Sta arrivando un nuovo crollo finanziario come quello del 2008

Una stupenda analisi della situazione odierna sui mercati a cura di Fabrizio Goria. Una lettura imperdibile.

A tre anni di distanza dal crollo del 2008 possiamo dire che poco o nulla è cambiato. Anche cambiando l’ordine dei fattori, il risultato finale non muta. Ora il focus è sull’Europa, ma nel sistema bancario internazionale sono rimasti, o in alcuni casi si sono amplificati, gli stessi squilibri che avevano portato al crac della quarta banca di Wall Street. E nel terzo anniversario da quei giorni oscuri, considerati universalmente l’Undici settembre della finanza, la sensazione è che quanto fatto finora per stabilizzare il mondo sia stato inutile.

La più invidiata delle banche di Wall Street non è crollata all’improvviso. L’istituto guidato da Richard ‟Dick” Fuld non era normale. Non lo era per il ruolo, non lo era per l’importanza sistemica, non lo era per le persone che vi lavoravano. Lehman Brothers era quanto più di sistemico ci potesse essere: banca depositaria, market maker, merchant bank. Lehman era la punta di un sistema basato su strumenti finanziari che, dopo il 15 settembre 2008, sarebbero entrati nei telegiornalii. Dalle Asset-backed securities (Abs) agli Structured investments vehicle (Siv) e agli Special purpose vehicle (Spv), veicoli di cartolarizzazione ancora oggi utilizzati a man bassa anche dalle banche italiane, il mondo ha compreso che l’universo splendidamente genuino di Gordon Gekko non esisteva più. Al posto delle azioni di insider trading, la creazione di prodotti finanziari derivati senza nemmeno curarsi su cosa si basavano.

Un mese prima del crollo di Lehman Brothers, si poteva già capire come sarebbe andata a finire. Intorno al 15 agosto Dick Fuld aveva già preso contatti con due grandi fondi sovrani per proporgli un takeover della sua banca. Sia il Temasek di Singapore sia il coreano Korean Development Bank Co. declinarono ogni genere di accordo subito dopo aver fatto una rapida due diligence su Lehman. E la lista di telefonate di Fuld fu lunga, da Bank of New York Mellon a Wells Fargo, passando per Nomura, Morgan Stanley e Goldman Sachs. Infine, il Gorilla di Wall Street prese il telefono sulla sua scrivania di ebano e telefonò a Henry Paulson, il segretario del Tesoro, ex uomo d’oro di Goldman Sachs. Non fu una chiamata piacevole. Paulson non poteva credere alle parole di Fuld.

Lehman Brothers aveva oltre 600 miliardi di dollari di perdite. Di fronte a un’immane cifra come quella, fu costretto a convocare tutti i numeri uno delle big firm di Wall Street presso la sede newyorkese della Federal Reserve Bank of New York, a quel tempo guidata da Timothy Geithner, che poi prese proprio il posto di Paulson con la presidenza di Barack Obama. Era domenica, il giorno prima del collasso. «Ci servono 100 miliardi di dollari, è solo un problema di liquidità temporaneo», dice Fuld di fronte a tutto il gotha della finanza di Wall Street. «Scordateli, tu sei già fallito», gli rispose Paulson, anticipando la risposta di tutti i presenti. Il declino per Lehman Brothers era deciso. Peccato che non si calcolarono le conseguenze. L’indomani fu chiesta l’iscrizione di Lehman al Chapter 11 dello US Bankruptcy Code, che prevede l’amministrazione controllata. È la fine per Fuld, è la fine per Lehman.

Quello che venne dopo, tutti lo sanno. Ma soprattutto lo ricordano gli operatori finanziari, che hanno visto messa in piedi una macchina da fuoco immensa composta dal Term Asset-Backed Securities Loan Facility (Talf) e dal Troubled Asset Relief Program (Tarp). Dopo aver speso più di 3.000 miliardi di dollari nel tentativo di stabilizzare l’economia americana, gli Usa si trovano ancora in difficoltà. Il debito elevatissimo, il sistema bancario dissestato e fortemente esposto alla crisi europea dei debiti sovrani, un universo finanziario che ancora oggi si assume troppi rischi rispetto a quanto in realtà potrebbe, uniti a una leadership politica in costante calo come quella di Obama: ecco quali sono le criticità che c’erano nel 2008 e che ancora oggi ci sono.

