Le piccole banche del territorio sono un pozzo senza fondo di debiti nascosti

banca-popolare-di-marosticaSi sta allungando l’elenco di ‘banche del territorio‘ che hanno sfondato i loro bilanci di perdite, che hanno evidenziato collusioni pericolose tra il management, la politica e un certo tipo di affaristi e imprese: ha cominciato Banca Monte Parma (prima commissariata, poi venduta a Intesa) poi la Cassa di Risparmio di Ferrara , la Banca Popolare di Spoleto, la Tercas in Abruzzo e finiamo con i due casi eclatanti Banca delle Marche (commissariata pochi giorni fa) e Banca Carige passando per MPS.

Ma in lista d’attesa ce ne sono altre, diverse piccole BCC, la Banca Popolare di Marostica e la Banca Popolare di Puglia e Basilicata dove gli interventi della vigilanza sono arrivati al cartellino giallo, ma sotto sotto anche queste banche stanno per cedere la loro sovranità territoriale per manifesta incapacità di fare bene il mestiere del credito sul loro stesso territorio. Dunque tutte banche del territorio, tutte finite a cedere lo scettro del potere gestionale a commissari esterni nominati da Banca d’Italia con l’approvazione del Ministero dell’Economia e Finanze.

E dunque siamo proprio sicuri che la banca del territorio sia un’idea così salutare e vincente? Lo sarebbe nella misura in cui la conoscenza di clienti depositanti e investitori da un lato e di imprese assetate di buoni finanziamenti dall’altro diventasse il modo per fare efficacemente il mestiere dell’intermediazione. Siccome questi casi di malaffare sono troppi viene da pensare che proprio nell’humus della provincia crescano i funghi velenosi delle cattive compagnie e dei pessimi crediti.

Del resto basta ricordare i vecchi articoli pubblicati sulla Banca Popolare di Spoleto e la Banca delle Marche e leggere questi due brani che arrivano dalla provincia per farsi venire più di un dubbio su cosa si intenda per ‘banca del territorio’:

«Salvare Bps è fondamentale per Terni e le sue imprese»

TERNI – Bps, come «ultima banca locale presente sul territorio» ha per Terni «un ruolo fondamentale di sviluppo per il tessuto imprenditoriale, commerciale, artigiano cittadino». Così il Comitato di indirizzo scrive al Consiglio della Fondazione Cassa di risparmio di Terni, che in questi giorni sta vagliando l’opportunità di partecipare alla cordata locale interessata all’acquisizione del pacchetto di maggioranza della Banca Popolare di Spoleto. Una presa di posizione importante, quella del Comitato di indirizzo, alla luce dell’acceso dibattito che si è svolto in seno all’Assemblea dei soci la scorsa settimana ed a quello che presumibilmente si terrà all’interno del Cda nella seduta di martedì prossimo, con diversi consiglieri che spingono per superare le perplessità del presidente Mario Fornaci.

«Dovendo oggi prendere una decisione che probabilmente comporterà la chiusura o meno dell’ultima banca locale presente nel territorio – scrive il Comitato di indirizzo – con quello che ulteriormente comporta in sede di centri decisionali vicini alla nostra realtà cittadina, a nostro parere il Consiglio di Amministrazione della nostra Fondazione ha il dovere di determinare se ci sono i presupposti per continuare una trattativa che porti una serie di vantaggi alla Fondazione, alla città e al suo sviluppo economico».

E segue..

L’alternativa all’opzione Clitumnus, infatti, si risolverebbe comunque nell’acquisizione della Bps da parte di un gruppo bancario di altra regione. Un’eventualità che avrebbe conseguenze gravi anche per la città di Terni a giudizio del Comitato di indirizzo della Fondazione Carit, che critica apertamente anche l’esito della fusione delle Casse di risparmio del gruppo Intesa Sanpaolo: «Le altre esperienze, concernenti cessioni e aggregazioni bancarie operanti in città, compreso quanto successo alla nostra ex controllata (Carit, ndr), testimoniano il progressivo deterioramento – ricorda al Cda il Comitato di indirizzo – dell’attività bancaria locale, sempre più distante dal tessuto e dall’economia cittadina».

Insomma, la Fondazione Carit, nel decidere come investire il proprio capitale, non deve sentirsi vincolata all’ex socio Intesa Sanpaolo né ad altri, ma al solo interesse della città di Terni e della comunità locale. Ecco perché il Comitato di indirizzo invita ed appoggia il Cda «nel valutare la possibilità, in assoluta indipendenza, di acquisire o meno una partecipazione in una holding che abbia la possibilità di preservare l’unica vera banca territoriale rimasta». La scelta su Bps, a questo punto, è solo in mano al Cda della Fondazione Carit, che potrebbe assumerla anche senza passare per una nuova Assemblea dei soci, il cui ruolo, in materia, è solo consultivo.

Tutto questo accade mentre il governatore della Banca d’Italia e persino autorità estere stanno dicendo a gran voce che le Fondazioni devono staccarsi dalla gestione delle banche e diversificare il loro patrimonio, che è stato distrutto proprio dall’avere partecipazioni in banche che oggi si sono svalutate quasi del 70%. Se questa non è sordità o ottusità come volete chiamarla?

