Noi vi consigliamo di evitare OneCoin come la peste poi fate voi

Guadagni stellari con impegno vicino allo zero. Basta investire in una nuova moneta virtuale: Onecoin. Si comprano dei pacchetti, si aspetta in tutta comodità che il processo faccia il suo corso e 1.000 euro si quadruplicano.

Non importa se si è ignoranti in materia di criptovalute – dicono i suoi promotori – ciò che conta è non lasciarsi sfuggire questa opportunità.

Sembra tutto molto facile, all’apparenza. Dietro le grandi promesse, però, parrebbero nascondersi anche diverse ombre: scarsa trasparenza e anomalie tecniche. In Italia è sbarcata da meno di un anno, ma ha già raccolto migliaia di iscritti. In altri paesi europei, dove l’attività va a gonfie vele, a interessarsi di questa azienda sono stati anche gli inquirenti.

E c’è chi, esperto di criptovalute, sostiene che in realtà Onecoin non abbia nemmeno l’apparenza di una moneta virtuale.

“Vi arriva il ragionamento che quest’operazione vi può creare in un solo anno una rendita di 1.800 euro al mese?”

Così, dopo un crescendo di annunci mirabolanti, il presentatore cerca di convincerci a fare l’investimento della nostra vita. Versare almeno qualche centinaio di euro ed entrare in Onecoin, la moneta virtuale che loro stessi definiscono “seconda al mondo come capitalizzazione.”

È sabato mattina e siamo in un hotel della periferia nord di Milano per ascoltare quella che ci è stata descritta come “un’opportunità eccezionale”.

Insieme a noi, in una sala conferenze gremita, c’è una cinquantina di persone. Molti uomini e poche donne, perlopiù over 40 e rigorosamente in giacca e cravatta. Si parla di affari e, come indicava l’invito, l’ingresso è consentito unicamente in abbigliamento professionale.

Tra uno slogan motivazionale e l’altro – “il mondo non è in mano alle pecore ma ai leoni” – il relatore snocciola i dettagli dell’occasione imperdibile.

Onecoin è una nuova criptovaluta – ci spiegano – che avrebbe migliorato i difetti del ben noto Bitcoin e che promette una crescita di valore vertiginosa.

Per chi non conoscesse la materia, le criptovalute sono monete digitali che si basano sulla crittografia e le tecnologie peer-to-peer. Le transazioni non sono controllate da un organismo centrale ma avvengono su nodi di una rete formata da computer dislocati in tutto il mondo.

Le monete vengono generate attraverso un processo, chiamato estrazione, che sfrutta la potenza di calcolo dei computer. Scambiare i propri euro in Bitcoin – la più famosa delle criptovalute – è piuttosto semplice.

Ci si può accordare direttamente con un altro utente o andare su uno dei tanti siti che facilitano la compravendita.

Come si ottengono gli Onecoin

Mettere le mani sugli Onecoin, invece, è un po’ più complesso.

Innanzitutto, bisogna acquistare uno dei diversi pacchetti disponibili. Si va da 110 euro per quello base, lo Starter, a 27.500 euro per l’Infinity Trader. Il pacchetto però non da accesso diretto alla valuta, ma a corsi formativi che trattano svariati argomenti di natura finanziaria, tra cui appunto le criptovalute.

Insieme al training, si ottengono una quantità variabile di tokens, ovvero gettoni, che successivamente potrebbero essere trasformati in criptovaluta.

“I gettoni sono strumenti forniti dall’azienda su base promozionale,” ci spiegano dall’azienda. “Forniscono accesso ai mining pools, ma non una garanzia di questo o di quante monete possono essere estratte.”

Nel mondo delle criptovalute i mining pools sono formati da gruppi di utenti che si uniscono per dividersi il carico di lavoro e facilitare la creazione delle monete. Onecoin ha adottato la stessa terminologia, anche se poi, in realtà, i procedimenti sono abbastanza diversi.

