I piccoli risparmiatori pagano lo Stato per detenere BOT e BTP

stato-italiano-pagato-per-detenere-bot-e-btpC’era una volta l’Italia dei BoT people, quando il piccolo risparmiatore trovava nelle generose cedole offerte dai titoli di Stato la soluzione in grado di soddisfare le esigenze di un investimento sicuro e prudente. Oggi, prestando i soldi allo Stato si rischia un saldo negativo.

L’epoca dei Bot per le famigile è tramontata, anche se, vuoi per tradizione, vuoi per scarsa cultura finanziaria, una parte di italiani ha continuato a investire nei titoli emessi o comunque garantiti dallo Stato. Secondo le stime di Bankitalia siamo passati dagli anni ’90, quando addirittura l’80-90% di stock di debito era in mano a privati risparmiatori, alle cifre attuali che, fanno scendere questa percentuale sotto il 10%.

Oggi, a investire sui Bot sono prevalentemente le banche, con il 50%, e gli investitori stranieri, che rappresentano ben il 40% dei proprietari di titoli.

Il paradosso dei BoT

Come spiega Maximilian Cellino su Il Sole 24 Ore, anche senza contare l’inflazione (peraltro bassissima) si rischia addirittura di pagare lo Stato per prestargli denaro.

“Un esempio può essere efficace per illustrare la situazione che si è venuta a creare negli ultimi tempi. Prendiamo il BoT a 12 mesi collocato in asta a metà giugno, l’ultimo della serie: il rendimento lordo (minimo storico) si è attestato allo 0,492%, a questo però occorre sottrarre l’aliquota fiscale (12,5% appunto), ma anche le commissioni di acquisto che in asta sono fissate a 30 centesimi.

I calcoli di Assiom Forex chiariscono che il rendimento netto si riduce quindi allo 0,139%, comprando 10mila euro di BoT si guadagnerebbero quindi in un anno ben 13,9 euro. Peccato però che ci sia anche da considerare il prelievo sul conto titoli (dove finisco i BoT), che vale lo 0,2%: sempre considerando 10mila euro, in un anno si pagano 20 euro, cioè più di quanto si è guadagnato. Sembra incredibile, ma è così. E altrettanto si può dire a maggior ragione per i BoT a scadenza più ravvicinata”.

Il rendimento dei titoli di Stato ha cominciato una parabola discendente toccando il minimo storico nell’ultima asta (0,495%) ma nonostante i livelli ristretti dell’inflazione, al netto di tasse e commissioni, l’investimento in molti casi non solo non riesce a battere il costo della vita ma si rivela in perdita. Un fenomeno che viene definito “repressione finanziaria”.

Va sottolineato inoltre che, nel riassetto delle aliquote sulle rendite finanziarie in vigore dal prossimo 1° luglio, Bot e Btp sono stati ‘graziati’ dall’innalzamento della tassazione al 26%.

La strategia della ‘repressione finanziaria’

Si parla di ‘repressione finanziaria’ quando si verifica un contesto in cui il tasso d’interesse ‘reale’ dei titoli del debito pubblico (cioé al netto dell’inflazione) è negativo. Il risparmio in questo caso non genera rendite. Si tratta di un fenomeno, indotto ad arte dalle banche centrali con le politiche monetarie espansive, volte ad aumentare l’immissione di liquidità nei mercati, che tiene artificiosamente bassi i tassi del debito pubblico.

Citiamo ancora Cellino “Lo Stato quindi risparmia, ma chi presta denaro (e quindi anche il risparmiatore) riceve per questo servizio una remunerazione molto limitata e a volte anche negativa: in pratica è un trasferimento di ricchezza mascherato, un vero e proprio costo occulto”. In pratica, una ridistribuzione del debito a scapito dei risparmiatori.

 

Articolo ripreso dal sito quifinanza.it