrendo una risorsa unica alle piccole imprese che stanno cercando di espandersi in nuovi mercati. La piattaforma dispone anche di uno strumento per la gestione del trasporto sofisticato ma facile da usare, che consente alle aziende di stimare in modo semplice e accurato dazi doganali, imposte e tasse internazionali per le spedizioni nella valuta da loro scelta.”  (fonte La Stampa.it)

Come ho spiegato più volte, le banche hanno sottovalutato la possibile minaccia nel settore finanziario da parte dei nuovi operatori e sono impreparate a gestire la concorrenza di operatori così agili e senza problemi di capitale disponibile. I prossimi anni ci diranno se questa nuova concorrenza porterà dei reali cambiamenti nelle strutture del Bel Paese.

Fonte: linkerblog.biz – autore: F_Bolognini

Il futuro del credito alle famiglie e alle piccole imprese non passa per le banche

Cresce il dubbio che nel settore bancario spesso si parli dei problemi sbagliati: il credito che si prevede ritorni ma poi continua a mancare, le fusioni affrettate delle banche popolari per evitare che siano scalate da banche straniere speculatrici, le fondazioni bancarie dentro o fuori e via così. E’ tutta qui la prospettiva di cambiamento del settore?

Se l’argomento è il futuro del settore bancario, se l’argomento ancora più critico  è la cinghia di trasmissione del risparmio a chi del risparmio ha bisogno (famiglie e imprese) non dovremmo prendere maggiore coscienza di quanto sta avvenendo in USA -normalmente 10 anni avanti all’Italia in mercati finanziari- non dovremmo guardare oltre ai giardinetti un po’ appassiti del nostro sistema finanziario?

Mentre alcuni si prodigano in acrobatiche difese del territorio e delle sue imprese (ma gli impieghi continuano a scendere…), mentre il sistema bancario per bocca del suo portabandiera ritiene di ‘avere fatto quasi un miracolo‘ in questi anni di credit-crunch, in USA i due principali marketplace di prestiti a privati e a piccole imprese firmano accordi di collaborazione. Dopo quello già citato di Lending Club con Alibaba, ieri PROSPER MARKETPLACE e ONDECK hanno unito le forze per conquistare una fetta ancora più grande del business del credito, una volta monopolizzato dalle banche:

Prosper, which through its platform offers consumers access to fixed-rate, fixed-term personal loans between $2,000 and $35,000, and OnDeck, which offers small businesses loans between $5,000 and $250,000 as well as business lines of credit, will be close integrated partners in the peer-to-peer space.

“This partnership gives Prosper Marketplace’s customers access to more options for credit now and creates a great platform for the future,” said Aaron Vermut, CEO, Prosper Marketplace. “Prosper Marketplace is focused on delivering access to a consumer-friendly personal loan product that offers people fair, competitive rates. We are excited to work with an industry leader like OnDeck to help our customers that are looking for loans for their small businesses.”

“OnDeck is 100% focused on helping small businesses meet their capital needs,” said Noah Breslow, CEO, OnDeck. “Our partnership with Prosper Marketplace, a like-minded technology innovator, will enable us to offer more small businesses a seamless experience to meet their financing needs.”

Poca cosa? Giudicate voi: da soli Prosper ha già intermediato 3 miliardi di $ con una crescita del 350% nel concedere finanziamenti ai privati e OnDeck ha già prestato oltre 2 miliardi alle piccole imprese americane. Quotata in borsa è oggi in grado di approvare un credito a una piccola impresa in pochi minuti ed erogare i fondi in giornata. Compete con banche che per lo stesso processo impiegano settimane o mesi (in Italia). E’ in grado di impacchettare i prestiti erogati, fare cartolarizzazioni e consegnare agli investitori ciò che cercano, diversificazione e rendimenti, mentre le banche italiane non hanno ancora concluso una sola operazione di cartolarizzazione dei prestiti alle PMI.

Prosper, OnDeck e tutte le altre piattaforme disintermediano un sistema di banche US che appare costoso e inefficace, portano il risparmio direttamente e velocemente nelle tasche di che ne ha assoluto bisogno e buone possibilità di restituirlo. E volano.

