Una storia andata a finire male purtroppo

Il disastro di Arduino una storia tutta italiana tra gelosie e avvocati che ha distrutto una tecnologia made in Italy

Una brutta storia, nata da una delle realtà più belle della tecnologia made in Italy. Nel cuore di Arduino, il processore open hardware cresciuto ad Ivrea che perfino la Intel ci invidia, è infatti scoppiata la guerra.

Da una parte quattro dei cinque soci storici, compreso il “padre” e il volto pubblico del progetto Massimo Banzi, dall’altra Gianluca Martino che da sempre si occupa concretamente della produzione delle schede. Più un sesto incomodo, Federico Musto, che da lunedì sostiene di essere il nuovo timoniere che porterà il processore italiano verso la conquista di nuovi mercati. Il tutto ad insaputa dei quattro fondatori sopra citati, Massimo Banzi in testa. Viene subito in mente la cacciata di Steve Jobs dalla Apple nel 1985, o l’allontanamento dalla Sony di Ken Kutaragi, l’ideatore delle prime tre PlayStation. Ma qui c’è la componente italiana, farsesca per molti versi, che rende lo scontro in seno ad Arduino diverso.

“E’ surreale quel che sta accadendo”, racconta da Londra Massimo Banzi. “Qualche giorno fa ho letto sulle agenzie della cosiddetta svolta corporate di Arduino, senza che noi ne sapessimo nulla. E ho appreso che questo signore, che nulla a che fare con la nascita di Arduino né con la sua gestione, sarebbe diventato il nuovo amministratore delegato”

Si riferisce a Federico Musto?
“Esatto”

Mi perdoni, come è possibile che qualcuno arrivi e dica che è alla guida di Arduino se c’entra relativamente poco?
“Appunto: come è possibile? E perché in tanti gli hanno dato retta? La questione è semplice. Fra noi, fra noi quattro e Ginaluca, c’era una visione diversa. E’ proprietario della fabbrica di Arduino ad Ivrea ed è sempre stato contrario all’internazionalizzazione del nostro progetto”

Si spieghi meglio.
“Arduino è un progetto open hardware: chiunque può fabbricarlo, i progetti e gli schemi sono online. Quello che differenzia la versione per così dire originale è la sua identità. L’essere al centro del movimento dei maker da dieci anni. E’ un brand perché ha una sua filosofia e una storia. L’hardware puro e semplice non è il centro. Ci sono diverse fabbriche che realizzano le schede Arduino in giro per il mondo. Quella di Ivrea però, che è di Gianluca, ha avuto storicamente una quota importante nella produzione. La mia idea di espandersi nel mondo cozza con la sua che teme di dover ridurre la produzione. Ma se vuoi davvero sbarcare in Cina, dove già copiano Arduino perfino con il nostro logo, non puoi farlo continuando a tenere la maggior parte della produzione in Italia”.

Di qui la spaccatura?
“Gianluca Martino ha messo Musto a capo della società che produce le schede in Italia, quella che ha il sito Arduino.org, che non c’entra con il sito storico Arduino.cc. Si sono appropriati del nome visto che non è un marchio registrato, comunicando ai quattro venti che è tutto nelle loro mani. Hanno perfino fatto riferimento all’accordo con la Intel, quando sono io che l’ho siglato. Parlano di una svolta internazionale mentre Arduino sono anni che ha uffici in America, Svezia, India… Senza dimenticare che dei cinque fondatori due sono statunitensi, uno è spagnolo e poi ci siamo noi due italiani. Arduino è nato come una realtà internazionale. E Musto in questa storia non c’entra nulla. Ha solo collaborato con noi ad un progetto e si è poi inserito sfruttando i dissapori all’interno del gruppo”.

Dissapori di lunga data?
“Si, ci sono altre questioni ed azioni legali in corso. Non posso scendere nei dettagli proprio perché le cause sono in pieno svolgimento”.

Come mai la Intel si è interessata a voi?
“Intel si è accorta di essere assente nel mondo dei maker. Ci hanno contatto per fare un prodotto che abbia Intel come base e che possegga la filosofia Arduino. La scheda Galileo è nata così. Di nuovo: la costruzione dell’hardware è questione non fondamentale. Noi stiamo cambiando il mondo, dando alle persone la possibilità di inventare. Ma anche restando nelle logiche di business, è ovvio che sulla produzione di hardware puro gli spazi si riducono. Devi essere un brand in primo luogo, avere un marchio e una identità forte. E’ sull’identità che si costruisce il nostro business futuro. Dunque anche sugli accordi con la Intel, che legittimano un percorso, sono un riconoscimento per Arduino. Chiaramente la strategia di trasformare Arduino in una azienda globale di questo tipo a Gianluca Martino non piaceva perché è legato alla produzione pura”.

