Il matrimonio tra banche e imprese e’ vicino al punto di rottura

Per chi ancora trovasse interessante ragionare di rapporti tra banche e imprese nell’anno 2015, con nello sfondo il tiro alla fune sul credito, eccovi una manciata di altri spunti freschi freschi. Cominciamo a dire che se si discute ancora di rapporti tra banche e imprese ci si riferisce sempre alle piccole e medie, perché le grandi imprese di problemi con le banche ne hanno sempre avuti pochi. Semmai i problemi li hanno creati. Il fatto è che se ne discute da che ricordi dall’inizio del secolo, più o meno in coincidenza con l’arrivo dei giudizi meccanici di rating di Basilea.

Dal 2008 poi se ne discute con i piedi a bagno in una crisi finanziaria, provocata dalle banche che ha messo in seria difficoltà le banche sino ai giorni nostri. Cosa sono gli stress-test se non una misura di vigilanza (BCE) per accertarsi che le banche possano resistere a nuovi shock e non debbano essere aiutate dagli Stati?

Stiamo finendo il 7° anno di crisi finanziaria e di conseguente credit-crunch e non sembra essere cambiato molto, non è che si vedano questi favolosi progressi tipici di epoche di grandi ripensamenti e cambiamenti. Prova ne è quanto riportato nell’articolo del Corriere su un freschissimo dibattito dall’intrigante titolo: «A caccia di buoni affari» (per le banche s’intende). Riprendiamo dall’articolo le dichiarazioni dei partecipanti, lato banche, su come migliorare il rapporto con le imprese:

Alcuni istituti hanno presentato soluzioni possibili per venire incontro alle imprese. Da un lato incrementare l’attività di consulenza e formazione in modo che l’attività di impresa si configuri in maniera tale da generale quel flusso di cassa che può garantire il credito. Dall’altro sul fronte tecnologico incrementare la digitalizzazione in modo da velocizzare i tempi di erogazione dei prestiti.
Spiega Stefano Barrese della Direzione Pianificazione controllo e marketing della Banca dei Territori di Intesa Sanpaolo: «La crisi ha premiato gli imprenditori che hanno saputo cambiare. Il Paese sta soffrendo, ma ha alcuni ambiti che fanno registrare tassi di crescita significativi. Il tessuto imprenditoriale necessita di investimenti e quindi di credito. Per erogarlo occorre procedere di pari passo con la formazione dei dipendenti e del tessuto manageriale delle imprese».

Sul fronte della tecnologia, sottolinea Alberto Mossetti della direzione controllo di gestione e pianificazione operativa della Banca Popolare di Vicenza, «Molte cose sono state fatte per venire incontro ai clienti e dar loro risposte in tempo reale dalla digitalizzazione delle pratiche alla consulenza da remoto». Ma c’è già chi come Emanuele Spada responsabile crediti e sistemi direzionali di Cse consulting ipotizza che «In futuro è possibile pensare a un sistema di accesso informatico al credito che dia in tempo reale una risposta e magari consenta di erogare il credito in caso positivo».

Tuttavia ricorda Piergiorgio Giuliani, ex direttore generale della Banca Popolare di Ravenna e attuale presidente della fiduciaria Widar: «Non bisogna dimenticare che la tecnologia non è tutto, per risolvere tutte quelle situazioni in cui gli algoritmi non forniscono un giudizio certo che dica se erogare il credito è giusto o no il rapporto umano e la conoscenza dell’interlocutore è ancora indispensabile».

Questo il mosaico delle dichiarazioni. Cominciamo col dire che il concetto cliente-fornitore appare lievemente distorto. Come banca ho diritto a scegliermi i clienti -se gli faccio credito- ma non dovrei fare trapelare quel senso di sufficienza nel dovere ‘andare incontro alle imprese‘. Se sono i miei clienti, devo fare il massimo per dare un servizio che comprende ahimè anche il credito. Quindi non andare incontro con magnanimità, ma rincorrere i clienti e convincerli a fare “buoni affari” con la mia banca. Che dire dell’idea ‘di incrementare la consulenza e la formazione’? Benissimo, ma allora che cosa è stato fatto in questi 7 anni molto istruttivi? Si comincia ora a fare formazione per servire le imprese? Ovviamente no. Cosa cambierà nella formazione del personale bancario che segue le imprese?

