Disciplina e problematiche dell’anatocismo bancario

L’anatocismo si verifica nell’ambito di operazioni pecuniarie di qualsiasi tipo, operazioni di prestito e/o finanziamento, dove la capitalizzazione degli interessi costituisce un meccanismo illecito atto a massimizzare i profitti del creditore a esclusivo danno della controparte, il debitore.

Così grave da costituire sostanzialmente il terreno sul quale si misura l’esistenza e la consumazione di un ben più grave fenomeno: l’usura, esponendo il debitore a un pericolo imminente, perché non comprende appieno le conseguenze disastrose cui va incontro (cfr. M. Ronco e S. Ardizzone, Commento al Codice Penale, UTET, 2007, pp. 2942 -8).

La pratica anatocistica è considerata con disvalore fin dall’antichità nell’ambito sociale e nondimeno giuridico. Tanto soprattutto per il fatto che essa costituisce un subdolo espediente per il conseguimento di guadagni spropositati rispetto all’effettivo capitale investito. In effetti la capitalizzazione degli interessi è uno dei principali strumenti utilizzati per la consumazione del reato di usura.

Utilizzato agli inizi dagli usurai, con modalità diverse e sempre più particolari, il fenomeno dell’anatocismo è divenuto una pratica invalsa di ordinario utilizzo da parte delle banche.

Infatti, sebbene nell’ordinamento vigente l’art. 1283 cc. di fatto vieta la capitalizzazione degli interessi, nella prassi bancaria tale uso è oramai uso comune. A tale proposito la Suprema Corte di Cassazione ha avuto modo di intervenire diffusamente e ripetutamente chiarendo che la natura negoziale e non normativa di tale uso non è idonea a legittimarlo.

Tuttavia tanto non è bastato a debellare tale deprecabile pratica presso le banche. Per tale motivo, allo scopo di prevenire e reprimere comportamenti usurai, il legislatore del 1996 con la L. 108/96 ha inteso porre dei limiti oggettivi alla misura massima dei costi e degli oneri che possono essere addebitati nell’ambito di operazioni di prestito/finanziamento.

Anatocismo Bancario: effetti e ripercussioni nelle aperture di credito

Il legislatore ha inteso porre dei limiti stringenti alla prassi anatocistica considerata come uno degli espedienti più subdoli per la consumazione del reato di usura.
Difatti l’anatocismo è la causa principale di:

  • Aumento dell’esposizione debitoria e dei saldi a debito del correntista;
  • Incremento delle commissioni di massimo scoperto
  • Applicazione tassi oltre fido

A riprova di tanto vi è il fatto che l’analisi dei saldi in linea capitale – pertanto al netto della capitalizzazione periodica – rivela che l’esposizione debitoria tempo per tempo è destinata a ridursi considerevolmente, se non a scomparire.

Si evince infatti che l’anatocismo, derivante dalla capitalizzazione degli interessi tempo per tempo addebitati, sia la principale causa dell’aumento dell’esposizione debitoria, e conseguentemente dell’incremento dei costi (interessi, CMS spese ed altri oneri).
Tanto ha, ovviamente, una incidenza notevole sui tassi effettivi applicati tempo per tempo.
È oltremodo evidente la lievitazione dei tassi effettivi, e quindi dei costi connessi all’ erogazione del credito.

Ma v’è di più. Il progressivo e graduale aumento dell’esposizione debitoria dovuto all’ anatocismo è un moltiplicatore di costo anche per quanto riguarda le CMS e ogni altro onere connesso all’ erogazione del credito.
Invero, all’ aumentare della consistenza del saldo passivo consegue l’aumento delle CMS addebitate, l’eventuale addebito di tassi oltre i limiti del fido (se esso è superato) nonché l’applicazione di spese ed oneri dovuti all’ eventuale sconfinamento.

Alla luce di tanto il legislatore con l’art. 1283 cc ha inteso garantire la posizione del debitore da ogni forma di abuso.

