Nuove indiscrezioni sul futuro Albo dei Promotori Finanziari

albo-dei-consulenti-finanziari-indipendenti-in-arrivoÈ presto per brindare perché fino a quando non parte e si conclude l’iter normativo tutto può cambiare. Ma sapere che gli attori di un’industria sono riusciti a trovare un accordo ancora prima che la proposta abbia avviato il suo normale percorso burocratico è già un ottimo motivo per essere fiduciosi sul buon esito dell’operazione.

Mi riferisco all’indiscrezione emersa intorno al futuro Albo dei Promotori Finanziari (APF) che ha visto tutti i soggetti coinvolti in questo progetto convergere sull’ipotesi di dare vita ad un nuovo APF diviso in tre differenti registri (uno per i pf; uno per i consulenti e uno per le società di consulenza).
E, soprattutto, ha visto i soggetti interessati convergere su quello che sarà il nuovo nome dei promotori finanziari: consulenti finanziari abilitati all’offerta fuori sede, da distinguere rispetto ai consulenti finanziari indipendenti.
Lasciando all’inchiesta di questo mese il compito di chiarire i dettagli di questa evoluzione, qui preme sottolineare l’importanza storica di una proposta che, una volta approvata, completerà un percorso che ha già registrato negli ultimi 25 anni numerose evoluzioni normative.
Penso, solo per citarne alcune, alla Legge SIM del 1991, ai decreti del 1998 sui requisiti di professionalità e onorabilità dei pf, al recepimento della Mifid nel 2007: tutte normative che hanno segnato l’evoluzione di un’industria che oggi è ambita anche da grandi player del mondo bancario.
Una tappa storica che andrà seguita e monitorata con attenzione per il delicato ingresso ufficiale dei fee-only nel mondo dei promotori finanziari, ma che non deve distogliere l’attenzione da un’altra evoluzione storica del settore: l’esodo dei bancari. Fenomeno che nell’ultimo anno è stato più volte citato nei dibattiti sul futuro delle reti e che oggi è una realtà.
Secondo quanto pubblicato nella Relazione Annuale 2013 dell’APF presieduto da Carla Rabitti Bedogni, nei primi quattro mesi del 2014 i provvedimenti di iscrizione adottati sono stati pari a 1.692, un risultato quasi doppio rispetto a quanto registrato nello stesso periodo del 2013 e già superiore alle iscrizioni di tutto il 2012, ferme a 1.525. Un boom frutto dell’esodo dei bancari.
Sempre l’APF segnala che i provvedimenti di iscrizione all’Albo per superamento della prova sono scesi dal 62% del 2013 al 20% del 2014; quelli per possesso dei requisiti professionali sono saliti dal 21% al 66%: “presumibile effetto anche dell’ingresso di promotori dipendenti di banca nell’Albo” spiega l’APF che dichiara di aver “conseguentemente, intensificato le attività di verifica del possesso dell’esperienza professionale, di cui al D.M. n. 472/1998, necessaria per accedere all’Albo di diritto”.
Se a questi numeri si aggiungono quelli relativi alle sessioni di esame che anche nel 2014 registrano numeri record e una significativa partecipazione di dipendenti bancari, è evidente che non è più possibile ignorare questo fenomeno.
Questi futuri consulenti finanziari abilitati all’offerta fuori sede, hanno alle spalle un percorso professionale differente rispetto a quello dei pf: vantano competenze, necessità e ambizioni diverse.
Pensare di prendere questi soggetti, introdurli in un mondo vestito su misura dei pf e aspettare che si adattino al modus operandi delle reti sarebbe un errore. Hanno delle peculiarità professionali che devono essere valorizzate e sfruttate dalle reti che non devono aspettarsi dai promotori “per nascita” e dai promotori “bancari” lo stesso servizio di consulenza.
Come più volte abbiamo ricordato il mondo della consulenza finanziaria vede al suo interno tre differenti anime (pf, consulenti ed ex-bancari) una buona gestione di queste anime da parte dell’Albo, delle reti, delle banche e di tutti gli attori coinvolti eviterà di generare un nuovo “effetto fisarmonica” sullo sviluppo futuro dei pf simile a quello già vissuto nei primi anni del 2000 quando l’albo vide il numero di promotori iscritti volare in soli due anni (dal 2000 al 2002) da 49.856 a 66.749, per poi tornare (nel 2006) a quota 60.902 e nel 2013 a quota 51.310. Un effetto fisarmonica che non sarebbe utile né allo sviluppo dell’industria, né ai singoli professionisti, né al cliente finale.
Articolo di Francesco Arco – ripreso da advisoronline.it