Portiamo le startup italiane a New York (alla peggio visitano la Statua della Liberta’)

startup-in-visita-alla-statua-della-liberta«L’Italia continua a offrire idee validissime, a buon mercato, ma per i capitali esteri. Quelle 21 exit italiane in larga parte lo dimostrano.

Ma è poca roba, così non si va da nessuna parte». Fernando Napolitano, 50 anni, imprenditore, presidente e amministratore delegato di Italian Business & Investment Initiative (IB&II), commenta così i dati pubblicati ieri da StartupItalia! sulle maggiori exit italiane negli ultimi 3 anni.

Nato a Napoli, classe 64, un curriculum accademico diviso tra l’ateneo partenopeo Federico II, la Harvard Business Scholl, e il Polytechnic Institute of New York. Ex consigliere d’amministrazione di Enel, è membro del comitato consultivo del fondo di investimenti Innogest. Nel 2010 fonda IB&II, un’organizzazione che ha l’obiettivo di facilitare gli investimenti in startup italiane negli Usa. Ovvio che il suo occhio guarda al di là dell’oceano. Per storia e interessi personali. «Ma chiariamo: il mio non è un discorso che faccio per il mio ruolo. Sono i dati che lo raccontano».

Ci spieghi meglio.

Continuiamo ad essere un paese con delle idee meravigliose, che magari riescono a diventare imprese qui, ma poi per diventare grandi devono andare via. Facciamo gola, ed è una buona notizia. Abbiamo la più alta percentuale in Europa di idee in ambito scientifico che diventano ottimi affari.

Quindi cosa manca all’Italia?

Il problema principale è che non riusciamo ad emulare i modelli che hanno già funzionato. E un esempio ce l’abbiamo a poca distanza da noi: Israele. Loro hanno avviato un vasto programma pubblico di finanziamento con un fondo che poi ha creato un collegamento diretto con gli Stati Uniti. Anche il miracolo della Silicon Valley alla fine è nato da un grosso piano di investimento del pubblico.

E’ anche vero che storicamente Israele ha un rapporto più stretto con gli Usa.

Ma a noi non manca niente. Anzi qualcosa in questo senso si sta iniziando a muovere. Guardo con interesse a Smart&Start e il lavoro che sta facendo Invitalia, è un primo passo almeno per avvicinarci a quello che Israele fa da decenni. Ma bisogna capire cosa facciamo. Saremo in grado di essere più aggressivi a livello internazionale? Di guardare oltreoceano? Se no serve a poco. Così finanzieremo solo startup destinate a rimanere nane.

Qual è la prima impressione che ha avuto leggendo il rapporto di Who is Who?

Che la necessità di guardare all’estero, agli Usa in particolare, non sia nemmeno contemplato come tema. Ma è una vecchia convinzione degli stakeholder dell’ecosistema delle startup in Italia: si può fare tutto da qui basta che ci sia internet. Ma è un abbaglio clamoroso.

L’ha colpita che molte exit italiane vengano da investimenti esteri?

No, affatto. Quello che mi ha colpito è che si tratta di numeri piccoli, su piccola scala. Startup farmaceutiche a parte, di digitale c’è pochissimo. Guarda, così ci costringiamo ad essere periferia dell’impero. Roma oggi è da un’altra parte, noi siamo la Galilea.

Cosa possiamo fare per evitarlo?

L’unica strada passa per gli Usa. L’Europa non basta. 27 paesi con fratture linguistiche e fiscali altissime. Le alternative sono due: o fare come gli Usa, ma non abbiamo la forza economica per permetterci un vasto piano di investimenti. Oppure come Israele: creare qui le condizioni per fare grosse exit negli Usa. Dobbiamo farlo, per non illudere i nostri ragazzi e dargli concrete prospettive di futuro.

E’ facile accusarla di fare un discorso di parte: alla fine lei ha interessi come investitore negli Stati Uniti.

Non lo faccio per me, alla fine io sono coinvolto solo per il tempo che dedico a IB&II e per qualche soldo che ci metto. Se è vero che faccio un discorso pro domo mea, la mia casa è l’Italia.

Lei cosa propone?

Di potenziare i programmi come le borse di studio Best program. Noi prendiamo ragazzi che riteniamo molto bravi, li mandiamo a Santa Clara, quando escono dal percorso di formazione fanno sei mesi di stage, poi tornano in Italia e li aiutiamo a fare impresa. Casi di successo ce ne sono. E’ passato da noi Cosimo Palmisano, le ragazze di D.Orbit, Rossettini e Panesi. Perché sono casi di successo? Perché sono venuti qui, ed è lo stesso Palmisano ad averlo detto pi volte. Lui è un caso simbolo. Racconta che quando è venuto qui si era accorto che alla sua idea ci stavano lavorando anche altri. All’inizio si è un po’ depresso, poi ha capito che poteva fare meglio, ha fondato Ecce Customer. Ma lui è uno su 60 startupper che hanno fatto un programma come il nostro. Immagina se ne mandi 600.

E come facciamo ad arrivare a 600?

Con l’intervento del pubblico (penso alle regioni per esempio che potrebbero usare i fondi strutturali europei) e a imprese medio grandi che potrebbero finanziare borse di studio. Con noi lo ha già fatto Beretta, e le cose sono andate bene. Si tratta di un investimento minimo per loro, 35 mila euro che però potrebbero far nascere progetti e sviluppi che in pochi anni possono valere 35 milioni. Ma mandare i ragazzi potrebbe non bastare.

In che senso?

L’ecosistema italiano delle startup ha bisogno di una presenza fisica negli Stati Uniti. E’ una mia vecchia convinzione. Mi piacerebbe creare uno spazio di coworking come WeWork a Lower Manhattan, sotto la 28° (zona ad alta concentrazione di startup hitech, ndr). Per dire noi siamo qui, portiamo qui i ragazzi e da qui li mettiamo in contatto con gli investitori. Sa quali sono gli step per incontrare un venture capitalist qui a New York?

No. Ce lo spieghi.

Prima ti chiedono dove risiedi. Spesso se non sei a New York neanche ti fissano un appuntamento. Poi si organizza una call da 3-5 minuti. Poi se tutto va bene un meeting. Ecco a me piacerebbe superare il primo ostacolo almeno. Ma senza presenza fisica è difficile. E non lo dice Fernando Napolitano. Qui ci sono già Israele, Cina, Germania. L’area di New York diventerà entro l’anno l’area a più alta densità di venture capitalist dopo la Silicon Valley. Dovremmo esserci.

Riccardo Donadon di H-Farm qualche tempo fa ha suggerito alle Pmi che per fare innovazione avrebbero dovuto “comprare” gli startupper. Il suo discorso sembra uguale e contrario. Non le pare?

Andiamo nella stessa direzione, ma da due strade completamente diverse. E’ facile dire compratevi gli startupper se i soldi non sono i tuoi. E’ una proposizione di carattere generale di chi non ha mai fatto investimenti sulla propria pelle. Ma noi facciamo un lavoro diverso. Il mio approccio è più pragmatico. Andiamo dagli imprenditori, chiediamo quali sono le loro sfide tecnologiche, e presentiamo dei ragazzi. Dei progetti target. Dopodiché se la cosa piace possono scegliere se finanziare una borsa di studio. E’ un approccio completamente diverso.

 

Articolo di Arcangelo Rociola, ripreso dal blog di startupitalia.eu