Una volta raggiunto questo livello, il processo di generazione delle monete diventa abbastanza cervellotico. Dopo circa tre-quattro mesi i gettoni vengono magicamente raddoppiati dall’azienda e immessi nel ‘mining’ —una fase che può durare un altro paio di mesi.

Qui, il numero di gettoni viene diviso per un ‘grado di difficoltà’, stabilito “secondo un modello matematico” dall’azienda, e si generano gli Onecoins.

Nell’esempio che viene mostrato alla presentazione, acquistando il pacchetto da 5.500 euro si dovrebbero ottenere 3.800 Onecoins, che attualmente hanno un valore di quasi 24.000 euro.

Onecoin, però, non viene scambiata liberamente, come avviene per tutte le altre criptovalute. Così, per ora, il valore viene stabilito dall’azienda in base alla domanda. Teoricamente, più utenti si iscrivono a Onecoin più il valore della moneta dovrebbe salire. Nel nostro esempio, l’investimento iniziale sarebbe quindi più che sestuplicato.

A questo punto, uno potrebbe immaginarsi di vendere le monete e incassare il guadagno.

Invece no. Perché qui entra in gioco “l’ammortizzatore” – ovvero un tetto che limita lo scambio degli Onecoin in valuta reale. Per chi compra il pacchetto da 5.550 euro, per esempio, questo sarebbe fissato a 60 euro al giorno.

“Così la gente non può speculare,” precisa il relatore alla presentazione di Milano, lasciando però qualche dubbio sullo svolgimento di questa operazione.

Ideata da Ruja Ignatova, una donna d’affari di origini bulgare, Onecoin è diventata operativa in tutto il mondo all’inizio del 2015.

Stando ai numeri forniti dalla società, il successo è stato immediato e planetario. Dalla Cina agli Stati Uniti, passando dall’Europa e gli Emirati Arabi, oggi Onecoin può contare su oltre 2 milioni di iscritti in tutto il mondo.

Il suo quartier generale, inaugurato lo scorso gennaio, si trova a Sofia, in Bulgaria, ma la struttura aziendale è costituita da numerose società – alcune delle quali situate in noti paradisi fiscali come Gibilterra o Dubai.

L’arrivo in Italia è relativamente recente, ma – come sottolineano più volte gli esponenti di Onecoin – i membri starebbero aumentando di giorno in giorno.

Presentazioni come quella a cui abbiamo assistito vengono organizzate settimanalmente in tutta Italia. E molti dei partecipanti diventano subito affiliati, come dichiara con orgoglio il relatore del nostro incontro.

“A febbraio abbiamo fatto una presentazione con 250 persone in sala e più di 200 hanno aderito al progetto,” dice alla platea. “A oggi all’interno del nostro team ci sono più di 4.000 persone.”

Dati che, però, VICE News non ha potuto verificare in modo indipendente.

I dubbi degli esperti

Quello di Onecoin è un sistema così diverso da quello delle altre criptovalute che alcuni esperti del settore hanno posto seri dubbi sul fatto che questa si possa definire una moneta virtuale.

“Le criptovalute come Bitcoin sono prodotte collettivamente in rete,” spiega a VICE News l’avvocato Giuseppe Grisorio, esperto di monete virtuali.

“Onecoin, invece, è di natura centralizzata, ovvero dietro c’è un’azienda emittente. Il fatto che ci sia un ente che stabilisce prezzo, disponibilità e regole crea un ostacolo all’utilizzazione della stessa tecnologia.”

Infatti, Onecoin non è presente in nessuno dei numerosi siti che consentono la scambio di criptovalute. Di conseguenza, visto che tutto avviene dietro porte chiuse e non in un mercato aperto, è difficile capire come il prezzo della moneta venga stabilito.

Sentita da VICE News, la fondatrice di Onecoin, Ruja Ignatova, sostiene che “al momento solo i membri della rete di Onecoin possono estrarre e scambiare le monete, ma non appena l’80 per cento dei Onecoin sarà estratto, Onecoin sarà commercializzata pubblicamente.”

Le criptovalute hanno un numero limitato di monete estraibili dall’algoritmo. Per Onecoin il tetto massimo era fissato a 2,1 miliardi fino a giugno. Poi, però, l’azienda ha deciso di innalzarlo fino a 120 miliardi.

