Marco Gualtieri vuole che l’Expo di Milano diventi una Silicon Valley del cibo italiano e mondiale

L’Expo come un punto di partenza per dare vita a un nuovo movimento che vede Milano, il cibo, l’alimentazione e la tecnologia al centro. Questo è il sogno che intende realizzare Marco Gualtieri con i suoi progetti Milano Cucina e Seeds&Chips. Le sue due creazioni, nate per dare un futuro ai temi che Expo ha introdotto, soprattutto con Milano Cucina. La sua passione per la tecnologia, inoltre, lo ha spinto a dare vita a Seeds&Chips, un salone dove tecnologia e alimentazione si incontrano, per dare via a start-up destinate a cambiare il nostro modo di vedere il cibo negli anni a venire. Lo abbiamo incontrato nei suoi uffici a Milano, dove ci ha resi partecipi della sua visione del futuro e di quello che sarà il lascito di Expo secondo la sua visione.

Come è nata la vostra iniziativa, la scelta di unire insieme tecnologia e alimentazione?
«Tutto nasce da un progetto che sta a monte, che vuole proporre la continuità di Expo. Circa due anni e mezzo fa abbiamo pensato a come continuare l’opportunità di Expo negli anni a venire. L’idea che abbiamo avuto è stata un’idea molto banale, molto semplice e ci siamo ispirati alla Settimana del Design, un evento che è tipico di questa città, ma è unico a livello internazionale, che coinvolge tutta Milano per sette giorni su un tema, in questo caso sarebbe quello del food, attirando con il suo magnetismo l’attenzione e l’interesse internazionale.

Questa è l’idea originale di Milano Cucina: replicare in sette giorni quello che è successo in questi sei mesi di Expo, coinvolgendo Milano e attirando anche vari operatori, in una piattaforma aperta, perché non abbiamo mai pensato di fare questo da soli. All’interno di questo, avevamo pensato una serie di format, di idee che fossero il nocciolo duro di questo sistema, e ne ne abbiamo ideati una trentina: uno di questi è Seeds&Chips.

L’origine probabilmente arriva dalla mia passione per la tecnologia e l’innovazione. Volevo fare qualcosa in questo settore. A un certo punto, però, mi sono reso conto che stava per succedere qualcosa: quello che noi pensavamo fosse un piccolo evento di incontro dei vari operatori, start-up e aziende, in realtà aveva le potenzialità per diventare qualcosa di importante perché il settore dell’innovazione nella filiera agroalimentare è di interesse globale e nell’uso delle tecnologie c’è la soluzione a tanti dei problemi che Expo ha sollevato e ha portato sul tavolo. Senza tecnologia non si va avanti».

Tra le start-up che si sono legate a questo progetto ce ne sono alcune che stanno già andando verso la produzione, che stanno concretizzando l’idea?
«Ce ne sono tante. Io continuo a dire che siamo all’inizio di qualcosa che sarà molto grosso. Noi abbiamo anticipato il settore, abbiamo anticipato il tema, con Expo è esploso. In questo momento si apriranno tutti gli scenari, molti dei quali non ancora sono visibili né a noi né ad altri, ad oggi. All’interno di Seeds&Chips ci sono idee, progetti concreti e soluzioni che stanno concretizzando il loro modello di business e la loro visione. Faccio degli esempi a caso.

C’è Last Minute Sotto Casa, la piattaforma di lotta agli sprechi che consente a chi ha merce in scadenza di promuovere questi prodotti e renderli accessibili a un prezzo super vantaggioso. Tutto il tema della lotta agli sprechi, che è un tema enorme visto che un terzo della produzione mondiale di cibo viene sprecata, è uno delle grosse sfide che dobbiamo affrontare. Poi ce ne sono altre. C’è una start-up che si chiama Robonica: uscirà nei primi mesi del 2016 sul mercato con il primo elettrodomestico al mondo per produrre frutta e verdura nella cucina di casa. È una “Nespresso” della frutta e della verdura, ma anziché mettere dentro le capsule del caffè si mettono dentro le capsula dei semi e crescono la frutta e la verdura.