Ugualmente affascinante la digitalizzazione delle pratiche, che in base alle tecnologie esistenti è già stata fatta da tempo: le pratiche di fido sono elettroniche da 10 anni (si chiamano appunto PEF, Pratica Elettronica di Fido) non viaggiano mica con la Posta ordinaria.  E’ che sono brutte (poche informazioni di qualità), partono piano (un mese buono per finire una proposta), si fermano sui tavoli (oops…sui computer) di altri uffici e alla fine passano buoni buoni 3 o 4 mesi prima di avere una risposta. Cos’altro c’è da digitalizzare nel processo di credito delle banche? E’ il processo malato che va cambiato, non la tecnologia.  E infine, appunto, nasce il dubbio che con la tecnologia non si trovi la soluzione: ‘la conoscenza dell’interlocutore è indispensabile’. Prima di tutto il nostro ‘interlocutore‘ è un cliente ed è pure un imprenditore, categoria pericolosa ma affascinante. Che sa benissimo di non essere conosciuto e oggi neppure troppo coccolato.  Paga il conto ogni anno, ma è visto con una dose di sospetto e distanza.

Infatti ecco la prova (ribaltando l’ordine dell’articolo) dallo stesso convegno:

La situazione: la principale novità emersa nel corso del convegno è che banche e imprese (soprattutto quelle medie e piccole) sopravvivono solo se collaborano, accettando, sul fronte bancario di ampliare i propri orizzonti dalle 7000 Pmi che offrono massime garanzie a quelle 30-40 mila che si trovano nella cosiddetta zona gialla del credito, quella in cui gli algoritmi di valutazione non sono in grado di stabilire se è opportuno o no fornire un prestito, mentre, su quello aziendale, di trasformare la propria impresa secondo le indicazioni degli istituti di credito che forniscono il prestito. Del resto da una ricerca presentata da HQ24 nel corso del convegno, relativa ad ottobre 2014 emerge che solo il 60% degli imprenditori dichiara che le sue necessità di credito sono state soddisfatte dalle banche, mentre il 36% degli imprenditori vede le condizioni praticate dalle banche come peggiorate o molto peggiorate. E questo a causa soprattutto delle garanzie eccessive richieste per i prestiti, per i costi elevati degli stessi e per i tempi troppo lunghi per chiudere la pratica.

Lo dico da anni, con questi tassi di soddisfazione anche Apple, Ferrero o Esselunga avrebbero già chiuso per fallimento da tempo. Le banche ci convivono. E i problemi sono sempre gli stessi: giudizi troppo meccanici (algoritmi), incomprensione (tra chi pensa di avere diritto al credito e chi lo deve concedere), costi sempre troppo alti per un servizio sempre più scadente e aleatorio. 7 anni buttati e un matrimonio (collaborazione) che senza un profondo ripensamento non si farà mai.

Non è neppure un problema di come collaborare, si lotta anche nella propaganda oramai.  A destra le banche che insistono nella tesi della domanda di credito che manca, sull’altra sponda del fiume gli imprenditori che tramite indagini associative sostengono che la domanda viene bloccata e respinta.

Quando la stessa domanda è fatta alle piccole e medie imprese, sempre da Banca d’Italia i risultati sono un tantino diversi, come dice la ricerca su 4777 imprese sopra i 20 addetti:

La necessità di un maggiore indebitamento nel corso del 2013 è maggiore per le imprese industriali rispetto a quelle dei servizi (34,2 per cento contro 30,8) e per quelle con almeno 50 addetti rispetto alle più piccole (34,6 per cento rispetto a 31,4). Le imprese che desideravano un maggiore indebitamento nel corso del 2013 e si sono rivolte agli intermediari sono il 29,8 per cento del totale, ma solo il 15,5 per cento di queste era anche disposto a un aggravio delle condizioni praticate, al fine di ottenere finanziamenti aggiuntivi (rispettivamente si tratta del 92 e del 48 per cento delle imprese che desideravano finanziamenti aggiuntivi). La quota d’imprese che si è vista negare in tutto o in parte le richieste di nuovi finanziamenti è scesa dal 12,4 per cento al 9,1 tra il 2012 e il 2013.