NEW YORK – AmeriMerchant, a leading financial technology/data company providing alternative lending solutions to small and mid-sized businesses (SMBs), today launched Version 2.0 of their online application that allows SMBs to apply for working capital solutions with real-time decisions in 60 seconds or less.

Ma qui tutto questo cambiamento non è ancora stato compreso più di tanto: i CEO delle banche italiane ne parlano pochissimo (forse non ne conoscono ancora molto), si parla di digitale con troppa vaghezza. L’impressione è che nei nuovi piani industriali si stia preparando il consueto intervento di lifting senza convinzione e senza andare a intaccare veramente le tecnologie (obsolete) e i processi (farraginosi). Chi ha espresso la voglia di disfarsene e ricominciare? Poi ci sono anche stimati professori universitari (non me ne vogliano ma datati anche loro…) che hanno emesso la loro sentenza alla domanda se il ‘Fintech sia una vera minaccia per le banche?’:

Anche se i cambiamenti in atto sono piuttosto profondi, i nuovi attori che stanno entrando sul mercato bancario-finanziario probabilmente non riusciranno ad avere un impatto realmente disruptive e a prendere il posto degli incumbent. I pericoli maggiori per i grandi provengono, invece, dalle Over-The-Top. (prof. Bertelè, Università del Politecnico di Milano su ICT4executive)

Personalmente credo che sia Bertelè a sbagliarsi, non tanto sugli Over-The-Top (Amazon, Google…) ma sull’onda di avanzata dei marketplace e delle piattaforme web che è irreversibile e destinata a riconfigurare l’intero settore bancario. Recentemente lo ha detto il CEO di JPMorgan, Jamie Dimon, proprio mentre qui i presidenti di banche popolari auspicano fusioni amichevoli di sportelli sovrapposti e consegnano ai soci un bilancio poco esaltante.

Il venture capital internazionale, il private equity, la borsa, gli investitori istituzionali, i fondi pensione stanno tutti convogliando ingenti capitali sui nuovi marketplace avendone percepito le enormi potenzialità di crescita e la totale rivoluzione di efficienza. C’è alle porte un nuovo futuro per la finanza ed è bene che anche in Italia si cominci a ragionarci più seriamente. Non solo qui.

e probabilmente Amazon la mettera' in quel posto a tutti..

Articolo di F_Bolognini – ripreso da linkerblog.biz

Come riuscire a salvarle?

La disastrosa situazione economica delle banche italiane

Aggiornamento 2016 – I problemi che stanno investendo il mondo della finanza e del credito negli ultimi anni e la recente situazione fallimentare di alcune banche locali con conseguenti drammi sociali, vengono visti e commentati con una miopia sconcertante, incapace di capire le vere cause che ci hanno portato ad essere ostaggio di un modello socioculturale collassato.

Le vere radici di questo disastro culturale, sociale e finanziario dipendono dal ruolo che la finanza con epicentro a Wall Street ha cominciato ad assumere nel tempo diventando sovraordinata all’economia reale e totalmente deregolamentata. Il vento della finanza sull’economia reale è stato alimentato da decenni di deregolamentazione, preparati dai Nobel degli anni novanta (Markowitz – la finanza innovativa, Lucas – i mercati razionali, Merton e Scholes – i derivati razionali) e dalla Federal Reserve (Fed) che nel 1999 ha contribuito ad abbattere il muro che con fatica Roosevelt aveva eretto per dividere il campo di attività delle banche d’affari dai tradizionali istituti di credito.

Alan Greenspan in quell’anno aveva condiviso l’abolizione della “Glass – Steagall Act” pensata da un italoamericano – Ferdinand Pecora, legale della commissione bancaria del Senato Usa al tempo della Grande Depressione – ed adottata dal governo Roosevelt nel 1933 per porre un freno alla speculazione finanziaria che aveva creato la Grande Depressione. La legge aveva due finalità determinanti per stabilizzare i mercati finanziari e teoricamente, rafforzare il ruolo della Fed a controllore come la sua finalità istitutiva le aveva assegnato. La prima finalità della legge era l’istituzione del “Federal Deposit Insurance Corporation” per garantire i depositi e prevenire le possibili corse agli sportelli in caso di panico dei risparmiatori.

