Un film che racconta l'Italia meglio di tante altre cose

Le Banche e il Bitcoin due nemici destinati necessariamente ad incontrarsi

Immaginate un incontro, qualche anno fa, tra i rappresentanti di Blockbuster e i gestori di una piattaforma di BitTorrent. Da una parte una catena di negozi fisici che vende prodotti fisici, i dvd, e dall’altra un sistema di scambio dati peer to peer.

Da una parte gli accordi con le case cinematografiche, dall’altra l’indifferenza per il diritto d’autore. Da una parte una realtà fallita, con innumerevoli negozi chiusi e personale mandato a casa, e dall’altra una delle realtà che hanno cambiato il modo di fruire di film, serie tv e musica. Che cosa avrebbero potuto trovare in comune i due mondi? Una qualche forma di accordo avrebbe potuto salvare il vecchio mondo fisico e traghettarlo nella nuova era? È la domanda che ci si pone oggi, quando nel mondo sono in corso contatti tra due galassie lontanissime: le banche e gli esponenti del mondo Bitcoin e della blockchain, ossia della tecnologia che sta alla base dei Bitcoin e che promette applicazioni dirompenti in molti settori. Si tratta essenzialmente di sistemi distribuiti di verifica di informazioni, assicurati dalla messa in comune di hardware di numerosissimi utenti. Potenzialmente potrebbero automatizzare tutto quello che richiede una certificazione, dai passaggi di proprietà ai contratti. Questi incontri stanno cominciando ad avvenire anche in Italia, e non sono chiacchiere nei convegni. Sono accordi economici, che si basano su soldi (delle banche e di altri istituti finanziari) in cambio di informazioni. La posta in gioco è alta: per le banche si va dal trovare il sacro graal per tagliare i costi di funzionamento alla loro stessa sopravvivenza.

«Puoi venire domani, ma prima delle 16. A quell’ora arrivano i partner di Intesa Sanpaolo». Al telefono è Giacomo Zucco, un imprenditore dai tratti geniali. Con poca sregolatezza e molto coraggio. Classe 1983, studi in fisica, nel pieno di una carriera nella società di consulenza Accenture lascia tutto e fonda una serie di startup. «Mi sembrava tutto vecchio e tutto troppo specializzato», spiega. Negli anni segue tutti gli hype del momento, dalle stampanti 3D ai chip Nfc. Poi decide di concentrare gli sforzi sul mondo dei Bitcoin, la moneta virtuale nata nel 2009 che ha oscillato nella considerazione dell’opinione pubblica con variazioni paragonabili solo al valore degli stessi bitcoin: da pochi centesimi di dollaro a oltre mille, fino all’attuale valore di circa 420 dollari. Anche in questo caso le startup si moltiplicano, come una “farm” per estrarre bitcoin in Svizzera. Che significa? Ci arriveremo. Un anno fa contribuisce a creare una sorta di associazione di categoria, Assob.it, che raccoglie sì esponenti delle varie startup del mondo Bitcoin ma anche del mondo della finanza, come Banca Sella, e professori universitari. Il link non è banale, perché è una premessa di quello che succederà dopo. Nel frattempo Zucco fonda BlockchainLab, un misto di centro di ricerca e acceleratore di startup, con sede a Milano, nel centro di co-working e spazi di lavoro innovativi di via Copernico. Con sé, in uffici a vetrate nuovi di pacca, porta una ventina di ragazzi, tra cui «tre delle 200 persone in tutto il mondo che sanno veramente padroneggiare i bitcoin». Negli spazi ci sono un altro fisico, una musicologa, un ingegnere informatico, un laureato in economia. C’è anche Franco Cimatti, 31 anni, noto come Hostfat, presidente di Bitcoin foundation Italia e primo italiano ad avere “minato” bitcoin, nel 2010. Felpa Decathlon, ritrosia a parlare con la stampa, si dice che abbia accumulato una piccola fortuna (la cui entità non è nota) nelle fasi iniziali del fenomeno.