Cifre che rendono giustizia al fenomeno a quel 33% di imprese che cercano più credito (è un valore piuttosto alto durante la crisi) e alle imprese respinte (tra il 9% e il 12%) che non includono le micro-imprese sotto i 20 addetti in questa ricerca.  Dati identici, ma peggiori sul credito rifiutato si trovano in UK e nelle indagini associative. Difficile sostenere che non ci sia domanda, più facile accettare la realtà che la domanda delle imprese non sia per investimenti, domanda che è giustamente crollata visti gli indici di capacità inutilizzata e il calo della domanda interna.

Il punto è un altro, anzi sono due:

1) la domanda delle imprese, certificata sempre dalle indagini Banca d’Italia e BCE, è per capitale circolante e per ristrutturare posizioni di debito insostenibile. Da anni c’è solo questa domanda, ma è forte. Il circolante non è sempre ‘più brutto’ rispetto agli investimenti, ma è anche figlio di tempi di pagamento assurdi e di ritardi che vedono l’Italia tra i peggiori paesi in Europa. Ottenere il pagamento del 50% all’ordine e il 50% alla consegna -come alcune imprese con cui parlo riescono ad ottenere – capita solo se si hanno clienti esteri. La domanda di credito è per pagare puntualmente le tasse anche quando si hanno crediti o arretrati dalla PA. Chiaro?

2) la domanda non è scomparsa, è scomoda. E’ rimasta tanta domanda ma da parte di imprese scomode, perché spesso troppo indebitate, che le banche giudicano oggi (non ieri) troppo rischiose e quindi pericolose per future sofferenze e consumo di capitale. La domanda di credito che piace alle banche è scarsa. E anche il magazzino di credito pericoloso viene ridotto come conferma l’indagine della Banca d’Italia:

Analogamente, dal secondo semestre del 2012 si allentano per le imprese industriali le tensioni derivanti da richieste di rientro da posizioni debitorie in essere, che restano sostanzialmente stabili per le imprese dei servizi (per il secondo semestre del 2013, il saldo tra indicazioni di aumento e diminuzione è pari a –7,2 per cento nell’industria e a –14,5 per cento nel terziario).

Nella crisi del 7° anno siamo su questo crinale, ribadito tante altre volte sulle pagine di Imprese+Finanza:

– credito sicuro solo per le aziende ipersicure;
– modesta capacità del personale bancario e dei sistemi esperti/digitalizzati nel distinguere imprese buone da imprese pericolose, guardando agli anni futuri e non solo al bilancio 2013
– la fame di circolante non è gradita al sistema bancario, che preferisce invece finanziare gli investimenti

Tranquilli, tutto procede come prima e si faranno ancora tanti convegni sul rapporto tra banche e imprese in Italia, mentre fuori il mondo finanziario si sta attrezzando diversamente e costruisce piattaforme per fare credito a basso costo verso quelle piccole imprese che nessuno ama più. In UK le banche che non vogliono più servire i piccoli clienti con un ‘rapporto umano’ si affidano ai nuovi intermediari.

 

Articolo di F_Bolognini – ripreso da linkerblog_biz

 

Aprire una startup innovativa a San Marino

Tra le Repubbliche più piccole del mondo c’è anche San Marino che, nel suo piccolo, sta compiendo passi importanti per favorire l’insediamento di startup, ricomprendendo nel termine startup non solo nuove realtà tecnologiche ma più in generale società con nuove idee in fase di avviamento.

Sono nate infatti realtà sia private che pubbliche a supporto degli imprenditori esteri che intendano avviare nuove attività imprenditoriali in Repubblica. Nonostante l’attenzione mediatica sia rivolta molto spesso a vicende negative in ambito politico, le opportunità che questa Repubblica può offrire oggi ai nuovi imprenditori sono innumerevoli.

I vantaggi di San Marino

I vantaggi della scelta di questo Stato non si fermano ad una inferiore tassazione, ma vanno ben oltre e si toccano con mano già nelle fasi preliminari.
La burocrazia è un ricordo, così come la distanza dalle istituzioni che consentono di aprire un’impresa a San Marino. La pubblica amministrazione sammarinese è a disposizione dei cittadini, così come lo è  Startup.sm che sostiene gli imprenditori assistendoli nella fase iniziale, formandoli e sostenendoli nelle scelte legate all’apertura dell’impresa.

Uno spazio di co-working a San Marino

A Marzo è stato inaugurato il .lab un vero e proprio laboratorio che unisce alcune funzionalità fab al multimedia e ad uno spazio di co-working, dove trovare tutti gli strumenti per partire: dalle stampanti 3D ai plotter, computer, una piccola sala audio e sala pose per aiutare gli startuppers in fase di avviamento, anche nel caso di progetti e-commerce o multimediali.

