Le reti di imprese in Italia non vanno da nessuna parte

redi-di-impresa-settembre-2014Da quanti anni si parla delle reti di imprese come la soluzione italiana all’aggregazione e alla scarsa dimensione delle nostre imprese familiari?

Credo che ci stiamo avvicinando a un decennio durante il quale, come registra il quarto osservatorio Intesa SanPaolo-Mediocredito Italiano sulle reti d’imprese è successo troppo poco.

A fine dicembre 2013 risultavano registrati in Camera di Commercio 1.353 contratti di rete in cui erano coinvolte 6.435 imprese. Il fenomeno, dopo una partenza rallentata con meno di 100 nuove imprese in rete a trimestre fino all’inizio del 2011, ha registrato una progressiva accelerazione a partire dalla seconda metà del 2011, toccando il record storico nel terzo trimestre 2013 con 899 imprese e 228 nuovi contratti di rete. Il buon trend di crescita è proseguito nel quarto trimestre con 656 imprese che hanno aderito a 161 nuove reti.

Il fenomeno delle reti d’impresa, nonostante la forte accelerazione degli ultimi due anni, risulta essere ancora poco diffuso in Italia, soprattutto perché nato da pochi anni: solo lo 0,15% delle imprese italiane era coinvolto in contratti di rete a fine dicembre 2013. L’Abruzzo è di gran lunga la regione più attiva, con lo 0,52% delle imprese in rete. Anche in questo caso, però, si tratta di percentuali basse. Agro-alimentare e industria in senso stretto sono i settori in cui il fenomeno è più diffuso: rispettivamente lo 0,68% e lo 0,61% delle imprese di questi settori sono coinvolte in contratti di rete.

Nei servizi e nei settori delle costruzioni e immobiliare le percentuali sono molto più contenute e pari rispettivamente allo 0,09% e allo 0,1%. Indipendentemente dalla dimensione dell’impresa, il contratto di rete è poco utilizzato soprattutto dai soggetti meno attrezzati da un punto di vista strategico, che sono poi quelle che più di altri avrebbero bisogno di rafforzare la propria competitività sui mercati. Tuttavia, nel 2013 sono emersi primi segnali di inversione di tendenza: sta, infatti, crescendo il numero di soggetti che entra in rete senza precedenti esperienze di aggregazione o senza attività di export o partecipate estere.

Chi si domanda il perché dell’attivismo delle reti in Abruzzo conosce probabilmente già la risposta: l’Abruzzo terra di insediamenti basati su fondi agevolati ha risposto immediatamente allo stimolo del contributo. Spicca in particolare, l’Abruzzo che, grazie a questo straordinario risultato, è salito al quarto posto in Italia, con 522 imprese coinvolte in contratti di rete.

Ma il segnale più evidente della timidezza con cui gli imprenditori nostrani hanno adottato l’idea di mettere le proprie aziende, informazioni, prodotti a fattore comune con quelli di altri imprenditori è la diffusione minoritaria delle reti nel settore manifatturiero, che conta solo per 1/3 del numero totale di reti, mentre la parte principale è stata fatta nel settore dei servizi (44,3%) con una concentrazione particolare nei servizi alle imprese (14%), servizi piuttosto tradizionali e non certo innovativi all’apparenza. Una risposta alla difficoltà di vendere questa tipologia di servizi alle imprese e un tentativo di condividere le basi clienti per risolvere il problema. Non sembra però essere un fatto determinante per la crescita dimensionale delle nostre imprese.

All’interno dei servizi primeggiano le imprese specializzate in servizi professionali alle imprese (attività legali e di contabilità, attività di direzione aziendale e di consulenza gestionale, R&S, pubblicità e ricerche di mercato, attività di noleggio e leasing), che sono complessivamente pari a 894, il 14% del totale. Quanto ai benefici procurati dalle reti di imprese ai rispettivi partecipanti il rapporto getta acqua sul fuoco sacro di chi cerca di promuovere le reti ad ogni costo promettendo grandi risultati economici. Ci sono vantaggi e benefici concreti ma meno evidenti di quanto è stato spesso promesso.

Le statistiche descrittive disponibili offrono segnali ancora molto deboli: nel 2012 le imprese che erano già in rete nel 2011 hanno mostrato un calo del fatturato solo di poco inferiore a quello delle imprese non in rete (-4,2% vs. -4,9%).

Considerando l’intero biennio 2011-2012 il differenziale è più pronunciato, grazie a un 2011 particolarmente favorevole per le imprese in rete. E’ però molto improbabile che l’ingresso in rete abbia iniziato ad avere effetti significativi sulla crescita del fatturato già a partire dal primo anno. Persino nel 2012, dopo cioè poco più di un anno in rete, gli effetti sulla crescita dovrebbero essere stati modesti a causa della tipologia degli obiettivi dei contratti, spesso orientati su strategie di medio-lungo termine come innovazione e internazionalizzazione.

Inoltre, è molto probabile che, almeno inizialmente, l’incidenza del giro d’affari attivato dal contratto di rete sia relativamente contenuta. Sul fronte reddituale, invece, i riscontri sono un po’ più visibili, con una tenuta maggiore per le imprese coinvolte in rete che in termini di EBITDA margin hanno perso “solo” 2 decimi di punto percentuale (scendendo al 7,6% nel 2012 dal 7,8% nel 2011) rispetto ai 6 decimi persi dalle altre imprese.

I numeri e le evidenze del rapporto Intesa-Mediocredito lasciano un po’ freddi. Come per la corsa all’oro dell’internazionalizzazione anche le reti di imprese non sono né una soluzione a breve termine, né una risposta tattica alla crisi di domanda del mercato domestico.

Rimango sostanzialmente positivo verso questa forma ‘intermedia’ di aggregazione soprattutto per chi non trova la forza di fare operazioni più coraggiose, ma anche convinto che fare rete significa prima di tutto entrare in una palestra, in una modalità non semplice di collaborazione che produce frutti modesti se non viene spinta oltre gli aspetti superficiali e di interesse personale e se non è basata su un disegno strategico (in questo caso l’aggettivo è calzante e non abusato) in cui i partecipanti alla rete investono molto e non il tempo residuale. Le reti possono produrre frutti solo nel medio periodo, all’inizio costano soldi e tempo perché occorre tempo per metterle in assetto corretto di funzionamento.

6.400 imprese in rete sono una frazione modestissima di quel milione o milione e mezzo di imprese, la metà delle quali sta lottando con la riduzione dei margini, la difficoltà di evadere dal mercato domestico e con processi organizzativi obsoleti. C’è solo da augurarsi che il differenziale con imprese ‘individualiste’ cresca e induca sempre più imprenditori a buttare il cuore oltre l’ostacolo.

 

Articolo di Fabio Bolognini ripreso da Linkerblog.biz