È appunto BlockchainLab a intavolare i rapporti con gli istituti finanziari. Ha cominciato Azimut, assieme alla sua partecipata Siamo Soci, uno dei primi portali di crowdfunding in Italia, che condivide alcuni spazi con BlockchainLab. Ha continuato Intesa Sanpaolo. E sono in pista di arrivo altri due accordi, con una società di consulenza e revisione e con un gigante dei sistemi di pagamento. La natura di questi accordi è peculiare: un patto tra avversari. Anzi, tra nemici. «È una mossa tattica aperta da parte di entrambi i fronti – dice Zucco in una sala riunione degli uffici, giacca e camicia e alle spalle una lavagna piena di formule e diagrammi -. Il mondo bancario tradizionale non conosce bene le armi che il mondo degli smanettoni di Bitcoin vuole usare per disintermediarlo», o distruggerlo. Lo scopo del patto è proprio ottenere informazioni su queste armi. «L’establishment finanziario è interessato e spaventato. Sa che le nuove tecnologie delle blockchain possono danneggiarlo e pensa di usarle a suo vantaggio. In realtà in quell’ambiente molti non hanno idea delle cose di cui si parla». Per padroneggiare questi meccanismi, aggiunge, servono conoscenze in almeno tre campi: sistemi distribuiti, crittografia e teoria dei giochi. Oggi una piena conoscenza sui tre fronti è appannaggio, dice Zucco, di non più di 200 persone in tutto il mondo. «Tra due anni sicuramente cresceranno. Per ora cercano esperti nelle università ma non li trovano, le grandi società di consulenza si fanno strapagare per riportare articoli di stampa. Solo chi è nel mondo delle blockchain ha le informazioni che servono loro».

Le banche potrebbero assumere queste persone, ma c’è un problema: la community di bitcoiner è quanto di più antisistema si possa trovare in circolazione. Vicina al mondo degli hacker, racchiude persone che vanno dai righ-libertarian, anarco-capitalisti, ai left-libertarian, vicini al mondo di Anonymous. Altri punti di riferimento culturali sono il Cypherpunk, i “gold-bugs” austriaci e il movimento di Occupy Wall Street. Tra le parole d’ordine c’è la “permissionless innovation”: «se ho un’idea non voglio passare anni a passare tra istituzioni, avvocati, notai e sindacati», dice Zucco. Un’altra parola chiave è “incentivo” (da qui il legame con la teoria dei giochi): viene incentivata la messa a disposizione di hardware per lo scambio di informazioni (remunerata attraverso la produzione e distribuzione di bitcoin, che in questo modo vengono “minati”), e viene incentivata la ricerca di soluzioni a problemi. Quanto più valore si riesce a creare con le soluzioni, tanto più va remunerato. Il tutto avviene in un ambiente “open source”: i codici sorgenti dei software non vengono protetti da diritto d’autore, ma “forkati” e migliorati da chi ne è capace. In generale c’è un atteggiamento positivo verso l’accumulazione di denaro, basta che non sia preso ad altri.

Zucco, in questa galassia, si pone tra i right libertarian, tanto che è tra i portavoce del Tea Party italiano: vede il problema non nel sistema bancario in sé, ma nel fatto che le banche siano diventate un “sistema statalizzato e monopolistico”. Qualcosa da abbattere, con molta più soddisfazione di un Blockbuster qualunque. Però il patto arriva, perché entrambe le parti hanno da guadagnarci. «È uno strano rapporto, di reciproca arroganza pacifica: le banche pensano “li compriamo”, gli hacker pensano che con i loro soldi le disintermedieranno ancora meglio».

Ma la strategia di BlockchainLab non si limita a facilitare questo “patto”, mettendo in comunicazione mondo finanziario e hacker. È in più fasi, ma l’esito finale è la costituzione di un incubatore di startup dedicate alla blockchain che funga anche da centro di ricerca altamente specializzato, con il supporto del mondo finanziario; in cambio ci sarà un’estrazione di informazioni, che saranno girate alle stesse banche, «senza indorare la pillola». Il veicolo di investimento invece partirà a marzo 2016; avrà un investimento di 5 milioni di euro e sarà costruito da Siamo Soci. Ci sarà un finanziamento di 100mila euro per ognuno dei 45 round previsti, per un totale di 4,5 milioni di euro (il resto sono spese). Potrebbero quindi esserci fino a 45 startup (realisticamente meno, con più finanziamenti per le più promettenti) incubate, con l’accordo di portare nella sede di BlockchainLab almeno un esperto di blockchain per almeno un anno. Accumulare materia grigia e competenze, oggi, è il primo obiettivo. «L’idea è di creare un ecosistema», dice Zucco.