Periodicamente vengono organizzate anche conferenze introduttive per aprire a San Marinoalle quali partecipano sempre numerosi interessati.

Il prossimo appuntamento sarà il 13 Novembre in cui ogni partecipante avrà anche un momento di consulenza individuale per approfondire alcuni temi e fugare eventuali dubbi.

 

Testo ripreso da blogfinanza.com

La crisi non aiuta il dialogo tra Universita’, Centri di Ricerca e aziende

Ripreso dal blog di Dario Di Vico, giornalista del  Corriere della Sera tra i più attenti e informati sui fenomeni che caratterizzano la crisi delle imprese italiane, un articolo che tratteggia efficacemente i problemi nel rapporto tra il mondo universitario e il sistema imprese. Problemi che rallentano il tasso d’innovazione delle nostre imprese. Da leggere attentamente e da conservare:

Un articolo sulla ricerca potrebbe pericolosamente assomigliare a un comizio. Potrebbe essere pieno di maiuscole e di robuste esortazioni condite da quella retorica economica che si va imponendo quasi alla stregua di un genere letterario. Ma alla fine sarebbe utile solo all’autore e alla sua vanità giornalistica. Vi propongo invece un percorso diverso, tentare di capire cosa credibilmente possono fare l’industria e la ricerca qualora riuscissero a dialogare in una maniera più incisiva e fattiva di quanto non avvenga oggi.

E’ chiaro che pur ripetendo ad ogni piè sospinto che siamo la seconda manifattura d’Europa non possiamo rivendicare la stessa posizione nel ranking continentale per R&S. Eppure le nostre imprese non stanno ferme, se affinano continuamente i prodotti e se hanno risposto alla Grande Crisi con un eccezionale scatto nelle esportazioni non è solo merito del design o del marketing. Si stanno ri-specializzando ovvero stanno aggiornando la loro peculiare carta d’identità economico-produttiva aggiungendo qualcosa, accrescendo il loro valore competitivo nell’arena internazionale.

Questo “qualcosa” altro non è che innovazione incrementale, lenta e collaudata capacità di crescere nella catena del valore del proprio settore anticipando i concorrenti nelle ricerca di soluzioni nuove, nella contaminazione tra manifattura e servizio, nell’offerta chiavi in mano. Meno male che questa capacità esiste ed è testata dai successi che continuiamo a conseguire ma è anche vero che è legittimo chiedersi se non dovremmo/potremmo essere più ambiziosi.

Sarebbe interessante condurre una disanima del sistema industriale italiano settore per settore e individuare quali sono stati le vere discontinuità tecnologiche degli ultimi 30 anni, come le abbiamo affrontate e ragionare poi se in questo o quel comparto non esista a breve la possibilità di operare nuovi strappi. Di recente, per esempio, mi è capitato di ascoltare da parte di un top manager dell’industria della ceramica un discorso (sorprendente) che lasciava intravedere la possibilità di un nuovo salto tecnologico del distretto di Sassuolo che è uno dei vanti del made in Italy. Quindi ben venga l’innovazione incrementale ma non fermiamoci a quello stadio, poniamoci le domande giuste. Qualche risposta inaspettata potrà venir fuori perché è chiaro a tutti che per distanziare i nuovi produttori asiatici, turchi o polacchi, non si può rimaner fermi.

E’ altrettanto evidente come in altri Paesi la diffusione delle chance di innovazione venga seguita con maggiore continuità e organizzazione, le Pmi non sono lasciate sole con le loro esigenze di innovare ma il soggetto pubblico viene incontro all’iniziativa privata e al mercato con formule miste per contemperare i costi della ricerca di base con gli obiettivi della ricerca applicata.

Da noi ogni tanto si rilancia da parte di osservatori illuminati l’obiettivo di costruire qualcosa che assomigli agli istituti Fraunhofer tedeschi ma poi non se ne fa niente perché allo Stato o alle Regioni mancano i soldi, le banche non ci credono veramente, le associazioni cadono preda del vorrei ma non posso.

Che fare, allora? Da dove partire? La risposta non può che essere “dalle università”. I dati sull’aumento degli spin off accademici fanno ben sperare, è bene che le start up possano giovarsi della competenza di professori e laureandi e scelgano quindi il loro percorso dentro le specializzazioni che più possono servire alla nostra economia.