Questa è un settore assolutamente affascinante perché quell’area che è idroponica, acquaponica, aeroponica avrà nei prossimi anni una grossissima evoluzione perché arriveranno proprio dentro la città. Il “metro zero”, il feeding the city, cioè alimentiamo le città, non sono concetti praticabili con l’agricoltura tradizionale. Per definizione, l’agricoltura resta fuori dalle città, ma oggi queste tecniche che non usano il suolo possono arrivare a produrre alimenti all’interno delle città con fattorie verticali, con situazioni come quella idroponica, oppure quella che abbiamo oggi alla Darsena a Milano, la Jellyfish Barge, che va a produrre cibo su specchi d’acqua, in un luogo in cui fino a oggi non era possibile. Anche qui siamo agli inizi di qualcosa in grande fermento».

Tornando a Expo, che è stato il punto di partenza di tutta questa iniziativa: Expo può essere veramente il motore, la spinta di un movimento nuovo?
«È il movimento scatenante: Expo è un punto di svolta nella storia dell’uomo e nel mondo del cibo. Non è mai successo quello che è successo a Expo: il mondo si è trovato tutto insieme a discutere, ragionare, trattare sui temi del cibo. In questi mesi ci sono stati più di 7000 eventi, molti dei quali ad altissimo livello, con innovatori, decisori, scienziati, agricoltori. L’evento organizzato da Slow Food a ottobre ha portato 2500 agricoltori da tutto il mondo, da più di 100 paesi, che per diversi giorni sono stati a Milano, si sono conosciuti, hanno condiviso esperienze e ideali. Quello che dico è che l’anima vera di Expo all’uomo comune non è ancora stata raccontata.

Ma il vero lascito sarà quello di un nuovo modo di affrontare i problemi legati al cibo e all’alimentazione, a tutti i livelli: dai governi ai singoli cittadini. Prima si parlava di lotta agli sprechi: oggi la lotta agli sprechi è diventata per molti fondamentale: ci sono governi che stanno facendo legislazioni, come in Francia, ma anche il Governo italiano si sta movendo con un approccio diverso, che io condivido rispetto a quello francese, che non prevede di punire chi spreca, ma di premiare chi non spreca: è un modo diverso di interpretare la cosa, ma a me è piaciuta questa visione. Però anche i singoli individui devono fare la loro parte: è ovvio che non sono processi che si esplicano e si palesano dalla mattina alla sera, ma è iniziato un meccanismo di coscienza su questi temi, che probabilmente avrà degli effetti, speriamo non troppo ritardati, ma assolutamente positivi. Però tutte queste cose devono essere messe in pratica, ed è lì che entra in gioco la tecnologia: uno dice “non spreco”, nella sua coscienza ha questa volontà ma nella pratica non può ancora fare niente.

La tecnologia oggi può aiutare a ridurre gli sprechi. Nei prossimi anni ci saranno due miliardi di persone in più sulla Terra e siamo arrivati in un momento in cui , mai prima d’ora nella storia dell’uomo c’è un’infrastruttura tecnologica come quella che abbiamo adesso: non l’avevamo cinque anni fa, e tantomeno dieci anni fa, adesso ce l’abbiamo. Negli ultimi due anni si è creata questa infrastruttura che è fatta da un gran numero di dispositivi, oggetti che tutti noi abbiamo, dalla capacità di trasmissione con la rete, l’utilizzo di nuovi strumenti tecnologici quali i droni, che portano a terra una serie di funzionalità che prima erano impensabili. I droni sono un elemento straordinario per l’agricoltura di precisione».

