Il matrimonio tra banche e imprese e’ vicino al punto di rottura 

Per chi ancora trovasse interessante ragionare di rapporti tra banche e imprese nell’anno 2015, con nello sfondo il tiro alla fune sul credito, eccovi una manciata di altri spunti freschi freschi. Cominciamo a dire che se si discute ancora di rapporti tra banche e imprese ci si riferisce sempre alle piccole e medie, perché le grandi imprese di problemi con le banche ne hanno sempre avuti pochi. Semmai i problemi li hanno creati. Il fatto è che se ne discute da che ricordi dall’inizio del secolo, più o meno in coincidenza con l’arrivo dei giudizi meccanici di rating di Basilea.

Dal 2008 poi se ne discute con i piedi a bagno in una crisi finanziaria, provocata dalle banche che ha messo in seria difficoltà le banche sino ai giorni nostri. Cosa sono gli stress-test se non una misura di vigilanza (BCE) per accertarsi che le banche possano resistere a nuovi shock e non debbano essere aiutate dagli Stati?

Stiamo finendo il 7° anno di crisi finanziaria e di conseguente credit-crunch e non sembra essere cambiato molto, non è che si vedano questi favolosi progressi tipici di epoche di grandi ripensamenti e cambiamenti. Prova ne è quanto riportato nell’articolo del Corriere su un freschissimo dibattito dall’intrigante titolo: «A caccia di buoni affari» (per le banche s’intende). Riprendiamo dall’articolo le dichiarazioni dei partecipanti, lato banche, su come migliorare il rapporto con le imprese:

Alcuni istituti hanno presentato soluzioni possibili per venire incontro alle imprese. Da un lato incrementare l’attività di consulenza e formazione in modo che l’attività di impresa si configuri in maniera tale da generale quel flusso di cassa che può garantire il credito. Dall’altro sul fronte tecnologico incrementare la digitalizzazione in modo da velocizzare i tempi di erogazione dei prestiti.
Spiega Stefano Barrese della Direzione Pianificazione controllo e marketing della Banca dei Territori di Intesa Sanpaolo: «La crisi ha premiato gli imprenditori che hanno saputo cambiare. Il Paese sta soffrendo, ma ha alcuni ambiti che fanno registrare tassi di crescita significativi. Il tessuto imprenditoriale necessita di investimenti e quindi di credito. Per erogarlo occorre procedere di pari passo con la formazione dei dipendenti e del tessuto manageriale delle imprese».

Sul fronte della tecnologia, sottolinea Alberto Mossetti della direzione controllo di gestione e pianificazione operativa della Banca Popolare di Vicenza, «Molte cose sono state fatte per venire incontro ai clienti e dar loro risposte in tempo reale dalla digitalizzazione delle pratiche alla consulenza da remoto». Ma c’è già chi come Emanuele Spada responsabile crediti e sistemi direzionali di Cse consulting ipotizza che «In futuro è possibile pensare a un sistema di accesso informatico al credito che dia in tempo reale una risposta e magari consenta di erogare il credito in caso positivo».

Tuttavia ricorda Piergiorgio Giuliani, ex direttore generale della Banca Popolare di Ravenna e attuale presidente della fiduciaria Widar: «Non bisogna dimenticare che la tecnologia non è tutto, per risolvere tutte quelle situazioni in cui gli algoritmi non forniscono un giudizio certo che dica se erogare il credito è giusto o no il rapporto umano e la conoscenza dell’interlocutore è ancora indispensabile».

Questo il mosaico delle dichiarazioni. Cominciamo col dire che il concetto cliente-fornitore appare lievemente distorto. Come banca ho diritto a scegliermi i clienti -se gli faccio credito- ma non dovrei fare trapelare quel senso di sufficienza nel dovere ‘andare incontro alle imprese‘. Se sono i miei clienti, devo fare il massimo per dare un servizio che comprende ahimè anche il credito. Quindi non andare incontro con magnanimità, ma rincorrere i clienti e convincerli a fare “buoni affari” con la mia banca. Che dire dell’idea ‘di incrementare la consulenza e la formazione’? Benissimo, ma allora che cosa è stato fatto in questi 7 anni molto istruttivi? Si comincia ora a fare formazione per servire le imprese? Ovviamente no. Cosa cambierà nella formazione del personale bancario che segue le imprese?

Ugualmente affascinante la digitalizzazione delle pratiche, che in base alle tecnologie esistenti è già stata fatta da tempo: le pratiche di fido sono elettroniche da 10 anni (si chiamano appunto PEF, Pratica Elettronica di Fido) non viaggiano mica con la Posta ordinaria.  E’ che sono brutte (poche informazioni di qualità), partono piano (un mese buono per finire una proposta), si fermano sui tavoli (oops…sui computer) di altri uffici e alla fine passano buoni buoni 3 o 4 mesi prima di avere una risposta. Cos’altro c’è da digitalizzare nel processo di credito delle banche? E’ il processo malato che va cambiato, non la tecnologia.  E infine, appunto, nasce il dubbio che con la tecnologia non si trovi la soluzione: ‘la conoscenza dell’interlocutore è indispensabile’. Prima di tutto il nostro ‘interlocutore‘ è un cliente ed è pure un imprenditore, categoria pericolosa ma affascinante. Che sa benissimo di non essere conosciuto e oggi neppure troppo coccolato.  Paga il conto ogni anno, ma è visto con una dose di sospetto e distanza.