Una mossa – dettata “dall’enorme domanda” – che ha tuttavia lasciato perplessi gli esperti di criptovalute. In realtà, infatti, dovrebbe essere la quantità finita di una moneta virtuale a proteggere il suo valore da possibili inflazioni e deflazioni.

“Il prezzo è determinato dalla difficoltà di estrazione,” continua Ignatova. “All’aumentare del numero di persone coinvolte [nel sistema] e del quantitativo di monete trovate, il processo diventa più costoso.”

A sollevare dubbi sull’operato di Onecoin è anche Franco Cimatti, pioniere delle criptovalute e presidente di Bitcoin Foundation Italia.

“Nelle criptovalute non c’è nessun obbligo di iscrizione, di firmare documenti, o di versare una quantità minima di soldi,” spiega Cimatti.

Da un punto di vista tecnico, aggiunge il 31enne programmatore, Onecoin sarebbe inoltre la prima e unica moneta virtuale che non ha un codice sorgente aperto o una blockchain consultabile da tutti.

“La blockchain è un database pubblico, trasparente e condivisibile che permette di raggruppare e verificare tutte le transazioni effettuate all’interno di una criptovaluta,” racconta. “Onecoin sarebbe l’unica a non averla e quindi non è una criptovaluta.”

In risposta alle accuse, Ruja Ignatova sostiene però che “Onecoin presenta le caratteristiche di una moneta virtuale.”

“Le criptovalute sono protocolli fondati sulla crittografia che permettono le transazioni senza la necessità di parti terze come una banca o una società di carte di credito,” dice Ignatova. “Le criptovalute sono poi create attraverso un processo di estrazione. Onecoin è senza dubbio una criptovaluta.”

Secondo Cimatti, invece, “si tratterebbe semplicemente di uno schema Ponzi”. Tra i possessori di OneCoin, spiega, “fa soldi [solo] chi recluta gente sotto di sé.”

Un’analisi che trova d’accordo Grisotti, secondo cui “ci sarebbero tutti gli elementi sintomatici di uno schema piramidale.”

Una grossa fonte di guadagno è effettivamente rappresentata da quello che l’azienda definisce come “network marketing”. Ovvero, i bonus garantiti a chi porta nuovi utenti nel sistema.

I promotori portano a casa il 10 per cento dei soldi incassati tramite la vendita diretta dei pacchetti e fino al 25 per cento dei soldi versati da ogni nuovo iscritto nella loro rete.

L’azienda specifica che “i membri di Onecoin non sono obbligati a reclutare [nuovi iscritti]”. Però, l’incentivo c’è ed è forte, visto che i promotori sottolineano in continuazione che più persone entrano più il valore della moneta è destinato a salire.

Gli interrogativi internazionali

La struttura di Onecoin ha portato l’azienda nel mirino delle autorità di diversi paesi.

In Svezia, l’autorità dei giochi e i monopoli – equivalente dell’AAMS italiana – ha definito Onecoin una “catena di San Antonio”. Secondo quanto riportato dalla stampa locale, su segnalazione dell’organismo, la polizia avrebbe ora aperto un’indagine preliminare sul sistema.

Anche nella vicina Finlandia Onecoin sarebbe sotto la lente d’ingrandimento delle forze dell’ordine. Lo scorso autunno la procura generale avrebbe già esaminato il sistema ritenendo però che al momento non ci fossero gli estremi per un’inchiesta ufficiale.

Secondo quanto riportato da Der Spiegel, l’autorità finanziaria tedesca, BaFin, starebbe valutando se Onecoin rispetta le leggi del paese.

Infine, settimana scorsa, il regolatore finanziario del Belgio ha avvisato i consumatori che né Onecoin né i suoi promotori sono riconosciuti o autorizzati dall’organismo.

Sentita da VICE News, Ignatova ha commentato che “alla società non è stata presentata dalle autorità legali dei paesi citati alcuna informazione riguardo a indagini formali.”