Questo “patto tra nemici” è simile a un esperimento simile che in Canada sta portando avanti la Bitcoin Embassy di Montreal. Ma non è l’unico modello. Ce ne sono altri che sono descritti come una sorta di patto col diavolo, “operazioni di sistema” che hanno da una parte consorzi di istituzioni finanziarie e dall’altra esponenti del mondo Bitcoin pagati per la loro consulenza. Una delle più note è Digital Asset Holding, guidata da Blythe Masters, pioniera dei credit default swap ed ex enfant prodige di Jp Morgan Chase, lasciata nel 2014 dopo 27 anni in seguito ad accuse di malversazione. Tra gli investitori di Digital Asset Holding ci sono J.P. Morgan, Goldman Sachs, Bnp Paribas, Abn Ambro, Accenture, Santander Innoventures e Citi. Ancora più nota è R3Cev, che riunisce in un consorzio 42 banche tra le più importanti al mondo, tra cui Goldman Sachs, JPMorgan e Credit Suisse, che «stanno pianificando di sviluppare standard comuni per la tecnologia della blockchain in uno sforzo di allargare il suo uso tra i servizi finanziari». Altre iniziative sono più indipendenti, come Blockstream, che ha ottenuto finanziamenti da società come Pwc ma che è presieduta da Adam Back, esponente del cripto-anarchismo anni Novanta.

Articolo parzialmente ripreso dal sito linkiesta.it – foto dal film “I Due Nemici” con Alberto Sordi e David Niven

Chi concedera' un prestito alle indebitate aziende italiane?

Chi prestera’ due soldi a tutte quelle piccole e medie aziende senza garanzie da dare?

Chi salverà le Pmi? L’esercito delle startup Fintech, già pronte a fornire il credito necessario a tutte quelle piccole e medie imprese che non riescono più ad accedere a quello bancario. Lo dice il World Economic Forum nel suo recente rapporto “The future of Fintech – A paradigm shift in small business finance” che vede il mondo della tecno-finanza come un’opportunità di ripresa per le Pmi sopravvissute alla crisi ma ancora non del tutto fuori dal tunnel, anche a causa della difficoltà di ottenere il credito necessario a investire sul proprio futuro da parte delle banche e del mercato.

Il problema dei problemi: l’accesso al credito

Le piccole e medie imprese sono spesso citate come uno dei driver maggiori dell’economia, soprattutto in forza della loro importante capacità di offrire lavoro. A loro si deve oltre la metà del Pil mondiale e l’occupazione di due terzi della forza lavoro mondiale. Eppure, il loro tallone d’Achille è sempre lo stesso: la difficoltà a trovare forme di finanziamento. Come riporta uno studio dell’International Financial Corporation (IFC) esiste un “funding gap” di oltre 2 mila miliardi che riguarda solamente le piccole imprese dei paesi emergenti. Le ragioni di questa grossa mancanza sono diverse: ad esempio, la finanza delle Pmi è abbastanza complessa, ma di bassa scala.

Di conseguenza, per le banche (che ancora oggi sono per le Pmi la principale fonte di credito) diventa troppo costoso e poco conveniente offrire loro un piccolo prestito, quando potrebbero guadagnarci molto di più concedendo grosse cifre ad aziende più importanti. Negli ultimi anni poi, è stata la stessa regolamentazione a spingere sempre di più le banche ad allontanarsi da questo settore. C’è anche da dire che al loro interno le piccole e medie imprese spesso non hanno a disposizione le competenze necessarie a gestire la loro situazione finanziaria e a condurre una campagna di raccolta fondi adeguata. Proprio per aiutare questo importante settore di mercato, sia i governi che le istituzioni internazionali hanno portato avanti politiche a loro favore (vedi per esempio il fondo di garanzia per le Pmi), che pur avendo avuto effetti positivi, non sono però riusciti a risolvere del tutto il problema.

Da 4 a 12 miliardi in un anno, i round del Fintech

Tra il 2013 e il 2014 gli investimenti in equity nel settore del Fintech sono quadruplicati, passando da 4 miliardi di dollari ad oltre 12 miliardi. Un trend “che ha tutto il potenziale per diventare il punto di svolta delle Pmi”, dice il World Economic Forum. Il motivo sta nel fatto che in questo caso, non ci sono problemi di scala che tengano: le soluzioni del Fintech sono efficaci ed efficienti anche non in larga scala, proprio come nel caso delle piccole e medie imprese che possono così diventare le maggiori beneficiarie del potere distruttivo di questa nuova finanza.