Infatti ecco la prova (ribaltando l’ordine dell’articolo) dallo stesso convegno:

La situazione: la principale novità emersa nel corso del convegno è che banche e imprese (soprattutto quelle medie e piccole) sopravvivono solo se collaborano, accettando, sul fronte bancario di ampliare i propri orizzonti dalle 7000 Pmi che offrono massime garanzie a quelle 30-40 mila che si trovano nella cosiddetta zona gialla del credito, quella in cui gli algoritmi di valutazione non sono in grado di stabilire se è opportuno o no fornire un prestito, mentre, su quello aziendale, di trasformare la propria impresa secondo le indicazioni degli istituti di credito che forniscono il prestito. Del resto da una ricerca presentata da HQ24 nel corso del convegno, relativa ad ottobre 2014 emerge che solo il 60% degli imprenditori dichiara che le sue necessità di credito sono state soddisfatte dalle banche, mentre il 36% degli imprenditori vede le condizioni praticate dalle banche come peggiorate o molto peggiorate. E questo a causa soprattutto delle garanzie eccessive richieste per i prestiti, per i costi elevati degli stessi e per i tempi troppo lunghi per chiudere la pratica.

Lo dico da anni, con questi tassi di soddisfazione anche Apple, Ferrero o Esselunga avrebbero già chiuso per fallimento da tempo. Le banche ci convivono. E i problemi sono sempre gli stessi: giudizi troppo meccanici (algoritmi), incomprensione (tra chi pensa di avere diritto al credito e chi lo deve concedere), costi sempre troppo alti per un servizio sempre più scadente e aleatorio. 7 anni buttati e un matrimonio (collaborazione) che senza un profondo ripensamento non si farà mai.

Non è neppure un problema di come collaborare, si lotta anche nella propaganda oramai.  A destra le banche che insistono nella tesi della domanda di credito che manca, sull’altra sponda del fiume gli imprenditori che tramite indagini associative sostengono che la domanda viene bloccata e respinta.

Quando la stessa domanda è fatta alle piccole e medie imprese, sempre da Banca d’Italia i risultati sono un tantino diversi, come dice la ricerca su 4777 imprese sopra i 20 addetti:

La necessità di un maggiore indebitamento nel corso del 2013 è maggiore per le imprese industriali rispetto a quelle dei servizi (34,2 per cento contro 30,8) e per quelle con almeno 50 addetti rispetto alle più piccole (34,6 per cento rispetto a 31,4). Le imprese che desideravano un maggiore indebitamento nel corso del 2013 e si sono rivolte agli intermediari sono il 29,8 per cento del totale, ma solo il 15,5 per cento di queste era anche disposto a un aggravio delle condizioni praticate, al fine di ottenere finanziamenti aggiuntivi (rispettivamente si tratta del 92 e del 48 per cento delle imprese che desideravano finanziamenti aggiuntivi). La quota d’imprese che si è vista negare in tutto o in parte le richieste di nuovi finanziamenti è scesa dal 12,4 per cento al 9,1 tra il 2012 e il 2013.

Cifre che rendono giustizia al fenomeno a quel 33% di imprese che cercano più credito (è un valore piuttosto alto durante la crisi) e alle imprese respinte (tra il 9% e il 12%) che non includono le micro-imprese sotto i 20 addetti in questa ricerca.  Dati identici, ma peggiori sul credito rifiutato si trovano in UK e nelle indagini associative. Difficile sostenere che non ci sia domanda, più facile accettare la realtà che la domanda delle imprese non sia per investimenti, domanda che è giustamente crollata visti gli indici di capacità inutilizzata e il calo della domanda interna.

Il punto è un altro, anzi sono due:

1) la domanda delle imprese, certificata sempre dalle indagini Banca d’Italia e BCE, è per capitale circolante e per ristrutturare posizioni di debito insostenibile. Da anni c’è solo questa domanda, ma è forte. Il circolante non è sempre ‘più brutto’ rispetto agli investimenti, ma è anche figlio di tempi di pagamento assurdi e di ritardi che vedono l’Italia tra i peggiori paesi in Europa. Ottenere il pagamento del 50% all’ordine e il 50% alla consegna -come alcune imprese con cui parlo riescono ad ottenere – capita solo se si hanno clienti esteri. La domanda di credito è per pagare puntualmente le tasse anche quando si hanno crediti o arretrati dalla PA. Chiaro?

2) la domanda non è scomparsa, è scomoda. E’ rimasta tanta domanda ma da parte di imprese scomode, perché spesso troppo indebitate, che le banche giudicano oggi (non ieri) troppo rischiose e quindi pericolose per future sofferenze e consumo di capitale. La domanda di credito che piace alle banche è scarsa. E anche il magazzino di credito pericoloso viene ridotto come conferma l’indagine della Banca d’Italia:

Analogamente, dal secondo semestre del 2012 si allentano per le imprese industriali le tensioni derivanti da richieste di rientro da posizioni debitorie in essere, che restano sostanzialmente stabili per le imprese dei servizi (per il secondo semestre del 2013, il saldo tra indicazioni di aumento e diminuzione è pari a –7,2 per cento nell’industria e a –14,5 per cento nel terziario).

Nella crisi del 7° anno siamo su questo crinale, ribadito tante altre volte sulle pagine di Imprese+Finanza:

– credito sicuro solo per le aziende ipersicure;
– modesta capacità del personale bancario e dei sistemi esperti/digitalizzati nel distinguere imprese buone da imprese pericolose, guardando agli anni futuri e non solo al bilancio 2013
– la fame di circolante non è gradita al sistema bancario, che preferisce invece finanziare gli investimenti

Tranquilli, tutto procede come prima e si faranno ancora tanti convegni sul rapporto tra banche e imprese in Italia, mentre fuori il mondo finanziario si sta attrezzando diversamente e costruisce piattaforme per fare credito a basso costo verso quelle piccole imprese che nessuno ama più. In UK le banche che non vogliono più servire i piccoli clienti con un ‘rapporto umano’ si affidano ai nuovi intermediari.

 

Articolo di F_Bolognini – ripreso da linkerblog_biz