Sentiamo le voci dalle Marche:

”Noi non c’entriamo. Non abbiamo mai avuto né un parente né un amico in Banca Marche. Il Pd era ed è fuori da questi giochi”. E’ quanto affermato oggi Palmiro Ucchielli, segretario regionale del Pd nel corso di una conferenza stampa. Su Banca Marche, “si è perso tempo, e alla fine c’è anche chi ha perso una barca di quattrini, mentre le imprese e le famiglie marchigiane continuano a soffrire”. Non ha usato mezzi termini il segretario per esprimere la “fortissima preoccupazione” dei Democratici per lo stato del principale istituto di credito regionale, ormai a un passo dal commissariamento.

… Verosimilmente Banca Marche finirà nell’orbita di un grande istituto di credito, un’operazione che avrebbe potuto essere fatta ”più utilmente a suo tempo, quando BM valeva di più”. E invece ci si è gingillati con l’idea del ”piccolo è bello, della banchetta locale”. Ma avere una ‘ banca del territorio’ è sempre stato il leit-motiv della politica marchigiana, hanno obiettato i giornalisti e a questo punto Ucchielli ha preso le distanze.

istruttiva anche la lettura della ricostruzione fatta da Cronache Maceratesi e dal giornalista che più di tutti ha scavato nella vicenda, Marco Ricci, senza mai risparmiare verità e critiche anche in faccia a chi tentava di minimizzare i problemi per salvare l’onore marchigiano:

Banca Marche come un romanzo di Marquez

[…]  E’ inutile nascondersi dietro la reale crisi complessiva dell’economia e dell’edilizia, come se Banca Marche di quella crisi non fosse in parte responsabile per la quantità di denaro che iniettava nel sistema nonostante nel resto del paese si usasse ormai cautela. O nascondersi dietro l’imprevedibilità del destino o la cattiveria di Banca d’Italia e della Vigilanza. Come è ingenuo coprirsi dietro a fantomatici complotti che avrebbero portato ad accantonamenti eccessivi e punitivi solo per far inghiottire Banca Marche a due soldi da qualche altro istituto di credito. Non solo i due soldi valgono adesso 500 milioni di euro che proprio due soldi non sono. Ma apparirebbe oltretutto un’operazione folle affondare l’economia di un’intera regione per permettere a un qualsiasi gruppo bancario di risparmiare qualche decina di milioni di euro. Le comunicazioni di Banca d’Italia parlano chiaro sulla situazione dei controlli e della gestione del credito che vigeva in Banca Marche. Così come parla chiaro ciò che trapela dai verbali ispettivi della Vigilanza e dalle comunicazioni dei due ex-consiglieri Francesco Cesarini e Giuseppe Grassano consegnate al momento della loro dimissioni. Come parla chiaro un perito dell’istituto di credito sulle forzature nelle valutazioni delle garanzie. E come parlano chiaro molto direttori di filiale che non solo dovettero spingere in modo molto forte i clienti a sottoscrivere l’ultimo aumento di capitale, ma che a volte si videro scavalcati in merito alle pratiche di fido. In Banca Marche i controlli non hanno funzionato. I Cda non hanno vigilato con attenzione e i loro membri spesso non erano all’altezza della situazione, come rilevò la stessa Banca d’ItaliaSenza contare i conflitti di interesse che cominciano a trapelare. All’ex direttore generale Massimo Bianconi è stato permesso di accentrare su di sé e su poche altre figure di vertice un eccessivo potere. Medioleasing è stata ridotta a un pozzo senza fondo di perdite. Senza parlare di operazioni – quali quelle con i gruppi Casale, Di Gennaro e con l’altro gruppo legato a Ciro di Pietro, arrestato nel 2012 dalla squadra anticrimine organizzato di Perugia – che nel migliore dei casi non hanno alcun senso per una banca locale. Il tutto appunto, non solo nel silenzio quasi più completo ma nella minimazzione di molti. Anzi, di quasi tutti. Nonostante sulla stampa nazionale filtrassero da tempo notizie su operazioni tra familiari dell’ex-dg Bianconi e clienti di Banca Marche.

L’istituto doveva far soldi per accontentare tutti. E doveva farli girare, almeno secondo le parole di Massimo Bianconi riportate da Giuseppe Grassano, per aumentare i dividendi.  Assumendo rischi fuori da ogni logica per le dimensioni dell’istituto di credito e lontani da quei criteri di sana e prudente gestione che dovrebbero contraddistinguere la direzione di una banca.

C’è altro da aggiungere? Direi di no, vi siete fatti un’idea di due banche del territorio. Possiamo sperare che le altre siano diverse, ma il dubbio è forte e rimane. Quasi tutte queste banche che oggi sono in crisi per gli errori e la gestione torbida dei loro amministratori sono detenute da Fondazioni bancarie, ma c’è chi si ostina a dire che si tratta di eccezioni e che le Fondazioni bancarie sono essenziali per la stabilità delle banche.

Non se ne abbiano a male le buone piccole banche che fanno bene il loro lavoro nella comunità in cui sono inserite, ma se c’è una tipologia di banche che sta creando problemi in Europa sono proprio le banche del territorio, le casse spagnole salvate dal fallimento in vari modi, le Landesbank tedesche i cui problemi sono occultati oltremisura dal governo federale tedesco e le banche regionali italiane. Non c’è alcuna prova che una banca regionale finita nella pancia di una banca più grande abbia smesso di operare sul territorio, anzi ci sono prove che lo abbia fatto in modo più trasparente.

 

Articolo da Linkerblog.biz – Autore: Fabio Bolognini