 

Articolo ripreso dal sito kipling90.com – autore: F. Leo

La prescrizione dell’anatocismo bancario

Una delle questioni più controverse nelle cause riguardanti i contratti di conto corrente  attiene al rapporto tra anatocismo bancario e prescrizione. Come noto, in presenza di anatocismo bancario illegittimo, effettuato il relativo calcolo dell’anatocismo, il cliente ha diritto alla ripetizione dell’indebito costituito dagli interessi anatocistici capitalizzati trimestralmente.

Ma, se è vero che l’azione per l’accertamento della nullità di una clausola contrattuale non è soggetta a prescrizione, non è così per l’azione di ripetizione dell’indebito che spetterebbe al cliente ex art. 2033 c.c. in caso di accertamento di tale nullità: infatti, l’esercizio dell’azione di ripetizione dell’indebito è soggetto al termine di prescrizione di dieci anni.

L’aspetto più problematico e controverso in merito al rapporto tra anatocismo bancario e prescrizione attiene al momento di decorrenza della prescrizione stessa: mentre un certo orientamento spingeva perché la decorrenza del termine di prescrizione decorresse dal singolo versamento in conto, che rappresenterebbe un pagamento, una differente opinione indicava che il termine di prescrizione relativo alla ripetizione delle somme illegittimamente addebitate in conto come conseguenza dell’anatocismo bancario non potesse decorrere prima della chiusura del rapporto di conto corrente, stante la natura unitaria di tale rapporto in cui dare/avere si determinava solo al momento della chiusura.

Anatocismo bancario e prescrizione: il termine decorre dai singoli addebiti in conto?

Come anticipato, per un primo orientamento il termine di prescrizione dell’azione di ripetizione d’indebito derivante dall’anatocismo bancario, avrebbe decorrenza dal momento dell’addebito delle singole somme non dovute in conto.

In questo senso, ad esempio, sempre in tema di decorrenza della prescrizione, la sentenza Trib. Mantova, 2 febbraio 2009 aveva evidenziato come non vi sarebbe ragione “per non far decorrere dalla singola operazione di addebito illegittimo il termine prescrizionale per l’esercizio del diritto alla ripetizione, a nulla rilevando l’ignoranza del relativo diritto, così come il mutamento di precedenti giurisprudenziali, o dubbi di interpretazione di norme, trattandosi questi di impedimenti fattuali e non legali all’esercizio del diritto (cfr. Cass. 7.05.1996 n. 4235)”. Anche la sentenza Trib. Milano 31.8.10, n. 10350 esclude l’esistenza di una causa di sospensione della prescrizione in relazione all’anatocismo bancario, che per di più “non è introducibile surrettiziamente sulla base della configurazione unitaria del contratto di conto corrente”.

Anatocismo Bancario e Prescrizione: necessità di distinguere tra rimesse solutorie e ripristinatorie.

A dirimere il conflitto tra le diverse opinioni sopra ricordate in tema di anatocismo bancario e prescrizione è stata la sentenza a Sezioni Unite Cass. 2.12.2010 n. 24418.
Tale decisione, anzitutto, dal profilo generale ha confermato il diverso orientamento che si fonda sulla natura unitaria del conto corrente: per cui la regola generale è che la decorrenza della prescrizione dell’azione di ripetizione d’indebito che deriva dall’anatocismo bancario è solo dal momento di chiusura del conto corrente. Infatti “i rilievi che precedono sono sufficienti a convincere di come difficilmente possa essere condiviso il punto di vista della ricorrente, che, in casi del genere di quello in esame, vorrebbe individuare il dies a quo del decorso della prescrizione nella data di annotazione in conto di ogni singola posta di interessi illegittimamente addebitati dalla banca al correntista. L‘annotazione in conto di una siffatta posta comporta un incremento del debito del correntista, o una riduzione dei credito di cui egli ancora dispone, ma in nessun modo si risolve in un pagamento, nei termini sopra indicati: perone non vi corrisponde alcuna attività solutoria del correntista medesimo in favore della banca”. Con la conseguenza che “il termine di prescrizione decennale cui tale azione di ripetizione è soggetta decorre, qualora i versamenti eseguiti dal correntista in pendenza del rapporto abbiano avuto solo funzione ripristinatoria della provvista, dalla data in cui è stato estinto il saldo di chiusura del conto in cui gli interessi non dovuti sono stati registrati” (Cass. Sez. Un. 2.12.2010 n. 24418).