E ora cosa farete?
“Aspettiamo di vedere cosa diranno questi signori. La loro strategia è semplice: prima che la causa si concluda ci vorrà tempo e intanto loro hanno sollevato un polverone accreditandosi come i referenti per Arduino. Abbiamo cercato di sanare la frattura parlando perfino con Musto che però sosteneva di non poterci incontrare perché era in Cina mentre invece incontrava i giornalisti per dire di essere al timone di Arduino”.

Sembra difficile che qualcuno che abbia voglia di costruire un progetto con Arduino parli con Musto invece che con lei. 
“Si, è improbabile. Per altro sono qui a Londra a stringere accordi con aziende della stazza di Intel. Ma questa storia non fa bene ad Arduino e mi fa male anche sul piano umano perché è la fine di un’amicizia di lunga data. Insomma: un peccato, da tutti i punti di vista”

 

Articolo ripreso dal blog playground.blogautore.repubblica.it – autore: Jaime d’Alessandro

 

Il futuro e' di questi nuovi artigiani

I makers veri e propri artigiani digitali del futuro

Dietro agli artigiani digitali c’è molto più di una professione o semplice creatività. Quello di makers è un vero e proprio fenomeno culturale che si è diffuso nell’ultimo decennio, prima negli Stati Uniti e ora anche in Europa. Nasce dalla digitalizzazione ed è forse proprio uno dei risultati più interessanti della rivoluzione digitale.

Makers: chi sono i nuovi artigiani digitali?

C’è chi vede nei makers una nuova forma innovativa di fai da te. In effetti gli artigiani digitali progettano e producono oggetti avvalendosi delle nuove forme di tecnologia. Usare le stampanti 3D per realizzare gioielli o addirittura costruzioni come case è un esempio di artigianato digitale.

I makers sono prima di tutto dei creativi, ma spesso anche professionisti provenienti da settori più disparati come ingegneria, robotica o elettronica. A volte il loro obiettivo è quello di rendere accessibili a un numero sempre più vasto di persone, oggetti fino a quel momento destinati solo a pochi e ricchi fortunati. È successo ad esempio quando nel 2009 il maker americano Bre Pettis, appassionato di robotica, realizzò la prima stampante 3D a circa mille dollari. Un prezzo bassissimo, se paragonato ai cento mila dollari delle stampanti 3D in commercio fino a quel momento.

Il successo sul mercato lo spinse a creare la Makerbot, prima startup e ora azienda avviata, leader nel campo della produzione di stampanti 3D low cost. La storia di Pettis è solo uno dei tanti esempi di come dall’invenzione di un artigiano digitale possa nascere un vero e proprio business.

Altri makers, invece, producono per puro divertimento oppure spinti da un hobby o da molta fantasia. Capita così che nascano invenzioni curiose come PosturAroma , una collana che vuole unire l’utile al dilettevole: registra la nostra postura e, emanando una fragranza profumata, ci ricorda di tornare in posizione eretta.

Makers, i nuovi artigiani del digitale

Possiamo quindi pensare ai makers come a degli inventori dell’era del web. I creativi sono sempre esistiti ma il fenomeno dei makers non potrebbe esistere senza il digitale. Non solo perché questa nuova classe di artigiani si avvale di soluzioni hi-tech, ma anche perché il movimento dei makers è molto legato a un principio basilare dell’era del web, quello della condivisione.
Gli artigiani digitali provengono spesso da ambienti accademici o da spazi di innovazione creativa in cui esperti digitali collaborano allo sviluppo di nuove applicazioni.
Infatti, spesso gli artigiani del digitale lavorano utilizzando applicativi free, cioè software a licenza libera, aperti a tutti.