Si tratta di soluzioni in grado di rispondere perfettamente alle esigenze delle Pmi, tipici esempi sono: il  Peer to Peer lending (ossia il prestito tra privati come nel caso di Smartika e BorsadelCredito.it), l’e-commerce e i nuovi sistemi di pagamento. Il fenomeno è globale, i lati positivi sono tanti ma anche i rischi non mancano. Ad esempio la limitata protezione dei piccoli investitori, la potenziale espansione di  soggetti che non sono in grado di restituire i prestiti, ma anche il rischio sistemico che deriva da un settore ancora poco regolamentato e opaco.

Il successo del peer to peer lending

Sul totale degli investimenti nel settore del Fintech, il 27% finisce nel credito al consumo e il 16% in quello alle imprese. Il P2P diventa quindi sempre più importante per le Pmi in cerca di credito. Da quando la prima piattaforma di questo tipo è stata lanciata nel 2005, il fenomeno è diventato globale, sviluppando diversi modelli di business. Ad oggi però, il contributo delle startup fintech che si occupano di prestiti alle aziende è ancora una goccia nel mare di denaro che passa dalle banche alle imprese. Dagli istituti di credito partono infatti tra i 14.000 e i 18.000 miliardi di dollari l’anno verso le piccole e medie imprese.

Mentre il peer to peer lending muove circa 60-80 miliardi (dati del 2014). Il primo paese ad utilizzare questo nuovo sistema di finanziamento è la Cina, seguita dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna. Secondo le stime citate dal World Economic Forum, attualmente la cifra dei paesi che hanno almeno una piattaforma di peer to peer lending o in cui se ne aprirà una entro i prossimi sei mesi sono fra i 60 e  gli 80. Fra questi sono compresi anche alcuni territori africani come il Kenya, lo Zambia, la Tanzania e il Ghana, in cui questo tipo  di finanziamento è destinato a risolvere molti dei problemi legati all’importante numero di unbanked ossia di persone che non posseggono un conto corrente bancario. “Solo il tempo però dirà se davvero il Fintech sarà all’altezza della speranza (e dei soldi investiti) che sta offrendo alle Pmi. Per ora, l’importanza delle piccole e medie imprese e il potenziale che il Fintech può portar loro, ci fa ritenere che lo sarà”, è la conclusione ottimista a cui giunge il World Economic Forum.

 

Articolo di MC_Furlo, ripreso da startupitalia.eu

Le banche investono nelle startup fintech per aggiornare i loro sistemi di gestione

Le aziende nel payment hanno raggiunto la cifra di un miliardo di dollari nel solo Q1 del 2015 attraverso 214 accordi con venture, angel, e anche tante banche. Un segnale di cooperazione che testimonia l’obiettivo comune di proporsi ai clienti con proposizioni e servizi che siano di valore reale per loro.

Secondo il report di Accenture “The future of FinTech and banking”gli investimenti globali in Fintech sono triplicati nel 2014, crescendo globalmente del 201% in un anno.  Il settore sta diventando sempre più competitivo con diverse startup che hanno già avviato partnership con corporation e stanno scalando il proprio business.

La customer base è l’asso delle startup fintech

La collaborazione tra banche e startup fintech si sta affermando come la strada da percorrere, le banche hanno infatti qualcosa che le startup fintech non hanno, e di cui hanno estremo bisogno: la customer base. C’è un’offerta di innovazione e tecnologia che le startup fintech possono indirizzare, e c’è una domanda che le banche possono guidare. Il connubio può funzionare.

Le banche offrono l’opportunità di scalare (spesso questo è proprio il punto debole delle piccole aziende), le startup fintech offrono ad oggi le soluzioni che massimizzano la soddisfazione del cliente e contribuiscono a “svecchiare” l’immagine della banca. Alcune delle banche più illuminate sembrano avere già colto il messaggio. Santander ad esempio, come espresso nella ricerca “FinTech 2.0 Paper: Rebooting Financial Services” ha descritto questa via cooperativa come “l’evoluzione del Fintech”.

Un vero e proprio FinTech 2.0, in una fase in cui le 300 banche che controllano i 3,8 trilioni di dollari di revenue possono davvero investirne una buona parte in startup e re-ingegnerizzare la propria infrastruttura. Le banche dunque sarebbero meno dinosauri di quanto non si pensi. Molte iniziative sono state già intraprese.

Quali sono le banche che innovano di più

Anche in Italia ne abbiamo avuti degli esempi virtuosi con UniCredit, CheBanca! e Banca Sella. All’estero le best practice non mancano. Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, nel 2014, la sola Santander ha investito 100 milioni di dollari nel venture capital di startup fintech a livello globale. HSBC ha allocato 200 milioni di dollari di investimento nel Regno Unito.

