Startup Fintech e Big Data sono il futuro del settore bancario

“Big data”, o meglio “Big data analytics”, si riferisce al processo di raccogliere, organizzare ed analizzare grandi insiemi di dati allo scopo di scoprire degli schemi, tendenze ed altre informazioni utili.

L’analisi dei big data non serve solo a scoprire le informazioni in essi contenute ma anche a individuare quali insiemi di dati siano effettivamente utili per guidare le decisioni. L’avvento della rivoluzione digitale ha permesso di raccogliere dati in gran numero relativamente a molti fenomeni, dagli acquisiti effettuati  ai percorsi autostradali, alle chiamate telefoniche effettuate. L’esplosione dei social network e la digitalizzazione del CRM, e le tecnologie informatiche che permettono di estrarre automaticamente informazioni dai contenuti semi- e non-strutturati contenuti in quelle fonti, hanno ulteriormente incrementato la quantità di dati analizzabili.

Avere i dati non basta, è necessario avere un obiettivo, i progetti Big Data di successo sono quelli che nascono per rispondere a precise domande. L’ambito bancario e finanziario non fa eccezione. Negli anni banche e istituzioni finanziarie hanno accumulato un’enorme quantità di dati.  Cosa ne possono fare, e in molti casi cosa ne stanno già facendo ?

La prima applicazione è legata alla riduzione dei costi dovuti alle frodi, per esempio sulle carte di credito. Gli strumenti analitici consentono di individuare con relativa facilità il piccolo numero di transazioni fraudolente nel mare di quelle legittime. Più complesso, anche perché richiede l’incrocio (la fusione, nel  gergo Big Data) di diversi insieme di dati, strutturati e non strutturati (post sui social media, registrazioni di colloqui con i contact center del CRM), è l’uso dell’analisi di Big Data per migliorare la gestione di clienti, sia privati che corporate.

Più a lungo termine, l’analisi dei Big Data può portare banche ed istituzioni finanziarie ad aprire nuove linee di business.  È necessario tenere conto delle normative sulla privacy e sulla proprietà dei dati sensibili. Alcuni operatori hanno deciso di prendere il toro per le corna. Già nel 2009 Bank of America ha registrato il brevetto di un metodo che consente ai consumatori di monetizzare l’utilizzo dei propri dati. Le informazioni sarebbero raccolte in una “banca delle informazioni” e chi volesse utilizzarle pagherebbe una tariffa direttamente al possessore, che avrebbe anche traccia del loro utilizzo.

Una volta risolta la questione privacy, il nuovo fatturato per le istituzioni finanziarie può arrivare da diverse fonti. Il livello zero è la vendita dei dati. Negli Stati Uniti alcune della maggiori banche retail e società emittenti di carte di credito  vendono i dati grezzi relativi ai propri clienti attraverso intermediari specializzati come Cardylitcs. American Express vende invece studi di marketing basati sui propri dati clienti con una società specializzata, American Express Business Insights, e questo già dal 2009.

In altri casi le istituzioni finanziarie collaborano strettamente con altre aziende. Un banca australiana per esempio collabora con una catena di supermercati utilizzando i dati dei suoi clienti per capire dove vivono, quando e dove fanno acquisti e quando spendono. Le informazioni vengono usate dalla catena di supermercati  per raffinare la sua strategia di collocazione dei negozi.  Un circuito americano di carte di credito ha una partnership con un commerciante americano che prevede l’invio di offerte di sconto ai possessore di carte che le utilizzano nelle vicinanze dei negozi del commerciante.

 

Articolo ripreso dal sito icbpi.it

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