Le piccole imprese abbandonate dalle banche perche’ diventate inutili

Il giornale La Stampa ha pubblicato un lungo articolo di Enrico Moretti, un altro dei cervelli che abbiamo esportato con successo in USA (è docente di Economia alla University of California di Berkeley, è autore di «La nuova geografia del lavoro») che ha riscosso commenti molto positivi sui social network.

Un articolo che mette nuovamente il dito nella piaga della bassa competitività delle nostre piccole imprese di stampo familiare, incapaci di sostenere il peso (per mancanza di talenti) e il costo (per mancanza di scala e soldi) dell’innovazione nei prodotti e nei processi con cui producono beni e servizi. Un  problema antico e strutturale secondo Moretti:

“… È indubbio però che una delle ragioni chiave della debole domanda che ormai caratterizza il mercato del lavoro italiano in maniera strutturale è il risultato di un panorama industriale vecchio, che mal si addice alla nuova economia dell’innovazione. Produciamo beni e servizi troppo poco innovativi, la cui domanda mondiale è sempre più debole – perché sempre di più i consumatori vogliono prodotti innovativi e la cui offerta mondiale è sempre più forte – perché ci sono sempre più paesi in via di sviluppo in grado di farci concorrenza nei settori tradizionali.

La sfida dell’innovazione  

L’Italia non è l’unico paese ad affrontare queste sfide. In tutti i paesi occidentali il mercato del lavoro sta conoscendo mutamenti profondi. Il progresso tecnologico e la globalizzazione stanno riconfigurando la tipologia di beni che sono prodotti oggi, la modalità, e soprattutto la località, in cui vengono prodotti. In passato i buoni impieghi e i salari elevati erano legati alla fabbricazione su larga scala di prodotti manifatturieri. Il posto in cui si creava il valore economico era la fabbrica. Oggi però la realizzazione di beni che chiunque è in grado di riprodurre ha conservato poco valore.

Come abbiamo visto nei due articoli precedenti, produrre oggetti fisici come vestiti, telefoni o mobili non genera più molto valore aggiunto, e ancor meno posti di lavoro. La concorrenza globale è altissima, e questo implica margini molto bassi. In più, nuovi macchinari e nuove tecnologie permettono di produrre sempre di più usando sempre meno lavoratori. I dati parlano chiaro: l’occupazione nell’industria sta calando da decenni in tutti i paesi occidentali. Negli Stati Uniti la percentuale di occupati sul totale della forza lavoro si è quasi dimezzata. Lo stesso vale per Italia, Gran Bretagna, Giappone e persino per la Germania. Ma se questi trend nell’industria sono comuni a tutti i paesi sviluppati, non tutti hanno reagito nella stessa maniera. Mentre gli Stati Uniti hanno completamente riorientato il proprio panorama produttivo verso il settore dell’innovazione, molti paesi europei, ed in particolare l’Italia non si sono adeguati e sono mal preparati alla nuova economia globale.

Nei prossimi decenni la competizione globale sarà incentrata sulla capacità di attrarre capitale umano e imprese innovative. I buoni lavori e i buoni salari sono sempre più connessi alla produzione di nuove idee, nuovo sapere e nuove tecnologie. L’agglomerazione geografica delle industrie nuove e del capitale umano in poche regioni chiave sarà sempre più marcata. Il numero e la forza degli hub dell’innovazione di un Paese ne decreteranno la fortuna o il declino. I luoghi in cui si fabbricano fisicamente le cose seguiteranno a perdere importanza, mentre le città con un’alta percentuale di lavoratori a scolarità elevata diventeranno le nuove fabbriche, centri per la produzione di idee, sapere e valore.

Negli anni a venire, le regioni del Vecchio continente che riusciranno ad attrarre innovazione e capitale umano saranno quelle vincenti, proprio come sta già succedendo in America per gli hub dell’innovazione. Le regioni d’Europa che non riusciranno ad attrarre innovazione e capitale umano saranno destinate a un inevitabile declino, proprio come sta già avvenendo per la terza America, quella degli ex centri industriali in crisi.

[…]

Migliaia di piccole imprese di successo rinunciano o ritardano ad ampliarsi perché ciò significherebbe maggiore pressione fiscale e vincoli più stringenti. Questo chiaramente scoraggia la crescita occupazionale e crea un panorama industriale fatto di una moltitudine di imprese familiari con pochi dipendenti, e di un numero modesto di imprese con dimensioni e ambizioni globali.

La manifattura non basta più  

Se la diffusione di imprese familiari era uno dei punti di forza del sistema produttivo italiano negli anni Cinquanta e Sessanta, quando la manifattura tradizionale rappresentava l’industria trainante, è diventato un punto di debolezza nel nuovo millennio, quando l’industria tradizionale è in declino e le occupazioni del futuro sono quelle ad alto contenuto di capitale umano e di innovazione. La ragione è molto semplice: l’investimento in ricerca e sviluppo è un costo fisso, e quindi ha senso per imprese grandi ma non per imprese piccole.”

Potete leggere anche le altri parti dell’articolo che trattano della perdita del settore hi-tech e farmaceutico, in cui una volta l’Italia era un presidio di eccellenza. Ma il tema su cui devo soffermarmi ancora una volta è quello della dimensione delle imprese, del limite della piccola impresa che non riesce a innovare, che non  cresce e non crescendo non ha la scala dimensionale e la forza economico-finanziaria per svilupparsi attraverso nuovi investimenti.

La domanda qui non è tanto cosa possa fare lo Stato per questa fascia enorme di imprese italiano. Lo Stato non ha fatto che innestare meccanismi che, come dice Moretti, hanno reso poco conveniente la crescita e nessuno più crede che abbia voglia e bacchetta magica per occuparsi del destino dei piccoli imprenditori.

Le banche come abbiamo visto sono più propense a credere che sia tempo di un profondo ricambio che spazzi via tutta una fascia di piccole imprese ‘che non ce la fanno’. Anche da lì nessun aiuto.

Quindi  la domanda è: cosa possono fare le imprese e le loro associazioni per se stesse, per sovvertire questo limite alla crescita? Penso ovviamente alle tante imprese artigiane che costellano l’economia di tutte le regioni e sono alla ricerca della formula che le possa portare oltre questa crisi, che sembrano essere finite fuori dal campo della competizione economica.

 

Articolo ripreso da Linkerblog.biz a cura di Fabio Bolognini

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