Particolarmente illuminate anche Sberbank in Russia e BBVA in Spagna con investimenti di circa 100 milioni di dollari ciascuna. Ancora negli Stati Uniti Citibank che ha creato Citi Ventures con uffici a New York ed in Silicon Valley. Tra gli investimenti annunciati spiccano Betterment, Click Security, Datameer, Jumio, Platfora, Ready for Zero, Shopkick e Square.

Insomma, il Fintech 2.0 per riprendere il concetto dell’analisi di Santander, che vede le startup entrare nella catena del valore agendo in simbiosi con le banche per offrire una proposition di valore ai clienti finali, sembra un essere percepito da tutti gli attori dell’ecosistema come soluzione win-win per tutti, innovatori e “dinosauri”.

 

Articolo di E_Perinetti – ripreso da startupitalia_eu

 

 

 

Il matrimonio tra banche e imprese e’ vicino al punto di rottura

Per chi ancora trovasse interessante ragionare di rapporti tra banche e imprese nell’anno 2015, con nello sfondo il tiro alla fune sul credito, eccovi una manciata di altri spunti freschi freschi. Cominciamo a dire che se si discute ancora di rapporti tra banche e imprese ci si riferisce sempre alle piccole e medie, perché le grandi imprese di problemi con le banche ne hanno sempre avuti pochi. Semmai i problemi li hanno creati. Il fatto è che se ne discute da che ricordi dall’inizio del secolo, più o meno in coincidenza con l’arrivo dei giudizi meccanici di rating di Basilea.

Dal 2008 poi se ne discute con i piedi a bagno in una crisi finanziaria, provocata dalle banche che ha messo in seria difficoltà le banche sino ai giorni nostri. Cosa sono gli stress-test se non una misura di vigilanza (BCE) per accertarsi che le banche possano resistere a nuovi shock e non debbano essere aiutate dagli Stati?

Stiamo finendo il 7° anno di crisi finanziaria e di conseguente credit-crunch e non sembra essere cambiato molto, non è che si vedano questi favolosi progressi tipici di epoche di grandi ripensamenti e cambiamenti. Prova ne è quanto riportato nell’articolo del Corriere su un freschissimo dibattito dall’intrigante titolo: «A caccia di buoni affari» (per le banche s’intende). Riprendiamo dall’articolo le dichiarazioni dei partecipanti, lato banche, su come migliorare il rapporto con le imprese:

Alcuni istituti hanno presentato soluzioni possibili per venire incontro alle imprese. Da un lato incrementare l’attività di consulenza e formazione in modo che l’attività di impresa si configuri in maniera tale da generale quel flusso di cassa che può garantire il credito. Dall’altro sul fronte tecnologico incrementare la digitalizzazione in modo da velocizzare i tempi di erogazione dei prestiti.
Spiega Stefano Barrese della Direzione Pianificazione controllo e marketing della Banca dei Territori di Intesa Sanpaolo: «La crisi ha premiato gli imprenditori che hanno saputo cambiare. Il Paese sta soffrendo, ma ha alcuni ambiti che fanno registrare tassi di crescita significativi. Il tessuto imprenditoriale necessita di investimenti e quindi di credito. Per erogarlo occorre procedere di pari passo con la formazione dei dipendenti e del tessuto manageriale delle imprese».

Sul fronte della tecnologia, sottolinea Alberto Mossetti della direzione controllo di gestione e pianificazione operativa della Banca Popolare di Vicenza, «Molte cose sono state fatte per venire incontro ai clienti e dar loro risposte in tempo reale dalla digitalizzazione delle pratiche alla consulenza da remoto». Ma c’è già chi come Emanuele Spada responsabile crediti e sistemi direzionali di Cse consulting ipotizza che «In futuro è possibile pensare a un sistema di accesso informatico al credito che dia in tempo reale una risposta e magari consenta di erogare il credito in caso positivo».

Tuttavia ricorda Piergiorgio Giuliani, ex direttore generale della Banca Popolare di Ravenna e attuale presidente della fiduciaria Widar: «Non bisogna dimenticare che la tecnologia non è tutto, per risolvere tutte quelle situazioni in cui gli algoritmi non forniscono un giudizio certo che dica se erogare il credito è giusto o no il rapporto umano e la conoscenza dell’interlocutore è ancora indispensabile».