L’indice Dow Jones aveva aperto a quota 11.416 punti, per poi chiudere a 10.918 punti. Ma il peggio doveva ancora arrivare, dato che dopo due mesi esatti il Dow Jones aveva chiuso a 8.497 punti, con una contrazione che faceva pensare nuovamente ai giorni più neri del 1929 e del 1987. E a distanza di due anni, siamo sempre ai livelli poco prima del crac Lehman Brothers. La seduta di oggi è finita a quota 11.247 punti. Ma la cosa singolare è che quest’anno il massimo del Dow Jones si è toccato il 29 aprile, con una chiusura, circa 12.800 punti, quasi a testare la resistenza a 13.000 punti. Paradossalmente, anche nel 2008 era successo un fatto analogo: fra la fine di aprile e metà maggio furono toccati i massimi dell’anno, proprio intorno a quota 13.000 punti.

L’indice S&P 500 aveva invece aperto le contrattazioni a quota 1.260 punti, salvo poi chiudere a 1.249 punti. Due mesi dopo era abbondantemente sotto quota 900 punti: il 14 novembre 2008 l’S&P 500 ha infatti chiuso a 873 punti. Ora, a tre anni di distanza, siamo tornati ai livelli pre Lehman Brothers, con la chiusura odierna pari a 1.188 punti. Come per il Dow Jones, anche l’S&P 500 ha toccato i massimi dell’anno in aprile, proprio come nel 2008.

Opposto invece è l’andamento dell’Europa. La vera sconfitta di questa crisi finanziaria che sta flagellando il mondo è proprio lei, l’Europa. Dopo aver mantenuto dritta la barra del credito, mantenendo fermi i tassi d’interesse nella prima fase della crisi subprime, l’Eurotower fu lentamente costretta a rivedere tutti i propri piani per evitare un collasso del sistema bancario dell’eurozona. E oggi si trova nella stessa situazione degli Usa, con una serie di banche molto simili a Lehman Brothers per ruolo e rilevanza sistemica. Una di queste è Société Générale, una delle incognita d’Europa.

Singolare anche l’andamento dell’indice VIX, il cosiddetto indice della paura. Il Chicago Board Options Exchange SPX Volatility Index, infatti, calcola la volatilità implicita presente sulle opzioni sul listino S&P 500. Nei giorni del fallimento di Lehman Brothers era a quota 31,70, ben lontano dal record di oltre 80 fatto segnare due mesi dopo. A 36 mesi di distanza, la giornata di ieri si è chiusa con un VIX a 34,6. «Non è un bel segnale, perché significa che gli investitori continuano a non sapere che direzione prendere. Dopo tre anni, non è piacevole», fa notare un’analisi sul VIX a cura di Bank of New York Mellon.

Anche osservando i mercato valutario, il discorso non cambia. Tre anni fa il cross euro/dollaro era a quota 1,41, mentre ora veleggia intorno a 1,37. Non solo l’euro non si è rafforzato quanto sperato dagli analisti, ma è anche diminuito di valore, di pari passo con la crisi europea dei debiti sovrani e i timori su un possibile collasso dell’eurozona. «In seguito al fallimento di Lehman Brothers è possibile che la moneta unica europea si apprezzi fino a superare il cambio di 1,60», scriveva la banca francese Bnp Paribas nell’ultima settimana del settembre 2008. Così non è stato.

Di contro, non sono affatto diminuiti i rischi sistemici. Il Financial Stability Board presieduto dal presidente in pectore della Bce Mario Draghi, aveva un solo obiettivo: capire le cause della crisi finanziaria al fine di adottare un nuovo assetto di regole. A tre anni di distanza, il mondo della finanza sta cercando ancora di capire quanto sono grandi i mercati over-the-counter (Otc, non regolamentati, ndr). Ma non solo. Il Comitato di Basilea, l’organismo che definisce gli standard patrimoniali delle banche mondiali, ha introdotto un nuovo impianto di norme che, in teoria, devono disciplinare gli aspetti di solidità bancaria in caso di stress. Tutte norme che, se va bene, entreranno in vigore solo nel 2013, cioè a cinque anni da Lehman Brothers. Intanto, continuano gli stessi atteggiamenti del 2008. Un esempio? Lo fornisce la Banca dei regolamenti internazionali (Bri). I derivati Otc valevano 589.147 miliardi di dollari nel 2008. Oggi valgono 601.048 miliardi di dollari. E la stessa Goldman Sachs, in un report dello scorso giugno, faceva notare che «i mercati non regolamentati hanno più squilibri oggi che nel periodo pre Lehman Brothers». Negli ultimi tre anni i rischi non sono diminuiti. Semplicemente, si sono trasferiti.

Articolo di Fabrizio Goria su Linkiesta.it

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