Anche in Italia sono vietati i sistemi piramidali e le catene di San Antonio.

Tra gli elementi presuntivi dell’esistenza di un sistema di vendita vietato, la legge 173 del 2005 cita anche “l’eventuale obbligo del soggetto reclutato di acquistare, dall’impresa organizzatrice o da altro componente la struttura, materiali, beni o servizi, ivi compresi materiali didattici e corsi di formazione, non strettamente inerenti e necessari alla attività commerciale in questione.”

VICE News ha contattato un portavoce della Consob, l’ente nazionale per la tutela degli investitori, il quale ha dichiarato di non poter comunicare se sono in corso indagini su Onecoin.

Onecoin rigetta in modo categorico le accuse di operare secondo un sistema piramidale.

“Questo tipo di descrizioni sono false e diffamatorie,” sostene Ruja Ignatova. “Il business model di Onecoin si basa su una forma di network marketing legittimo e legale.”

“Onecoin vende prodotti reali dal valore reale, come la criptovaluta e i dispositivi OneTablet, oltre a fornire servizi come training educativi e finanziari. Oltre due milioni di persone hanno acquistato i nostri servizi. Gli ‘schemi piramidali’ sono caratterizzati dall’assenza di un prodotto o di un servizio alla base.”

“Inoltre, il piano di bonus e commissioni del network OneLife [la società dietro Onecoin, ndr] permette ai membri di guadagnare a qualsiasi livello. Gli ‘schemi piramidali’ presentano sistemi i soldi in entrata vengono utilizzati per coprire gli impegni finanziari. Il nostro sistema di pagamento non funziona così.”

“All’interno di OneLife non c’è nessun obbligo per i membri di reclutare nuove persone. Queste caratteristiche, tipiche degli ‘schemi piramidali’, sono totalmente assenti dal nostro business model. Il nostro sistema si fonda su un normale concetto di vendita diretta, nel quale i membri possono, se desiderano, guadagnare promuovendo e vendendo pacchetti educativi che trattano di criptovalute e gestione finanziaria.”

“Le commissioni e i bonus vengono pagati a questi membri in base al loro successo, come avviene per altre note aziende che operano con la vendita diretta, come Thermomix, Amway e Herbalife.”

“Infine, un utente di Onecoin può scegliere di estrarre o creare altri Onecoins senza diventare un venditore.”

VICE News ha contattato il team di promotori italiani che ha organizzato la presentazione di Milano al quale abbiamo partecipato.

Il gruppo, che si chiama Onecoin Italia, spiega innanzitutto di non aver “alcun tipo di legame né cointeressenza con la società che produce e mette sul mercato la criptovaluta OneCoin, né con la Dott.ssa Ignatova.”

“La nostra attività è volta alla diffusione, quanto più capillare possibile, della criptovaluta nel nostro paese,” scrive lo staff di Onecoin Italia in un’email.

“Da un lato, ci sembra essenziale informare il pubblico su alcuni aspetti del fenomeno criptovaluta sui quali si sono creati equivoci: il Bitcoin è stato messo al centro di numerose polemiche a causa del suo “facile” utilizzo a fini illeciti e, in particolare, di riciclaggio.”

“Dall’altro lato, è evidente che, da un punto di vista meramente economico, la maggior diffusione e domanda sul mercato della criptovaluta OneCoin aumenterà il ritorno finanziario per coloro che ne abbiano già acquistata.”

Una prospettiva – quella di arricchirsi senza fatica – che sembra essere il punto centrale di tutto il progetto.

Una ragione di vita che ha convinto una cinquantina di persone a trascinarsi in un hotel di Milano al sabato mattina. Tra il pubblico serpeggia infatti un ottimismo inaspettato, l’aria di chi ha saputo scovare l’opportunità della vita. E per questo può sentirsi già superiore, in attesa del vero guadagno.

Perché, come dice il relatore, “c’è qualcuno che si sveglia per 5 euro l’ora e qualcuno che lo fa per 5.000 euro.”

Articolo di Matteo Civilini, ripreso dal sito Vice.com

 

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