Questo il mosaico delle dichiarazioni. Cominciamo col dire che il concetto cliente-fornitore appare lievemente distorto. Come banca ho diritto a scegliermi i clienti -se gli faccio credito- ma non dovrei fare trapelare quel senso di sufficienza nel dovere ‘andare incontro alle imprese‘. Se sono i miei clienti, devo fare il massimo per dare un servizio che comprende ahimè anche il credito. Quindi non andare incontro con magnanimità, ma rincorrere i clienti e convincerli a fare “buoni affari” con la mia banca. Che dire dell’idea ‘di incrementare la consulenza e la formazione’? Benissimo, ma allora che cosa è stato fatto in questi 7 anni molto istruttivi? Si comincia ora a fare formazione per servire le imprese? Ovviamente no. Cosa cambierà nella formazione del personale bancario che segue le imprese?

Ugualmente affascinante la digitalizzazione delle pratiche, che in base alle tecnologie esistenti è già stata fatta da tempo: le pratiche di fido sono elettroniche da 10 anni (si chiamano appunto PEF, Pratica Elettronica di Fido) non viaggiano mica con la Posta ordinaria.  E’ che sono brutte (poche informazioni di qualità), partono piano (un mese buono per finire una proposta), si fermano sui tavoli (oops…sui computer) di altri uffici e alla fine passano buoni buoni 3 o 4 mesi prima di avere una risposta. Cos’altro c’è da digitalizzare nel processo di credito delle banche? E’ il processo malato che va cambiato, non la tecnologia.  E infine, appunto, nasce il dubbio che con la tecnologia non si trovi la soluzione: ‘la conoscenza dell’interlocutore è indispensabile’. Prima di tutto il nostro ‘interlocutore‘ è un cliente ed è pure un imprenditore, categoria pericolosa ma affascinante. Che sa benissimo di non essere conosciuto e oggi neppure troppo coccolato.  Paga il conto ogni anno, ma è visto con una dose di sospetto e distanza.

Infatti ecco la prova (ribaltando l’ordine dell’articolo) dallo stesso convegno:

La situazione: la principale novità emersa nel corso del convegno è che banche e imprese (soprattutto quelle medie e piccole) sopravvivono solo se collaborano, accettando, sul fronte bancario di ampliare i propri orizzonti dalle 7000 Pmi che offrono massime garanzie a quelle 30-40 mila che si trovano nella cosiddetta zona gialla del credito, quella in cui gli algoritmi di valutazione non sono in grado di stabilire se è opportuno o no fornire un prestito, mentre, su quello aziendale, di trasformare la propria impresa secondo le indicazioni degli istituti di credito che forniscono il prestito. Del resto da una ricerca presentata da HQ24 nel corso del convegno, relativa ad ottobre 2014 emerge che solo il 60% degli imprenditori dichiara che le sue necessità di credito sono state soddisfatte dalle banche, mentre il 36% degli imprenditori vede le condizioni praticate dalle banche come peggiorate o molto peggiorate. E questo a causa soprattutto delle garanzie eccessive richieste per i prestiti, per i costi elevati degli stessi e per i tempi troppo lunghi per chiudere la pratica.

Lo dico da anni, con questi tassi di soddisfazione anche Apple, Ferrero o Esselunga avrebbero già chiuso per fallimento da tempo. Le banche ci convivono. E i problemi sono sempre gli stessi: giudizi troppo meccanici (algoritmi), incomprensione (tra chi pensa di avere diritto al credito e chi lo deve concedere), costi sempre troppo alti per un servizio sempre più scadente e aleatorio. 7 anni buttati e un matrimonio (collaborazione) che senza un profondo ripensamento non si farà mai.

Non è neppure un problema di come collaborare, si lotta anche nella propaganda oramai.  A destra le banche che insistono nella tesi della domanda di credito che manca, sull’altra sponda del fiume gli imprenditori che tramite indagini associative sostengono che la domanda viene bloccata e respinta.

Quando la stessa domanda è fatta alle piccole e medie imprese, sempre da Banca d’Italia i risultati sono un tantino diversi, come dice la ricerca su 4777 imprese sopra i 20 addetti:

La necessità di un maggiore indebitamento nel corso del 2013 è maggiore per le imprese industriali rispetto a quelle dei servizi (34,2 per cento contro 30,8) e per quelle con almeno 50 addetti rispetto alle più piccole (34,6 per cento rispetto a 31,4). Le imprese che desideravano un maggiore indebitamento nel corso del 2013 e si sono rivolte agli intermediari sono il 29,8 per cento del totale, ma solo il 15,5 per cento di queste era anche disposto a un aggravio delle condizioni praticate, al fine di ottenere finanziamenti aggiuntivi (rispettivamente si tratta del 92 e del 48 per cento delle imprese che desideravano finanziamenti aggiuntivi). La quota d’imprese che si è vista negare in tutto o in parte le richieste di nuovi finanziamenti è scesa dal 12,4 per cento al 9,1 tra il 2012 e il 2013.