Il libero accesso all’utilizzo dei programmi favorisce la condivisione dei risultati ma anche un impegno reciproco per lo sviluppo e l’implementazione di nuovi applicativi.
Con la loro attività i makers operano, quindi, su almeno tre fronti dando un prezioso contributo allo sviluppo di:
•    applicativi informatici e digitali: implementando le funzionalità dei software
•    settore di appartenenza/interesse del maker: l’edilizia nel caso della stampa 3D di case, per riprendere l’esempio di prima o la robotica se ripensiamo a Bre Pettis
•    prodotti: le invenzioni degli artigiani digitali spesso sono un successo per il mercato e stimolano così la concorrenza

Maker faire e altri eventi

Uno dei più grandi promotori del movimento degli artigiani digitali è il magazine Make, fondato nel 2005 allo scopo di diffondere la cultura del movimento e mettere i makers in contatto tra loro. Ed è proprio Make che organizza ogni anno la Maker Faire, un meeting di makers che ormai vanta cifre record di anche 65000 visitatori. La prima edizione fu nel 2006 in America ma la formula ebbe così successo da essere poi replicata ogni anno, anche nel resto del mondo.

Le Maker Faire sono il punto di incontro di artisti del digitale, un’occasione in cui presentare i propri progetti, divulgare le nuove tendenze e riflettere sugli scenari futuri. Gli eventi sono un susseguirsi di workshop e presentazioni rivolti a persone di ogni età e professione, dagli esperti sino ai semplici curiosi. L’atmosfera è spesso ludica e di festa: insomma, in un mix perfetto tra lavoro e divertimento, i makers hanno modo di ottenere visibilità, farsi conoscere e avviare collaborazioni professionali.
Ritorna, quindi, ancora una volta il tema della condivisione, vitale nel web e, come abbiamo visto, anche nella cultura dei maker.

Gli artigiani digitali in Italia: il caso Arduino

In Italia il fenomeno è più recente ma, nel giro di pochi anni, si è diffuso in maniera esponenziale. La prima tappa risale al 2011 quando fu allestito il FabLab, un laboratorio di idee legate al mondo digitale. Siamo a Torino, in occasione dei 150 anni dell’Unità di Italia e all’interno della mostra “Stazione Futuro”. Il curatore è Riccardo Luna, all’epoca direttore di Wired, ed è proprio lui che ebbe l’idea del FabLab. Doveva essere un laboratorio temporaneo invece si è trasformato in un’associazione culturale e in un makerspace permanente, punto di incontro di artigiani digitali e creativi 2.0.

Torino è sempre stata terreno fertile per i maker. Lo era stata già nel 2005 quando in Italia ancora non si sapeva cosa fossero gli artigiani digitali. Proprio in quel periodo nasceva a Ivrea il progetto Arduino inventato dall’ingegnere Massimo Banzi. Si trattava di una piattaforma hardware la basso costo con cui era possibile creare circuiti per molte applicazioni. Le istruzioni erano online e aperte a tutti e questo ha rivoluzionato il settore. Arduino ha avuto successo e impiego a livello mondiale e Massimo Benzi è diventato uno dei primi artigiani digitali, ora attivamente impegnato nella diffusione del movimento dei maker.

Fonte: undigital.it

Ma Netflix rimborsa l'abbonamento se non funzionano?

Vi addormentate davanti alla televisione? Netflix ha la soluzione per voi!

«A volte lo spettacolo è talmente bello che non si può smettere di guardarlo». Neanche a notte fonda, neanche quando il corpo reclama un po’ di riposo. Questo è uno degli slogan che accompagna il successo mondiale di Netflix, la piattaforma di streaming statunitense attiva in Italia dalla fine di ottobre.

Del resto anche a voi sarà capitato di iniziare a guardare una puntata di una serie televisiva e, senza rendervi conto del tempo, finire intere stagioni. Per questo, a causa di queste infinite maratone, capita di addormentarsi spesso con lo show che continua ad andare avanti senza più pubblico. Per risolvere tutto ciò, Netflix ha deciso di trasformare i suoi utenti in veri makers: «Basterà che conosciate un po’ di elettronica e possediate un paio di calzini». Il resto è solo un po’ di manualità.

Netflix Socks: intelligenti e utili

Sono calze intelligenti perché riescono a capire quando una persone è addormentata e mettere in pausa la puntata lasciata a metà; sono utili perché così si evita di dover recuperare il momento esatto in cui si è smesso di prestare attenzione. In poche parole? Come fare un’orecchia alla pagina mentre si legge un libro. Anche se, in questo caso, bisogna aver un minimo di confidenza con un saldatore.