L’agricoltura di precisione può essere una opportunità per il futuro?
«L’agricoltura di precisione, secondo me, avrà un’evoluzione rapida. Esistono già oggi molte soluzione e molte ne arriveranno. Cè una consapevolezza da parte di tutti, dal piccolo produttore al grande produttore agricolo circa gli effetti positivi dell’agricoltura di precisione: sono indiscutibili. Si risparmiano soldi e si ottimizza la sostenibilità. Meno cose nocive, più interventi mirati, come ha detto l’amministratore delegato di una grande azienda agricola, possiamo intervenire zolla per zolla o grappolo per grappolo, senza dover sprecare acqua o utilizzare pesticidi a go-go».

Come descriverebbe Expo in 4 parole?
«Un evento con un effetto epocale sul mondo del cibo, di cui ci renderemo conto nei prossimi anni, ma per mantenerlo tale dobbiamo continuare a portare avanti, non può vivere solo nel passato. La portata di questo Expo è nel tema, ed è un tema che deve essere costantemente sviluppato».

Come Milano Cucina, cosa farete per portare avanti il tema di Expo?
«Noi abbiamo fatto la proposta di tenere qui il centro del mondo del cibo con questa manifestazione nei prossimi anni: noi invitiamo a raccolta tutti gli operatori, per creare quel magnetismo e fare in modo che i grandi operatori, i grandi compratori e decisori continuino periodicamente a venire qui, a incontrarsi e a discutere. Volgiamo che questi sei mesi di Expo siano replicati ogni anno per i prossimi anni. All’interno noi abbiamo Seeds&Chips, e vogliamo fare crescere questo salone che è un tassello importante di questo sistema. Da novembre speriamo che il sito di Expo diventi una food valley dell’innovazione. Sarebbe una grandissima opportunità: se succede, allora Expo porterà la sua legacy avanti negli anni, non solo con la Carta di Milano, ma anche con le soluzioni e le conoscenze.

Poi è evidente che un’operazione come questa attira: le dimostrazioni ci sono già, poi noi potremmo vedere molto più straordinarie l’attenzione e l’interesse internazionale. Quasi tutti i leader mondiali, dai fondi sovrani alle multinazionali alle organizzazioni istituzionali internazionali hanno detto che vedrebbero bene, e investirebbero in un progetto come questo. Dalle aziende del tech a quelle del food: il cibo è una delle sfide dei prossimi anni. Abbiamo di fronte a noi due sfide che sono strettamente correlate: l’ambiente e il cibo. L’ambiente è un problema serissimo: sembra una cosa lontana da noi, ma se si parla con gli esperti, quello che è successo in 100 anni, non è successo in tutta la storia di migliaia di anni. L’altra sfida è l’alimentazione: cibo per tutti e maggiore sicurezza alimentare.

Noi viviamo in un’epoca straordinaria, che però porta dietro le sue minacce, ma che siamo anche in grado di affrontarle grazie alla tecnologia. Per esempio: la xylella ha infestato e ucciso i nostri ulivi, ma arriva dall’altra parte del mondo. Questo è l’effetto della globalizzazione: i catastrofisti vedono un sacco di parassiti che possono distruggere e creare seri problemi, che vengono diffusi più velocemente grazie alla facilità degli spostamenti. Ma abbiamo gli strumenti per contrastarli, come nel caso della xylella grazie all’agricoltura di precisione: una serie di sensori sul territorio consentono di intercettarla prima che gli effetti siano dannosi».

Un’ultima domanda: cosa ha trovato di Expo più divertente?
«Una sola? Camminare sul Decumano, vedere gente di tutte le razze, tutte le età, tutte le provenienze godere, incontrarsi, stupirsi: questo è l’aspetto ludico di Expo, che dietro al suo aspetto di divertimento può scatenare dei meccanismi virtuosi, di coscienza, conoscenza. Quando sono lì preferisco farmi il Decumano a piedi e non prendere la navetta se non quando sono proprio obbligato».

 

Articlo ripreso dal sito de-gustare.i

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