Le resistenze al cambiamento il vero problema dell’economia italiana

Conservazione, la sintesi perfetta dell’Italia, un paese che non solo non sa cambiare marcia, ma probabilmente non vuole cambiare perché chiunque ha ottenuto posizioni di privilegio di qualsiasi genere, nel settore pubblico o in quello privato, non ha alcuna intenzione di metterle a rischio in alcun modo e quindi boicotta, grazie al potere che detiene, qualsiasi iniziativa di reale radicale cambiamento, che serve al Paese ma non agli interessi particolari.

Il concetto di conservazione si applica a tutto: conservazione nel modo con cui la politica difende il proprio giardino nazionale o locale, conservazione nel modo con cui molte imprese e imprenditori gestiscono la crisi rimandando decisioni difficili o dolorose, conservazione nel modo con cui i vertici di molte banche stanno affrontando i molti snodi della crisi del proprio settore.

Senza andare troppo lontano basta osservare quanto sta accadendo sul fronte bancario dove l’emersione recente di crisi di grande dimensione a Jesi –Banca Marche com’era prevedibile alla fine è stata commissariata da Banca d’Italia- e a Genova dove CARIGE ha vissuto analogamente momenti di grande difficoltà.

Entrambe le banche mostrano i segni evidenti di una gestione non solo scontata e immobilista, ma in alcuni casi predisposta ad alimentare un ciclo vizioso di privilegi erogati attraverso il credito concesso ad amici per varie convenienze, che ora (purtroppo sempre ex-post) stanno sfociando in indagini da parte della magistratura, recriminazioni tra azionisti che non hanno esercitato la funzione di controllo come avrebbero potuto e dovuto, o azioni di responsabilità verso i vertici sostituiti sempre troppo tardi.

Su questo tema delle crisi bancarie è utile anche leggere quanto scritto ieri da Camilla Conti su LINKIESTA sul metodo con cui l’establishment italiano sta gestendo proprio le crisi bancarie.

“L’ultimo richiamato dalla “panchina” degli old banker è stato Rainer Masera, settantenne ex ministro e direttore del Servizio Studi della Banca d’Italia, per dieci anni direttore generale di Imi e per altri tre, successivamente alla fusione, amministratore delegato del Sanpaolo. E’ lui, dallo scorso 9 luglio, il nuovo presidente di Banca Marche che ha il difficile compito di traghettare l’istituto verso acque più tranquille: l’ultimo bilancio è stato chiuso con circa 520 milioni di perdite e entro settembre servono 300 milioni per evitare il tracollo. Come per Mps il gruppo marchigiano è stato oggetto di ripetute verifiche da parte di Banca d’Italia che ora ha commissariato l’istituto dopo averlo messo sotto tutela con un uomo di fiducia.

Ma non c’è solo Masera fra i banchieri “riservisti” cui il sistema si rivolge quando scatta un nuovo allarme rosso. Altri nomi? Divo Gronchi, 74 anni, quarantadue dei quali passati nel gruppo Mps, dalla Banca Toscana fino alla direzione generale del Monte, è stato anche due volte amministratore delegato della Popolare di Vicenza e dal 2005 al 2007 al vertice della Popolare Italiana nell’immediato “post Fiorani” mentre da fine 2011 è al timone della Cassa di San Miniato. Gronchi era già stato candidato un anno fa a tornare a Siena come presidente-garante del “nuovo Mps”, di cui era stato direttore generale. […] certe nomine sono il sintomo di altri problemi. Non solo di una logica gerontocratica e di relazione. Ma anche dell’anomalìa tutta italiana di affidarsi al sistema che cura se stesso e non a professionisti della crisi, a dei tecnici che di lavoro fanno i ristrutturatori. Salvano banche e aziende sull’orlo del default insomma. I cosiddetti “chief restructuring officer” che spesso fanno capo a società specializzate, come A&M-Alvarez & Marsal che si è occupato del restructuring del Lehman Brothers dopo il default e che sta seguendo anche il risanamento di Bank of Cyprus, di Sareb (la Bad Bank Spagnola), di Nama in Irlanda e della National Bank of Greece.”

Eppure l’urgenza di un profondo cambiamento nel modo con cui deve essere gestita una situazione di crisi assai complessa, che ora colpisce anche il settore bancario, è sotto gli occhi di tutti. Per quanto riguarda quest’ultimo lo conferma un altro breve articolo uscito su il Foglio a firma Alberto Brambilla:

Già otto anni fa un rapporto della società di consulenza Ibm (“Il paradosso delle banche nel 2015”) poneva ai banchieri una domanda tanto semplice quanto provocatoria: “I clienti del futuro avranno bisogno di una banca commerciale? La risposta, si scopre, dipende dalle banche stesse”. Oggi la stessa questione tocca direttamente i manager italiani: nei prossimi mesi dovranno pensare a come riformare un settore indebolito dalla crisi finanziaria e da prima ancora carente d’iniziativa, per non condannarlo all’irrilevanza nell’arco di cinque anni (orizzonte-limite su cui concordano sindacalisti e banchieri).

Dovranno farlo per almeno tre ragioni. Primo: riuscire a competere con nuovi attori finanziari diversi dalle banche (ad esempio i fondi d’investimento, il cosiddetto shadow banking) capaci di erogare credito in maggiore quantità mentre loro non lo fanno abbastanza. Secondo: si tratta di riorganizzare la struttura societaria per rendere più versatili le figure oggi impiegate in banca. I manager bancari, infine, dovranno riallocare una parte della forza lavoro altrimenti destinata all’uscita dal mercato in un settore già troppo affollato (il 20 per cento dei dipendenti sono in esubero) e messo sotto pressione dallo sviluppo della “banca online”.

Domandarsi perché l’Italia sia così carente di una cultura diffusa del cambiamento, perché nel nostro paese prevalga (non si posso ignorare i casi contrari, ma sono più eccezione che regola) l’istinto di conservazione, di tutela del privilegio acquisito sino ad arrivare all’abuso di posizione dominante per ottenere vantaggi di natura economica oppure sconfini come è stato nel caso di alcuni dirigenti di banca nell’ingordigia di massimizzazione del già ricco bottino personale, non deve e non può più essere un esercizio accademico.

Se vogliamo agganciare la ripresa della vecchia Europa e degli USA (attenzione alla brusca frenata dei mercati emergenti…) l’Italia deve rapidamente adottare un metodo che metta tutto in discussione, che rovesci materassi e lenzuola pur di trovare nuove soluzioni per la crescita. Questo, sia chiaro, vale anche per le imprese e per chi rappresenta le imprese, perché così tante crisi d’impresa non possono essere attribuite di certo solo al sistema bancario e al credit-crunch, ma sono figlie di numerosi e svariati errori manageriali.

L’ultimo punto di questa collana di immobilismo, resistenze e interventi tardivi spetta proprio alla crisi delle imprese, perché leggendo nel documento sottoscritto congiuntamente da Confindustria e organizzazioni sindacali le proposte sulla cabina di regia per la crisi d’impresa da un lato e dall’altro sulla necessità di modificare gli incentivi per la capitalizzazione delle imprese, si ritrovano esattamente le cose che da tre anni questo sito ha sostenuto con vigore, senza mai registrare una vera volontà di cambiamento, nè da parte della politica (che continua a non capire i problemi) né da parte delle cosiddette parti sociali.

Autore: F. Bolognini – testo ripreso parzialmente dal sito Linkerblog.biz