L’aspetto rilevante e spesso trascurato di tale decisione, però, attiene proprio alla distinzione tra rimesse solutorie e ripristinatorie: nel senso che la prescrizione dell’azione di ripetizione di indebito derivante dall’anatocismo bancario, come si indica, ha decorrenza dalla chiusura del rapporto ma solo in relazione alle rimesse ripristinatorie, che non possono essere qualificate come un pagamento.

La distinzione tra le due tipologie di rimesse è fondata sul fatto che il versamento, nell’ipotesi di rimessa ripristinatoria, avviene quando il conto è in attivo o in passivo ma all’interno dell’affidamento concesso avendo dunque la funzione di riespandere la disponibilità del correntista. Mentre, nell’ipotesi di rimessa solutoria, il versamento avviene quando il conto è in passivo ed è privo di affidamento oppure, se affidato, ha un passivo superiore all’affidamento stesso, avendo dunque la funzione di estinguere il debito costituito dallo sconfinamento.

E la differenza rileva proprio dal profilo della prescrizione perché il versamento solutorio, per la parte che si può considerare tale, è un vero e proprio pagamento di un debito, non potendo essere considerato una di quelle movimentazioni riguardanti il conto corrente considerato come rapporto unitario. Infatti, i versamenti in conto “potranno essere considerati alla stregua di pagamenti, tali da poter formare oggetto di ripetizione (ove risultino indebiti), in quanto abbiano avuto lo scopo e l’effetto di uno spostamento patrimoniale in favore della banca. Questo accadrà qualora si tratti di versamenti eseguiti su un conto in passivo (o, come in simili situazioni si preferisce dire “scoperto”) cui non accede alcuna apertura di credito a favore del correntista, o quando i versamenti siano destinati a coprire un passivo eccedente i limiti dell’accreditamento” (Cass. Sez. Un. 2.12.2010 n. 24418).

In relazione ai versamenti solutori, quindi, il termine decennale di prescrizione dell’azione di ripetizione di indebito derivante dall’anatocismo bancario ha decorrenza dunque dal versamento stesso, costituendo appunto un pagamento.

 

Articolo ripreso dal blog avvocatoticozzi.it

litigare con le banche per anatocismo

Anatocismo bancario

Anatocismo bancario significa produzione di interessi da parte degli interessi. In altri termini, in passato i clienti di un istituto di credito che risultavano creditori dello stesso (per esempio in forza del deposito di denaro sul conto corrente), avevano diritto alla riscossione degli interessi con decorrenza annuale.

Decorso l’anno solare, gli interessi che la banca doveva corrispondere al cliente venivano ad unirsi con il capitale, pertanto, da quel momento i nuovi interessi annuali in favore del cliente non maturavano soltanto sul capitale inizialmente depositato ma su quest’ultimo, aumentato dell’importo degli interessi maturati nell’anno precedente.
Questo fenomeno prendeva il nome di capitalizzazione annuale degli interessi creditori del cliente.

La banca, invece, aveva un privilegio, perché laddove il cliente fosse debitore dell’istituto di credito. gli interessi le erano dovuti trimestralmente.

Questo fenomeno prendeva il nome di capitalizzazione trimestrale degli interessi passivi, perchè ogni tre mesi gli interessi maturati da parte dell’ente creditorio divenivano esigibili nei confronti del cliente e quindi, si andavano a sommare al capitale inizialmente mutuato dalla banca; Il cliente, così, vedeva aumentare il valore del capitale originario preso in prestito, perché esso veniva maggiorato degli interessi maturati trimestralmente dall’ente creditorio.

In buona sostanza, qualora il cliente avesse prestato soldi alla banca, costui aveva il diritto di pretendere gli interessi con cadenza annuale, mentre, laddove, fosse la banca a dare denaro, questa aveva il diritto di pretendere gli interessi ogni tre mesi: Gli interessi, poi, se non pagati, andavano ad aumentare l’importo del capitale iniziale prestato, sicchè il debitore vedeva sempre aumentare l’importo del capitale originariamente preso in prestito.

