Paul Krugman vuole che tutti continuiamo ad indebitarci all’infinito

Paul Krugman è uno dei più noti e autorevoli commentatori in circolazione: tiene una column bisettimanale sul New York Times, nel 2008 ha vinto il premio Nobel per l’economia. Sul New York Times Krugman scrive da tempo articoli molto critici col modo in cui l’Occidente – in primo luogo l’Europa e gli Stati Uniti – sta affrontando la crisi economica, sostenendo che tutti o quasi i provvedimenti presi negli ultimi tempi abbiano aggravato i problemi, invece che risolverli. Oggi sul New York Times Paul Krugman torna a occuparsi della questione con un articolo che è ottima sintesi del suo pensiero, e pone un tema interessante anche per noi italiani.

La tesi di Krugman è la seguente, in sintesi: non è il momento di preoccuparsi del debito. Lasciate perdere, concentratevi altrove.

Sia nel 2011 che nel 2010, gli Stati Uniti sono stati tecnicamente in ripresa ma hanno continuato a soffrire di un tasso di disoccupazione disastrosamente alto. Nonostante questo, per buona parte del 2011, così come era stato per il 2010, il grosso delle conversazioni a Washington ha avuto a che fare con qualcos’altro: il presunto urgente bisogno di ridurre il deficit.

Krugman dice che questo mostra non solo quanto il Parlamento americano sia lontano dalla realtà, ma anche quanto poco i politici americani capiscano quello di cui si occupano, le necessità dell’economia, la differenza tra deficit e debito. D’altra parte dopo mesi di decisioni e provvedimenti che non hanno smosso più di tanto la situazione, dice Krugman, uno si aspetterebbe un qualche ripensamento. Uno se lo aspetterebbe “se non sapesse nulla riguardo questa nostra politica post-moderna e priva del condizionamento dei fatti”.

Il debito può essere un problema, ammette Krugman. Ma non un problema grande quanto amano esagerare opinionisti e politici americani. Chi si preoccupa immagina un futuro in cui gli Stati Uniti saranno sul lastrico, messi in ginocchio dagli interessi e dai debiti da dover pagare. Come una famiglia. Ma l’analogia non regge.

Primo: le famiglie devono ripagare i loro debiti, i governi no – tutto quello che devono fare è assicurarsi che l’entità del debito cresca più lentamente della propria imposizione fiscale. Il debito causato dalla Seconda guerra mondiale non è mai stato ripagato: è solo diventato progressivamente irrilevante a fronte della crescita dell’economia americana, e quindi anche del denaro sottoposto alle tasse.

Secondo, e questa è la cosa che sembra nessuno capisca, una famiglia indebitata deve dei soldi a qualcun altro, mentre il debito americano è in larga parte formato da soldi che dobbiamo a noi stessi.

Krugman fa riferimento ai molti americani che possiedono i propri risparmi in titoli di Stato, e spiega proprio che anche ai tempi della Seconda guerra mondiale l’alto debito non impedì agli americani di godere del più massiccio aumento degli stipendi e miglioramento della qualità della vita nella storia. Stavolta non sarà diverso.

È vero, dice Krugman, oggi una buona parte del debito è detenuta all’estero. Ma allo stesso modo gli Stati Uniti possiedono titoli di Stato stranieri. Chi immagina il governo americano nelle mani dei cinesi sbaglia mira, per quanto le scelte sbagliate del presente stiano spingendo le cose in quella direzione. Per questo, conclude Krugman “i paesi con dei governi stabili e responsabili – cioè governi in grado di alzare un po’ le tasse quando la situazione lo richiede – sono stati storicamente in grado di sopportare un livello di debito ben più grosso dell’attuale”.

Sì, il debito conta. Ma in questo momento altre cose contano di più. Abbiamo bisogno di più spesa pubblica, non meno, per uscire dalla trappola della disoccupazione.

Visto da qui il discorso di Krugman va preso con le molle: i livelli americani di spesa pubblica non sono quelli italiani, così come il debito pubblico americano non è quello italiano. Gli americani possono affrontare con qualche serenità in più un dibattito sull’opportunità di spendere più soldi o aumentare il proprio debito, rispetto a noi: inoltre la Federal Reserve ha più libertà d’azione rispetto alla Banca Centrale Europea. Rimane però il tema dell’attuazione di politiche recessive in una fase che richiederebbe politiche anticicliche ed espansive.

 

Articolo ripreso da ilpost.it