Le piccole medie imprese sono la croce dell’economia italiana e delle banche

C’è relazione fra il  record raggiunto nei crediti deteriorati in Italia: 360 Mld, pari al 23% dell’intera UE e  il fatto che ogni anno in Italia ci sono 50.000 imprese in meno?

Secondo Moody’s sì. In un recente rapporto sulla Piccola e Media impresa in Europa si evidenzia la correlazione fra la crescita dei crediti deteriorati delle banche (NPL) e la debolezza delle piccole e medie imprese italiane.

Il declino della grande impresa in Italia già dagli anni 70-80 ha dato un ruolo primario alle PMI. Oggi producono 2/3 del valore aggiunto e impiegano l’80% del personale del sistema produttivo italiano. Ma il nanismo industriale è parte del nostro problema e non contribuisce allo sviluppo del PIL.

La stagnazione della produttività nell’economia italiana ha tanti motivi e la mancanza di una spina dorsale di grandi imprese ha contribuito al declino dell’economia negli ultimi decenni.

Poi la crisi ha trasformato la fragilità operativa delle PMI (che peraltro in Italia non godono di un habitat particolarmente favorevole), in fragilità finanziaria. Il tasso di deterioramento del credito (NPL) delle PMI è in Italia a livelli insostenibili: circa il 30%, contro un già elevatissimo 18% del sistema complessivo del credito.

Ne rimarranno solo cinque ogni cento, segnatevi questa previsioneA partire da 2008 le banche, strette dai requisiti regolamentari e dai pesanti impatti delle perdite su crediti nei conti economici, hanno ulteriormente contribuito alla fragilità togliendo l’ossigeno. Non ci sono risorse per la stabilizzazione e ancora meno per la crescita, oggi che il credito bancario diminuisce anno su anno. Ormai lontano ricordo è la crescita dei prestiti all’economia italiana prima della crisi (300 Mld aggiuntivi ogni anno)

Come uscirne? Per capirlo consideriamo i tre aspetti chiave di questa situazione.

1.  Produttività e innovazione

Molte PMI sono leader in Italia e nel mondo nelle nicchie in cui si sono posizionate. Ma piccolo non è sempre bello. Come abbiamo visto l’Italia è in sostanziale stagnazione da 20 anni, anche prima della crisi del 2008. Diverse sono le ragioni di questo blocco nello sviluppo. Oltre alla rigidità del sistema delle relazioni industriali, al peso della burocrazia e del livello di tassazione, c’è stato un gap di innovazione.

Sappiamo che le spese di R&S in Italia (1,29% del PIL) sono molto più basse che in molti paesi sviluppati nostri competitor.

La figura seguente evidenzia un fattore che a volte sfugge nelle analisi: è il sistema delle imprese che investe poco in R&S, mentre la Pubblica Amministrazione è quasi allineata agli standard internazionali.

Le PMI non dispongono di risorse sufficienti per investimenti significativi nella R&S e il livello di innovazione non raggiunge masse critiche sufficienti per stimolare l’incremento di produttività.

Va rivisto il sistema degli incentivi, ma le riforme che hanno il migliore rapporto fra costi e benefici sono quelle che tolgono la sabbia dagli ingranaggi. Pur senza entrare nel merito, occorre intervenire nell’ecosistema burocratico e giudiziario per togliere un pesante svantaggio competitivo alle imprese italiane e consentire la ripresa dell’innovazione e dello sviluppo dimensionale delle imprese, oltre che gli investimenti dall’estero.

2.  Regolamentazione bancaria

Richiedere più capitale alle banche quando l’economia è in affanno è forse inevitabile se alle spalle ci sono clamorosi casi di default bancari, ma certo non aiuta la ripresa. Paradossalmente in Italia le misure per limitare la crisi sistemica nella finanza hanno innescato una crisi sistemica nell’economia reale.

Le azioni di Quantitative Easing della BCE vanno nella giusta direzione e sono anche tecnicamente ben congegnate per favorire l’incremento degli impieghi (es. TLTRO). Ma la loro scarsa efficacia dimostra che la regolamentazione prudenziale (a partire da Basilea III) è ormai una camicia di forza per le banche.

Difficile però immaginare nel breve-medio periodo un cambiamento di impostazione della regolamentazione, particolarmente penalizzante per il rischio di credito. Non è dall’espansione del credito bancario che verrà la ripresa.

3.      Bancocentrismo

Oggi le banche coprono il 66% dei fabbisogni finanziari delle PMI e sono molto esposte. Il credito alle PMI rappresenta il 22% degli asset bancari in Italia, contro il 6% nella media europea e il 2% in Germania.

E’ nell’interesse sia delle imprese che delle banche che ci sia una diversificazione delle fonti di finanziamento. Questo consentirebbe una riduzione del rischio da entrambe le parti.

Oggi le fonti alternative (minibond, finanziamento da parte di investitori istituzionali e fondi di credito, crowfunding, ecc.) sono di difficile accesso e a uno stadio di maturazione insufficiente.

Le banche possono quindi svolgere un ruolo fondamentale di selezione e intermediazione, trasformandosi da ente erogatore a prestatore di servizi di consulenza finanziaria alle PMI nel reperimento di fonti alternative di finanziamento.

Analogamente alla “raccolta indiretta” c’è spazio per lo sviluppo del business dell’”impiego indiretto”, a minor consumo di capitale e ad alto valore aggiunto per le imprese. Per le banche è una grande occasione, ma anche una grande sfida: se l’erogazione diretta diventa accessoria ed eventuale rispetto agli altri servizi bisogna costruire un nuovo paradigma.

Autore: F_Zaini

Fonte: linkedin.com/pulse/le-pmi-vittime-o-carnefici-delle-banche-francesco-zaini

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