La seconda era funzionale a separare l’attività delle banche d’affari e gli istituti di credito tradizionali per evitare che le due attività non fossero contemporaneamente esercitate dallo stesso intermediario ed evitare che l’economia reale fosse esposta alla pura speculazione finanziaria. I fatti che avevano generato la Grande Depressione erano legati all’eccesso di attività speculativa collocando la finanza sopra l’economia reale, erodendo i risparmi esattamente come si sta verificando oggi. Roosevelt, anche con la collaborazione di Keynes, aveva avviato un percorso virtuoso che sarebbe servito a ricomporre il sistema sociale frammentato e preparare il grande sviluppo del dopoguerra fondato sull’economia reale, chiudendo così con una speculazione fine a sé stessa.

L’abrogazione della “Glass-Steagall Act” che separava l’ambito di attività delle due differenti categorie di banche avviene nel 1999, sostituita dalla “Gramm-Bliley Act”, ricreando le condizioni che avevano portato alla Grande Depressione, scatenando la bufera finanziaria con i derivati i subprime e tutto il resto dell’armamentario di una finanza tossica ed amorale.

Greenspan deregolamentò i derivati e gli altri prodotti tossici come i subprime perché li considerava “un’innovazione finanziaria positiva per il funzionamento del libero mercato, “vantaggiosi” per i consumatori (!) e senza conseguenze”. Infatti “la crescente deregulation – affermava – sarebbe stata temperata dalla “razionalità” (inesistente) dei mercati”. Come si è puntualmente visto, quando un organo ufficiale come la Fed legittima l’attività speculativa fine a sé stessa alimenta nei mercati aspettative di crescita infinita ed illusoria, a quel punto il mercato dei derivati è esploso.

La strada dell’occupazione della finanza e delle banche d’affari era già stata preparata nel 1971 quando gli Usa, unilateralmente, dichiararono finito il tempo della convertibilità del dollaro in oro, 20 dollari ogni grammo d’oro. La moneta venne sganciata dall’economia reale potendo assumere un volume non controllato e quindi infinito. Da lì il percorso è stato breve e devastante perché la finanza è diventata dominante sull’economia reale dando a tutti l’impressione di essere nel campo dei miracoli, esattamente quello che il gatto e la volpe indicano a Pinocchio per sotterrare le monete d’oro e far crescere la pianta dello zecchino d’oro.

Il fine della massimizzazione del profitto ha giustificato sia la “deregulation” che un liberismo sfrenato che alla fine fa vincere i più forti – non i migliori – e fa perdere gli altri. Un liberismo senza regole eretto come fine ha fatto saltare tutti i controlli giustificando la normalizzazione di comportamenti illeciti. Le immagini del crollo della Lehman nel 2008 erano solo la punta dell’iceberg come si è poi visto e si sta vedendo; i controllori sono diventati collusi con i controllati e così è saltato tutto. “Quis custodiet ipsos custodes?” scriveva Giovenale nelle “Satire”, ed oggi siamo sempre lì perché la natura dell’uomo non è mai cambiata. Quel modello di finanza ha consentito alle banche d’affari di riprendere il ruolo speculativo alimentato dal mantra “creare valore per gli azionisti” che fino al 1999 era stato mitigato dalla “Glass-Steagall Act”. Il neoliberismo finanziario ha poi separato il capitale dal lavoro delocalizzandolo per rincorrere l’infinito aumento dello stesso e la ricchezza dai Paesi collocandosi in una dimensione sovranazionale.

I mercati finanziari sono stati trasformati in un casinò dalla speculazione che compra e vende in continuazione; il “trading” ad elevata frequenza è diventato un commercio elettronico basato su modelli matematici che prendono le decisioni in un mondo infinito dove le scommesse non s’incrociano mai con la realtà finita ma finiscono sempre per distorcerla al fine di orientare e manipolare i mercati, e creare le condizioni di debolezza finanziaria con un progressivo processo di indebitamento globale per tenere sotto scacco le politiche e le decisioni globali. “Quando lo sviluppo del capitale di un Paese diventa un sottoprodotto delle attività di una casa da gioco, è probabile che vi sia qualcosa che non va bene” ricordava nel 1931 Keynes, ma l’avidità dell’uomo ha sempre la memoria corta.

