Se avete una idea per una startup sappiate che ce l’hanno anche altre centoquarantanove persone!

Creatività professionale, creatività finalizzata, creatività libera e selvaggia. Di idee creative ne ho almeno un paio a settimana e da qualche tempo a questa parte trascorro molto tempo discutendo con persone che vogliono avviare una nuova impresa. Molti di loro basano il loro progetto su idee creative e originali e si interrogano su come trasformarle in realtà.

La prima cosa che dico loro è che nello stesso istante in cui hanno concepito l’idea in questione, non importa quanto ricca di creatività, ci sono almeno altre 149 persone nel mondo che hanno avuto la stessa idea, nello stesso istante. E che anche quelle 149 persone stanno, proprio in quel momento, parlando delle loro idee creative con qualcuno come me per cercare di realizzarle.
In generale la reazione del mio interlocutore non è particolarmente positiva.

150 scintille di creatività, nello stesso istante

“Perché sottovaluti in questo modo la mia idea?”, pensa lui mentre gli parlo. Ed ecco che mi trovo a dovermi spiegare meglio.

La nostra creatività non è mai solipsistica. Il nostro cervello elabora le informazioni che assorbe dall’esterno e le associa sulla base di una combinazione delle proprie esperienze, delle proprie attitudini e dei segnali che gli invia l’inconscio. I fatti di cronaca e i libri che si studiano, le conversazioni con gli amici e i post che si leggono su Facebook, tutto concorre a stimolare il nostro cervello a sviluppare idee creative. La creatività altro non è che il nostro modo personale di creare collegamenti fra queste quattro componenti: le sollecitazioni esterne, il nostro background di conoscenze, la nostra situazione psicologica e il nostro subconscio.

Ora, indipendentemente da quanto ci faccia piacere pensarlo, siamo tutti molto più simili agli altri di quanto crediamo. Ogni essere umano è unico, ma allo stesso tempo assomiglia moltissimo a un enorme numero di suoi simili. Quindi, a fronte di una sollecitazione esterna, moltissime altre persone reagiranno nel nostro stesso identico modo. E a fronte di due o più sollecitazioni (che insieme generano la creatività) una percentuale più bassa (ma comunque rilevante di esse) creerà la nostra stessa associazione mentale. Naturalmente ci sono sempre il background culturale e l’inconscio a differenziarci. Ma come dicevo,  molte persone hanno un patrimonio d’informazioni e meccanismi dell’inconscio simili ai nostri.

Quindi, sebbene il numero si restringa, quando concepiamo idee creative altre persone, che non conosciamo, hanno avuto la nostra stessa illuminazione.

La teoria delle 150 idee creative contemporanee

Quante? Impossibile dirlo, almeno per me. Ma proviamo a fare un gioco di approssimazione.
Nel mondo abitano 6,9 miliardi di persone. Una delle quali sei tu. Evidentemente, non tutti sono sottoposti agli stessi stimoli esterni. Se tu hai letto ieri qualcosa, quante altre persone l’avranno saputo, o lo sapranno a breve? Tutta la popolazione mondiale che ha accesso a un giornale, a una televisione satellitare o a Internet. Diciamo 2 miliardi?

Se poi tu, perché sei appassionato di tesori nascosti e perché sei avventuroso, hai scoperto su Internet che c’è un sito che raccoglie informazioni proprio sui tesori nascosti, forse ti verrà un’idea creativa (quale non lo so: è la tua idea). Questo restringe il cerchio drasticamente. Quante persone, di quel miliardo, sono avventurose come te? il 15 per cento? E siamo a 150 milioni. Quanti di questi sono appassionati di tesori nascosti? Il 5 per cento? Arriviamo a sette milioni e mezzo di avventurieri e appassionati di tesori che hanno probabilmente acquisito le due informazioni che ti hanno fatto venire l’idea.

