Le cambiali finanziarie un nome sbagliato per una ottima idea

Dovevano essere la grande novità del decreto sviluppo edizione 2012 per aprire i mercati finanziari alle imprese e sfuggire al credit-crunch bancario, insieme alle obbligazioni societarie e invece delle cambiali finanziarie si è già persa qualsiasi traccia. Proprio non ne parla nessuno perché almeno dei corporate bond facilitati, chiamati equivocamente mini-bond, si parla ancora e i noti advisor finanziari pubblicano brochure patinate (ne ho vista oggi una di KPMG) per promuovere emissioni in cui potere staccare fatture per laute commissioni. Invece per favorire l’uso delle cambiali finanziari non escono articoli o incoraggiamenti o promozioni. Abbandonate in un angolo, dimenticate.

Erano state annunciate con grande enfasi dal Ministero per lo Sviluppo Economico e dal Ministero dell’Economia: “Una liberalizzazione per il quarto capitalismo italiano che potrà rivolgersi a investitori istituzionali italiani ed internazionali con l’emissione di cambiali finanziarie, bond e obbligazioni partecipative”

Lo avevo detto che usare nel nome la parola ‘cambiali’ avrebbe portato poca fortuna, in Italia evoca un debito da evitare. Scherzi a parte le cambiali finanziarie sono semplicemente la traduzione di un mercato gigantesco negli USA e in UK di commercial paper, un pilastro della finanza aziendale, strumenti di debito a breve termine utilizzati a piene mani dai tesorieri delle imprese per procurarsi finanza in modo conveniente e su base rotativa, ma soprattutto al di fuori del circuito delle banche commerciali. Dovrebbero essere il complemento finanziario nel breve termine delle obbligazioni a medio termine e nell’attuale situazione di scarsità di credito anche a breve sarebbero una vera manna.

In Italia le cambiali finanziarie, che si rifanno legalmente al pagherò cambiario, possono avere taglio minimo di euro 50.000 per scadenze da 1 a 36 mesi. Grazie al decreto non devono più essere scambiate fisicamente, gli interessi passivi sono pienamente deducibili e per gli investitori c’è esenzione sulla ritenuta d’acconto per le cambiali quotate su un mercato regolamentato.

Purtroppo il decreto del 2012, ha innovato il quadro ma non abbastanza per rendere interessante questo strumento e a distanza di 12 mesi non risulta sia fatta una sola emissione di cambiali finanziarie.  Almeno dei mini-bond ne sono stati collocati, non erano proprio mini, tranne l’ultimissimo collocato non si sa a chi dalla poco conosciuta Banca di Cherasco per una piccola società locale (CAAR) e per soli 3 milioni.  Eppure erano stati annunciati come una grande innovazione per la famosa crescita di cui ancora aspettiamo il risveglio.  Comprensibile che non tutte le imprese, men che meno le piccole, abbiano i requisiti per emettere cambiali finanziarie, ma possibile che nemmeno una abbia trovato convenienza nel testare lo strumento?

Le cambiali non piacciono, non interessano a nessuno. Il sistema di finanziamento esterno alle imprese, alle PMI è al 99% rappresentato da credito bancario e le uniche cambiali che girano sono quelle dei debitori in ritardo, insieme a tonnellate di assegni postdatati che sono ancora custoditi (ma non si potrebbe dire) nei cassetti dei funzionari di banca.  Problema del legislatore, che non vede mai le piccole imprese, o problema degli imprenditori che non vedono le innovazioni?

Articolo di Fabio Bolognini sul sito Linkerblog.biz