Come funzionano questi calzini

Non si tratta di una tecnologia complicata ma di un metodo ingegnoso per percepire quando l’utente si addormenta. Si basa su un semplicissimo accelerometro progettato per rilevare periodi di inattività prolungati nel tempo. Quando l’accelerometro registra una situazione di apparente immobilità, si attiva un LED rosso che lampeggia sulla calza. Nel caso si sia ancora svegli, e solamente immobili per la tensione, sarà sufficiente muoversi per far capire al sistema che c’è ancora qualcuno ad osservare lo schermo. In caso contrario la riproduzione verrà messa in pausa.

Non potete comprarli, dovete farli (con Arduino)!

Per avere questi calzini c’è un’unica possibilità: aprire il video tutorial, seguire passo per passo le istruzioni, costruire le calze. Sì, perché non c’è spazio per la pigrizia: questo indumento speciale non è in vendita e nessuno può acquistarlo risparmiandosi la fatica di rimboccarsi le maniche e prendere in mano una scheda Arduino.

Pronti? Alla fine non è complicato. Basterà dotarsi di alcuni componenti elettronici come i led a infrarossi, un accelerometro, una batteria e avere qualche conoscenza di due materie molto diverse (ma in fondo affini): l’elettronica e il fare la maglia. Come dice il sito dedicato, non a caso battezzato come “make it”, è un modo per mostrare la devozione al proprio programma preferito e entrare a far parte di una delle più importanti community al mondo.

 

Articolo ripreso dal startupitalia.eu – autore: A. Frau

Secondo Massimo Banzi andremo in copisteria a stampare oggetti in 3D

Intervista al creatore del celebre framework open source Arduino,in Italia per una visita al suo vecchio Istituto tecnico. Da Lugano a Desio, in Brianza, la distanza non è certo abissale, ma l’accoglienza ricevuta l’altro ieri da Massimo Banzi , da tempo per lavoro in Svizzera e di passaggio in Italia per una visita all’Iti “Enrico Fermi”, dove si è diplomato, è stata simile a quella riservata a una star di Oltreoceano.

Banzi, per i pochi che non lo sapessero, è uno degli inventori della scheda e del framework di programmazione open source Arduino, una piattaforma che permette a chiunque abbia un minimo di conoscenze tecniche di realizzare oggetti interattivi e “intelligenti”. L’invenzione, per la facilità d’uso, l’approccio open, e il perfetto tempismo nell’inserirsi in quella che è stata definita la “rivoluzione” degli artigiani digitali, ha riscosso subito un grande successo, e Banzi, grazie anche agli articoli di riviste di settore come Wired, è diventato un’icona per gli aspiranti maker.  Ha risposto per noi ad alcune domande sulla sua carriera, sul nuovo artigianato tecnologico e sull’evoluzione di Arduino.

Benvenuto, Massimo, per cominciare, una curiosità: perché hai scelto di vivere in Svizzera? Ti consideri anche tu un “cervello in fuga”?

Volevo andarmene dall’Italia per una serie di questioni personali, perché non mi piaceva più l’idea di vivere qui e non ero d’accordo su cosa stava succedendo e, a un certo punto, la mia capacità di impattare sull’Italia era molto limitata perché appunto volevo andarmene. Poi è arrivata l’offerta di insegnare a Lugano, dove avevo la possibilità di sperimentare, e per me era importante il fatto di vivere in un posto dove c’è una scuola che insegna quello che insegno io, che si chiama Interaction Design.
Ha funzionato bene. Poi ho cominciato a informarmi e ho mi sono reso conto che la Svizzera è un Paese molto orientato all’innovazione, che sostiene le aziende innovative. Ci sono dei piani che permettono alle università di lavorare per le aziende supportate dallo Stato per generare innovazione.
Lì hanno un sistema ben strutturato e ben documentato su Internet in cui, a un certo punto, anni fa lo Stato ha deciso questo è il modo in cui noi promuoviamo l’innovazione ed è tutto chiaramente documentato. Se tu vuoi fare un progetto di ricerca supportato dalla Confederazione mandi un progetto, che sono poche pagine A4, e nel giro di pochi giorni hai una risposta. Sono dei livelli di efficienza, di semplicità normativa e soprattutto di stabilità. Quindi se tu vuoi fare innovazione, se vuoi fare impresa dormi sogni più tranquilli se sai che una volta che si è espresso il Governo la cosa così è e non cambia. In Italia la nostra chiamiamola “consociata”, a Torino, fa dei salti mortali per poter lavorare.
Per cui è chiaro che da un certo punto di vista è interessante vivere in un posto che promuove molto l’innovazione, anche per capire quali meccanismi sono esportabili in altri Paesi. Poi, io credo che ogni Paese del mondo ha le sue caratteristiche, qualcosa da dare ed è per questo che noi siamo sparsi in giro per il mondo.