Questa clausola dei contratti bancari è stata giudicata nulla dalla Corte di Cassazione con le sentenze cosiddette della” primavera del 1999”, le quali hanno riconosciuto ai clienti delle banche che avessero subito la clausola contrattuale descritta, di pretendere la restituzione degli interessi versati indebitamente agli istituti creditori durante la vigenza del rapporto contrattuale.

Questo orientamento è stato confermato dalla Corte di Cassazione a Sezioni Unite n. 21095 del 2004 le quali hanno ribadito il divieto di capitalizzazione trimestrale degli interessi da parte degli enti creditizi.

E’ possibile chiedere la restituzione di quanto pagato indebitamente?

Si è’ possibile chiedere la restituzione delle somme indebitamente versate alle banche, chiedendo la rideterminazione del capitale preso in prestito mediante applicazione ad esso degli interessi passivi annuali e non di quelli trimestrali.
E’ necessario, tuttavia, che la restituzione venga richiesta entro 10 anni dall’estinzione definitiva del rapporto contrattuale con la banca. (ovvero entro 10 anni dalla fine del rapporto di mutuo o di altro rapporto bancario in forza del quale l’istituto di credito abbia concesso finanziamento al cliente )

Cosa devo fare per ottenere la restituzione?
Prima cosa da fare è quella di richiedere alla banca (ai sensi degli artt. 117 Decr. Lgs. 385/1993) il contratto di conto corrente e tutti gli estratti conto del periodo in cui sono maturati interessi debitori.

La seconda fase prevede l’intervento di un consulente contabile per il calcolo della differenza tra gli interessi anatocistici pagati (o da pagare) e quelli, invece, effettivamente dovuti.

Successivamente si scrive alla Banca chiedendo la ripetizione di quanto pagato in più e se la banca non aderisce alla richiesta è necessario agire in giudizio.

Costi indicativi per la procedura di restituzione

  • 1650 EURO per la perizia contabile ( serve per quantificare le somme che la banca vi deve restituire);
  • pagamento del contributo unificato per le liti giudiziarie, che varia a seconda del variare dell’importo della causa, parte da un minimo di 30 euro ed arriva ad un massimo di 500 euro;
  • spese vive da affrontare in un processo ammontanti a circa 500,00 euro;
  • spese eventuali (se il giudice lo richiederà, occorrerà anticipare le spese per una perizia tecnica redatta da un esperto nominato di fiducia dal giudice per valutare gli estratti conti bancari).

Nella maggioranza dei casi, le cause azionate contro le banche per la restituzione di qanto indebitamente dalle stesse percepito conduce alla condanna del’ente bancario. Pertanto, la banca restituirà le maggiori somme trattenute, il giudice liquiderà gli onorari all’avvocato a carico della banca, disporrà la restituzione del contributo unificato, delle altre spese anticipate nel giudizio (compresa la perizia) ed di tutte le spese che il cliente avrà anticipato all’avvocato.

Per ottenere un preventivo gratuito sulla procedura da adottare per la restituzione delle somme indebitamente versate al proprio istituto di credito invia il modulo di richiesta preventivo online

Anatocismo e Diritto Bancario

L’anatocismo bancario rappresenta una delle problematiche più diffuse che coinvolgono i contenziosi tra le banche e i propri clienti. Ma qual’e’ il significato di questa espressione?

Si tratta di quel fenomeno per il quale gli interessi maturati nel conto corrente bancario vengono addebitati nel conto medesimo, divenendo una somma sulla quale successivamente maturano ulteriori interessi. L’anatocismo bancario è stato ritenuto illegittimo dalla Corte di Cassazione dal 1999, ma è stato successivamente autorizzato per legge a determinate condizioni: in particolare la delibera CICR del 9.2.2000 ha fissato il principio per cui sono valide le pattuizioni del contratto bancario che prevedano l’anatocismo purché vi sia la stessa periodicità nella capitalizzazione degli interessi attivi e quelli passivi. Resta il fatto che si tratta di un istituto sul quale permane una forte conflittualità: cerchiamo di capirne le ragioni.