Dove invece siamo indietro è nel coinvolgimento delle università in quanto tali, i rettori preferiscono la logica della torre d’avorio e non si aprono al nuovo. Prendiamo un’università come quella di Padova che pure ha ricevuti lusinghieri riconoscimenti dalle classifiche specializzate ed è inserita in un contesto territoriale dove l’imprenditoria è un valore fortemente condiviso: ebbene la collaborazione con le imprese è al minimo, aziende e accademia non si parlano. Si può essere più autolesionisti di così?

Dario Di Vico

 

Post ripreso dal sito Linkerblog – autore Bolognini F.

La Torre di Babele dell’Internet delle Cose e’ in piena costruzione

Siamo nell’epoca della neo-costruzione della Torre di Babele. Gli atomi di cui sono fatti i materiali iniziano a parlarsi e cercano di arrivare a un linguaggio comune (standard). Se per chiare ragioni tecniche e di efficienza economica le imprese si svuotano di personale e si riempiono di robot e computer, allora è evidente che queste macchine devono comunicare tra loro.

L’Internet delle Cose (IoT) è un mondo di oggetti tenuto insieme dai bit, che forniscono la colla digitale. D’ora in poi ogni oggetto sarà immerso dentro questo collante immateriale. Si avvia così una nuova esistenza, una nuova dimensione immateriale, che circonda la materia. Grazie a tale colla ogni oggetto può collegarsi con gli altri, sia vicini sia lontani.

Più che vicini, più che lontani, saranno invisibili.

Sono oggetti già piccoli e, una volta raggiunto un trasferimento di energia rapido e senza fili per ricaricarli, saranno dentro di noi; e poi in casa, per strada, sui posti di lavoro e nei luoghi pubblici.

Pericoli, opportunità e cosa aspettarsi
In termini di sicurezza e di privacy si aprono scenari da incubo. Con la miniaturizzazione e il crollo dei costi, seguendo le classiche tendenze della tecnologia, la progressione delle comunicazioni macchina con macchina (M2M), data la numerosità degli oggetti, è geometrica. Quella tra le persone è aritmetica.

In altre parole, se l’impresa è una macchina che esegue istruzioni gerarchiche, gli oggetti in rete sono un organismo che si evolve senza un comando deciso, almeno all’inizio. Ora che le macchine hanno più potenza computazionale, e più dati a disposizione, per mezzo degli algoritmi probabilistici si riprogrammano continuamente. E migliorano più velocemente rispetto agli umani.

Non tutto è negativo, nascerà un numero inimmaginabile di nuovi tipi di lavori, a patto di inventarseli e costruirci al di sopra una professionalità. Altrimenti saranno altre persone al servizio delle macchine.

La preoccupazione è forte perché poche imprese cattureranno il valore, quelle che sapranno non solo raccogliere ma interpretare meglio i dati creati in real-time dagli oggetti.

Lo scenario competitivo nell’IoT è ancora molto fluido, perché:

– i clienti ancora non hanno fatto delle scelte precise;

– i fornitori devono ancora scegliere il modello di business;

– c’è la forte minaccia di nuovi entranti, ancora sconosciuti;

– non si è ancora innescato l’effetto rete e il conseguente lock-in.

È un momento in cui non ci sono ancora dominatori con posizioni monopolistiche, ma è facile aspettarsi il successo di piattaforme orizzontali sulle quali altri soggetti investiranno. Perché la natura dell’IoT contiene all’interno un forte potenziale disaggregante in termini di proprietà (cioè di asset, così tanto evitati da Uber, Airbnb, eccetera). Tanto le piattaforme guadagnano con gli algoritmi, a spese dei possessori di taxi o case da affittare.

La morale è che la colla unisce, e i confini aziendali e geografici spariscono.

Chi siamo noi?
Anche se oggi spesso esageriamo nelle definizioni degli oggetti che ci circondano, li chiamiamo smart, ossia intelligenti, arriveremo al punto che i miliardi di oggetti saranno i target delle campagne pubblicitarie.

Non più noi.

Perché i pubblicitari dovrebbero pensare agli umani quando ci sono le macchine che lavorano per noi e sono svariati ordini di grandezza più numerose?

Esse avranno capacità elaborative e informazioni a sufficienza, saranno loro i nuovi clienti, che prenderanno le decisioni su cosa acquistare. Le macchine si parleranno; poi ci informeranno, forse.