Il tuo percorso lavorativo ti ha portato a viaggiare spesso per il mondo. Com’è l’Italia dell’innovazione vista da fuori, e confrontata con il panorama di altri Paesi?

Quando sei all’estero ti imbatti in un sacco di italiani innovativi. Più o meno ovunque c’è un italiano che sta facendo una cosa assurda. Credo che in giro per il modo siano abituati a vedere gli italiani che portano il loro valore, mentre quando guardano all’Italia spesso in alcuni posti ci si stupisce che ci siano aziende italiane innovative perché all’estero il nostro Paese è visto come il posto della tradizione. É una questione di percezione.

Come è cambiato Arduino rispetto all’idea originale che ne ha decretato il successo? Dovendo tornare indietro, faresti tutto allo stesso modo, o ci sono errori che magari avresti potuto evitare per promuovere l’invenzione (e quali)?

Tutte le idee si evolvono nel tempo. All’inizio Arduino nasceva come uno strumento creativo per studenti di design, poi quando ha iniziato a essere usato al di fuori di questo ambito abbiamo cominciato a lavorare per renderlo più universale. Nel percorso abbiamo visto l’evoluzione del mondo maker per cui, assistendo a questa evoluzione, abbiamo anche cambiato alcune cose che facevamo per abbracciare cose che fossero di più di Arduino in quanto circuito elettronico. Abbiamo fondato spazi fisici in Italia, in Svezia, in India, dove interagire con le comunità, dove lavorare sulla fabbricazione digitale: sono tentativi di espandere Arduino oltre il concetto originale.
Io passo una buona quantità di tempo ad analizzare le cose che abbiamo fatto nel passato per capire come fare meglio perché chiaramente quello è il mio lavoro. Sì, avrei potuto fare cento mila cose diverse, ma alla fine quello che abbiamo fatto ha funzionato abbastanza bene. Per cui non sto troppo tempo a pensare a cosa avrei potuto fare di meglio.

Si parla molto, anche qui da noi, di “rivoluzione dei maker”. Il termine “rivoluzione” è un po’ una forzatura pubblicitaria o la descrizione accurata di quanto sta accadendo?

Ogni movimento ha bisogno del suo marketing per potersi sviluppare. Non la chiamerei una rivoluzione Copernicana, però sicuramente è un modo di ripensare alcuni meccanismi che stanno dietro alla creazione di prodotti, di servizi fatti da persone che magari non facevano parte di questo mondo precedentemente, per cui portano dei punti di vista spesso un po’ bizzarri spesso innovativi proprio perché arrivano da mondi che non c’entrano con il modo in cui si sono fatte le cose finora. Nel momento in cui prendi più campi e crei un’intersezione tra più discipline o porti delle persone che non sanno niente di una disciplina dentro quella disciplina si crea un cambiamento. Anche perché spesso questi makers, siccome non sanno nulla di come si fa a produrre certe cose, magari inventano metodi più semplici per produrre la stessa cosa perché non sanno che si fa così. Oppure, proprio perché non hanno studiato come si fa una certa cosa, non hanno dei preconcetti, per cui fanno delle cose per cui un esperto di quel campo direbbe no, non ha senso. Uno che banalmente non è esperto porta un punto di vista del tutto fresco.

Quale pensi potrà essere l’impatto sulla società della diffusione della possibilità di prodursi da soli oggetti con stampanti con 3d, e di interagire con il cosiddetto Internet delle Cose?