Qual è il significato di anatocismo?

Dal profilo generale il nostro codice civile vieta all’art. 1283 c.c. l’anatocismo: la regola generale, valevole per ogni rapporto e non solo per quelli bancari, è infatti quella per cui gli interessi maturano sul solo capitale dovuto e non anche sugli interessi precedentemente maturati. Tale previsione, in particolare, prevede che gli interessi possano maturare su altri interessi (appunto questo è il significato di anatocismo), salvo usi contrari, solo dal giorno della domanda giudiziale o come conseguenza di un accordo successivo alla scadenza di tali interessi e purché si tratti di interessi dovuti per almeno sei mesi.
Ove manchi tale accordo successivo al maturare degli interessi e ove manchi la domanda -come nel caso di un rapporto di conto corrente bancario che stia proseguendo fisiologicamente senza problematiche- gli interessi possono essere conteggiati solo sul capitale scaduto.

Quale è il significato di Anatocismo Bancario? 
Nei rapporti bancari e anzitutto nei conti correnti si è posto il problema dell’anatocismo bancario perché le banche e anche la giurisprudenza almeno fino al 1999 ritenevano che in tali rapporti vi fosse un uso normativo che consentisse un’eccezione alla regola generale fissata dall’art. 1283 c.c.
La previsione, infatti, vieta l’anatocismo salvi però gli usi contrari: se si ritiene sussistente in ambito bancario un tale uso di capitalizzare gli interessi nei conti correnti o negli altri rapporti contrattuali, tale pratica è ammissibile.

Il cambio di orientamento a far data dal 1999 in tema di anatocismo bancario da parte della giurisprudenza, che ha ritenuto -diversamente da prima- che il fatto che si continuasse a praticare tale capitalizzazione degli interessi non fosse un uso normativo, ha fatto emergere il problema: se quel comportamento prima era ritenuto un uso che consentiva l’anatocismo bancario, da quel momento in poi è stata ritenuta una pratica scorretta in quanto posta in essere in violazione della regola generale fissata dall’art. 1283 c.c.

La conseguenza è evidente: i conti correnti, anche per i periodi precedenti a tale cambio di orientamento, contenevano una capitalizzazione che non si poteva fare e, dunque, avevano in definitiva un saldo che del conto corrente bancario non corrispondeva a quello correttamente calcolato. Questo in definitiva è il significato di anatocismo bancario.

In tema di Anatocismo Bancario quali sono gli interventi successivi al 1999?

Proprio per l’evidente impatto di tale cambio di orientamento della giurisprudenza anche sui rapporti precedenti, posti in essere in un momento in cui perfino la Cassazione riconosceva l’esistenza di un uso che legittimava tale comportamento, con il d.lgs. 4 agosto 1999 n. 342 si è intervenuti proprio in tema di Anatocismo Bancario.

Da un lato prevedendo all’art. 25, che innovava l’art. 120 del Testo Unico Bancario, la possibilità di un anatocismo da parte dei contratti futuri: infatti, veniva delegato il CICR a stabilire “modalità e criteri per la produzione di interessi sugli interessi maturati nelle operazioni poste in essere nell’esercizio dell’attività bancaria, prevedendo in ogni caso che nelle operazioni in conto corrente sia assicurata nei confronti della clientela  la  stessa  periodicità nel conteggio degli interessi sia debitori sia creditori“. Con successiva delibera CICR 9 febbraio 2000 (è consultabile in questa pagina del sito della Banca d’Italia) veniva dunque fissato il principio per cui i contratti bancari di conto corrente possano prevedere l’Anatocismo Bancario purché contengano il principio per il quale vi è la stessa periodicità nella capitalizzazione degli interessi attivi e passivi: viceversa, in passato l’uso era quello per cui gli interessi attivi si capitalizzavano annualmente e quelli passivi trimestralmente.