Cifre che rendono giustizia al fenomeno a quel 33% di imprese che cercano più credito (è un valore piuttosto alto durante la crisi) e alle imprese respinte (tra il 9% e il 12%) che non includono le micro-imprese sotto i 20 addetti in questa ricerca.  Dati identici, ma peggiori sul credito rifiutato si trovano in UK e nelle indagini associative. Difficile sostenere che non ci sia domanda, più facile accettare la realtà che la domanda delle imprese non sia per investimenti, domanda che è giustamente crollata visti gli indici di capacità inutilizzata e il calo della domanda interna.

Il punto è un altro, anzi sono due:

1) la domanda delle imprese, certificata sempre dalle indagini Banca d’Italia e BCE, è per capitale circolante e per ristrutturare posizioni di debito insostenibile. Da anni c’è solo questa domanda, ma è forte. Il circolante non è sempre ‘più brutto’ rispetto agli investimenti, ma è anche figlio di tempi di pagamento assurdi e di ritardi che vedono l’Italia tra i peggiori paesi in Europa. Ottenere il pagamento del 50% all’ordine e il 50% alla consegna -come alcune imprese con cui parlo riescono ad ottenere – capita solo se si hanno clienti esteri. La domanda di credito è per pagare puntualmente le tasse anche quando si hanno crediti o arretrati dalla PA. Chiaro?

2) la domanda non è scomparsa, è scomoda. E’ rimasta tanta domanda ma da parte di imprese scomode, perché spesso troppo indebitate, che le banche giudicano oggi (non ieri) troppo rischiose e quindi pericolose per future sofferenze e consumo di capitale. La domanda di credito che piace alle banche è scarsa. E anche il magazzino di credito pericoloso viene ridotto come conferma l’indagine della Banca d’Italia:

Analogamente, dal secondo semestre del 2012 si allentano per le imprese industriali le tensioni derivanti da richieste di rientro da posizioni debitorie in essere, che restano sostanzialmente stabili per le imprese dei servizi (per il secondo semestre del 2013, il saldo tra indicazioni di aumento e diminuzione è pari a –7,2 per cento nell’industria e a –14,5 per cento nel terziario).

Nella crisi del 7° anno siamo su questo crinale, ribadito tante altre volte sulle pagine di Imprese+Finanza:

– credito sicuro solo per le aziende ipersicure;
– modesta capacità del personale bancario e dei sistemi esperti/digitalizzati nel distinguere imprese buone da imprese pericolose, guardando agli anni futuri e non solo al bilancio 2013
– la fame di circolante non è gradita al sistema bancario, che preferisce invece finanziare gli investimenti

Tranquilli, tutto procede come prima e si faranno ancora tanti convegni sul rapporto tra banche e imprese in Italia, mentre fuori il mondo finanziario si sta attrezzando diversamente e costruisce piattaforme per fare credito a basso costo verso quelle piccole imprese che nessuno ama più. In UK le banche che non vogliono più servire i piccoli clienti con un ‘rapporto umano’ si affidano ai nuovi intermediari.

 

Articolo di F_Bolognini – ripreso da linkerblog_biz

 

Anche le aziende di qualita’ soffrono per la crisi economica

Nel dibattito che si sta espandendo su come sia un’impresa sana o ‘buona’ dal punto di vista di chi deve decidere se finanziarla ho già espresso mie perplessità sulla propensione bancaria a vedere nel piano investimenti ) la discriminante principale tra buono e cattivo. L’impresa ‘buona’ per la banca è quella che mediamente ha aumentato il fatturato, migliorato o mantenuto il margine lordo e è riuscita con questo a pagare tasse e oneri finanziari nel corso del 2014. L’impresa ‘buona’ per me è quella che ha flussi di cassa positivi, nel 2014 e in futuro. Le imprese che bruciano cassa, per vari motivi, sono destinate prima o poi ad affrontare rischi pesanti di blocco della produzione e d’insolvenza se non ripristinano i flussi corretti.