Non credo che in maniera molto rapida ora tutti compreremo la stampante 3d come compriamo il frigo a casa. Però sicuramente questi meccanismi lentamente evolveranno fino al punto in cui nelle città ci saranno, così come ora ci sono le copisterie, i negozi che stampano le cose. Oppure si ordineranno online e arriveranno a casa. Sicuramente queste stampanti sempre più economiche serviranno a una categoria di persone per innovare, per sperimentare, per provare. Da un altro punto di vista anche l’Internet delle Cose è qualcosa che lentamente entrerà nelle case delle persone senza magari essere chiamato l’Internet delle Cose. Per esempio ora negli Stati Uniti c’è una punta avanzata di consumatori che sostituisce il termostato del riscaldamento di casa con il termostato “Nest”, che è un termostato progettato da un ex dirigente della Apple, che si collega via wi-fi e ha tutta una serie di intelligenze comandabili dal telefonino e via web. Quello è un esempio di Internet delle Cose, ma la gente pensa semplicemente che quello è il nuovo termostato. Alle persone di tutti i giorni non interessa il concetto di Internet delle Cose, interessa che il prodotto gli risolva un problema.

Sul vostro sito avete una divertente sezione “hall of shame”, dedicato ai copycat dei vostri prodotti. La contraffazione è ovunque, ma il fatto di proporre un progetto open source ha in qualche modo incentivato problemi di questo tipo? E come vi siete attrezzati per fronteggiarli?

Arduino è open source. Questo vuol dire che chiunque può riprodurre la parte software senza problemi. Ma il nome e il marchio sono registrati ed è chiaramente indicato sulla scheda, sui files che si scaricano dal sito e anche nel nostro sito. Per cui il problema non è il fatto che la gente copi la scheda, quello era un po’ il desiderio, il problema è quando la gente ti copia il nome e va in giro a dire che sono te. É chiaro che se uno va su Ebay compra una scheda tarocca cinese, gli arriva a casa e non gli funziona poi dice Arduino è un tarocco perché non va. Il problema è quando si fa pensare che quel prodotto è quello che non è.

Cosa ne pensi, in generale, della cosiddetta “pirateria”?

Io credo che in qualche maniera in tutti i momenti storici c’è stato qualcosa che è stato “piratato”, cioè dei modelli di business che sono stati come si dice in inglese “diswrapped”, che sono stati sconvolti e poi alla fine si sono stabiliti altri modelli business che hanno sostituito quelli vecchi. Sicuramente tutta l’industria legata al copyright è in una condizione in cui il mondo sta evolvendo, queste evoluzioni sono inevitabili, e invece di pensare a come adattarsi al mondo che cambia investe tutte le loro energie per immaginarsi a come fare a bloccare il cambiamento. Credo che alla fine ha senso educare le persone più che usare i metodi polizieschi. Da un altro lato molte di queste aziende forniscono dei prodotti che la gente percepisce come troppo costosi per il valore che danno. Finché c’è questa percezione probabilmente la gente si darà alla pirateria.

Venerdì a Torino c’è un grande evento dedicato al crowdfunding, Torino Crowdfunding. Cosa ne pensi di questa modalità di finanziamento? Può dare un futuro a giovani con idee brillanti come la tua?

Ogni tipo di idea imprenditoriale ha diverse fasi e ci sono diverse tipologie di idee in diverse fasi, per cui si applicano diversi modelli di finanziamento. Nel nostro caso, quando siamo partiti a fare Arduino, i primi pezzi che abbiamo fabbricato per nostro uso personale li abbiamo fatti investendo 700 euro. Il costo dell’investimento fisico era talmente basso e in più il mercato era privo di concorrenti per cui non c’era la paura che qualcuno ci superasse in curva. In questo caso il self-funding ha funzionato, mentre per altre idee serve che una comunità di persone credano in quell’idea. Poi, a parte alcuni esempi eclatanti, risulta difficile che qualcuno con il crowfounding puro, specialmente in Italia, porta a casa 20 milioni di dollari. Per quello servono fondi d’investimento a diversi stadi. Poi spesso una start up nella sua vita ha un primo angel all’inizio, poi ha un primo round di finanziamento, poi c’ è un secondo round più ampio. Per cui a diversi stadi della vita dell’idea imprenditoriale ci son diversi strumenti di finanziamento.

 

Testo di F_Guerrini ripreso dal blog “Gli Squali di Wall Street”

AirBnb Arduino Fablab Makers parole astruse che presto entreranno nelle nostre case

«Casa Jasmina è la vostra casa. Venite a visitarla e a conoscerla».

L’invito arriva direttamente da Bruce Sterling, giornalista e scrittore, sul palco della Torino Mini Make Faire. Accanto a lui ci sono Jasmina Tesanovic, giornalista e attivista politica, e Lorenzo Romagnoli, designer esperto di social media e co-fondatore del FabLab Torino. Oggi è una giornata speciale per i maker torinesi visto che, oltre all’avvio della seconda edizione della fiera, c’è un progetto che viene inaugurato. Casa Jasmina, per l’appunto.