La finanza d’affari e la cultura del mercato hanno scardinato il sistema americano e poi hanno invaso come uno tsunami gli altri Paesi, a partire dalla vecchia Europa la cui cultura era opposta perché legata al sistema di welfare e non a quella del mercato come gli Usa. I burocrati di Bruxelles non hanno capito, o voluto capire, l’onda dello tsunami che stava per arrivare ed hanno subìto passivamente la colonizzazione culturale che andava contro la storia cancellandola con un colpo di spugna. L’onda ha poi colpito il nostro Paese in cui la cultura millenaria del risparmio, del “metti il fieno in cascina”, dell’economia reale e delle banche “retail” – le Casse di Risparmio – avevano consentito la tenuta fino ad allora.

La cultura dominante è diventata verità assoluta da non mettere in discussione, da imitare stolidamente – i derivati di Stato del 1993 ne sono l’esempio evidente. Quella cultura, assunta in modo acritico, ha cominciato a produrre i primi danni a partire dalla più antica banca del Paese, il Monte dei Paschi di Siena, che in cinque anni di derivati ha vuotato il raccolto del risparmio fatto nei 450 anni prima. È saltata la linea che divideva le banche d’affari dagli istituti di credito tradizionali in un Paese che non aveva la cultura e le competenze per farlo; per incanto ci siamo trasformati da artigiani vincenti straordinari in finanzieri perdenti senza cultura e competenza a vendere prodotti governati ad altri.

Nessuno ha avuto il coraggio di provare a fare un minimo di autocritica, così i media hanno finito per fare di ogni erba un fascio accomunando nel termine di banca sia quelle che hanno mantenuto la vecchia strada innovandola continuamente e consolidandosi come nei fatti, sia quelle che hanno fatto e fanno risultato più con la finanza che con l’economia reale.

Oggi è necessario chiarire ai cittadini e regolamentare, nella loro libertà di scelta e per la loro tutela, la differenza che intercorre tra istituti preposti al credito ed all’economia reale che operano legati al territorio in una logica di lungo tempo e di conservazione del capitale, rispetto a quelli che propendono maggiormente ad una visione della finanza d’affari in una logica di breve o brevissimo tempo ed in un sistema globale ma con rischi più alti. È necessario definire in modo rigoroso le specifiche aree di attività e di prodotto per le differenti tipologie di banche ed infine le responsabilità correlate e farle rispettare senza continuare a fare come i polli di Renzo che continuano ad incolparsi a vicenda facendosi solo del male.

“Humanum fuit errare, diabolicum est per animositatem in errore manere” scriveva Sant’Agostino nei suoi “Sermones” (164, 14). Sbagliare è nella natura umana ma il perseverare nell’errore, per supponenza, è diabolico.

Fonte: opinione.it di Fabrizio Pezzani del 16.12.2015

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Qui di seguito l’articolo originale di questo post pubblicato nel 2013. Ed era gia’ tutto scritto!

