Lettera aperta al Direttore della Banca d’Italia

Stimatissimo Governatore,
si faccia tentare per un attimo dall’idea di non leggere il testo delle Sue considerazioni già pronto e calibrato in ogni parola. Faccia capire, con un gesto a sorpresa, di avere esaurito la pazienza e di essere determinato ad agire.

Si immagini mentre si rivolge alla platea di fronte a Lei, schierata con il consueto rispetto delle gerarchie, e comunica che, dopo avere constatato quanto i suggerimenti dati in tutte le Sue precedenti considerazioni siano rimasti sostanzialmente inascoltati, non resta che cambiare il metodo.

Se l’invito alle banche vigilate a fare credito con maggiore acume ha prodotto come risultato una contrazione netta di 60 miliardi, se le imprese continuano a rimanere ancorate a una finanza largamente fondata sul debito e poco trasparente, occorre passare dalle esortazioni alle azioni.

Abbandoni il ruolo di osservatore e vigilante e convochi il Tavolo del Credito, quel tavolo invocato da molti che non è mai veramente partito. Assuma il ruolo di pungolo e di arbitro. Inviti ancora Abi, Confindustria e Rete Imprese Italia, Legacoop a sedersi per decidere (non più per dibattere le cause) le condizioni per ripristinare l’erogazione di crediti alle nostre imprese, soprattutto quelle piccole. Ma si ricordi di invitare al tavolo anche un paio di artigiani e di direttori di filiali delle banche per controllare di tanto in tanto se i fatti di cui si discuterà siano aderenti alla realtà dei rapporti tra personale bancario e piccoli imprenditori e ai bisogni delle due parti. Gli esperti senza esperienza diretta servono poco. Poi, quando saranno tutti seduti al tavolo del credito faccia solo tre cose.

La prima è ribadire a tutti che il paese ha bisogno di più coraggio per uscire dalla crisi e quindi anche di “credito coraggioso”. Lo faccia senza troppa riverenza verso i banchieri (come spesso ha fatto nella City il suo collega Mervyn King) i quali hanno scambiato il concetto di “selettività” con esitazione e timore e, per par condicio, inviti le imprese ad adottare rigorosamente un metodo condiviso per chiedere credito con le carte in regola, con i numeri e i piani necessari a convincere la banca che i finanziamenti saranno rimborsati al tempo giusto, evitando la falcidie dei concordati che spuntano come funghi. Chieda conto a chi rappresenta le imprese di cosa sta facendo per aumentare la patrimonializzazione dei propri associati.

Spieghi a entrambi che Basilea 2 o 3 e tutti i migliori rating non bastano, non hanno funzionato a dovere in questi anni di crisi e recessione (altrimenti come spiegare ancora i tanti passaggi da “bonis” a sofferenza nei bilanci delle banche?) e quindi inviti tutti a lavorare sui profitti e i flussi di cassa futuri invece di affidarsi a tre bilanci vecchi e analisti che mai hanno messo piede in una piccola impresa. E dica senza timore alle imprese che, se tutti rispettassero la regola sui pagamenti a 30 giorni, ci sarebbe più credito disponibile e meno tempo perso dalle banche a inseguire bonifici che non arrivano mai.

Poi, come seconda cosa, chieda ai suoi ospiti di definire insieme un rapido percorso per realizzare tutto quanto è necessario a mettere in moto il canale delle cartolarizzazioni di piccoli prestiti. Spieghi che questa è l’unica vera alternativa (insieme alle garanzie di confidi sfiancati da perdite) che potrà portare credito a quelle imprese che cercano 50-100.000 di credito e non 50 milioni. Magari schieri gli ottimi ricercatori della Sua Banca per avvalorare la tesi che un portafoglio di Pmi è già diversificato nel rischio e che frazionare i rischi a livello della singola micro-impresa, costringendola a usare 3 o 4 banche per avere quanto le serve, non è necessario.

Infine dica ai presenti che non potranno abbandonare il tavolo sino a quando non abbiano deciso un metodo condiviso per la ristrutturazione e il salvataggio di decine di migliaia di imprese oggi in difficoltà. Perché quello che c’è oggi, signor Governatore, non funziona: è troppo lento e macchinoso per fermare crisi sempre più veloci. Perché consente a una sola banca di creare problemi a tutte le altre proprio nel momento critico in cui il rispetto di regole condivise dovrebbe creare il supporto a quegli imprenditori che non vogliono abbandonare la nave. Perché un metodo dominato dalla paura e dalla burocrazia, invece di coagulare energie nel salvataggio di posti di lavoro e investimenti, spinge le imprese nelle aule delle sezioni fallimentari, là dove proprio le banche subiranno i danni più elevati.

Chieda Lei, signor Governatore, a voce alta, cosa banche e imprese sono disposte a fare nei loro rispettivi ambiti per cambiare tutto quanto andava cambiato, mentre attendono concessioni fiscali da uno Stato senza risorse. Lo chieda perché anche Lei sa che in questi anni di crisi su entrambi i fronti si è fatto meno di quanto andava fatto.

Fabio Bolognini, autore della lettera pubblicata sul suo blog LinkerBlog.

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