Quello di Bruce, del resto, non è un invito di circostanza. Mi è chiaro fin da subito, dalla mattina durante il primo talk a cui assisto. A parlare è Energy@home, uno dei partner del progetto. Mentre il pubblico, seduto in cucina, ascolta in che modo Casa Jasmina è stata resa “smart”, compare Bruce. In pochi secondi osservo una spugna volare verso il lavandino e il frigo aprirsi per far spazio ad alcune birre. Siamo ospiti graditi, senza formalismi o rigidità di sorta. Quella, in fondo, è una casa come le altre e le regole di convivenza e ospitalità non cambiano: «Questa casa super connessa è la prima del suo genere ma certamente non sarà l’ultima. Presto avremo molti luoghi simili. Luoghi dedicati allo stile di vita e alla cultura maker».

Cos’è Casa Jasmina?

Casa Jasmina è un progetto, realizzato da Officine Arduino, che abbraccia quei temi fondamentali che oggi sono legati al “fare innovazione” come l’internet of things, open design, open source, open hardware, smart home, making. L’obiettivo che persegue è ambizioso ma affascinante: «La nostra vittoria sarà nel riuscire a integrare la grande tradizione italiana nel settore del mobile e del design degli interni con le competenze emergenti in ambito open-source».

Si tratta dunque di un vero living lab che sarà usato come spazio di test per soluzioni che riguardano il mondo degli oggetti connessi e delle forniture open source. Prodotti che possono essere legati ad Arduino o progetti realizzati dalla comunità dei makers. Ma non solo: «Vogliamo che diventi un contenitore che catalizzi e metta insieme più realtà» sottolinea Lorenzo Romagnoli «La nostra visione è molto larga, cambia continuamente. Nei prossimi tre anni sperimenteremo moltissimo».

Anche per questo Casa Jasmina sarà, in un prossimo futuro, affittabile attraverso la piattaforma AirBnb: «Ogni esperienza ci servirà per avere dei feedback e migliorare il progetto. Tutto per portare avanti il dialogo sull’importanza dell’Internet of Thing».

Vivere meglio e spendere meno

«Diciamolo chiaramente. Quella che stiamo portando avanti è una lotta politica. Se la filosofia open dovesse prendere davvero piede sarà una vera e propria rivoluzione». Alterna l’italiano all’inglese Jasmina Tesanovic. Ma la sua voce non cambia. Così come la forza dei suoi messaggi, la tenacia che esprime nelle sue convinzioni. Ed è la passione a trasparire mentre parla di come vorrebbe che diventasse Casa Jasmina.

«Voglio una casa che sia vivibile, dove le persone stiano meglio, più felici. Certamente non voglio stare in un posto dove devo schiacciare 17 bottoni per avere una reazione. Per quello bastano i telecomandi che già abbiamo. Vorrei che fosse un punto di riferimento per artisti, musicisti, innovatori». Secondo Jasmina il risultato finale è semplice: si deve arrivare al punto in cui le persone smettano di chiedersi a che cosa sono connessi i vari device presenti in casa.

Casa Jasmina, esempio per il mondo

Ma come viene visto questo progetto nel mondo? «Benissimo» dice Lorenzo dal palco «Pensate che riceviamo tutti i giorni attestati di stima e mail di persone che si complimentano per Casa Jasmina». Numerose sono anche le richieste riguardo a consigli tecnici per esportare il progetto in altri luoghi, compreso un ragazzo che vorrebbe fare qualcosa di simile alle isole Mauritius.

Confronti che mettono in luce quanto, pur essendo un progetto replicabile, debba comunque essere inserito nel contesto giusto. «Il progetto è nato in questo luogo» dice Lorenzo «Perché qua c’era una convergenza di competenze diverse: toolbox,fablab, officine arduino. C’erano tutti gli ingredienti necessari per farlo partire».

Non resta dunque che attendere per vedere gli sviluppi e la crescita di Casa Jasmina. E non sarà un’attesa lunga. Come ha detto Bruce Sterling basterà recarci a Torino, bussare alla porta e aspettare semplicemente di essere accolti come dei vicini in visita.

 

Articolo di A. Frau – ripreso dal blog startupitalia.eu