I prezzi del risparmio gestito talvolta non sono congruenti con l’ammontare degli investimenti

E’ questo il monito lanciato da un interessante articolo del Corriere Economia che sottolinea il forte disallineamento che c’è tra la struttura di prezzo del rispermio gestito e quella delle normali contrattazioni di acquisto-vendita.

Il caso

In quasi tutti i mercati del mondo il prezzo del prodotto è il prezzo del prodotto.

Se vuoi acquistare un auto, un frigo o un giornale chiedi quanto costa, paghi e poi esci.

Ma per il risparmio gestito è così?

No. Nel mondo composto da fondi comuni, Sicav, fondi pensione, prodotti assicurativi finanziari e altri assimilabili, a parità di prodotto, in questo caso di servizio, il fornitore ha il privilegio di far pagare ai clienti prezzi diversi (i “prezzi” sono costituiti dalle commissioni, in primo luogo di gestione, che il gestore o l’intermediario caricano al cliente finale).

Esempio:

Fondo comune di investimento,  commissione di gestione dell’1,5%.
Con un patrimonio di 20 mila euro si pagherà ogni anno 300 euro di commissioni mentre con un patrimonio di 40 mila euro si pagheranno ogni anno 600 euro di commissioni.

Perchè? Il servizio è lo stesso, sia l’intermediario che ha la relazione con il cliente, sia il gestore che cura il prodotto non devono fare nulla di diverso nei due casi. Le attività che devono svolgere e i costi che devono sopportare per farlo sono identici.

Esempio 2:

Nel caso di un rialzo del mercato del 10%, il patrimonio di 40 mila euro passa a 44 mila euro. Se prima le commissioni erano 600 euro ora saranno 660 euro.

Perchè? Anche in questo caso intermediario e gestore non fanno nulla di diverso rispetto a quello che facevano prima che il mercato salisse.

Questo disallineamento provoca degli squilibri che favoriscono gli intermediari e i gestori e sfavoriscono i consumatori.

Il cliente è consapevole della situazione?

Ciascun cliente non essendoci uno scontrino può risalire a queste informazioni solo spulciando documenti tecnici.

Questo è coerente con quelli che vengono considerati degli standard accettabili di tutela del consumatore?

Il mercato italiano conta circa 1000 miliardi di euro di questi prodotti. Un mero 0,1 di inefficienza (ossia di commissioni che il cliente non avrebbe dovuto pagare ad esempio perchè ha ricevuto lo stesso servizio di un cliente che ha pagato la metà) sposta un miliardi di euro dentro o fuori dalle tasche degli investitori ogni anno.

Le soluzioni

  • La prima cosa da introdurre è la trasparenza; i clienti devono sapere quanto stanno pagando in euro e non in percentuale.
  • La seconda cosa è pensare se non valga la pena introdurre dei meccanismi normativi che cambino il paradigma tariffario ed inducano delle modalità di pricing piu’ omogenee.