Lisbona nuova capitale europea per le aziende innovative

Quando Paddy Cosgrave, il fondatore del Web Summit, ha annunciato la decisione di spostare l’evento a Lisbona, l’attenzione dei media di tutto il mondo si è spostata di colpo sulla capitale lusitana. Un interesse tanto improvviso, quanto meritato. È da qualche anno che in città, e in Portogallo, più in generale, si è creato un ambiente favorevole agli investimenti e all’imprenditoria innovativa.

Tanto che, pur essendo il Pil 9 volte minore di quello italiano, le startup portoghesi più importanti, raccontano i dati di un recente rapporto della Startup Europe Partnership, hanno raccolto capitali solo di due volte e mezzo inferiori. Quest’improvviso sbocciare è, in parte, figlio della grande crisi economica, e dell’ austerity che ne è seguita.

Messi di fronte all’ alternativa fra il creare un’azienda propria, o non lavorare affatto, i portoghesi, come accaduto in altri paesi, hanno deciso di lanciarsi nell’avventura imprenditoriale. Il governo ha dato una mano, con una serie di misure per agevolare le nuove imprese e chi arriva dall’estero. Chi vuole aprire una società, ad esempio, può fare riferimento al programma ” Empresa na hora”.

Non consente, come il nome potrebbe far pensare, di creare una società in un’ora, ma quasi: l’idea è che una volta assunti alcuni adempimenti burocratici, per lo più online, basti un unico passaggio presso l’ufficio competente. In un giorno, quindi, ce la si dovrebbe sbrigare. Il costo è piuttosto contenuto: 360 euro per le pratiche, oltre, ovviamente, al capitale sociale da versare.

Lo snellimento burocratico, come ben sanno peraltro anche i funzionari nostrani, è peraltro solo un aspetto del problema. Per far crescere un ecosistema, altro elemento fondamentale è quello di essere in grado di attirare talenti dall’estero. Qui l’ambiente internazionale e cosmopolita di Lisbona, certamente aiuta: alta qualità della vita, costi di alloggio e vitto di molto inferiori a Londra o Berlino, abbondanza di persone che parlano inglese, abituate a dialogare con gli stranieri, sono tutti fattori che pesano, in positivo.

Ma c’è di più: alla fine del 2009, il Portogallo ha introdotto un regime di tassazione agevolato per “non residenti abituali“. In sintesi, purché siano soddisfatte alcune pre-condizioni, come l’aver vissuto in Portogallo per più di 183 giorni in un anno, o possedere una casa lì, si ha diritto per dieci anni a un’aliquota di favore, indipendente dal guadagno, del 20%.

Invece della normale imposta progressiva sul reddito, che può arrivare fino al 42%. Un ottimo amo per attirare facoltosi investitori che intendano aprire una filiale o una sede vera e propria sulle sponde del Tago. Fino ad ora, i fondi per le startup portoghesi sono arrivati per lo più da venture capital e private equity locale, come Caixa Capital, Faber Ventures, e Portugual Ventures, ma le cose stanno cambiando.

Lo scorso novembre, ad esempio, la startup Uniplaces, piattaforma che aiuta gli studenti universitari a trovare alloggio,  ha raccolto ben 24 milioni di dollari da Atomico e altri fondi europei molto importanti.

Un’altra startup, Unbabel, che punta a rivoluzionare il processo di traduzione usando un misto di intelligenza artificiale e contributo umano, ha raccolto soldi da, fra gli altri, Google Venture e YCombinator. Fra le altre startup che merita menzionare, ricordiamo Codacy, Talksdesk, Veniam, Seedrs, FarFetch. Quest’ultima è addirittura un ” unicorno“, ossia vale più di un miliardo di dollari, ma si esita a considerarla davvero portoghese dato, che pur essendo il fondatore originario del Paese, è nata ed è cresciuta a Londra.

È il destino, del resto, di molte startup lusitane: anche quelle che vengono lanciate in patria, una volta raggiunta una certa massa critica, sono costrette a spostare il quartier generale altrove; magari mantenendo il reparto ricerca e sviluppo in Portogallo, come ha fatto ad esempio Veniam. Non è un dramma, e non succede certo solo in Portogallo,

Anzi, il piccolo paese di Saramago e Pessoa è naturalmente proiettato verso l’esterno: verso il Brasile e gli Stati Uniti, dalla parte dell’Atlantico, e verso il Regno Unito, con cui condivide lo stesso fuso orario e molti rapporti commerciali di antica data, guardando al continente europeo. In questo, e per le dimensioni, è molto simile all’Irlanda. La scelta del Summit di trasferirsi a Lisbona, si spiega anche così.

 

Articolo ripreso dal blog “Gli Squali di Wall Street” su blogspot.it

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