Ora, quanti di loro hanno un background culturale molto simile al tuo? C’è che fa il medico, chi il venditore ambulante. Chi ha 60 anni e chi le ha 12. Ipotizziamo che siano il 2 per cento, il che restringe il cerchio a 150 mila persone nel mondo che potrebbero aver avuto la tua stessa idea creativa. Sono tante? In effetti sì. E infatti in realtà sono molte di meno, perché non abbiamo ancora introdotto nell’equazione inconscio e psicologia. Quanti di loro vivono un momento della propria vita che li induce alla creatività, magari perché sono insoddisfatti del proprio matrimonio o perché hanno ereditato una casa in Toscana? Azzardiamo un 10 per cento. E quanti hanno un subconscio tanto simile al tuo da condurli alla tua stessa idea creativa? Pochi senza dubbio: forse l’uno per cento.

La tua creatività non è mai solitaria. Ed è un bene

Il che mi porta a dirti che 150 persone hanno avuto la tua stessa idea creativa. Non qualcosa di simile: proprio la stessa! Sottrai te stesso e arriviamo giusto giusto a 149.

Si è trattato di un gioco, naturalmente. Le percentuali me le sono inventate, anche se mi sono sforzato di essere quanto più logico possibile. Ma il punto non è il numero esatto di persone che condividono la tua stessa creatività. Il punto è che senza ombra di dubbio tu non sei solo.
Un pensiero deprimente? Al contrario! L’umanità è un organismo pulsante e straordinariamente creativo, che vibra all’unisono quando riceve sollecitazioni comuni.

Sapere che la mia stessa creatività è condivisa da altre persone mi trasmette un senso di appartenenza che mi piace.

 

Articolo ripreso dal sito thebizloft.com

Le startup italiane hanno piu’ bisogno di idee e di risorse umane e meno di capitali

Da alcuni anni si assiste in Italia a un rifiorire di iniziative legate al mondo digitale e delle startup. Un’attività che sembrava seppellita, un decennio orsono, sotto il crollo della new economy, sta ripartendo di grande slancio.

Purtroppo, dietro a questo fermento imprenditoriale apparentemente positivo, c’è spesso l’impossibilità per molti giovani, che non si rassegnano a far parte della generazione neet, (colori i quali  non studiano, non lavorano ed hanno anche smesso di cercare lavoro) di trovare una occupazione stabile con un contratto a tempo più o meno determinato e pertanto si cimentano nel lancio di una start up. Ma capita non di rado che anche persone più grandicelle, magari con un passato glorioso in multinazionali informatiche, investono la buonuscita, a volte ricca, ricevuta nel “giorno dell’addio”,  nell’iniziativa che li potrebbe fare diventare i nuovi Steve Jobs o Bill Gates.

Al di là del tono scherzoso per un argomento che è invece socialmente drammatico, colgo spesso la critica, tra gli operatori del settore, che la crescita e lo sviluppo di start up digitali soffra della carenza di capitali, soprattutto dopo le primissima fasi di vita, nelle quali, o i capitali non servono o bastano quelli di familiari, amici o della summenzionata buonuscita.

Certo,  se si paragona il fenomeno attuale con il precedente della new economy, alla fine degli anni 90, dove i capitali inondarono il mondo digitale, in maniere peraltro abbastanza acritica e poco selettiva (lo dimostra il tasso di sopravvivenza delle imprese nate sull’onda, solo 15 anni dopo), la situazione è complessa, ma forse, era allora che  c’era un eccesso di offerta di denaro.

Probabilmente l’offerta di capitali in questo momento è bassa, ma, a mio parere, congruente con l’offerta e la qualità della start up digitali nate nel nostro paese: non dimentichiamo che il mercato dei capitali è senza confine – anche per merito dello sviluppo di Internet –  e le start up italiane devono competere necessariamente con il resto del mondo per risorse finanziarie scarse.

Ciò che, secondo me, invece più manca in questo panorama, spesso anche a livello di dibattito istituzionale, è l’attenzione alle competenze manageriali necessarie a supportare un processo di start up di successo. Lo start up, infatti lungi dall’essere un’attività semplice perché relativa ad aziende di piccoli dimensioni, è paragonabile al decollo dell’areo dal suolo, dove i motori sono alla massima potenza e l’attenzione dei piloti concentrata sul fare volare un ammasso di ferro che ogni volta ci stupisce di come riesca a stare in aria. Purtroppo troppo spesso invece la nostre start up digitali sono in mano a  piloti molto esperti magari di motori o di aerodinamica (leggi software, microprocessori o nanotecnologie) a volte con competenze riconosciute a livello mondiale, ma che, non per questa ragione, possono pilotare un aereo.

