Quantitative easing per salvare l’Italia ma l’Europa chi la salverebbe?

Da Lodovico Pizzati su Noire From America un bell’articolo sulle possibili ripercussioni di un Quantitative Easing sul modelo americano attuato in Europa. Interessanti soprattutto le possibili ripercussioni negative sulla Germania

Esiste un notevole contrasto tra le dimensioni di una manovra finanziaria fatta da un governo nazionale e un piano di intervento sul debito pubblico del paese fatto da una banca centrale. Per la “manovra” fiscale di luglio 2011 si tratta di alcune decine di miliardi di euro che per un paese di 60 milioni di abitanti significa circa mille euro per cittadino. Sono sacrifici sudati che si fanno già sentire sulla pelle del contribuente tramite accise sulla benzina, ticket sanitari, e bollo dell’auto, per fare alcuni esempi. Mentre il governo pretende sacrifici fiscali per alcune decine di miliardi, è sorprendente sentire la Banca Centrale Europea (BCE) che annuncia un intervento di mille miliardi di euro per l’Italia, e di 600 miliardi di euro per la Spagna.

Viene spontaneo chiedersi perché si richiedono tanti sacrifici di tagli alla spesa e di aumento di tasse per risparmiare alle casse dello stato qualche miliardino, quando poi la Banca Centrale Europea sembra avere delle risorse centinaia di volte maggiori. E poi, da dove saltano fuori tutte queste migliaia di miliardi di euro che la BCE pare possedere e che intende spendere nelle prossime settimane per acquistare debito pubblico italiano o spagnolo?

La realtà è che la BCE, come tutte le altre banche centrali, non ha in cassaforte queste quantità di denaro né possiede ricchezze reali ad esse equivalenti. Si tratta di quantità artificiali che fanno parte di una politica monetaria chiamata Quantitative Easing (QE). Mentre un governo deve imporre sacrifici reali per portare i conti dello stato in pareggio, la banca centrale ha il cosiddetto potere di stampare moneta. Naturalmente, se una banca centrale stampasse veramente contanti per finanziare la spesa di uno stato gli effetti negativi di un’iperinflazione si farebbero immediatamente sentire. Questo è il caso dello Zimbabwe oggi, o della Germania dopo la prima guerra mondiale. I soldi freschi stampati dalla banca centrale andavano, o vanno, direttamente dalla banca al governo e da questo ai cittadini sotto forma di stipendi, trasferimenti, acquisti di beni e servizi. I cittadini hanno i soldi in tasca e li spendono, generando inflazione (indovinate un po’ cosa succederebbe ai prezzi del vostro supermercato preferito se domattina e per sempre tutti avessero, magicamente, il doppio da spendere in quel supermercato). In molti paesi industrializzati come gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, il Giappone ed i paesi dell’euro è esplicitamente vietato che una banca centrale finanzi direttamente un governo comprando i suoi titoli di stato all’atto della loro emissione. Questo proprio per evitare che, così facendo, la banca centrale pompi soldi nuovi direttamente nelle tasche dei cittadini.

Non è invece vietato per una banca centrale intervenire nel mercato obbligazionario secondario e comprare questi titoli di stato dalle banche commerciali o da chiunque altro li abbia acquistati in precedenza ed ora voglia venderli (attraverso le banche commerciali). Può sembrare che fare questo sia la stessa cosa che monetizzare il debito pubblico, ma non lo è e non ha necessariamente gli stessi rischi inflazionistici. Perché? In sostanza, facendo QE la banca centrale cambia la composizione del portafoglio degli investitori: sostituisce al debito pubblico i fondi da essa creati. Questi fondi, ossia moneta, non verranno necessariamente spesi in modo immediato per l’acquisto di beni e servizi, come invece succederebbe se la banca centrale comprasse nuovo debito trasferendo soldi nuovi allo stato. Il trucco è questo: assieme a QE la banca centrale può utilizzare un secondo strumento, le riserve bancarie. La banca centrale stabilisce le riserve (di moneta) che ogni banca commerciale deve mantenere disponibili (e depositate presso di essa, la banca centrale stessa). Se una banca commerciale ha 100 di depositi, una riserva pari al 10% significa che i prestiti fatti da quella banca non possono superare 90. Ora, se la banca centrale aumenta l’obbligo di riserva per un ammontare uguale a quello dei titoli di stato che compra dalla banca commerciale, l’impatto finale è di non aggiungere alcuna liquidità addizionale al sistema. In questo caso QE non ha alcun impatto inflazionistico. Quindi, la BCE prima crea “dal nulla” una cifra di miliardi di euro per comprare i titoli di stato posseduti dalle banche commerciali e poi impone alle stesse banche di aumentare le proprie riserve per la stessa cifra di miliardi. È importante capire che non è necessario che lo imponga direttamente, basta che convinca le banche commerciali (o renda per loro conveniente) accrescere in parallelo la quantità di riserve volontarie detenute presso la banca centrale. Questo è quanto è accaduto durante QE 1 e 2 negli USA: le riserve delle banche presso la FED sono enormemente aumentate a causa del fatto che la FED creava nuova moneta dal nulla comprando titoli (di debito prima privato e poi pubblico) che erano nel portafoglio delle banche. Fino ad ora ha funzionato e per questo non abbiamo visto inflazione negli USA, né particolari bolle speculative nei mercati finanziari (oro a parte, ma è un’altra storia).

Alla fine questa manovra monetaria serve per fare da spugna. La banca centrale percepisce un nervosismo eccessivo dei mercati che fa innalzare i tassi d’interesse sul debito pubblico oltre un livello considerato insostenibile. Con un Quantitative Easing la BCE prosciuga il mercato del debito pubblico assorbendosi un’enormità di titoli di stato e placandone così l’effetto sui tassi d’interesse, ma allo stesso tempo impone/convince (al)le banche private di tenere questa liquidità fittizia come riserve, evitando così un impatto inflazionistico sull’economia. Questo tipo di politica monetaria è già stato implementato dalla Fed americana per placare gli effetti della crisi finanziaria del 2009, e prima ancora era stato collaudato dalla banca centrale giapponese. È un intervento disperato ma efficace se le ragioni del nervosismo finanziario sono temporanee. Se i mercati si placano perché i motivi del panico erano passeggeri, allora la BCE può rivendere i titoli di stato che aveva assorbito riversandoli sul mercato a tassi d’interesse ragionevoli. Ma se la causa di questo nervosismo è fondata, e quindi il pessimismo verso i conti dello stato italiano e di quello spagnolo ha una natura permanente, allora il QE può rivelarsi molto pericoloso e produrre inflazione e svalutazione dell’euro, un po’ come è successo alla lira nel 1992.

Siamo entrati nell’euro per godere della reputazione creditizia e della bassa inflazione tedesca, ma alla fine potrebbe toccare ai tedeschi patire la svalutazione e l’inflazione causati dall’elevato indebitamento italiano.

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