Perche’ la Scuderia Ferrari ha il Cavallino Rampante come simbolo?

Tutto il mondo conosce il simbolo del cavallino rampante. Se si chiede anche ad un bambino a chi appartiene tale simbolo sentiremo la risposta: E’ il simbolo della Ferrari. Pochi però sanno da dove nasce il simbolo del cavallino rampante che non è assolutamente un invenzione dell’Ing. Enzo Ferrari,  e che porta il nome di Melope.

Ecco la vera storia.

Sono le ore 18.50 del 24 maggio 1902 quando, per la prima volta nella storia umana da che mondo è mondo, un cavallo si stacca da terra per volare a più di due metri di altezza. Due metri e zero otto, per la precisione. Quel cavallo è Melope. E il suo cavaliere è il capitano Federigo Caprilli, da allora nominato il cavaliere volante.

È il Concorso ippico internazionale di Torino. Cinquecento cavalieri sono entrati in campo, i cinquecento migliori cavalieri delle migliori Cavallerie d’Europa che montano i cinquecento migliori cavalli che si possano immaginare.

In sella al possente Melope, Caprilli sente che quello può essere il suo momento d’oro: c’è tutta la nobiltà d’Europa, ci sono regnanti e presidenti, ci sono tutti gli alti comandi della Cavalleria.

È lui che apre la sfilata della squadra italiana, con il suo perenne sorriso. L’elegantissimo pubblico trattiene il fiato seguendo le varie categorie di gara che si svolgono nei tre giorni del Concorso, e finalmente, l’ultimo giorno, Melope vola: il limite dei due metri, quel limite che molti ritenevano non si sarebbe mai potuto valicare, è superato alla grande. Al culmine della parabola il capitano Caprilli, quando è sicuro che il cavallo ce l’ha già fatta, solleva un braccio al cielo in segno di trionfo.

Caprilli sa di essere entrato nella storia. Prima di lui, solo Icaro si era staccato di tanto da terra volando. E tutti avevano giurato e spergiurato che mai e poi mai un cavallo e un cavaliere avrebbero superato il muro dei due metri.

Il capitano Federigo Caprilli, quando stabilì l’impresa storica era appena uscito dalla scuola di Cavalleria di Pinerolo, ed era stato nel reggimento Piemonte reale, che aveva come simbolo un cavallino rampante bianco su fondo rosso fuoco.

Poco più di un anno dopo e più precisamente, il 17 dicembre del 1903 il Wright Flyer dei fratelli Orville e Wilbur Wright rulla su un prato di Kill Devil Hills sospinto dal boato del suo motore a scoppio, si alza da terra e vola!

A dirla tutta, non è un gran volo: dodici secondi che sembrano durare una vita, durante i quali il biplano bianco percorre barcollando trentasei metri, ma poco importa perché ufficialmente è il momento topico del primo volo della storia.

Passano gli anni, pochi, e l’auto supera i duecento all’ora. Passano altri anni, e sono davvero pochi a ben vedere, e già all’inizio della Prima guerra mondiale (solo dieci anni dopo il primo sparuto saltello di dodici secondi del Wright Flyer) l’aeroplano si è mostruosamente trasformato nella più terrificante arma volante che l’uomo abbia mai visto. Vola e bombarda; vola e mitraglia; vola e sparge volantini propagandistici.

Nel 1913, a settembre, il giovane tenente di Cavalleria Francesco Baracca, figlio del conte Enrico e della contessa Paolina di Lugo di Romagna, sorvola spavaldamente la sua Lugo e dintorni, sorvola rombando tutta la Romagna, saluta dall’alto e fa ciao dal suo biplano mentre da terra si alzano grida e osanna.

Passano altri tre anni: solo tre. Siamo al 25 novembre 1916 e Francesco Baracca ha già abbattuto il suo quinto aereo avversario: è un asso, adesso, ha il diritto di dipingere un’insegna sul suo aereo. Era usanza che l’insegna fosse quella dell’ultimo aereo abbattuto. Ma l’insegna che Baracca dipinge sul suo aereo è un cavallino rampante, in onore di Melope il primo cavallo che volò superando il muro dei due metri.

Durante la Prima guerra mondiale ancora non esiste un’Arma aeronautica militare e pertanto ogni pilota ha il diritto di dipingere un simbolo a piacimento.

Il 19 giugno 1918 Baracca e il suo cavallino sono abbattuti. Nessuno saprà mai come: forse un cecchino che lo colpisce alla tempia da terra. Li trovano dopo due giorni, sul Montello, bruciacchiati, ed è Gabriele d’Annunzio che pronuncia l’elogio funebre.

Il 17 giugno 1923, al primo circuito del Savio, sei giri di 44,533 km per un totale di 267 km, l’Alfa Romeo Rltf numero 28 vince alla grande; è guidata da Enzo Ferrari, che vende le Alfa Romeo a Modena.

Il conte Emilio Baracca, suo cliente, entusiasta e commosso gli dice che è lui a essere degno del cavallino rampante di suo figlio. Pochi giorni dopo, la contessa Paolina, madre di Francesco, glielo consegna e gli dice: «Caro Ferrari, lo metta sulle sue macchine da corsa. Le porterà fortuna»., e gli consegna un brandello di tela dell’aereo bruciacchiato.

Ferrari non lo usa subito, quell’emblema, anche perché non sa bene dove metterlo: tutte le sue automobili sono Alfa Romeo. Ma il 16 novembre, dal notaio Alberto Della Fontana di Modena, viene fondata ufficialmente la società Anonima Scuderia Ferrari, con il dichiarato scopo di «compera di automobili da corsa di marca Alfa Romeo e partecipazione colle stesse alle Corse incluse nel calendario nazionale sportivo e nel calendario della Associazione Nazionale Automobile Club».

E nel 1932, per la prima volta, il cavallino rampante vola su un circuito automobilistico, dipinto su una Alfa Romeo: è il 9 luglio, alla 24 ore di Spa-Francorchamps.

A trent’anni esatti, giorno più giorno meno, dal record di Caprilli, Enzo Ferrari si metterà a costruire in proprio, a Maranello. E nascerà la Ferrari.

Il cavallino rampante, e la Ferrari è conosciuta in tutto il mondo anche dai bambini perché come diceva Enzo Ferrari: “Chiedi a un bambino di disegnare una macchina, sicuramente la farà rossa”

Un altro pezzo di storia del nostro Paese.

Quanto manca oggi alla Formula Uno un uomo come Enzo Ferrari

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