La metafora “aeronautica” è, a mio parere, particolarmente calzante, perché, come nel volo, una volta che l’aereo – start up è decollato, tutto diventa più semplice e magari serviranno nuovamente competenze speciali nella fase di atterraggio, affinché possa concludersi con una exit particolarmente profittevole.

E’ quindi fondamentale la possibilità, per lo startuttper, di potere usufruire di attività di mentoring da parte di manager di esperienza che assistano, come co-piloti, questa fase delicata di volo. E probabilmente in questo momento, complice la stessa crisi che sta favorendo la nascita di tante nuove iniziative, vi sono molte competenze di qualità, disponibili ad aiutare, anche solo per sentirsi nuovamente attive nel mondo del lavoro, queste giovani aquile implumi.

Purtroppo le carenza strutturali che affliggono i  nostri startupper, sono tante: vanno da semplici competenze di diritto societario a temi più complessi quali analisi di posizionamento competitivo, dimensionamento dei mercati si sbocco, all’internazionalizzazione, alla redazione di un business plan professionale. Il tema si ricollega in ogni caso alle scarse competenze manageriali delle PMI italiane, di cui le start up digitali sono un sottocategoria, e agli ancora debolissimi legami tra università e mondo imprenditoriale.

In questo senso, peraltro, competenze e capitali sono particolarmente interconnessi in quanto l’investitore istituzionale giudica spesso più il management che il progetto e una iniziativa, magari non straordinaria ma ben presentata, ha spesso possibilità di essere finanziata di una potenzialmente esplosiva, ma  con una presentazione carente e lacunosa. Per questo motivo, anche nella successione logica, le competenze hanno prevalenza sui capitali.

Con tali premesse il nostro sistema dovrebbe favorire l’incontro tra idee e competenze quasi e forse più che tra idee e capitali. Magari perché adesso è anche più facile trovare le prime che i secondi e, per lo stesso motivo, è fondamentale che tutti gli startupper digitali (e non) dedichino energia ed impegno nel  trovare, prima dei capitali, un “mentor” che per amicizia, in cambio di una piccola quota di partecipazione o di una parcella professionale li affianchi in quello che è, senza alcun dubbio, il periodo più critico della vita di ogni società.

 

Articolo di Andrea Pietrini – Managing Partner yourCFO Consulting Group e Business Angel

Cosa pensano gli investitori in aziende innovative e cosa cercano per i loro investimenti

Perche’ gli investitori vogliono un prototipo? La risposta breve è questa: perché a nessuno serve UNA IDEA, tutti hanno bisogno DELLA “BUSINESS IDEA”.

Mi occupo di marketing e più in generale di strategie digitali dal 1999.

Allora in Italia c’erano grosso modo 3 milioni di utenti connessi ad internet, e il sito più visitato era Virgilio con oltre 2 milioni di utenti unici mensili.

Di Google non aveva ancora sentito parlare nessuno (è stato fondato nel 1998), in USA stava già spegnendosi il boom delle dotcom e in Italia un commento comune che veniva fatto dai clienti a cui parlavi di internet era “ho sentito che in America la vogliono chiudere…”.

Mi sono interessato a questo “pianeta” allora perché come altri avevo capito che quello che vediamo oggi sarebbe accaduto.

Che tu creda o no il 99% dei product concept (delle “idee”) alla base delle mega start-up di oggi erano già in giro da allora, già dal periodo pioneristico fra il 98 e il 2000.

2 punti chiave spiegano perché ci sono voluti 15 anni per arrivare fino a qui però:

  • non esisteva la tecnologia di base per permettere ai visionari di allora di realizzare questi prodotti, o per lo meno a condizioni economicamente favorevoli (es. costo della banda, dell’hardware…)
  • l’ecosistema non era sufficientemente grande e maturo da supportare la nascita di nuovi prodotti (es. non abbastanza utenti o piattaforme sociali efficienti per permettere modelli freemium…).