Il messaggio che ci è stato tramandato racconta che la costruzione della Torre di Babele fu impedita dall’Alto, ma chi siamo noi per bloccare la neo-costruzione?

 

Articolo di M. Chiriatti – ripreso da ilsole24ore.com

Credito di Imposta 2015-2019 per tutte le imprese che investono in processi innovativi

Il Bonus Ricerca è un’agevolazione aperta a tutte le imprese italiane che effettueranno, nei periodi di imposta dal 2015 al 2019, spese per attività di R&S per un ammontare annuo pari ad almeno 30.000 €.

Il Credito di imposta previsto dalla Legge di Stabilità 2015 modifica sostanzialmente la precedente versione prevista da Destinazione Italia: il bonus è infatti destinato a tutti i titolari di reddito di impresa, senza vincoli di alcun tipo, mentre in precedenza era riservato ad imprese con un fatturato annuo inferiore a 500.000 €.

Inoltre, il nuovo Credito di imposta per attività di R&S si differenzia dal precedente per quanto riguarda la decorrenza: in precedenza, il limite temporale era infatti fissato al 31 dicembre 2016, mentre oggi è possibile beneficiare del bonus per investimenti in attività di R&S effettuati nei periodi d’imposta dal 2015 al 2019.

Ancora, il Bonus Ricerca funziona su basi di automaticità: non sono previste istanze telematiche per richiederlo e i controlli vengono effettuati esclusivamente ex post.
Il Bonus Ricerca, inoltre, non rientra nella natura degli Aiuti di Stato ai sensi della normativa comunitaria, pertanto non richiede l’approvazione della Commissione Europea.

Novità sostanziale del nuovo Credito d’imposta per attività di R&S è la maggiorazione premiale prevista per attività di R&S svolte attraverso il ricorso a contratti di ricerca, con università, enti, imprese e startup. Tale premialità è prevista anche per le attività di R&S svolte da personale altamente qualificato.
Secondo la Legge di Stabilità, tale premialità consiste nell’aumento dell’aliquota per il calcolo del credito, che passa dal 25% al 50% al ricorrere delle due situazioni sopra citate.

Il Credito d’imposta per attività in R&S può quindi essere ottenuto da qualsiasi impresa in Italia, a prescindere dalle dimensioni e dalla forma societaria, nel rispetto dei seguenti limiti:

– Limite minimo di spesa: 30.000 € annui;
– Limite massimo di credito: 5 milioni € annui.

Le attività di R&S considerate ammissibili sono, ad esempio, quelle relative a lavori sperimentali o teorici di “ricerca fondamentale”; ricerca pianificata e indagini critiche per acquisire nuove conoscenze da utilizzare per mettere a punto nuovi prodotti, processi o servizi (o migliorare prodotti, processi e servizi già esistenti); acquisizione, combinazione, strutturazione e utilizzo delle conoscenze e capacità esistenti per piani, progetti o disegni di nuovi prodotti, processi o servizi (o per il miglioramento di quelli esistenti).

Riguardo, invece, alle spese ammissibili per la determinazione del Credito d’imposta ricordiamo:

1) personale altamente qualificato impiegato nelle attività di R&S;
2) quote di ammortamento delle spese di acquisizione o utilizzazione di strumenti ed attrezzature di laboratorio;
3) spese relative a contratti di ricerca stipulati con università, enti di ricerca, organismi equiparati, altre imprese, startup innovative;
4) competenze tecniche e privative industriali.

Tornando alla Circolare del 28 febbraio 2015, particolarmente rilevanti sono i chiarimenti sulle modalità di determinazione del bonus: bisogna infatti calcolare la spesa incrementale, partendo dalla media degli investimenti in R&S effettuati nei tre periodi di imposta precedenti.
Per le nuove imprese, in attività da meno di tre anni, la media va calcolata sull’intero periodo a partire dalla costituzione.

Tale media va confrontata con il totale degli investimenti in R&S realizzati nel periodo di imposta per il quale si intende beneficiare del Bonus Ricerca: da questo confronto si ottiene la spesa incrementale.
La spesa incrementale, infine, va moltiplicata per l’aliquota di riferimento: in generale, il 25%, se incorrono i due casi precedentemente segnalati l’aliquota da considerare è invece pari al 50%.

 

Articolo ripreso da incubatorenapoliest.it – autore: C. Burrielo.