Robin Tax per tutti

Sempre da Chicago Blog un bell’articolo di Carlo Stagnaro sull’inutilita’ della Robin Tax e dei suoi effetti negativi sull’economia.

La Commissione industria del Senato ha suggerito di estendere la Robin Hood Tax– l’addizionale Ires di 4 punti percentuali per tutte le imprese energetiche, incluse reti e rinnovabili, che si aggiunge alle precedenti addizionali – ad altri settori “concessionari”, quali le telecomunicazioni e le autostrade. Questo ha scatenato una vera e propria guerra lobbistica tra aziende e associazioni di settore, con gli energetici che lamentano uno sfavore fiscale inconcepibile e gli altri che tentano di evitare un aggravio d’imposta. Non è uno spettacolo esaltante: è ben comprensibile che le diverse industrie cerchino di tutelarsi, utilizzando tutte le armi a propria disposizione. Gli energetici hanno ragione: già oggi pagano un’aliquota Ires superiore del 25 per cento a quella di tutti gli altri, alzarla ancora (specie in un momento di crisi) sarebbe una follia. Hanno ugualmente ragione le aziende di tlc e infrastrutture: già sono piene di magagne, ci manca solo un aumento fiscale tra capo e collo, peraltro in un quadro congiunturale tutto fuorché roseo.

Sono i guasti che provoca l’interventismo, che continua a “chiamare” altro interventismo. Pietro Monsurrò ha spiegato bene come “le lobby parassitarie nascono spontaneamente non appena si forma un potere in grado di elargire privilegi”. Come ci ha insegnato la public choice, il riconoscere ai poteri pubblici sovranità sull’economico porta le imprese a cercare di avvantaggiarsi, di quegli stessi poteri pubblici. Questo porta talora a giocare “in attacco” (come nella richiesta di incentivi, agevolazioni ad hoc, denari a fondo perduto) e talvolta “in difesa”, come in questo caso. Ma siccome gli attori coinvolti, come comprensibile, sono concentrati sul breve termine e il resto del dibattito li segue, fatica ad emergere con chiarezza l’unica posizione che coincide davvero con l’interesse generale: quella della libera impresa.

È esattamente per interpretare questo punto di vista che esiste l’Istituto Bruno Leoni. Non a caso ci siamo occupati di Robin Hood Tax ben da prima delle polemiche attuali, e abbiamo detto la nostra in più di una occasione. A prescindere dai settori colpiti, la Robin Tax è una imposta assurda, i ripetuti aumenti sono doppiamente assurdi, l’estensione ad altri settori è tre volte assurda e prelude in realtà a un innalzamento generalizzato dell’Ires. In altre parole, la questione per noi è semplice: questa imposta non s’ha da fare, e non s’aveva da fare quando si è messo il piede, per la prima volta nel 2008, sul piano inclinato della tassazione discrezionale.

La sua popolarità (anche oggi sui giornali si legge di ipotesi di incidere sulla Robin Tax per bilanciare una rimodulazione del “contributo di solidarietà”) è dovuta ad una illusione ottica. Come in altri tempi sui “petrolieri” (diventati poi buona parte del settore energetico), si pensa di agire “sulle imprese energetiche” o “sulle concessionarie”: come se queste imprese fossero “colpibili” (rectius: rapinabili) senza che ciò andasse a penalizzare individui in carne ed ossa – come azionisti, impiegati o consumatori dei servizi offerti dalle medesime. La reazione iniziale fu confusa: alcune delle imprese colpite combatterono la tassa, ma, forse per piaggeria verso il governo appena insediato e verso il ministro dell’economia che “aveva previsto la crisi”, accettarono la tassa e alcune di esse – le due più grandi – addirittura vi aggiunsero un “contributo volontario” del valore complessivo di 250 milioni di euro. Gli azionisti, naturalmente, zitti e mosca. L’errore fu lì: una volta accettato il principio, perché fermarsi?

Questa è una tassa sbagliata: lo è a prescindere dall’entità e lo è a prescindere da chi colpisce (“mal comune mezzo gaudio” non è un principio di equità fiscale) o da come la base imponibile viene definita. Lo è perché è discriminatoria, distorsiva, anti-certezza del diritto, anti-investimenti e in ultima analisi anti-crescita e anti-europea come hanno spiegato Testa e Di Mario sul Sole 24 Ore. Il gettito che garantisce è inferiore a quello che potrebbe essere recuperato, sotto forma di minore spesa per interessi, privatizzando gli asset pubblici. In ogni caso, quel gettito potenziale non giustifica la perdita di credibilità che avrebbe l’Italia dimostrando, una volta di più, di essere un Paese dove i decisori politici non si fanno scrupolo a “mettere le mani nelle tasche” di chiunque sia sospettabile di non avercele vuote.

Da Chicago-Blog.it

 

Per saperne di piu', potete inviarci una email a contatto@consulenza-finanziaria.it oppure mandarci un messaggio tramite Facebook 

FB Messenger