E questo ci porta al punto per cui siamo qui: in Italia si parla sempre di idee, che la base della start-up è una idea.

Dall’altra parte ti diranno altri, “eh ma le idee non contano nulla”.

Dove sta la verità? Nel mezzo? No, in realtà in nessuno dei 2 posti

Per spiegarti il mio punto di vista sul problema, ti racconto di questo pitch che ho appena sentito.

La risposta finale della startupper è stata:
“mi hai detto il contrario di quello che mi ha detto chiunque altro… però mi pare più sensato quello che mi hai detto tu”

Ieri ho sentito l’ennesimo pitch di un tool internet consumer per socializzare nella navigazione ad internet.

Mi sono trovato a rispondere le stesse cose che dico quasi sempre quando incontro un nuovo progetto:

  • chi è il tuo utente tipo? Perché se la risposta è “tutti” mi spiace ma hai un problema
  • che tipo di modello di business hai? Non cosa venderai domani, ma tendenzialmente lo vedi come freemium, come basato sull’adv. O cosa?
  • Per quale motivo qualcuno non potrebbe vivere senza il tuo prodotto? Per chi è indispensabile?

Soprattutto in Italia queste domande sono essenziali, perché la resistenza che il mercato pone a creare quella che in USA chiamano “trazione” (ovvero l’adozione iniziale che fa capire che a qualcuno il tuo prodotto piace e lo vuole usare) è maggiore che in altri paesi.

Quello che per esempio ho detto al team che ho conosciuto ieri è:

  • il vostro prodotto ha bisogno dell’effetto rete, perché invece di sforzarvi di crearlo non lanciate in occasione di un evento in modo da popolare la rete automaticamente su quell’evento?
  • Avete valutato quali sono delle comunità che naturalmente interagiscono in più siti e quindi possono beneficiare del vostro layer? Dovrebbero essere tanti abbastanza da incontrarsi facilmente, ma non così tanti da non poter essere coinvolti da una start-up
  • Come vi ponete con il fatto che è stato lanciato un prodotto simile 2 anni fa e non ha avuto successo nonostante fosse stato supportato da un grosso brand?

Solitamente quando racconto cose di questo tipo ottengo appunto risposte tra il basito e lo sconvolto.

Ho realizzato che questa discussione è creata da una idea fondamentale da comprendere, e che nella mia esperienza fa una enorme differenza.

Non dico che aver chiaro questo e mettere in fila nel modo giusto questo elemento sia sufficiente a garantire di farsi finanziare, né di avere poi successo, ma non avere questo è garanzia di non farcela, o almeno di avere incredibili difficoltà soprattutto qui in Italia.

La tua IDEA non basta, hai bisogno di una “BUSINESS IDEA”.

Non è una rivoluzione culturale, come spesso nel business è una “distinzione”, una sottile differenza nella percezione che cambia le tue idee di quel tanto che basta.

Una idea è una di queste cose:

  • una piattaforma per permettere agli utenti di…
  • un tool per fare…

Quali problemi ha questo approccio? Non dice come si genera trazione, che spazio strategico occupa, come crea valore. Come si pensa di lanciarla, perché dovrebbe lasciare una traccia sul mercato.

Perché è una opportunità per il tuo partner finanziario, quanto vale il mercato…

Una BUSINESS IDEA invece è composta di N elementi chiave che rendono concreto l’approccio e la trasformano in opportunità:

  • uno spazio – ovvero un mercato o settore (combinato con una area geografica) al quale l’idea si applica
  • un concept di prodotto – ovvero la modalità centrale di erogazione del servizio o di fruizione del prodotto
  • un primary target – ovvero il nucleo di persone, di utenti che trae maggiore utilità dall’utilizzo del prodotto o del servizio, lo zoccolo duro di fan da coinvolgere perché la nostra idea gli migliorerà la vita sensibilmente
  • un concept di business – ovvero una vaga idea di chi pagherà (detto in termini terra terra) o se preferisci in che modo verrà creato valore (economico) dall’introduzione del progetto

La stessa “idea” può essere presa e declinata in questo modo, e vedrai quanto cambia il risultato.