Dall’altro, poi, il d.lgs 4 agosto 1999 n. 342 è intervenuto sanando anche la situazione previgente, vale a dire quella dei contrati conclusi prima della delibera CICR 9 febbraio 2000: sempre l’art. 25 prevedeva infatti che “le  clausole  relative  alla  produzione  di  interessi  sugli interessi  maturati,  contenute nei contratti stipulati anteriormente alla data di entrata in vigore della delibera di cui al comma 2, sono valide  ed  efficaci fino a tale data e, dopo di essa, debbono essere adeguate  al  disposto  della  menzionata  delibera,  che  stabilirà altresì le modalità e i tempi dell’adeguamento. In difetto di adeguamento,  le  clausole  divengono inefficaci e l’inefficacia può essere fatta valere solo dal cliente“.

Dunque, il principio era quello per cui la capitalizzazione intervenuta prima della delibera CICR 9 febbraio 2000 veniva sanata, mentre per il futuro i contratti stipulati precedentemente a tale intervento potessero continuare ad applicare l’anatocismo bancario purché ciò avvenisse conformemente alle condizioni fissate dalla delibera stessa. Su tale ultima parte dell’intervento normativo è però intervenuta la Corte Costituzionale, che con sentenza 17 ottobre 2000 n. 425 (è consultabile sul sito della Corte Costituzionale) ha dichiarato l’incostituzionalità per eccesso di delega di tale previsione di sanatoria.

Dunque, in definitiva, ciò che resta applicabile di tale modifica del 1999 è il principio per cui i contratti bancari stipulati successivamente all’entrata in vigore della delibera CICR 9 febbraio 2000 possono legittimamente prevedere la capitalizzazione degli interessi e, dunque, l’anatocismo purché tale capitalizzazione avvenga per gli interessi attivi e passivi con la stessa periodicità.

Per i contratti precedenti, invece, il problema dell’anatocismo bancario continua a porsi: in modo indiscutibile per gli interessi capitalizzati prima dell’intervento legislativo e della delibera CICR e in modo più problematico per quelli successivi, per i quali a certe condizioni è immaginabile comunque una validità dell’anatocismo bancario (si pensi all’ipotesi di sottoscrizione dopo il 2000 di nuove condizioni contrattuali o di altre pattuizioni che prevedano l’anatocismo).

Ma esiste ancora l’anatocismo bancario? Quale è il suo significato oggi?

In realtà molto più recentemente vi è stata un’ulteriore modifica della disciplina dell’anatocismo bancario. L’art. 120 TUB (Testo Unico Bancario) è stato modificato a opera dell’art. 1, comma 629, l. 27 dicembre 2013, n. 147, che ha eliminato l’anatocismo bancario dato che dal 1 gennaio 2014 il CICR è tenuto a prevedere che “gli interessi periodicamente capitalizzati non possano produrre interessi ulteriori che, nelle successive operazioni di capitalizzazione, sono calcolati esclusivamente sulla sorte capitale”.

Non è molto chiaro quale sia il significato di tale disposizione: se si indica che gli interessi si capitalizzano poi quella somma diventa capitale e, dunque, di regola dovrebbe produrre a propria volta interessi. Però dalla previsione pare emergere in modo chiaro la volontà del legislatore di vietare l’anatocismo, vale a dire che gli interessi che si calcolano in un dato momento tengano conto di precedenti interessi che sono maturati.

Quindi, per i contratti conclusi successivamente all’entrata in vigore di tale disposizione dovrebbe valere nuovamente l’indicazione della giurisprudenza per la quale la previsione contrattuale di anatocismo bancario è illegittima: perché si tratterebbe di una clausola contraria all’art. 1283 c.c. e anche all’art. 120 TUB come modificato.

Si pone invece il dubbio di quali possano essere le conseguenze di tale regola concernente l’anatocismo bancario sui contratti in corso: certo vale il principio tempus regit actum, per cui chiaramente il contratto che preveda l’anatocismo e che sia stato stipulato nel vigore della delibera CICR 9 febbraio 2000 resterà valido e produrrà effetti sicuramente fino al 31 dicembre 2013.