Con grande presunzione il peggio deve ancora arrivare per le banche italiane, per i suoi azionisti ed anche per la loro clientela. Abbiamo già descritto questa estate il periodo di limbo finanziario che caratterizzerà i prossimi mesi sino ad inizio 2015 quando dovrebbe essere definitivamente predisposto il meccanismo di bail-in (in sintesi basta aiuti da Stato ed Europa alle banche in difficoltà, queste ultime dovranno arrangiarsi, individuando le risorse per il risanamento tra azionisti, obbligazionisti e correntisti).
Anche il 2014 si prospetta essere un anno molto caldo soprattutto per le banche sistemiche: sono quelle che a breve saranno vigiliate e controllate solo dalla BCE. Si definiscono banche sistemiche quelle realtà bancarie che detengono attivi superiori a 30 miliardi di Euro: in Italia al momento sono tredici, si va da Unicredit a Carige.
In molti mi scrivono per chiedermi se questa o quella banca è sicura oppure no: oggi il termine “sicuro” non ha più alcun significato, lo capiamo di riflesso proprio riflettendo sulle dinamiche che stanno caratterizzando due asset un tempo sicuri, l’immobile residenziale e i titoli di stato italiano. Per tentare di comprendere se una banca è “sicura” almeno sul piano della solidità patrimoniale possiamo fare embrionalmente affidamento proprio su un indicatore nato per misurarla.
Si chiama Core Tier 1 e presumo che molti di voi ne abbiamo sentito parlare spesso in questi ultimi mesi: questo quoziente rapporta il capitale di rischio e le riserve di utili non distribuiti al totale degli impieghi ponderati alla classe di rischio. Esprime in buona sostanza quanti mezzi propri ha la banca per far fronte ai prestiti che ha concesso: più alto è questo rapporto più la banca è solida e quindi in teoria almeno presumibilmente sicura.
Stando alle trimestrali del 30 Giugno 2013 la banca sistemica italiana con il Core Tier 1 più elevato è Ubibanca (12.70%), seguita da Intesa SanPaolo (12.00%), Unicredit (11.93%), Mediobanca (11.75%), MPS (11.70%), Banco Popolare (10.95%), Credem (9.56%), Popolare di Vicenza (8.11%), BPM (8.07%), Creval (7.98%), Popolare di Sondrio (7.76%), Veneto Banca (7.59%) e Carige (6.90%). Tanto per darvi un metro di paragone Banca Marche, che è stata commissariata il 25 Ottobre, ha un Core Tier 1 di 5.62% stando alla trimestrale del 30 Giugno 2013. Basilea III prevede che una banca sistemica debba avere almeno tale quoziente all’8% per avere la sufficienza scolastica. Il Core Tier 1 è all’origine del credit crunch: le banche attualmente stanno vivendo un processo di deterioramento della qualità del credito che obbliga a contabilizzare sempre più perdite per crediti inesigibili negli anni a venire.
Questo rapporto pertanto tende a diminuire a causa di una diminuzione del numeratore (perdite che intaccano il capitale di esercizio). Per rialzarlo sul piano matematico è necessario intervenire o su una diminuzione del denominatore (contrazione di fidi e prestiti) o in un aumento del numeratore (ricorso al mercato con aumenti di capitale).
Capite anche voi quale opzione è stata prediletta dopo i crolli di borsa che hanno caratterizzato i bancari negli ultimi cinque anni. Ricordo che questo quoziente consente alla banca di poter esistere in buona salute e di continuare a far fronte ai propri impegni, quindi essere solvibile nei confronti della sua stessa clientela (che si traduce per voi nella sicurezza dei vostri depositi).
Se potessi esercitare una qualche autorità nel panorama bancario italiano spingerei per promuovere la fusione delle due big italiane, Unicredit ed Intesa, in modo tale che questa operazione produca a breve un miglioramento reddituale e un contenimento degli oneri amministrati ed operativi della nuova realtà bancaria (pensate solo alla chiusura di tante doppie filiali). Dalla fusione, nascerebbe la seconda banca europea tra le prime dieci nel mondo sia per capitalizzazione che per assets detenuti con una presenza internazionale radicata in quasi tutto il pianeta.

La migliore redditività produrrebbe anche una migliore solvibilità che consentirebbe nuove politiche di erogazione del credito: inutile aggiungere che migliaia di attuali dipendenti dovrebbero essere gestiti come esuberi (nel momento in cui sto scrivendo si sta svolgendo la giornata nazionale di sciopero dell’intera categoria). Proprio su questo terreno comunque si svolgerà la selezione di mercato per gli operatori bancari, non si tratterà più solo di Core Tier 1 ma anche e soprattutto di strategia economica di crescita.

Il futuro di ogni banca sarà sempre più online e sempre meno sportello, questo significa che oggi gli istituti che hanno scelto di crescere prediligendo la dimensione fisica attraverso aperture o acquisizioni di nuove filiali saranno presto perdenti come modello di business a fronte delle nuove tecnologie con cui si potrà fruire la quasi totalità dei servizi bancari tradizionali (tra due anni arriveranno i Google Glass che sconvolgeranno l’attuale assetto di mercato dei servizi bancari rendendo praticamente medioevali i servizi erogati allo sportello).

Questo significa che le banche che avranno dedicato modesti investimenti per integrarsi con lo sviluppo delle nuove tecnologie mobili e digitali si troveranno presto in difficoltà sia sul piano della competitività che redditività dovendo gestire centinaia e centinaia di filiali fisiche che si trasformeranno per la maggior parte in generatrici di performance negative.

 

Articolo di Eugenio Benetazzo – testo ripreso da eugeniobenetazzo.com