Nella mia esperienza il tempo necessario per raccontare o spiegare la tua start-up non cambia da un modo all’altro ma il livello di profondità raggiunto nella comprensione e l’efficacia nella comunicazione invece cambiano radicalmente.

L’analisi puntuale dei punti infatti permette di avere un quadro più chiaro della situazione e di valutare (e di permettere ad esempio ad un investitore) di comprendere l’opportunità.

Qualche esempio di domanda da farsi:

  • quanto vale il mercato / settore nei diversi paesi potenzialmente target, e per quali motivi ci sono dei disallineamenti (per esempio)?
  • Il valore espresso dal totale del mercato come si distribuisce fra i diversi attori economici e (anche per sommi capi) come funziona la catena del valore? E’ lineare, dove si incastra?
  • Perché c’è bisogno di una innovazione in questo contesto? Cosa creare attrito, insoddisfazione?
  • Come fai a saperlo?
  • Perché, perché, perché?

Non ti fermare ad un presupposto o ad un assioma, mettilo sempre in dubbio e cerca dei riferimenti!

Hai già una BUSINESS IDEA e il tuo pitch? VUOI UNA MANO PER LANCIARLO ?

Abbiamo appena lanciato la call for startups del programma di accelerazione di 42 l’acceleratore della “Guida Galattica per Startuppers”.

Testo ripreso dal sito di 42accelerator.co – per maggiori informazioni segui il link: 42 Acceleratore d’impresa

Debiti o investimenti lo strano modello di crescita delle aziende innovative in Italia

Per ogni euro investito in startup da un privato ce ne sono due messi sul tavolo grazie all’intervento pubblico. Ma sono investimenti o debiti?

Smart&Start e Fondo di garanzia per le Pmi, da settembre del 2013 ad oggi hanno permesso di smuovere 240 milioni di euro contro i 118 che nel 2014 sono arrivati da private equity, venture capital e business angel. Un rapporto destinato a diventare uno a quattro nel corso del 2015 con il nuovo bando di finanziamento Smart&Start partito a febbraio scorso che una disponibilità complessiva di 200 milioni. E ancora con il fondo di fondi annunciato per il 2015 da Cassa depositi e prestiti che ha una disponibilità da 50 a 150 milioni di euro. A questo si deve aggiungere il fondo di venture capital creato da Invitalia che metterà in circolo altri 50 milioni di euro destinati alle startup innovative da giugno 2015.

Indebitamento o investimenti?

Il paragone non riguarda solo la quantità di denaro messo in circolazione da soldi pubblici e soldi privati sulle startup italiane. Ma anche due diverse forme di finanziamento: indebitamento e investimenti nel capitale. Sia Smart&Start che il Fondo di garanzia per le Pmi si basano infatti su un sistema di finanziamento che non ha effetti sulla proprietà ma solo sull’indebitamento. Tutto il contrario degli investimenti in equity, fatti dai privati che nelle startup mettono soldi, ma poi entrano di diritto nei consigli d’amministrazione. Cosa che nella cultura delle imprese italiane (tradizionali o innovative che siano) stenta ancora a farsi strada.

Un fenomeno che conosce bene Adam Kostyá, responsabile per le quotazioni delle società tecnologiche europee per il Nasdaq. All’Arctic 15 di Helsinki ha detto a StartupItalia! che al nostro paese «serve un radicale cambio culturale: le imprese del sud Europa devono capire che cedere quote azionarie non è un male. Ma è una spinta ad una crescita più rapida, che è quello che serve alle startup per conquistare il proprio mercato di riferimento».

Una startup su 10 ha chiesto aiuto al Fondo di garanzia

Dal 2013 il Mise dà la possibilità alle startup di accedere al Fondo di garanzia per le Pmi in maniera agevolata. Basta essere una startup innovativa o un incubatore certificato iscritto nella sezione speciale del Registro delle imprese e che il soggetto finanziatore non acquisisca alcuna garanzia, reale, assicurativa o bancaria sull’operazione finanziaria.