Per il periodo successivo potrebbe invece applicarsi la regola dell’invalidità sopravvenuta (analogamente a ciò che fa la Cassazione per l’usura sopravvenuta dei contratti stipulati prima della riforma del 1996), vale a dire una invalidità diretta a rendere inefficaci gli effetti del contratto solo per il periodo successivo alla modifica legislativa. Il significato dell’anatocismo bancario oggi è appunto che dal 1 gennaio 2014 non potrebbero più calcolarsi gli interessi anche sui precedenti interessi capitalizzati pur in un rapporto che legittimamente avesse una clausola che prevedeva l’anatocismo bancario.

Perché l’Anatocismo è un tema attuale del Diritto Bancario?
Le problematiche connesse all’anatocismo bancario continuano ad essere motivo di contenzioso per una pluralità di ragioni che derivano perlopiù dai diversi orientamenti giurisprudenziali in essere: si tratta spesso di sentenze che propongono soluzioni differenti ai medesimi problemi, che restano dunque incerti favorendo la conflittualità.

Inoltre, come in parte anticipato, alcuni orientamenti in tema di interessi anatocistici, comportano come conseguenza che le questioni restino aperte nonostante il tempo che passa. Indicazione che vale anzitutto per la prescrizione dell’azione di ripetizione dell’indebito, che deriva dal pagamento di tali interessi anatocistici non dovuti: questa, come regola generale, si computa a decorrere dalla chiusura del conto corrente bancario, salva la presenza di rimesse solutorie nel conto. Quindi, per un conto chiuso oggi ma aperto prima del 2000 si potrà porre la questione dell’anatocismo bancario per i prossimi dieci anni.

In modo analogo, generalmente i giudici ritengono che il mero adeguamento della banca alla delibera CICR 9.2.2000 non valga per i contratti di conto corrente bancario preesistenti, a meno che non intervenga una espressa approvazione da parte del cliente: pur con una varietà di indicazioni giurisprudenziali, tale orientamento comporta che per i rapporti già in essere in quella data, salva appunto l’approvazione espressa, continui a permanere l’illegittimità della clausola che consentiva la capitalizzazione trimestrale degli interessi anche in relazione agli addebiti degli interessi anatocistici successivi all’adeguamento alla delibera CICR 9.2.2000.

Quali sono le questioni che generalmente rilevano in questi contenziosi?

Sono molti gli aspetti problematici che possono venire in considerazione nei contenziosi di diritto bancario in tema di anatocismo e a questi abbiamo dedicato e dedicheremo numerosi post specifici, che si trovano tra quelli che riguardano proprio l’anatocismo bancario.

In questa sede ci limitiamo a qualche esempio:

– l’onere della prova: spetta alla banca o al cliente dimettere gli estratti conto e provare quali siano gli interessi anatocistici illegittimamente addebitati? sono sufficienti i soli scalari del conto corrente bancario per tale prova? quale è il significato di scalari del conto?
– la prova della pattuizione dei tassi di interessi: quando vi è una prova idonea? è sufficiente il contratto sottoscritto dal solo cliente?
– quali sono gli elementi di calcolo per valutare se gli interessi e gli oneri addebitati in conto rappresentino interessi usurari? vi è usura anche se i soli interessi moratori superano il tasso soglia? e in tal caso sono dovuti gli interessi corrispettivi? per la verifica del superamento del tasso soglia gli interessi contrattuali e quelli moratori devono essere sommati o vanno valutati separatamente?
– quale è il significato della commissione di massimo scoperto? è valida e a quali condizioni?
– le spese addebitate e le valute per le operazioni del conto corrente bancario: a quali condizioni sono dovute?
– anatocismo bancario e prescrizione dell’azione di ripetizione di indebito: da quando decorre il termine di prescrizione? come rilevano al riguardo le rimesso solutorie? quale significato hanno?

Queste sono alcune solamente delle problematiche che normalmente si pongono nelle cause che riguardano l’anatocismo bancario e la capitalizzazione degli interessi: ovviamente ognuno di tali aspetti porta a conseguenze che rilevano nel calcolo dell’anatocismo, che risulta anche molto diverso a seconda dei criteri utilizzati.

 

Articolo ripreso dal sito avvocatoticozzi.it a cura del Prof. M. Ticozzi