Strategie fallimentari per il salvataggio dell’area Euro

A partire dallo scorso novembre, la Banca centrale europea, con il suo nuovo presidente, Mario Draghi, ha ridotto i tassi ufficiali di sconto e ha effettuato due operazioni di rifinanziamento (LTRO) per un importo totale del prestito di oltre un € 1 trilione (1300 miliardi di dollari) a tre anni al tasso interesse della BCE (1%). Questa inconsueta operatività per la Bce ha consentito di allentare le tensioni dell’area euro permettendo di abbassare il rischio liquidità del sistema bancario della zona euro e ridurre i costi di finanziamento per l’Italia e la Spagna rispetto ai livelli insostenibili raggiunti.

Nel contempo è stato evitato il default tecnico della Grecia e implementato il “fiscal compact” che doveva consentire, attraverso riforme strutturali e fiscali,  una maggiore credibilità per quei paesi più in difficoltà dell’area euro. A queste politiche si è unita l’idea di combinare il nuovo fondo di salvataggio della zona euro (il meccanismo europeo di stabilità) con quello vecchio (il Fondo europeo di stabilità finanziaria) aumentando così significativamente la dimensione del firewall della zona euro.
Gli effetti delle politiche sono però di fatto svaniti nelle ultime settimane. Gli spread di Spagna e Italia sono tornati velocemente a salire mentre quelli di Portogallo e Grecia sono rimasti molto alti. Il rischio contagio dall’area periferica si spostando verso le realtà core Francia e Germania comportando un rischio di peggioramento, e per più lungo tempo, della recessione in atto nell’area meridionale europea.
Le motivazioni sono da ricercarsi innanzitutto nei problemi di bilancio della Spagna. Il governo spagnolo ha annunciato un obiettivo di disavanzo diverso rispetto a quello concordato con i leader europei in un continuo contraddirsi tra i suoi ministri titolari dei dicasteri economici. Inoltre l’ansia per il sistema bancario peggiora le prospettive ulteriormente: gli istituti di credito, già colpiti dalla bolla immobiliare, dovranno nuovamente affrontare prestiti in sofferenza. E’ molto probabile che la Spagna alla fine si troverà costretta ad attingere al fondo di salvataggio comune per ricapitalizzare le banche.
L’importo necessario dovrebbe essere superiore ai 170 miliardi di euro.  A importi si andrebbero ad aggiungere anche quelli provenienti dal Portogallo qualora questi vada in default oppure chieda un incremento sostanziale degli aiuti finanziari.  Da questo punto di vista le banche spagnole si troverebbe di fronte ad un’esposizione di oltre a 78 miliardi sul paese lusitano. Per sostenersi da un eventuale piano di ristrutturazione del debito portoghese avranno bisogno di soldi ulteriori per rinsaldare i loro bilanci.
Anche le altre banche dell’area euro pur non avendo oggi un problema di liquidità, soffrono a causa della carenza di capitale. L’imposizione di rispettare il 9% di core tier I non favorirà le condizioni per la ripresa economica.
Ma il timore peggiore potrebbe venire dal coinvolgimento della Francia al punto che la voce di un possibile downgrade da parte di S&P ha messo in fibrillazione i mercati di giovedì 20. Le preoccupazioni sulla Francia non sono infondate: un tasso eccessivo di spesa pubblica rispetto al Pil, 54 per cento, contro la media europea del 48 per cento (l’Italia è di poco sopra al 50 per cento, la Spagna, al di sotto, al 42 per cento), nessuna crescita nell’export dal 2002, scarsissimo progredire della produzione nazionale di beni e servizi pro-capite. E poi c’è la disoccupazione, che viaggia su livelli alti: a novembre 2011 è schizzata al 9,3 per cento, con un aumento del 5,2 per cento sull’anno precedente.
Anche sul fonte politico il contesto si sta deteriorando e la protesta monta in molti paesi a seguito delle pesanti politiche di austerità imposte dalla Germania e dalla Bce. La Francia dovrà eleggere il proprio presidente consapevole che questi possa essere in antitesi alle politiche fiscali finora concordate. Problemi politici sono prevedibili in Grecia, che sta vivendo in un contesto ormai depressivo, ma anche in Irlanda dove gli elettori irlandesi non sembrano particolarmente soddisfatti delle politiche fiscali imposte.
A peggiorare le cose, la zona euro che dipende dalle importazioni di petrolio, ancor più che gli Stati Uniti, vede i prezzi del greggio in pericoloso aumento a rappresentare un serio rischio per la ripresa dell’economia così come ha recentemente affermato il segretario al Tesoro USA Timothy Geithner.
Non servono ad attenuare i problemi i proclami di nebulose strategie di crescita nell’area euro che attualmente non compensano l’austerity imposte dalla Germania.
Se tutto questo non bastasse la recente analisi di Bloomberg ha messo in risalto un altro elemento della scarsa compattezza dell’area euro: dal 2010 ad oggi le banche tedesche e francesi hanno ridotto la presenza nei loro portafogli di titoli italiani, spagnoli, greci e irlandesi anche del 50%.
Nello stesso tempo dei 1.019 miliardi di euro prestati dalla Bce alle banche continentali in tre mesi, 715 sono finiti nelle casse degli istituti di Grecia, Portogallo, Irlanda, Italia e Spagna. In pratica, oltre il 70% della liquidità dalla Bce al tasso dell’1% è finita in mano alle banche di periferia. Quindi sembrerebbe che il piano Bce non abbia funzionato e che anzi abbia potrebbe aver addirittura esasperato le disuguaglianze nella distribuzione del rischio tra le realtà dell’area euro.
E’ molto probabile quindi che la BCE debba porre rimedio a queste emergenze riavviando una politica di acquisti di obbligazioni dirette, oppure, come suggeriscono alcune recenti indiscrezioni, ponendo in essere una nuova iniezione di liquidità alle banche con prestiti a scadenza differita (probabilmente a cinque anni).
Non è impossibile che non si trovi costretta a perseguire entrambe le strategie. Una cosa è certa: occorrono politiche monetarie ulteriormente espansive a costo di accettare un inflazione più elevata. Senza una politica monetaria molto più accomodante e una revisione dell’austerità fiscale, l’euro non si indebolirà e non consentirà la competitività esterna a cominciare dalla virtuosa Germania. Se le recessione si aggravasse la situazione diventerebbe ancora più insostenibile.
Altri paesi della zona euro sarebbero costretti a ristrutturare i loro debiti, e, infine, alcuni potrebbero decidere di uscire dall’unione monetaria ripristinando le valute locali. Sarebbe un effetto distruttivo sia economicamente che politicamente ma forse, nonostante gli enormi costi da sopportare, come ha recentemente scritto provocatoriamente sul “New York Times” il premio nobel Paul Krugman, questa, nonostante tutto, potrebbe essere un alternativa migliore all’eccessiva austerity imposta a paesi in preda a pesanti crisi economiche e occupazionali.
Articolo ripreso da finanzaediritto.it