Ciò ha permesso alle giovani imprese innovative – secondo i dati diffusi dal Mise – di poter usufruire di 172 milioni di euro di finanziamenti bancari che sono stati concessi a 388 startup con un importo medio di poco superiore ai 325mila euro. Praticamente è stata finanziata una startup su dieci, visto che attualmente in Italia ce ne sono 3.925. Alcune di queste hanno ricevuto più di un prestito, considerando che il numero totale di finanziamenti è di 526. Vanno meglio i risultati degli incubatori. In questo caso la percentuale raddoppia, passando dal 10 al 20%, visto che hanno usufruito della garanzia del fondo 6 realtà sulle 31 presenti in Italia, quindi quasi una su cinque.

Ma come funziona questo strumento? I soldi li mettono le banche.  E se una startup (o un incubatore) non è in grado di restituirli? Arriva la garanzia dello Stato, sulle cui spalle in caso di “problemi” ricade la restituzione dell’80% del prestito (attualmente quindi poco più di 135 milioni su 172 erogati). Mentre alla startup resta da pagare solo il 20%, che di fatto è la la quota a cui devono rispondere personalmente i founders. La regione in cui le startup hanno preso in prestito più denaro è la Lombardia con oltre 80 milioni di euro di debito, mentre in Umbria ci sono stati i finanziamenti più importanti: su solo 4 operazioni ricadono oltre 4 milioni di euro. La Basilicata è l’unica non pervenuta. Qui l’elaborazione grafica dei dati regione per regione.

Quanto ha investito finora Smart&Start

La prima tranche di capitali messi in circolo nel 2014 grazie al bando Smart&Start è stata di 68 milioni euro di cui 32 in Campania, 15 in Sicilia e 12 in Puglia. Su 1.200 domande presentate, quelle finanziate sono state 368 con 2.767 neoimprenditori coinvolti. Questi, in breve, i numeri della prima edizione del bando Smart&Start, l’incentivo promosso dal Ministero dello Sviluppo Economico e gestito da Invitalia. La seconda edizione del progetto mette sul piatto altri 200 milioni per l’innovazione con finanziamenti per i singoli progetti che possono arrivare fino a 1,5 milioni di euro, partendo da un minimo di 100 mila euro. L’aiuto offerto dal bando Smart&Start è fondamentalmente di due tipi. Il primo è strettamente economico, trattandosi della concessione di un prestito. Il finanziamento è “agevolato” perché si rimborsa con interessi a “tasso zero” e può arrivare a coprire un importo pari al 70% delle spese o dei costi ammissibili dal bando (max 1.050.000 euro). All’agevolazione economica però si affianca, solo per le imprese nate da meno di un anno, anche un aiuto meno “materiale” ossia un servizio di tutoraggio tecnico-gestionale. Come per l’accesso al Fondo di garanzia per le Pmi, stiamo parlando di indebitamento e non di investimento in equity e quindi nelle quote della società.

Le cifre di private equity, venture capital e business angel

Quando si cominciano ad analizzare gli investimenti privati le cose cambiano e anche le misurazioni diventano più complesse. Non si tratta in questo caso di prestiti ma dell’acquisto di quote delle startup e quindi di ingressi nel capitale sociale delle stesse. Secondo i dati dell’Osservatorio Digital Innovation presentati al Gec 2015 di Milano, nel 2014 gli investitori istituzionali, i business angel, i family office e i venture incubator hanno investito nelle startup 118 milioni di euro (dato in contrazione rispetto ai 129 milioni del 2013). Qualche giorno dopo però, esattamente il 20 marzo, l’Aifi (Associazione Italiana del Private Equity e Venture Capital) presentando l’analisi sull’andamento dei soggetti che investono nel capitale di rischio delle imprese, ha reso noto invece che gli investimenti early stage (seed e startup) nel 2014 ammontano solo a 43 milioni di euro. Un gap che potrebbe in parte essere spiegato dal fatto che nella seconda statistica non rientrerebbero i fondi stanziati dai business angel e dalle agenzie finanziarie regionali.