In una situazione italiana di pagamenti lunghi (anche 120 giorni) e in ritardo e di credito stretto stretto, questa prospettiva tocca persino imprese con fatturato in forte crescita, anzi si può dire che proprio chi deve sostenere l’investimento in circolante corra i peggiori rischi.

L’effetto della crescita degli ordini è quasi certamente un fabbisogno di finanza a breve che -se non viene tamponato con autofinanziamento (da margini elevati o pagamenti anticipati) o debito bancario- provoca tensioni latenti nella tesoreria a breve. Le tensioni si scaricano tipicamente in due modi: 1) ritardando i pagamenti ai fornitori e/o 2) non pagando erario (IVA) o INPS. Nel secondo caso, a parte il non banale problema del rilievo penale, nessuno verrà a bussare cassa, ma nel primo sì. I fornitori con arretrati in Italia si irrigidiscono e spesso dopo qualche sollecito diminuiscono il credito concesso o semplicemente richiedono pagamenti anticipati. La fase successiva è pericolosissima: senza cassa non si può ordinare e occorre pagare in anticipo, senza cassa la produzione si blocca e l’impresa precipita nel giro di pochi mesi in una crisi economica irreversibile. Come detto, in questo contesto di scarsa liquidità, non si tratta più di casi isolati.

Che sia un problema di sistema lo conferma la lettura del dato odierno sul miglioramento dell’indice ISTAT della fiducia delle imprese da parte del servizio studi di Intesa SanPaolo pubblicato da formiche.net:

Nel manifatturiero (il settore considerato maggiormente anticipatore dell’attività economica), l’aumento è trainato dagli ordini: le imprese sono meno pessimiste circa l’andamento corrente delle commesse (specie dal mercato domestico: -33 da -38 il saldo relativo: per trovare un valore più elevato occorre risalire a tre anni fa) e più ottimiste circa l’andamento degli ordinativi nel futuro (a +3 da +1). Le aziende sono anche meno negative circa le prospettive per l’economia e per l’occupazione.

Poco variati sia i giudizi che le attese sulla produzione. Anche il saldo relativo alle scorte di magazzino resta fermo per il terzo mese consecutivo a +3, un livello superiore a quello considerato “normale” (per trovare un valore più elevato occorre tornare indietro a dicembre del 2011); si tratta, ceteris paribus, di un segnale negativo per le prospettive della produzione. Infine, le attese sui prezzi praticati dalle imprese sono rimaste invariate a -3 (non si tratta comunque di un minimo storico visto che nel 2009 il saldo corrispondente era arrivato a -15).

Un segnale meno positivo deriva dal fatto che il miglioramento della fiducia non è diffuso a tutti i principali raggruppamenti di industrie ma riguarda solo il comparto dei beni intermedi.

Miste le indicazioni dalle consuete domande trimestrali sulla capacità produttiva: 1) il grado di utilizzo degli impianti è sceso lievemente a 72,3% nel 3° trimestre, da 72,6% precedente; 2) è rimasta stabile, al 35%, la quota di operatori che segnala la presenza di ostacoli all’attività produttiva; in particolare, è tornata a salire la quota di imprese che segnala vincoli legati all’insufficienza di impianti e/o materiali e, in modo più accentuato, vincoli finanziari, mentre è diminuita leggermente la percentuale di imprese che segnalano ostacoli relativi all’insufficienza della domanda.

Rileggete bene quelle due righe: non si tratta dello stesso fenomeno che ho appena descritto?  ‘Vincoli finanziari all’insufficienza di materiali’, significa in termini da aziendalista ‘non riesco a comprare i materiali che servono per produrre e fare fronte agli ordini’. Qual’è può essere il motivo se non la cassa che manca, il credito a breve che manca?

Su questa nota torniamo a domandarci se il finanziamento della catena di fornitura non sia una priorità, se il finanziamento del circolante non debba essere trattato con maggiore attenzione proprio per le imprese buone.  Quante banche conoscono e valutano la durata dell’intervallo cash-to-cash, dall’arrivo dell’ordine e i primi acquisti sino all’incasso della fornitura (magari post-collaudo…)? Quante banche valutano l’impatto sui flussi di cassa per discriminare i buoni dai cattivi? O per aiutare i buoni a diventare migliori.

La finanza ha le sue leggi anche in azienda. Le imprese e le banche che vogliono ignorarle vanno incontro a problemi certi.

 

Articolo di_F_Bolognini_ripreso_da_linkerblog.biz