I rischi degli investimenti pubblici in startup

Secondo Marco Bicocchi Pichi, membro del comitato esecutivo di Italia Startup, dai risultati del Fondo di garanzia per le Pmi viene fuori che «la promessa del governo ha funzionato, loro hanno fornito una strumento che le startup hanno effettivamente utilizzato». Il fatto che una startup su dieci abbia avuto accesso a un finanziamento bancario grazia alla garanzia dello Stato «è un dato significativo» perché bisogna considerare che «la stragrande maggioranza delle startup innovative ha meno di 10 mila euro di capitale sociale ed è abbastanza logico che queste non accedano a questo tipo di prestiti. Togliendo quindi queste dal conto, vedremmo numeri molto diversi«. Ma è su un dato che Bicocchi Pichi chiama a riflettere le startup: «la decisione di accendere un prestito è stata una scelta consapevole priva di azzardo morale o come ultima spiaggia?», aggiungendo che un buon benchmark in questo caso potrebbe essere quello di valutare qual è il rapporto debito/capitale delle startup oggetto dell’operazione di finanziamento, “sarei sorpreso negativamente se vedessi che una startup con 5 mila euro di capitale sociale interamente versato ne prenda 50 mila a debito”.   Una sorta di regola di Basilea per le startup.

Per Roberto Magnifico di LVenture e InnovAction Lab, «una stima statistica che ci sia qualcuno che prende i soldi e poi fallisce c’è, ma non sarebbe giusto non mettere in moto un sistema che cerchi di aiutare il buono per colpa di quei pochi che non si comportano bene». L’intervento del Fondo di garanzia va visto quindi «come un volano che lo Stato sta cercando di mettere in azione per facilitare l’ingresso di attori come le istituzioni finanziarie in uno settore di mercato non è il loro. Li fa partecipare al rischio, con una quota minore, ma con una capacità di intervento che mette nel sistema 180 milioni di euro e facilita le microimprese in un Paese il venture capital fa fatica ad emergere con forza» conclude Magnifico.

Si fida della valutazione che mettono in atto le banche prima di concedere un finanziamento, Paolo Cellini, professore di marketing strategico alla Luiss, secondo lui le startup a cui sono stati concessi i finanziamenti bancari «già fatturano, altrimenti la banca non avrebbe dato loro i soldi». Quindi, in sostanza, non sarebbero startup. Che intervenga lo Stato, «non è negativo, non necessariamente» e comunque «resta più facile prestare che entrare in equity, per lo più se il finanziamento è garantito dallo Stato». Cellini ricorda che il rischio del prestito è diverso da quello di gestione, ma per crescere le società hanno comunque bisogno di capitale.

Face4Job: con quei soldi raddoppiato il valore dell’azienda

È quello che dice anche Alessio Romeo, ceo di Face4Job, che grazie al Fondo di garanzia per le Pmi ha avuto accesso a un prestito bancario di 500 mila euro: «il mio parere non può che essere positivo, questi soldi mi hanno permesso di andare avanti e di arrivare ad avere un’azienda che oggi vale due volte rispetto a quando non avevo questo debito».

Romeo però sottolinea anche che senza una forte presenza sul territorio, con un network giusto, «il prestito non l’avrei avuto neanche io, da solo non ce l’avrei mai fatta. Se fossi stato un ragazzo brillante di 25-26 anni non credo che l’avrei fatta». Cosa ha fatto con i soldi e perché ha scelto il debito e non l’equity? «Ne ho ancora metà, li ho usati per la parte dei costi legata allo sviluppo e alla comunicazione. Ho scelto il finanziamento bancario per tenere in mano l’equity , con questa operazione ho mantenuto la proprietà assoluta dell’azienda, ho soltanto rimandato l’eventuale operazione sull’equity e diciamo che mi è andata bene».

 

Articolo ripreso dal blog di StartupItalia – autori: A. Rociola – M. Furlo

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